un referendum imprevisto
Giugno 21, 2005 on 12:12 pm | In Politica | 18 Commentsdi Michele Mezza
Il risultato, anzi il non risultato, referendario non parla per caso anche a noi operatori dell’informazione? Lo chiedo al di fuori delle specifiche polemiche sul merito del confronto elettorale. Credo che la geografia del voto, anzi del non voto, autorizzi più d’uno a chiedere al mondo dell’informazione di quale paese abbiamo fino ad ora parlato.Lo schiaffo è davvero bruciante. Ancora qualche settimana fa raccontavamo, nelle frettolose annotazioni a margine di questa o quella dichiarazione di qualche aspirante governatore, di un Sud in marcia e di un nord spaesato. O ancora ,di una provincia vitale e di città sfibrate. E ancora di una laicizzazione acquisita e di una cultura clericale in rotta. Non è così. Il 75 % del paese che neanche alza il sopracciglio di fronte alle battaglie per la scienza della vita ci dice che ancora una volta che tendiamo a parlare con i giornalisti e non con i giornalai. Un trauma non dissimile, riconosciamolo da quello che ancora paralizza i liberal americani dopo la seconda vittoria di Bush. E’ incredibile come le mappe dei due voti, con le bandierine rosse e blu, si assomiglino :iI centri storici progressisti e le pancie del paese, dove vivono ceti oggi popolari, a destra. Una tendenza che abbiamo poi ritrovato anche nei grafici elettorali del voto anti europeo in Francia e in Olanda.Siamo di fronte ad un processo socio politico profondo, che vede un fronte progressista non radicarsi in una base sociale popolare. Un processo che non possiamo certo spiegare con la autojettatoria spiegazione secondo la quale abbiamo comunicato male e la gente non ci ha capito. C’e’ qualcosa di rilevante che traspira da tutte queste tabelle elettorali. Una sorta di sindrome giacobina che vede isolare in una posizione autoreferenziale le culture radicali.Il tutto appare ancora più allarmante se pensiamo che avviene nel pieno di un gorgo modernizzatore, dove l’ondata tecnologica spinge in avanti le frontiere della comunicazione e dei saperi. Non siamo nel buio della reazione vandeiana o della controrivoluzione di Cardinal Rufo,contro i patrioti napoletani del 1799. Diciamo che quest’ondata innovatrice, l’ondata informazionale dove si produce informazione per mezzo di informazione, come dice Manuel Castells,rispetto a quella del secolo scorso, la fase del vapore e della manifattura meccanica, non trova figure e culture progressive. Anzi , scomponendo certezze, la moder4nità sembra schiacciare sui poli meno innovatori, aree di ceto medio segnato da paure e disagi indotti dalla globalizzazione. Sarebbe bene discuterne. Sarebbe ancora più opportuno per chi fa il nostro mestiere, documentarlo.E’ questo il punto che vorrei porre in questa sede: perché tendiamo ad esorcizzare q2uesti processi che ci paiono incongrui. Stampa ed remittenza radiotelevisiva, al di là di censure e di grettezze che non sono mancate, non ha permesso di capire cosa davvero bolliva in pentola.Non lo ha fatto negli USA, solo in ritardo in Francia e Olanda. Niente di niente da noi.Certo c’erano i sondaggi a supplire alla carenza di sensori sociali. Ma l’informazione ha un altro ruolo: intercettare e dare calore al dato sociale. Non basta dire che il tot per cento voterà si o no. A noi serve capire dove e perché.Serve far capire quali siano le domande sottese a quei comportamenti. E non risolviamo tutto con la richiesta di più inchieste. Il problema non è il contenitore ma il contenuto.Il problema è la disponibilità a vedere la complessità, ha scovare la contraddizione, a cogliere il segnale in contro tendenza.Non è un problema di suole di scarpe da consumare ma di categorie sociali da rinnovare, di culture civili da adeguare.
Pensiamo almeno che questo paese che vota al 25 % sui quesiti di scienza e di vita è lo stesso che chiamiamo a testimone delle nostre buone ragioni nella battaglia per un’informazione trasparente, libera e competitiva. Se sbagliamo indirizzo nelle missive è difficile poi che ci arrivino puntuali le risposte.
copyrigth nella convergenza
Giugno 21, 2005 on 12:10 pm | In Politica | 2 Commentsdi Michele Mezza
In tempi di convergenza multimediale forse sarebbe bene rendere convergenti anche le battaglie di libertà. E’ questo il senso del confronto promosso oggi nella capitale dalla provincia di Roma sul tema : Software: brevettare le idee?. Nei prossimi giorni la commissione dell’Unione Europea dovra’ esaminare il progetto di delibera sulla brevettabuilità del software. Una decisione positiva potrebbe colpire duramente lo sviluppo della rete soprattutto nelle aeree, come la stessa Europa e i paesi in via di rapido sviluppo, che stanno decollando nei processi di informatizzazione della produzione e delle comunicazioni. In discussione però non sono solo norme e legislazioni. Siamo in una fase in cui la politica deve fare i conti con i nuovi scenari della comunicazione multimediale, e più in generale della computerizzazione del sistema produttivo, dove diritti e responsabilità tendono a riclassificarsi. E dove si accendono nuovi conflitti legati proprio alla filosofia del sistema; una logica verticale che vuole il sistema tutti legato alla semplice compravendita di oggetti, ed una orizzontale che vede il sistema arricchirsi di infinite applicazioni generate proprio dal libero accesso alla rete. Due modelli diversi e contrapposti che devono essere adeguatamente rappresentati nella dialettica politica.
L’assessore alla cultura Vincenzo Vita, presentando l’appello promosso contro la direttiva europea, ha posto proprio il tema di difendere il software impedendo una sua confisca speculativa da parte dei grandi gruppi multinazionali che stanno lavorando proprio negli interstizi legislativi dei singoli sistemi per acquisire diritti di rendita in ogni singola componente dei nuovi linguaggi operativi della rete. Il software- ha spiegato Vita- non è un oggetto o un prodotto comune ma un vero linguaggio, anzi il linguaggio della modernità che permette ad ogni individuo di interloquire con gli9 altri. Non è possibile limitare questo diritto di comunicazione”. I dettagli specifici della normativa sono stati illustrati dai molti esperti presenti che hanno insistititi nell’inattualità di un sistema di brevetti che tende ad immobilizzare la stessa logica dell’Open Sourse, che oggi produce il massimo valore aggiunto nelle applicazioni in protocollo IP.Ma con gli interventi del parlamentare europeo Berlinguer e di Giuseppe Giulietti il confronto è andato oltre l’ambito tecnologico. Nel software, così come nella scienza, ha detto Berlinguer, siamo in presenza di un processo di pericolosa privatizzazione di diritti civili di baswe che rischia di minacciare le stesse forme della convivenza.
E, ha aggiunto Giulietti, la battaglia di libertà che il popolo delloa rete combatte non può rimanere distante dalla battaglia che stiamo combattendo per rendere libero e propulsivo il sistema della comunicazione audiovisiva in Italia. Ormai i due mondi, quello della rete e quello della TV, si basano su modelli, tecnologie, professionalità e linguaggi assolutamente convergenti e il blocco di uno dei due sistemi limita l’intero ambito della comunicazione moderna.Per questo, ha concluso Giulietti sollecitando l’adesione alla raccolta di firma contro le discriminazioni in Rai promossa da Articolo 21, bisogna estendere il confronto sui grandi temi della comunicazione, come sta facendo la Provincia di Roma. Proprio il ruolo degli enti locali, specificatamente del territorio, è oggi forse la princi9pale novità che anima il mondo della comunicazione, sia nella definizione degli standard di rete che in quella delle varie forma di Tv digitale, il territorio si sta affermando come un originale system integrator che raccoglie competenze e definisce linguaggi. Una novità su cui ragionare in termini di nuovo sistema e su cui lavorare proprio come Roma, la sua provincia su tutti, sta facendo per definire spazi e occasioni di sviluppo di una comunicazione libera e competitiva.

Powered by WordPress with MSM-v1.0 designed by Giovanni Bracci.
^Top^