Grazie, Bruno

Agosto 24, 2007 on 5:56 pm | In Politica | 1 Comment

di Michele Mezza

“ Forse non ho capito bene quello che intendete, e la mia storia mi impedisce di adottare il vostro linguaggio, ma credo comunque che abbiate colto il nuovo che sfugge a noi” cosi, alla fine di una discussione anche aspra che si tenne al Cespe sul nostro libro mediasenzamediatori.org, mi disse in conclusione Bruno Trentin andandosene dopo una mattinata in cui, con il suo consueto rigore, non perse una sola battuta del dibattito.

Considero quella frase una delle più grandi lezioni di umiltà e di cultura che posso conservare.

La morte di Bruno Trentin potrebbe non dire molto ai frequentatori più giovani del nostro sito.

Siamo in una fase in cui gli echi dell’azione di ognuno di noi si disperdono nella stessa contenporaneità.

Figuriamoci come possa essere percepita l’aurea di un uomo che, oggettivamente, pare appartenere ad una era geologica molto lontana, come è stata l’epopea del movimento operaio.

Trentin, lo ricordano le note di agenzia, è stato uno dei più brillanti e originali, dirigenti del sindacato europeo.

Prima come giovanissimo partigiano, poi come ancora più giovane e solitario dirigente del partito d’azione, infine, giunto nel fiume del movimento comunista, cominciò a nuotare sempre con grande autonomia, cercando acque limpide e ruscellanti, come erano quelle del sindacato degli anni ’50.

Molti di noi lo ricordano per quella straordinaria stagione che lo vide alla testa della Fiom, il sindacato degli operai metalmeccanici della CGIL, negli anni 70. Una stagione davvero formidabile, dove la creatività e l’elaborazione del meglio della tradizione operaia diede vita ad una straordinaria esperienza collettiva: i consigli di fabbrica, la proiezione sul sociale, le 150 ore, le battaglie per le riforme civili, la democrazia come rivendicazione d massa.

Furono questi gli strumenti che forgiarono il cosidetto caso italiano, che riuscì a promuovere una stagione di crescita civile, concorrendo alla sconfitta di un indotto secondario di quella cultura che fu il terrorismo anarco sindacalista.

Ma io credo che mediasenzamediatori.org debba a Trentin, forse inconsapevolmente per molti dei suoi partecipanti, ben altro.

Mi rendo conto che possa suonare ben strano instaurare un legame fra un frammento della società della conoscenza, come siamo noi, e un emblema del secolo della fabbrica, quale è stato Trentin.

Ma un filo rosso che attraversa le nostre riflessioni ci lega a questo grande dirigente di massa.

Quel filo è proprio la consapevolezza che la fabbrica è solo una fase, occasionale e transitoria di un lungo processo di sviluppo che vede l’umanità cercare forme sempre più avanzate per produrre risorse.

In questa ricerca Trentin aveva, essendo lui figlio di quel tempo, forte il timbro della cultura classista, che vedeva capitale e lavoro comportarsi come eterni duellanti.

La manifattura manuale non era l’unico orizzonte di questo confronto.

Trentin aveva intuito che oltre la fabbricazione vi era dell’altro, vi era il sapere e la conoscenza come nuovo teatro di scontro fra le diverse componenti sociali.

Un’intuizione che Trentin ricavava da una laica lettura di Marx –dagli scritti del 44 all’ideologia Tedesca-.

E , qui è il vero legame che mediasenzamediatori.org, ha consolidato con Trentin, sopratutto da una proficua quanto inusuale per la sua generazione politica, esperienza di studio negli USA, alla fine degli anni ’50.

C’è un passaggio del dibattito politico della sinistra italiana che io considero fondamentale, sia nel bene che nel male.

Mi riferisco al convegno organizzato dall’Istituto Gramsci nel 1962 sulle Prospettive del capitalismo.

Come giustamente spiega nel suo libro di memorie Rossana Rossanda riferendosi al PCI “ quello fu l’ultima occasione in cui il futuro camminava ancora al nostro fianco”.

Quel convegno fu realmente l’ultimo tentative di una parte del vertice comunista, largamente minoritaria, di afferrare la coda del drago, ossia quel nuovo processo di sviluppo industriale che aveva preso le mosse dalla sponda del pacifico degli Usa, e che impattando con il sistema europeo era destinato a riorganizzare, radicalmente il mondo.

Si trattava allora di una forma definita neofordismo.

In realtà si stavano preparando le basi per il postfordismo, e l’avvio della società della conoscenza.

Da lì a solo qualche lustro, non più di due, la microelettronica avrebbe aperto le porta alla computerizzazione del sistema produttivo e delle relazioni sociali.

Da almeno 5 anni negli Stati uniti si discuteva animatamente del nuovo orizzonte postfordista, in termini geopolitici, ossia con un esplicito riferimento alla grande battaglia ideologica che divideva il mondo fra est ed ovest, e dunque alla necessità per il campo americano di colpire la base sociale del movimento comunista allora montante, come era il lavoro industriale e manuale che si diffondeva nel mondo.

Il messaggio non era nemmeno cifrato ma esplicito: vinceremo la Guerra fredda trasformando le ragioni stesse del blocco sovietico, ossia limitando la centralità del lavoro dipedente.

Mentre accadeva questo in Italia si discuteva ancora di completare la riforma agraria e la sinistra si poneva il problema di sostituirsi al capitalismo “straccione” nel governare ordinatamente la societa industriale.

Nel 1962 si affrontò di petto il nodo: dove sta andando il capitalismo?

Da una parte, il leader era Giorgio Amendola, capo della cosidetta destra comunista: si sosteneva che il capitalismo continuava ad avvicinarsi ad una crisi epocale, e dunque solo una rigorosa politica di sviluppo del movimento operaio doveva gradualmente guidare la sostituzione della classe dirigente, convincendo i ceti medi, come accadeva in Emilia, che il PCI era un partito responsabile, moderato, e affidabile.

Dall’altra parte vi era un fronte composito, emblematicamente legato a Pietro Ingrao, leader della sinistra comunista: sollecitava una politica più forte e incalzante dei movimenti che al PCI si riferivano, anche, e sottolineo anche, sulla base di alcune intuizioni sullo sviluppo del neocapitalismo. Di queste intuizioni Bruno Trentin fu l’ispiratore e, forse, l’unico reale interprete.

Toccò infatti a lui svolgere una delle due relazioni introduttive al dibattito.

Ancora oggi, a distanza di 45 anni, e che anni, rileggere quel testo da la misura di quale straordinaria occasione il movimento comunista italiano ebbe nel poter decifrare la fase di innovazione che stava sopraggiungendo proprio grazie all’acume di Trentin.

Mentre il rigetto che raccolse allora Trentin illustra meglio di ogni altra rivisitazione, i limiti e le indisponibilità culturali del movimento comunista rispetto alla modernità.

Trentin infatti, fresco appunto della sua esperienza di studio negli Usa, svolse una straodinaria analisi delle forme e delle strategie del capitalismo americano, annunciando la prossima fase di terziarizzazione dell’economia e quella “rivoluzione passiva” che avrebbe visto i consumatori sostituirsi ai produttori.

Lo scontro fu violentissimo, così come la sconfitta di Trentin, e di Ingrao, fu completa e definitiva. Una sconfitta che porto’, a mio parere, i due leader ad asserragliarsi in una visione tattica dei rispettivi campi di azione -il sindacato per il primo, l’area di studio nel partito per il secondo- abbandonando il filone di ricerca che avevano imboccato.

Quella relazione di Trentin la considero comunque come l’atto di nascita di mediasenzamediatori.org e consiglierei chiunque voglia davvero intendere il processo di trasformazione dei mass media in personal media di rileggerla.

Noi, nel nostro piccolo, non possiamo che ricordarla, rendendo così l’omaggio forse più gradito al suo autore.

Grazie Bruno

La ricchezza della rete

Gennaio 7, 2007 on 7:00 pm | In Politica, Tecnologia | 7 Comments

di Empedocle Maffia
Special Advisor to Executive Director
Italy, Portugal, Greece, Albania, Malta, San Marino, Timor Leste
The World Bank
1818 H Street, N.W.
Washington, D.C. 20433


Meno di due decenni di Internet hanno già formato un’epoca che si può dividere in più fasi, relegando il determinismo di McLuhan (“Il mezzo è il massaggio”) all’Illuminismo degli studi sulla comunicazione. Oggi, l’economia modellata sul network è al di là del mercato, del capitale, della forza lavoro, degli scambi. La suggestione di questo nuovo modello di sviluppo è ormai presente in diversi studiosi, come ben testimonia Mediasenzamediatori.org”, probabilmente il sito italiano più in linea con il tentativo di dare organicità di teoria dello sviluppo a questa novità.

Anche per questo merita qui la sua vetrina Yochai Benkler, scienziato sociale all’università di Yale, che nel suo più recente studio, “The Wealth of Networks” (La ricchezza dei Network) (515 pagg., Yale University Press, 2006), parte dalla Rete per dimostrare e spiegare come la nuova produzione sociale stia trasformando i mercati e la libertà. Con “Network” al posto di “Nazioni”, Benkler consegna al passato lo sviluppo economico identificato da Adam Smith, e si candida a svelare i nuovi meccanismi che sono in atto per promuovere sviluppo e libertà, cioè per sagomare la società contemporanea. Con una novità rispetto ad ogni fase precedente dello sviluppo dell’umanità: questa volta, al centro dello sviluppo, insieme promotori e fruitori, sono gli esseri umani, gli “individui”, finalmente liberi, grazie all’economia della Rete, dai vincoli di risorse e di organizzazione sociale che hanno determinato nei secoli le classi..

Perchè la Rete, con le sue connessioni volontarie o casuali o oggettive, sta creando la grande novità nel processo produttivo contemporaneo: il capitale tradizionale finanziario non è più necessario, le infrastrutture costose sono obsolete, e non c’è più bisogno di cordate o di grandi famiglie per creare sviluppo. Il nuovo capitale fisico necessario è un computer collegato alla rete, e i nuovi “imprenditori” sono potenzialmente tutti gli individui che formano il miliardo di umanità già oggi collegato, spinti a creare dalle proprie curiosità personali: “Individui - dice Benkler - che interagiscono socialmente, come esseri umani e come esseri sociali più che come attori del mercato attraverso il sistema dei prezzi”.

E’ questa la nuova economia della Rete che si sviluppa oltre i concetti del mercato e della proprietà, nella quale tutti producono, tutti fruiscono, tutti sono proprietari, dove l’atto di volontà non è nella specifica azione che ciascuno fa, ma nella connessione.

La sfida allo sviluppo dell’età industriale è totale, è appena cominciata, e sta producendo tentativi di difesa del vecchio ordine. Innanzitutto sul versante dell’informazione. Proprio perchè il nuovo modello mette in discussione i pilastri del vecchio modello industriale, con i “beni comuni” che sostituiscono la proprietà, con l’individuo che sostituisce l’imprenditore tradizionale, va superato l’equivoco di una generica “società dell’informazione” capace di intercettare il nuovo. Perchè, dice Benkler, “l’economia della Rete mette a disposizione diverse piattaforme di comunicazione, e così riduce il potere dei mezzi di comunicazione tradizionali, nei quali la proprietà del medium consente al proprietario di selezionare quel che gli altri possono vedere, e così condizionare la loro percezione di quel che possono o non possono fare”.

Con una devastante innovazione per il giornalismo tradizionale, perchè “I vari format della sfera pubblica creati dalla Rete mettono a disposizione di chiunque uno strumento per parlare, per indagare, per investigare, senza che sia necessario accedere alle risorse di una organizzazione mediale tradizionale”. Questa nuova libertà penetra tutti i rivoli dei media sino all’aspetto commerciale, arrivando ad eliminare ogni ruolo per lo stesso concetto di misurazione dell’audience come parametro di successo. Infatti, “mentre nei mass media tradizionali il criterio del successo è determinare un moderato interesse nel più ampio numero possible di spettatori poco impegnati, nell’economia della Rete l’attenzione viene posta sul creare prodotti altamente interessanti per un pubblico fortemente impegnato”.

La ricaduta politica di questo nuovo modello produttivo determina due fenomeni destinati ad allargare la sfera della libertà e della democrazia: perchè ciascun individuo non opera più nei vincoli finanziari o associativi dell’organizzazione della società industriale, e perchè è più attento alle ragioni degli altri, è costantemente connesso con gli altri. Informazione, conoscenza e cultura si creano su larga scala in una pratica della solidarietà determinata
dall’unico capitale iniziale: appunto, il computer collegato alla Rete. Secondo la definizione
di Benkler, “la pratica della libertà che comincia ad emergere con l’economia della Rete consente alla gente di ritrovarsi al di là delle barriere nazionali o sociali, al di là dello spazio e delle divisioni politiche. Consente alla gente di risolvere i problemi assieme, in nuove forme associative estranee ai vecchi vincoli formali e legali del raggruppamento politico”.

Viene a mente quanto accaduto in USA negli anni tra l’11 settembre e oggi, quando ogni risposta dell’amministrazione cadeva nell’accettazione passiva da parte del Paese, in una delega totale espressamente concessa al Presidente. Sino a quando due ragazzi della Pennsylvania hanno creato “MoveOn.org“, il sito dell’opposizione alla guerra e alla sottrazione delle libertà civili come politica di lotta al terrorismo: e nel giro di qualche mese, quel sito è diventato il centro dell’alternativa a George Bush, e nel novembre scorso è stato il principale collante della campagna elettorale che ha portato i Democratici a prendere la maggioranza nel nuovo Congresso; in termini di Repubblica parlamentare, sarebbe stato mettere in minoranza il Presidente.

Il processo di allargamnento delle libertà, di espansione della democrazia, di superamento di barriere etniche o geografiche consentito dall’economia della Rete produce, tra gli altri effetti, un nuovo modo di produrre cultura: più trasparente, più partecipata; soprattutto, “un sistema di produzione culturale che rappresenta chiaramente risultati migliori rispetto a quelli prodotti dalla cultura di massa commerciale impostasi nel secolo scorso”.

Siamo davvero nel mezzo di una trasformazione tecnologica, economica e organizzativa che ci permette di rinegoziare termini quali libertà, giustizia, produttività rispetto a come si sono precisati non solo nella società industriale, ma persino in quella dell’informazione. Per Benkler, “Come vivremo in questo nuovo ambiente determinato
dall’economia della Rete dipende dalle scelte politiche che compiremo entro i prossimi dieci anni”. L’uomo nuovo evocato dalle ideologie del secolo scorso sta forse inverandosi nell’essere umano libero, uguale, produttivo che si sta formando nelle nuove condizioni tecnologiche. Con un avvertimento che Binkler ci consegna mentre ci chiarisce i termini della scelta: “Per la politica economica, consentire ai vincitori di ieri di dettare i termini della competizione del domani, sarebbe disastroso. Come politica sociale, perdere questa occasione per arricchire la democrazia, la libertà e la giustizia nella nostra società, mantenendo e anzi accrescendo la produttività del nostro nuovo sistema, sarebbe imperdonabile”.Forse, la “Folla solitaria” di David Reisman sta cominciando a scomporsi in individui capaci di sostituirsi alle classi, o di determinare la nuova classe, insieme, di creatori, promotori, operatori, consumatori di informazioni, di conoscenze, di sviluppo e di cultura, nella società al tempo della Rete.

L’altra faccia della Guerra. Le donne cingalesi nel Libano

Agosto 29, 2006 on 6:38 pm | In Politica | 119 Comments

di Manuela Scebba

Sposate, lasciate dal marito, chi il marito l’ha perso in giovane età e l’unico desiderio è quello di far studiare i figli per regalargli un futuro più consistente, chi lavorava per riottenere i figli che attendono in orfanotrofio, chi non ha più niente da perdere, perché ha già perso tutto. Le donne si accalcano alla porta di un piccolo ufficio utilizzato come punto d’ascolto.

Cosa é successo a queste ragazze? Cosa vuol dire trovarsi in una guerra che non gli appartiene, cosa vuol dire buttarsi dal 3 piano di un palazzo per disperazione, perchè la madama ha chiuso la porta a chiave o risvegliarsi intontite e ritrovarsi ustioni sul viso, sulla pancia e sul capezzolo a soli 19 anni.. sedersi a una scrivania e piangere per non essere state pagate.

Come ritornare in Sri Lanka a mani vuote dopo aver promesso un benessere fatto di cioccolati e vestiti che ripagassero il tempo speso a lavorare lontani dai propri cari?

Tante storie di donne sfruttate dalla necessità di sopravvivere.

Il traffico di domestici o House Clining non è un segreto di questi tempi, alla razza cingalese nei paesi esteri è stato assegnato questo compito.

La speculazione è resa possibile su individui bisognosi che non avendo niente nelle proprie terre di origine sottomettono le proprie forze al volere dei padroni che ne comprano il silenzio e la fatica di 20 ore lavorative al giorno.

Sin dallo Sri Lanka queste bisognose signore si iscrivono a delle agenzie che le mettono in contatto con le famiglie tramite un contratto piuttosto allusivo, per le agenzie libanesi la questione è più complicata poichè delle volte le lavoratrici non capiscono la lingua del contratto e si trovano vincolate pensando di essere tutelate da una struttura legale, che invece si rivelerà una leva atta a visionare che esse si schiavizzino e si sottomettano il più possibile alle famiglie in cui rendono il loro servizi.

Arrivano in massa cercando una speranza e questa guerra in Libano forse avrà un unico pregio, quello di far emergere un traffico internazionale che sfrutta la manodopera di donne che tutt’oggi risultano essere trattate come schiave, come animali su cui sfogare le proprie repressioni. Si spera che il lavoro del Gus e dello Iom possa rendere giustizia e restituire almeno un compenso economico a queste cingalesi che si sono umiliate senza essere state minimamente ripagate della salute psico-fisica ormai corrosa e delle umiliazioni ricevute.

Migliaia di questionari in varie lingue dall’italiano alla lingua utilizzata dalle donne tamil aspettano di essere ascoltati da associazioni e dell’ambasciata che se non per i propri connazionali dovrebbe iniziare una causa per il deficit che lo Sri Lanka ha contratto con le famiglie libanesi

Net Neutrality

Luglio 7, 2006 on 11:22 am | In Politica, Tecnologia | 3 Comments

di Sara Cirulli

Secondo la definizione data da wikipedia per Net Neutrality si intende il modo corretto di funzionamento di Internet e la lotta, condotta da più parti, contro i vari tipi di distorsioni che i provider della rete possono apportare ai diversi contenuti che circolano nel network. Corretto funzionamento significa che i messaggi che usano la rete non sono filtrati in alcun modo, ma obbediscono alla legge di una coda fifo (first in - first out).

La Net Neutrality rappresenta un punto focale delle politiche regolatorie, in particolare per quanto riguarda Internet. Il principio di neutralità della rete si basa sull’impossibilità data ai provider che sfruttano la banda larga di offrire una connettività migliore, più veloce, di favore di partner o altri, mettendo in una situazione di svantaggio soggetti meno potenti e remunerativi.

In rete tutti i contenuti devono essere trattati allo stesso modo da chi offre la connettività.

Internet nasce come canale di comunicazione a disposizione di tutti, un bene comune che tutti hanno il diritto di utilizzare senza stare troppo a preoccuparsi di quelli che possono essere gli interessi economici che vi girano intorno. L’utente della rete è interessato a ciò che circola in essa, si tratti di contenuti che possono determinare profitto o meno. Ciò che interessa all’utente è la condivisione e lo scambio di contenuti, la possibilità di scambiare idee, opinioni, informazioni, bit senza discriminazioni di alcun genere, soprattutto senza discriminazioni di banda.

Ci si sarebbe aspettato perciò che gli operatori che ci forniscono l’accesso ad Internet rimanessero per sempre neutrali rispetto alle pagine web che vengono visitate o alle applicazioni utilizzate attraverso la rete.

Da uno studio di Roycroft però vediamo come alcune compagnie statunitensi non la pensino esattamente così, ma come al contrario pretendano di ricevere dei pagamenti ulteriori da compagnie come Google o Yahoo, pr esempio, per fare andare i propri siti più veloce degli altri.

Dalla parte loro compagnie come AT&T, Verizon e molte altre, cercano di giustificare la loro posizione affermando la necessità di trovare un modo per ripagare le spese da loro sostenute per la costruzione di connessioni migliori e sempre più veloci.

Sempre dall’analisi economica di Roycrof vediamo come, soprattutto negli Stati Uniti, il mercato delle telecomunicazioni ruoti intorno ad un numero sempre più ristretto di compagnie, sempre le stesse, che gestiscono la telefonia, l’accesso ad internet, la televisione, tutto ciò che è comunicazione.

Cosa succederebbe se queste compagnie riuscissero ad eliminare quella che è la neutralità della rete? Quella che è la sua natura intrinseca?

Nel momento in cui tali compagnie avranno il potere di gestire i pacchetti di informazione, i contenuti della rete, dando priorità a certi tipi di traffici piuttosto che ad altri, Internet stessa perderà il suo essere, l’essere un’architettura aperta.

Anche colui che viene considerato il padre del world wide web, Tim Berners Lee si esprime con preoccupazione sull’eventuale nascita di un Internet a due velocità, una rete con corsie preferenziali per chi ha maggiori possibilità economiche di investire su circuiti più rapidi e corsie più lente per gli altri.

Alla conferenza sul WWW che si è tenuta ad Edinburgo lo scorso maggio Lee si è nettamente schierato a favore della neutralità della rete affermando la necessità assoluta di una ferma separazione tra i fornitori di contenuti e coloro che vendono connessione.

In un post sul suo blog egli spiega come la rete sia nata in un contesto di apertura, apertura alle idee, all’innovazione proveniente da diverse menti, e come egli non abbia dovuto chiedere il permesso a nessuno per realizzare questa idea e come l’abbia messa a disposizione di tutti perché ci potesse essere uno scambio e una condivisione senza discriminazioni.

Nel suo post Lee conclude con un appello che non vado a citare, ma semplicemente a riassumere: La rete nasce come mezzo di comunicazione neutrale ed è per questo che può essere considerata base della democrazia e di conseguenza base di una economia di mercato equa e competitiva.

Anche Vint Cerf parla della Net Neutrality, affermando che l’impatto ed il successo economico della rete dipendono proprio dalla sua struttura aperta. La rete infatti è stata disegnata senza porte e senza blocchi e tutto ciò ha sempre permesso a diversi livelli di creare degli strati di conoscenze diffuse che hanno determinato una continua crescita ed innovazione della rete stessa, innovazione che dunque è sempre dipesa dagli utenti stessi della rete in assenza di potere centrale. Approvare delle politiche che permettano a pochi operatori di discriminare e di intervenire a proprio piacimento sulle attività in rete non porterà di certo ad una economia favorevole agli utenti. Non si può permettere agli operatori TLC di decidere quali servizi e strumenti l’utente può o non può utilizzare.

Andare contro la neutralità della rete significa dunque mettere da parte la natura aperta di Internet a favore di interessi puramente economici che genereranno vantaggi solo ed esclusivamente agli operatori TLC. All’orizzonte ci aspettano una serie di reti interconnesse tra loro, privatizzate dove non sarà possibile utilizzare indiscriminatamente i servizi che si desidera, ma tutto sarà controllato determinando un forte svantaggio dei servizi non graditi all’operatore.

Quello a cui oggi siamo abituati è una rete in cui troviamo diverse reti interconnesse tra loro ed una molteplicità di operatori attraverso i quali ci scambiamo contenuti. Ora come ora perciò disponiamo di un accesso libero ed incondizionato; eliminando il principio della neutralità un operatore di TLC potrà utilizzare le proprie tecnologie a proprio piacimento, per creare una rete parzialmente interconnessa ad Internet e ciò limiterebbe non di poco le possibilità di utilizzo dei servizi da parte dell’utente.

Oltre alla paura di modificare la struttura aperta della rete, si rischia soprattutto di bloccare la nascita di nuovi servizi e compagnie in Internet e di conseguenza l’innovazione che ne deriverebbe.

Certo è che bisogna cercare di fare tutto il possibile per far si che Internet resti una rete ed un servizio aperto, dove gli utenti possono decidere autonomamente quali siti visitare e di quali servizi usufruire e dove anche chi non ha soldi possa contribuire all’innovazione. Solo un modello di rete di questo genere può portare vantaggi economici sia agli utenti che agli innovatori e i vari operatori verranno premiati per aver fornito libero accesso ad una rete di grande valore come è Internet.

Nella caverna di Platone: 10,100,1000 spettautori

Giugno 26, 2006 on 12:08 am | In Politica, Tecnologia | 9 Comments

di Michele Mezza

Il documentario televisivo classico sta esaurendo la sua spinta propulsiva. Lo affermo assumendo  tutti i rischi inevitabilmente connessi ad ogni dichiarazione apodittica: presuntuosa nel contenuto e intollerabile nella drasticità del metodo. Ma i limiti del contributo richiestomi non mi consentono declinazioni più diplomatiche per far intendere chiaramente quello che penso sul tema. Stiamo parlando ovviamente di una tendenza, di un processo,che mi pare di intravedere sullo sfondo. Non di una sentenza di cui non avrei titolo per stilare le motivazioni. Diciamo che siamo sul crinale del solito processo indiziario.

Il linguaggio del documentario lineare televisivo è giunto, a mio parere, ad un punto di svolta. Un tornante contraddittorio e imprevedibile, dove probabilmente il futuro potrebbe essere alle nostre spalle. La mia non vuole essere infatti una classica conclusione futurista, dove ogni fenomeno storico è bollato come passatista per il semplice fatto che c’è sempre qualcosa di più “moderno”. Non voglio banalmente speculare sulle “magnifiche sorti e progressive” della rete come panacea di ogni male. Credo che si debba discutere, senza pregiudiziali, sull’adeguatezza di un linguaggio che per molti decenni ha saziato e affascinato l’opinione media dei consumatori di informazione. E che oggi pare non sufficiente. Probabilmente più per quello che abbiamo accumulato come esperienze in questi ultimi venti anni che per quello che la tecnologia ci promette nei prossimi decenni.

Diciamo che siamo in una situazione non dissimile da quella descritta mirabilmente da Platone nel Fedro, quando critica l’uso del libro come strumento di diffusione della cultura. Il libro, nel nostro caso il documentario TV, secondo il filosofo “ingessava” la mente perché non era in grado di recuperare la forza interattiva tipica della tradizione orale. Con la scrittura si perdeva la vitalità, siamo ovviamente nella piazza del minuscolo villaggio globale del tempo, di quello straordinario botta e risposta che portava Socrate maieuticamente a rispondere ad ogni domanda dei discepoli, rimodellando la lezione sulle singole necessità. Oggi diremmo che Platone rimproverava al libro di non essere ipertestuale, di non reagire alla personalità del lettore. Una critica che si meritò attraverso i secoli l’accusa di essere reazionaria ed elitaria, ma che io considero molto moderna proprio nella sua capacità di esprimere il disagio dell’intellettuale di fronte
ai prodromi di quel processo di disintermediazione che proprio la scrittura avviò, e che ora è giunto ad una fase matura con quel possente decentramento del sapere all’individuo, indotto dalla rete.

Ma l’osservazione di Platone, rivisitata oggi, ci annuncia come fosse già allora istintivamente percepito il limite sociale nella comunicazione tipicamente verticale che il libro proponeva. Continuando a giocare con la sovrapposizione della terminologia attuale sulle idee di ieri, potremmo dire che Platone rivendicando il primato della relazione orale rispetto al libro nella diffusione del sapere, elaborò con il Fedro la prima critica al modello Broadcasting, in nome di un protagonismo dei produttori, di una condivisione editoriale degli autori, che oggi ritroviamo sublimato nella pratica di massa dell’open source .

Forse è proprio questa memoria genetica che ci collega ai padri del pensiero che ha permesso alla rete di assumere la pervasività che oggi conosciamo.

Internet, infatti, non è riducibile ad una tecnologia abilitante, ma esprime soprattutto l’ansia di un “ritrovare” una antica modalità di comunicare nata proprio nella caverna dell’uomo: il peer to peer. Non capiremmo altrimenti la dimensione e il ritmo del fenomeno. E’ qualcosa di antico che torna più che qualcosa di ignoto che irrompe.

Come spiega lucidamente Manuel Castells, forse il più organico lettore del nuovo scenario multimediale, “Quello che è cambiato non è il tipo di attività che impegna l’umanità, ma la sua abilità tecnologica nell’impiegare come forza produttiva diretta ciò che contraddistingue la nostra specie come eccezione biologica: la sua superiore capacità di elaborare simboli”.

Questa è la società in rete dove tutti siamo immersi e dove, ancora Castells ci spiega, si vive, producendo informazione tramite informazione. In questa caverna multimediale, torna la pretesa sociale di un linguaggio partecipativo, di un modello di racconto multipolare, di storie che parlano e fanno parlare anche chi ascolta. Non molto dissimile da quel brusio epico che produsse l’Iliade e l’Odissea.

Questo è il contesto in cui, io credo, dobbiamo collocare un linguaggio quale il documentario.

Il catalogo della Guerra

La Guerra rimane la madre di tutti i documentari. L’universo della massima violenza è ancora il tema in cui l’indagine audiovisiva trova la sua massima ispirazione e diventa narrazione spettacolare.

Ed infatti se vogliamo ora fare il punto sullo stato di salute del documentario moderno faremmo bene a guardare a quanto è stato prodotto attorno alla Guerra in Iraq. Il catalogo delle soluzioni generate dal filone che prende le mosse dall’11 settembre ci offre uno spaccato decifrabile delle tendenze principali che si stanno affermando sullo scenario multimediale. Due sono i modelli che propongo per un ragionamento circostanziato.

Si tratta di due opere-tipo, due archetipi, che concentrano gli elementi costitutivi delle tendenze emergenti. Rappresentano anche, ma questo è del tutto accessorio, due approcci culturali ed ideologici differenti, quasi opposti .

Il primo è uno straordinario documentario prodotto nel 2004 dal titolo Voices of Iraq. Si tratta dell’unico documentario girato direttamente da iracheni. L’idea geniale è venuta a Eric Manes, Martin Kunert e Archie Drury, due registi e un ex marine elettore dei democratici. I tre hanno distribuito 150 telecamere digitali in giro per l’Iraq, chiedendo agli
improvvisati registi di provare a raccontare la vita del dopo Saddam, i problemi della sicurezza, i dolori causati dall’occupazione, il dramma del passato e la speranza nel futuro democratico. Le videocamere hanno girato in lungo e in largo l’Iraq e sono tornate con 400 ore di filmati, ridotti a 80 minuti nella versione finale. Fanno girare la testa, visto che le immagini non sono state catturate da professionisti .Un’opera corale che riesce ad esprimere una forza informativa già solo per il modo in cui è stata concepita: 150 autori che di per sé rappresentano uno spaccato significativo di quel mondo martoriato. Un’opera contro corrente rispetto al clima politico professionale. Gli iracheni che hanno parlato, per il semplice fatto di parlare da iracheni, con iracheni, sono stati portati a discutere non tanto degli infiniti aneddoti della guerra o delle ragioni geo politiche per cui Bush ha voluto l’invasione dell’Iraq, ma soprattutto di come si viveva prima e come si vive oggi a Bagdad, Bassora o Fallujia. Un orizzonte radicalmente diverso da quello proposto dagli inviati o dai corrispondenti di guerra, per i quali l’Iraq esiste solo come risvolto della politica americana, esiste solo l’oggi.

Il secondo esempio che propongo come test, è invece un’opera di Kent Bye, ancora in allestimento, che abbiamo visto in anteprima sulla rete. Si tratta di una poderosa analisi di come i grandi broadcaster americani hanno raccontato la guerra. L’analisi si basa sulla registrazione di migliaia di ore dei resoconti  e delle analysis dei networks statunitensi sulla guerra, decifrati in base alle fonti e alle opinioni utilizzate, con il corcorso di almeno 80 fra gli autori originali e i critici dei singoli pezzi analizzati. Un gigantesco affresco multimediale reso possibile dalla rete e dalla trasparenza delle fonti che la rete assicura. Il senso lo spiega direttamente l’autore: Io penso che la tecnologia stia aiutando a fare analisi sofisticate ed interpretazioni abilitando la ricerca potenziata dai network. Il futuro vedrà questi network creare contesti interpretativi basandosi su di una massa di dati, base per una conoscenza distribuita. Non si parlerà di quello che è popolare e rilevante ma di quello che è vero. Dovremo saper descrivere queste complesse situazioni in modi come le analisi di ipotesi competitive di Richard Heuer. Il primo passo sarà creare gruppi di persone pensanti in grado di guardare alle cose ed interpretarle nella maniera corretta.

In entrambi i casi il documentario è stato declinato in termini diciamo platoniani, ossia, seguendo la nostra metafora iniziale, con un recupero della potenza dell’antica interattività propria della tradizione orale. Nel primo caso vediamo come la miniaturizzazione dei mezzi di produzione, le telecamerine digitali, abilitino nuove forme di protagonismo abbattendo la soglia di entrata nel mercato di figure che ne erano escluse -i testimoni- dalla barriera produttiva. Già solo la liberalizzazione dell’accesso alle funzioni di ripresa modifica la geometria autorale, rendendo plausibile modelli corali fino ad oggi non ammessi dall’ortodossia delle opere documentaristiche. Più voci che parlano, molte più mani che premono il bottone, molti occhi che guardano e scelgono, in uno scenario controverso come ad esempio la guerra in Iraq, introducono nuovi modelli espressivi, nuovi linguaggi, nuovi contenuti. Nel secondo caso la rete si propone come cervello collettivo, o meglio connettivo per dirla con de Kerckhove, come memoria non più ingessata, in grado di recuperare non solo  la produzione dei grandi networks, quanto di ricostruire il sistema di fonti che sostengono ogni singolo reportage. Anche in questo caso si recupera il senso antico dell’Agorà, o del foro, che diventa forum on line con gli autori e i critici dei servizi in discussione.

Io credo che le tendenze disegnate dai due esempi riportati debbano portare ad una sola conclusione: sta mutando radicalmente il modo in cui gli individui usano e consumano la comunicazione. E la direzione di questo mutamento mi pare sia univoca: l’utente sempre più chiede di essere co-produttore della comunicazione che è disposto a consumare. E’, in sintesi, questa la ragione per cui si è sbriciolato il mercato della musica, che solo fino a qualche anno fa pareva una fortezza inespugnabile e presidiata dall’armata della RIIA, la potente lobby dei discografici americani. Per lo stesso motivo si sta incrinando seriamente il mercato dell’audiovisivo, con le grandi Major hollywoodiane costrette a stringere accordi ruffiani con i net provider della rete per tentare di proteggere le proprie cassaforti dei diritti cinematografici. Ora il punto è capire come i linguaggi di questo mondo possano sopravvivere, come i dinosauri possano sfuggire all’estinzione.

Il Bazaar e la cattedrale

La TV è il campo di battaglia del conflitto moderno. L’ondata del peer to peer sta salendo, e lambisce, il broadcasting. Il bazaar della rete ha già cinto d’assedio le cattedrali della TV. Google ne è il portabandiera: più memorie, più servizi, più potenza. Questo il messaggio del motore di ricerca più potente del mondo. Il destinatario sono gli invidi che si raccolgono in comunità virtuali momentanee, la cosiddetta Ad-Hocrazie come la definisce Howard Rheingold nel suo preveggente Smart Mobs, il modello per cui in base al contenuto che mi serve in quel momento mi faccio autore o consumatore, singolo o platea, individuo o comunità. Ciò che fa la rete -spiega Rheingold- è fornire un pascolo dove le pecore evacuano erba, dove ogni utente fornisce le risorse che consuma.

E’ questo il paradigma crescente con cui fare i conti. Come accadde già negli anni ‘70′ al totem della grande radio nazionale, sbriciolato dalla possibilità di costituirsi in radio da parte di ogni singola comunità.

Già oggi assistiamo ad un dispiegamento  non casuale del mercato del documentario. Mentre il genere dell’approfondimento giornalistico tende quasi a sparire del tutti dai palinsesti della Tv generalista, appaiono forme inedite di indagine audiovisiva nel formato cinematografico -valga l’esempio di Farenigth 11/9 di Moore- e si moltiplicano le inchieste sulla rete. Questa radicalizzazione, come testimoniato anche dai nostri due esempi citati in apertura, è solo apparentemente contraddittoria. Cinema e rete mostrano la capacità comune di meglio adattarsi alla pretesa di una maggiore condivisione della produzione da parte delle nicchie di utenti. La Tv inseguendo la sua chimera di massa lascia per strada le figure sorgenti, come fece la radio nazionale negli anni ‘70. Perfino i nuovi device telefonici, il cosiddetto tivufonino, riescono ad intercettare meglio l’ansia di socializzare la produzione che sale dai nuovi ceti multimediali, come dimostrano le performance dei nuovi docudrama corti girati direttamente in UMTS o DVB-H.

Io credo che elitticcamente il documentario tornerà in televisione. Ma lo farà concorrendo a mutare drasticamente il modello sociale del media televisivo. Proprio il documentario, declinato nei diversi formati e sulle diverse tematiche, sarà uno dei driver della segmentazione della TV.

Oggi infatti ci appare evidente come il mercato televisivo tenda a riorganizzarsi attorno a due modalità: una che potremmo definire Rich e l’altra Light.

La prima è caratterizzata dalla triade Grande schermi, Grandi diritti, Grandi costi, ed è la Tv dell’alta definizione, dove l’immagine ritrova una sua aristocrazia a riprende la distanza di sicurezza dalla rete. E’ la Tv ricca, transnazionale, la Tv del grande sport, dei grandi film , dei grandi eventi in diretta. Il regno crepuscolare del copyright che si arrocca nella
sua ultima torre d’avorio. In questa televisione, tendenzialmente realizzabile solo da pochi grandi gruppi multinazionali, il documentario rischia di essere un ospite occasionale e tollerato. Un disturbatore che non si può mettere esplicitamente alla porta.

Il secondo modello è quello invece Light, della tv di convergenza, dove lo schermo televisivo diventa la maschera, o l’interfaccia, del flusso di rete. Questa sarà una televisione di servizio, territoriale, radicata nelle comunità. Fortemente identificata con l’informazione. Qui il documentario può ritrovare il suo protagonismo, rendere il libro flessibile come un incontro con Socrate, per citare Platone. Da qui si può spiccare il salto verso l’altra Tv, quella dell’intrattenimento, esattamente come ora si fanno le incursioni nel circuito cinematografico.

In questo dualismo fra Rich e Light è capire chi meglio intercetterà il senso del tempo, chi potrà integrare o applicare la domanda di peer to peer. Un nuovo cantastorie moderno, che possa supplire ai nuovi individualismi proponendo momenti di coscienza collettiva, o l’impresario di un fosforescente circo Barnum che ibernerà il documentario nei nuovi sfavillanti palinstesi a pagamento? O ancora, vincerà chi si farà una ragione della limitatezza della TV, e ne prescinderà inseguendo nella caverna della rete coloro che consapevolmente vorranno il sapere, resistendo stoicamente alle seduzioni dello schermo grande?

Agli spettautori la risposta.

Stallman docet

Aprile 13, 2006 on 12:50 pm | In Politica, Tecnologia | 12 Comments

di Maria Cirinnà

Il Gnu/lug di Perugia presenta Richard Stallman.
Lunedì 20 marzo,alla sala dei Notari,si è tenuta una conferenza dal titolo “E-governament e software FLOSS:libertà di accesso e circolazione dei saperi”.
Nonostante l’ora mattutina,la sala era quasi piena:una piccola delegazione della pubblica amministrazione locale ed il resto erano giovani hacker,felpa-pizzetto-capelli lunghi e facce insonnolite,programmatori e appassionati del software libero.
Dopo un’interminabile messaggio di benvenuto dell’Assessore delegato all’Innovazione Tecnologica del Comune di Perugia e nel bel mezzo di un “burocratico” intervento dell’Ing. Mauro Draoli del CNIPA (centro nazionale per l’informatica nelle P.A), arriva colui che tutti aspettavano :R.M.Stallman.
Inconfondibile per chi lo conosce,sicuramente bizzarro per gli altri,rapisce l’attenzione della sala che osserva la sua entrata,non più curante dello speacker del CNIPA.
Richard Stallman:sguardo vivace,capelli e barba lunghissimi e incolti,vestito come fosse già estate con una t-shirt rossa a maniche corte,va a sedersi al centro del tavolo,nel posto sbagliato,appoggia le due buste “della spesa” che aveva con sé-che alla fine scopriremo piene di gadjets-e si fa servire il thè.Si guarda intorno con aria sorniona,tira fuori il suo portatile,apparentemente datato e zeppo di fili,e aspetta il suo turno chiacchierando con la traduttrice.
Il suo intervento viene accolto da un fragoroso e applauso e dal contemporaneo suono delle campane del Duomo che Stallman dirà ,scherzando, essere un segno di benedizione dall’Alto.
Coglie subito l’occasione per prendere le distanze dal precedente interlocutore,dichiarando di non essere mai stato a favore dell’Open Source; al contrario di essere un attivista del Free Software Movement,a favore del software libero cioè un software che rispetta la libertà degli utenti.
Stallman è chiaro:il software è libero o è proprietario,nel primo caso l’utente sarà libero, per esserlo il software deve rispettare 4 libertà fondamentali,nel secondo caso l’utente sarà impotente e solo, perchè non potrà studiare il codice ne modifarlo ne condividerlo e potrà soltanto scegliere di quale padrone-proprietario essere prigioniero.
Le libertà necessarie e sufficienti perchè il software possa essere definito libero sono:la libertà zero-la libertà di fare girarare il programma come lo si desidera e per qualsiasi scopo;la libertà n1-la libertà di studiare il codice sorgente e modificarlo per farne ciò che si desidera;la libertà n2-che consiste nell’ aiutare il proprio vicino,quindi la libertà di fare copie e distribuirle;la libertà n 3-che consiste nell’aiutare la propria comunità,cioè la libertà di pubblicare e distribuire versioni modificate ogni volta che lo si desidera.
La questione cruciale per Stallman non è creare un software potente e affidabile,ma un software che garantisca la libertà delle persone e la possibilità di condividerlo con il proprio vicino,la necessità di vivere in una società libera ed etica a partire dalla condivisione del sapere.
Esempi di come il software proprietario impedisce la libertà dell’utente sono tantissimi,cita Stallman:
le restrizioni riguardo alle copie autorizzate di un programma,il numero di utenti autorizzati a far girare il programma e i limiti riguardo agli scopi di utilizzo ledono la libertà zero.
Ancora peggio ci sono programmi proprietari creati con caratteristiche “maliziose” ,per spiare l’utente,per controllarlo e limitarlo come Windows XP:quando l’utente fa una ricerca di un file,Windows XP manda un messaggio alla Microsoft con la parola chiave della ricerca,così come quando si fa l’upgrade,viene mandato un altro messaggio con la lista di tutti i software installati sul vostro computer.”Solo dopo molte investigazioni”dice Stallman”ci siamo accorti che Microsoft faceva questo:la lista dei software che veniva inviata era infatti codificata.”
Stesse funzioni di spionaggio e sorveglianza totale dell’utente sono presenti in Windows Media Player; ma Microsoft non è la sola,Real Player fa lo stesso e anche TiVo che utilizza software libero e non.
Ci sono inoltre funzionalità che consistono nel rifiutarsi di funzionare,non si tratta di errori,sono funzionalità intenzionali che impediscono di aprire ,stampare un file o copiare linee di codice,si tratta del Digital Restriction Managment o DRM.
Un ulteriore esempio di controllo sull’utente,infine, sono le backdoor,le porte segrete del cortile di dietro,trovate per esempio in Windows XP.
”7 anni fa la Microsoft,adesso possiamo dirlo”ci confessa”è stata beccata ad inserire una backdoor in un programma della National Security Agency degli USA.”
L’unica soluzione quindi per essere liberi da qualsiasi tipo di controllo è stare alla larga dal software non libero,conclude RMS.
“Il software libero “prosegue “oltre a rendere libero l’utente,crea mercato libero, ovvero se uno o più utenti necessitano di una certa modifica e non sono capaci di programmare,possono mettere un messaggio in rete spiegando di cosa hanno bisogno: molto probabilmente altri utenti si troveranno nella stessa situazione,questo farà si che si crei un’organizzazione di persone che vogliono risolvere lo stesso problema.In modo cooperativo,contatteranno più programmatori e in base alla disponibilità,al prezzo e alla competenza,sceglieranno a chi affidare questo compito e allo stesso tempo avranno dato sostegno al mercato libero del software libero.
Al contrario la scelta tra software proprietari,è una scelta tra monopoli e l’utente sceglierà anche il monopolio dell’assistenza tecnica:la libertà è qualcosa di più grande della libertà di scegliere tra due opzioni fisse,la libertà significa avere il controllo della propria vita e se si sceglie tra due software proprietari si sceglie il proprio padrone ma la libertà significa non avere padroni”.
Stallman spezza il suo intervento bevendo innumerevoli tazze di thè:una tazza di acqua per una bustina di thè,a tal punto che non gli è sufficiente il thermos da 1 litro che gli hanno portato e ne chiede un altro,nella risata generale.
Racconta poi le vicende che lo hanno portato dall’83 quando lavorava al MIT alla fondazione della FSF,alla creazione insieme ad altri del sistema operativo GNU fino al suo compimento nel 91 con il kernel Linux.
Passa poi alla spiegazione dello “spirito hacker”ovvero fare qualcosa di serio ma con uno spirito giocoso: scegliere il nome ad un programma o ad un sistema operativo che crei un gioco di parole divertente,malizioso,curioso è la parte divertente, giocosa del lavoro:GNU in inglese si pronuncia [nu] che significa nuovo e [gnu] allo stesso tempo rappresenta anche l’animale gnu.
L’hacker quindi è una persona che si diverte ad utilizzare la propria intelligenza ma con spirito giocoso,e questo può essere applicato non solo all’informatica ma a qualsiasi ambito della vita.
Stallman finisce infatti il suo intervento in modo davvero giocoso,travestondosi con una tunica scura da santone e con un hard disk a forma di aureola in testa,pronunciando in maniera solenne queste parole:”“Io sono Sant’Ignucius della Chiesa dell’Emacs”, recita alzando la mano destra come a dispensare la benedizione. “Sono qui a benedire i vostri computer, figli miei.”
Dopo pochi secondi le risate si trasformano in uno scrosciante applauso. “All’inizio l’Emacs non era altro che un elaboratore testi”, così Stallman sintetizza l’evoluzione del programma. “Alla fine divenne un modello di vita per molti e una religione per alcuni. Una religione che definiamo la Chiesa dell’Emacs”Stallman benedicenteLa conferenza termina con le domande del pubblico,le foto ricordo ,la distribuzione e vendita di gadjets (spillette,stickers,foto autografate di RMS).

La penultima spallata

Marzo 25, 2006 on 1:51 pm | In Politica | 14 Comments

di Rocco Pellegrini

Mancano 15 giorni alle elezioni politiche della primavera 2006 e voglio dare i miei 2 cents di contributo per cercare di mandare a casa Berlusconi.
Nonostante non mi occupi di politica attiva ormai da molti anni lo sento come un dovere civile.
Benchè la parola politica sia parte della classificazione dei nostri post, questo blog evita di inserirsi nella politica partitica perchè non ci piace e ci sono cose molto più interessanti da fare.
Tuttavia la rilevanza della posta in gioco nelle elezioni di Aprile prossime venture rendono necessario un ragionamento, una presenza, una partecipazione.
Credo che ogni cittadino elettore debba farsi un’idea ed esercitare, questa volta, la sua scelta.
Raramente un’elezione in un paese moderno ed avanzato assume l’importanza che c’è in questa consultazione perchè normalmente non vi è una scelta apocalittica da compiere e gli schieramenti che si affrontano condividono buona parte dei principi necessari al vivere insieme.
Non è così in Italia, non è così in questo nostro paese dei guelfi e dei ghibellini.
Qui da noi succedono cose che altrove non succedono, la vita politica e sociale della nazione è così provata ed asfittica che cambiar pagina appare necessario e propabilmente, molto propabilmente, inevitabile.
Quando Berlusconi si presentò agli italiani si configurò, immediatamente, come un grande seduttore.
Il suo programma si concretizzo in due punti: liberalizzare, arricchire.
L’Italia è un paese su cui da sempre pesa una cultura “mafiosa” che non è siciliana, pugliese o napoletana come si suol dire, ma è una cultura nazionale che riguarda il nord, il centro ed il sud del paese.
La “mafiosità” di cui parlo non è la barzelletta del padrino e della cosca ma è il prevalere della logica dell’appartenenza sulla logica della competenza.
In tutti i settori della vita civile ci sono persone che occupano posti ed incarichi importanti per la vita di tutti che non sono all’altezza del loro compito, che svolgono male la loro funzione ma sono lì perchè rappresentano qualcuno che ce li ha messi.
Vale per i professori, per i medici, per i politici e, salvo lodevoli ma rare eccezioni, vale un pò per tutti.
Questa cultura negativa pesa come una cappa sul paese ed è avvertita da tutti come una limitazione intollerabile al dinamismo che il paese potrebbe avere qualora si fosse in grado di cambiare musica.
Bene quando Berlusconi si presentò nella scena politica promise agli italiani che con lui le cose sarebbero cambiate.
Ora che ha tenuto il governo per cinque anni cosa ha fatto su questo punto?
La risposta è niente, anzi meno di niente: le cose sono peggiorate.
Gli ordini sono tutti li, le corporazioni sono tutte li. Per comprarsi una vecchia macchina usata bisogna ancora regalare 800 euro ad un notaio, il doppio del costo della macchina. I dentisti costano di più, gli altri medici non ne parliamo. La stessa cosa per gli avvocati, gli idraulici, tutti.
I concorsi universitari sono sempre più in mano a mafiette di ogni genere. La ricerca scientifica fa ridere e solo all’estero i giovani possono trovare qualche speranza di reddito e di carriera.
Sul secondo punto della sua piattaforma il fallimento è ancor più totale.
Il paese si è impoverito, la vita costa di più, la corrente costa di più, la rete costa il doppio della Francia ed il triplo della Germania. Il partito della partita Iva che gli fece vincere le elezioni ha visto diminuire i propri introiti.
In una parola Berlusconi ha fallito su tutta la linea.
Ma c’è una cosa ancor più grave di cui voglio parlare per concludere il mio ragionamento.
Il modo spregiudicato con il quale si imposto nella politica ha corrotto il paese in un modo che non ha precedenti nella nostra storia.
Basta ascoltare la radio o la televisione e viene fuori che le società telefoniche rubano, fanno contratti falsi, anzi non fanno contratti se non al telefono perchè sanno che la gente paga al 90% e quindi c’è un contenzioso enorme ed i diritti del consumatore sono sempre violati e violentati.
E’ un costume diffusissimo.
Questa è un’emergenza grave di cui dovrà occuparsi il prossimo parlamento.
Tornando dagli stati uniti Mezza, che non può certo essere accusato di filoamericanismo, mi ha detto: “In quel paese il consumatore ha vinto la sua battaglia! pensa che se uno si compra un vestito e dopo un mese lo porta indietro gli ridanno i soldi!”.
Proprio come qui dove il consumatore è un povero pollo da spennare.
Ma si potrebbe obiettare cosa c’entra Berlusconi con le società telefoniche e con gli altri profittatori?
Bene c’entra eccome.
E’ l’analogia che spiega il fenomeno. Il piccolo deve morire ed il grande deve prevalere.
Il suo comportamente è una sorta di fenomenologia della prepotenza. Guardatelo ai dibattiti televisi: supera sempre il tempo stabilito, intimidisce i giornalisti, prende di petto gli avversari. Sembra più un bravaccio manzoniano che un leader moderno ed uno statista.
Il potere dovrebbe essere il luogo della moderazione e della tolleranza, nel suo caso è il luogo della sopraffazione e della impunità.
E poi lui è bravo, lui è il primo, lui è il migliore, lui ha i capelli rifatti, lui ha i soldi, il padre è un santo, la madre non ne parliamo, la figlia è una rarità e sicuramente la migliore del bel paese: povero stupido, il Cesare di Shakespeare è un dilettante allo sbaraglio.
Ogni cretino potrà sentirsi protagonista: se lo ha fatto lui!
Insomma il berlusconismo è diventato un tanfo, una sorta di malattia venerea insidiosa e sottile che ha contagiato la società e ne ha minato gravemente le ragioni stesse del vivere insieme.
Ecco perchè bisogna dare una forte spallata il 9 ed il 10 di aprile e battere il simbolo della corruzione e della prepotenza.
Ma nel titolo dico la penultima spallata e perchè?
Perchè la vera, ultima spallata dovrà essere la legge sul conflitto di interesse che renderà inelegibile al parlamento chi ha concessioni pubbliche.
Berlusconi diventerà così un brutto ricordo da raccontare ai bambini come un monito per una vita pulita.
Con questo non risolveremo i problemi, dico che almeno ne creeremo la condizione necessaria.
Ai tanti prepotenti e mascalzoni che inquinano il bel paese vedere il venditore battuto e cacciato sarà un avvertimento, una lezione che a questo punto è proprio necessaria.
Spedite mail, sforzatevi di convincere chiunque per quanto potete, mai come oggi serve darsi da fare perchè alle 22 del 10 Aprile si possa riaprire una speranza di una vita meno inquinata.

Caso Google

Gennaio 21, 2006 on 2:04 pm | In Politica, Tecnologia | 60 Comments

di Michele Mezza
Una conferma ogni tanto fa bene al cuore. Sopratutto per chi, in questi tempi di incertezze e precarietà, vive come noi boderline, al confine della stravaganza. la tempesta scoppiata ieri su Google è una di queste conferme. intanto una premessa di metodo: jimmy ieri ha bruciato tutto il sistema giornalistico italiano, cogliendo la notizia in tempo reale. Complimenti. meno bene il modo in cui ha risposto il gruppo: ragazzi non possiamo dissertare sulle magnifiche sorti del web e dei blog, addentrandoci sulle specifiche di questo o quell’applicativo e poi quando ci casca il mondo in testa non accorgecene. Siamo osservatori del sistema mediatico non ingegneri:lo scenario innanzitutto.Per cui mettiamoci sotto e ragionaniamo su cosa sta avvenendo partecipando al blog!
Veniamo al merito: perchè lo scontro fra Google e casa Bianca è una conferma, almeno per me. Perchè è una delle esplicitazioni della cosidetta diffidenza tecnologica , di cui ciancio nel libro. Siamo ad un conflitto moderno, dove il potere politico, il più evoluto ed emancipato dal punto di vista innovativo come è quello americano, va a sbattere sull’ingovernabilità della rete.Questo è il nodo: la rete è potente ed ingovernabile. Fino ad ora, in economia, potenza e ingovernabilità non si erano mai incontrate. Quello che economicamente contava era governabile, stava nell’ambito di un sistema di valori, di una gerarchia che vedeva appunto il sistema politico-istituzionale americano al centro della scena. Ora non è più così. La rete è multiforme, ad accesso simultaneo da tutti i bordi, ed è transnazionale.Il combinato disposto di questi tre fattori determina l’allarme di Bush. Perchè i due giovin signori di Google hanno detto no ? perchè allinearsi, come ha fatto Yahoo o microsoft voleva dire perdere appeel e valore.Perchè il titolo di borsa è caduto del 8,5% ? perchè il mercato ha capito che siamo ad uno snodo strategico: chi comanda sulla rete ?
Questa è la domanda. io credo che siamo entrati un una fase dove la potenza che la rete rende disponibile per gli individui decentrati non è più compatibile con l’attuale sistema geo politico.E’ plausibile, come pensano alla Casa Bianca, di estendere alla rete il sistema di controllo che governa il mercato del petrolio o dell’oro? ossia un sistema geo referenziato.Per politica geo referenziata intendo un sistema che si basa su una forte identità istituzionale nazionale, il caro e vecchio stato nazione, dominato da un gruppo dirigente fortemente accentrato e omogeneo. Insomma la politica tradizionale che prese corso dalla pace di westfalia ed è giunta fino a noi. Regge ancora ? io credo di no, credo che stiamo entrando in una fase in cui la politica, il sapere lo è da un pezzo, non è più geo referenziata, ma si organizza in base a circostanze occasionnali e orizzontali.Dove interessi, valori ed emozioni entrano nel gioco mutando ogni equilibrio.In questo gorgo ci è già caduto il sistema societico: il più fragile. Ora viene attaccato, siamo solo ai primi prodromi intendiamoci, l’altra superpotenza. l’Europa paradossalmente, proprio con la sua indeterminazione politica rischia di poter avere una nuova chance. Proviamo ad aprire un ragionamento ed una ricerca su questo focus: rete decentrata e politica geo referenzziata. In questo contesto potrebbe diventare anche più chiara l’eccezione cinese o il caso indiano.Iniziamo con una ricerca in queste ore sulla comunità americana: cosa si dice li del caso Google?. poi vediamo quali sono gli effetti negli altri scacchieri, a cominciare dalla Cina e l’Europa.Mettiamo al lavoro i sistemi di ricerca e sperimentiamo un lavoro sulle RSS concreto.

Radiografia di un’inchiesta

Dicembre 5, 2005 on 6:52 pm | In Politica | 2 Comments

di Sigfrido Ranucci

Mohammed Tareq al Deraji, biologo e direttore del centro studi per la difesa dei diritti umani, nel maggio del 2005 esce, per la prima volta dall’inizio della guerra, da Fallujah, destinazione Roma.

L’organizzazione umanitaria “Un ponte per…”, con l’aiuto di alcuni parlamentari di sinistra convoca una conferenza stampa che risulta praticamente deserta.

Anch’io non ero tra i pochi cronisti presenti. Era il mio primo giorno di ferie dopo tanto tempo. Ma l’ufficio stampa dei parlamentari mi avverte che Mohammed ha portato materiali fotografici e filmati inquietanti. Avviso i colleghi della Rai, alcuni anche di testate importanti, ma non possono andare alla conferenza di Mohammed perche’ sono dirottati dai rispettivi caporedattori ad occuparsi del traffico del “ponte di fine settimana”.

Chiedo quando posso rintracciare Mohammed, mi rispondono che il direttore del centro studi per la difesa dei diritti umani di Fallujah sarebbe stato ascoltato dal Parlamento Europeo a Strasburgo. E’ il 5 giugno. Anche la sala della conferenza stampa preliminare all’audizione di Strasburgo e’ vuota, come sono vuoti gli scranni del parlamento europeo. A Mohammed vengono concessi pochi minuti per denunciare quello che era avvenuto durante la battaglia di Fallujah.

Ma l’attenzione della stampa, soprattutto quella italiana e’ dedicata alle invettive contro Ciampi da parte della delegazione Leghista guidata da Borghezio. Questa volta pero’ sono presente, Mohammed mi mostra delle foto e dei filmati che mi sconvolgono: mostrano dei corpi sfigurati che non mostrano apparenti segni di ferite. I volti sono fusi dal calore, i vestiti sono praticamente intatti.

Le foto ritraggono persone morte durante il sonno, altre mentre pregavano. Mohammed ci racconta anche di una pioggia di fuoco che scendeva dal cielo sui quartieri della città di fallujah, di gente che prendeva fuoco, di persone che faticavano a respirare. Avevo pero’ la necessita’ primaria di capire se quei corpi sfigurati fossero effettivamente di Fallujah. Notai che le foto avevano un numero di identificazione che scoprii essere riportato nei registri cimiteriali redatti sotto la supervisione dell’autorita’ americana.

Quei registri riportavano il nome, quando era stato possibile identificare la vittima; il luogo di ritrovamento, e spesso erano i quartiere di Jolan o di Ascari, quelli cioe’ piu’ colpiti dai bombardamenti americani; ma soprattutto vi era scritto il luogo di sepoltura. Queste informazioni erano fondamentali per avere la certezza che eravamo alla presenza delle vittime di Fallujah. A questo punto ci siamo messi alla ricerca di militari Usa che fossero disponibili a parlare.

La rete in questa ricerca e’ stata fondamentale. Abbiamo scoperto il “soldato Ekkle”. Ekkle, un nickname, aveva cercato di raccontare la vera storia dell’Iraq, ed era stato contattato anche dal settimanale Diario dal collega Mario Portauova che mi aiuto’ a rintracciarlo. Dopo 40 giorni di scambi di mail riuscii a convincere Ekkle a materializzarsi con il suo vero nome: Jeff Englehart, soldato del 3 battaglione della prima divisione, di stanza a Fallujah durante i bombardamenti del novembre 2004.

E’ lui a raccontarci del bombardamento con armi contenenti fosforo bianco sulla citta’ nei primi giorni di novembre, subito dopo la conferma di Bush alle presidenziali. Cercai allora negli archivi della Rai, nei contributi internazionali, per vedere cosa era passato tra le ‘eveline’ in quei giorni. Con grande sorpresa scoprii che la notte del 8 novembre era stato inviato dalla Reuters un filmato che riprendeva la pioggia di sostanze incendiarie che cadevano sulla citta’ di fallujah.

Data e descrizione del filmato erano coerenti con le testimonianze di Mohammed, che ci aveva parlato di una pioggia di sostanze incendiarie, e con la testimonianze del soldato Jeff, che ci aveva parlato di fosforo buttato sulla citta’ in una data tra il 7 e il 10 novembre. A quel punto mostrammo il materiale fotografico e filmato delle vittime e del bombardamento a degli esperti medici e militari che ci hanno confermato che alcune delle ferite sui corpi potevano essere provocate dal fosforo.

Solo dopo tali verifiche abbiamo deciso di andare in onda con quello che sarebbe risultato il piu’ grande scoop della storia della Rai, un’inchiesta che ha piegato il Pentagono. Ma e’ stato effettivamente uno scoop? Eppure il materiale era li’ a portata di tutti…….

La tv pubblica: americani ed italiani

Novembre 16, 2005 on 6:20 pm | In Politica, Tecnologia | 4 Comments

di Michele Mezza
È una vera lezione quella ci viene dagli Stati Uniti per la dignità e la competività del servizio pubblico radiotelevisivo. È segno che la storia non vuole proprio morire e le nuove talpe scavano con maggiore lena delle precedenti.
Raccomandiamo la lettura alla commissione parlamentare di Vigilanza.
La notizia è richiamata fin dalla prima pagina del New York Times di questa mattina:l’ex presidente della Corporation for Public Broadcasting , l’istuzione incaricata di assicurare la piena indipendenza e autonomia dalla politica e dalla economia delle emittenti radiotelevisive pubbliche, Kenneth Y Tomlinson è finito sotto inchiesta per aver piegato la programmazione delle emittenti che doveva tutelare in favore degli interessi della Casa Bianca.
Una vera bomba nel pur frenetico scenario multimediale statunitense. Un ulteriore segno che la stella di George W Bush è molto meno sfavillante di qualche tempo fa. La vicenda contiene tutti gli elementi del manuale della perfetta democrazia liberale. Un’istituzione, nata nel cuore della nuova frontiera , a meta degli anni 60, come la Corporation for Public Broadcasting, che viene data in pasto ad un arrivista del partito di governo che briga per smussare ogni critica o autonomia dell’informazione pubblica che , imperando ancora il partito mandante, viene messo sotto inchiesta dai servizi ispettivi della sua stessa compagnia, con l’accusa di aver violato la legge e la minaccia del carcere, altro che censura parlamentare.
L’inchiesta, durata alcuni mesi, ha infatti accertato che Tomlinson ha violato l’intero corpo giuridico che tutela l’indipedenza della PBS, la televisione pubblica Americana.
A cominciare dalla programmazione delle news, dall’assunzione di giornalisti accomodanti con il potere, dalla promozione di dirigenti vicini al partito repubblicano. “Con la sua gestione- hanno spiegati, scandalizzati, gli inquirenti americani- la programmazione televisiva è diventata un tema da agenda politica “.
A parziale giustificazione , lo staff di Tomlinson , ricorda che all’inizio dell’anno c’era stata una grande battaglia al congresso sul finanziamento del servizio pubblico, fortemente contrastata dai repubblicani.
Per ottenere lo stanziamento di 400 milioni di dollari, si fa intendere, l’ex presidente avrebbe cercato di ammorbidire l’opposizione della casa Bianca nei confronti della PBS.
Ma, spiega il rapporto consegnato dagli ispettori della stessa Corporation for Public Broadcasting , nulla può giustificare lo stravolgimento delle regole: i programmi del servizio pubblico, si afferma nel rapporto con grande enfasi, devono essere creativi, attuali e competitive, ma soprattutto devono essere contraddistinti dalla massima obbiettività ed equilibrio.
Altrimenti, si conclude, cade la ragion d’essere del servizio.
Scorrendo il documento ci si imbatte in una infinità aneddottica di malversazioni commesse da Tomlinson, quali: programmi prodotti su misura per giornalisti compiacenti, finanziamenti a strutture clientelari, assunzioni in deroga ai requisiti professionali, imposizioni di dirigenti fidati.
Tutti atti che non alimentano la polemica politica ma l’attività della magistratura che dovrà valutare, leggi sul Comunication Act alla mano, l’entità delle violazioni e la pena da richiedere.
La casa Bianca viene esplicitamente indicate, da questi ispettori che giova ricordarlo sono dipendenti pubblici, come il mandante delle malversazioni.
Si adombra , oltre che l’ipotesi di violazione della legge sull’indipedenza del servizio pubblico anche l’inquinamento del mercato televisivo, per i danneggiamenti arrecati ad uno dei competitor, quale la PBS.
Cose che accadono davvero solo in America.
Due forse i punti di più immediata riflessione per il caso italiano : la forza di un servizio pubblico considerato, per legge, elemento di equilibrio e di sviluppo dell’intero sistema nazionale delle comunicazioni; la tutela giuridica dei concetti di autonomia e indipendenza che espone anche il potere politico, perfino nelle sue forme istituzionali più estreme, ai rigori di una rivolta civile del sistema.
A qualcuno può venire un’idea per il nostro paese o dagli Usa dobbiamo copiare solo gli iPod ?

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