La velocità non è tutto

Novembre 24, 2005 on 3:54 pm | In Tecnologia | 20 Comments

Di Jimmi Fascina
Nel libro Mediasenzamediatori, Michele Mezza ci presenta il pensiero di Paul Virilio.

Se facciamo un analisi dell’attuale panorama ed esaminiamo i trend futuri a brevissimo termine ci accorgiamo che Virilio sbaglia.

Non è più la velocità del messaggio che determina la natura della comunicazione, bensi’ è la sua accessibilità e la capacità di farsi trovare che la determina.

In un mondo che sarà sempre più veloce a causa della diffusione della banda larga non ha più senso pensare che è la velocità il discriminante, tutti saranno veloci.
Fenomeno questo che inevitabilmente avverrà non perchè i fornitori di servizi abbiamo visto la luce e compreso che è una necessità sociale che il maggior numero di persone possibile dovrebbe avere accesso alla rete, bensi’ come sempre, è il desiderio dell’incremento dei guadagni che promuove questo cambiamento: stanno esplorando tutta una nuova serie di servizi come l’IPTV, il video on demand, ecc che necessitano giocoforza di più banda passante per tutti, miglior definizione audo-video, senza le quali risulta impossibile avere un desiderio di accedere a questi nuovi servizi.

Si discute molto del futuro del giornalismo e della formazione,di come sia la capacità di analizzare in velocità il discriminante che dia un senso a questa professione.

Premesso che le due cose vanno di pari passo, perchè un bravo giornalista è in primis un buon educatore, di nuovo è necessario capire che è l’accessibilità che dermina la natura della comunicazione e non la velocità.

Posso essere un fulmine a scrivere notizie autorevoli ed interessantissime, ma se la pagina delo blog che le ospita è sempre irraggiungibile per guasti tecnici oppure la sua formattazione la rende illegibile o chi legge non capisce quello che scrivo perchè il mio stile è contorto, allora io non esisto.

Ecco perchè al momento le più grandi rivoluzioni nel giornalismo e nella formazione sono il pc a 100 dollari di Negroponte, che alzerà inquantificabilmente la soglia di accessiibilità alle informazioni prima nel “terzo mondo” e poi più avanti anche nel primo, perchè le aziende che ci hanno investito dei soldi, sono interessantissime a trasportare il progetto anche nel mondo “industrializzato”.

Posso solo domandarmi cosa succederà quando metà degli abitanti della terra avranno un computer, considerando che se inizialmente costerà 100 dollari, quanto tempo ci vorrà prima che il prezzo si riduca della metà e poi di nuovo della metà? Vogliamo poi parlare della concorrenza?

La seconda notizia rivoluzionaria, se tutto va come sembra, l’ingresso di Google come Super Provider mondiale, fornendo banda larga a tutti a gratis o a prezzi bassisimi per mezzo del wi-fi o della fibra ottica, per darci la possibilità di usufrire dei suoi servizi mentre guadagnano soldi a palate grazie ai dati raccolti sulle abitudini degli utenti raccolte per mezzo delle pagine che visitiamo, delle foto che vediamo, dei blog in cui scriviamo, ecc.

L’attuale stima degli utenti connessi ad Internet corrisponde a circa un miliardi di persone, circa un settimo della popolazione globale. Queste due iniziative potrebbero portare facendo una stima pessimistica a circa il doppio di questo valore. Cosa succederà quando una delle due cose accadrà? E chi può prevedere l’effetto sinergico di queste due iniziative? Quali figure professionali nasceranno inevitabilmente in un mondo connesso 24 ore su 24 e che condivide tutte le notizie?

Non è quindi la velocità, anzi non necessariamente chi parte prima parte in vantaggio.

Flock, il browser sociale, nasce dopo Firefox potrebbe soppiantare il genitore, perchè si focalizza su tutte quelle funzioni di condivisione, comodità , democraticità che ha fatto dire ad alcuni “Ha tutte le funzioni che Firefox doveva possiedere”.

La compagnia dietro Flock da ormai per assodato che non è più possibile pensare un browser per la rete senza tenere in conto il bisogno di fruibilità ed accessibilita alle risorse presenti sulla stessa.

Anzi il suo rilascio lampo per voler battere in velocità il papà Firefox gli ha fatto rischiare un clamoroso buco nell’acqua in quanto non è ancora un prodotto maturo.

I nuovi mediatori saranno quelli che sanno non solo prevedere e sfruttare questo panorama, ma ne sono anche i promotori: prendiamo il caso di Google, che nasce dopo Microsoft, dopo Yahoo e ormai sta incamerando utili da capigiro in tempi brevissimi.

Non è stato il suo dare risultati più velocemente degli altri, ma la sua interfaccia semplicissima, priva di publicità, comoda, ed orientata ai bisogno dell’utente che ne ha decretato la sua vittoria, e in tempi più recenti la compagnia ha fatto un ulteriore passo avanti seguendo questo ragionamento utilizzando sempre di più l’intelligenza diffusa della rete, ecco spiegato perchè hanno comprato un servizio come Blogger, anchesso comodo, intuivo ed integrato con gli altri servizi di Google, come Gmail o Picasa, il recentissimo black out di tutti i servizi ruotanti attorno a Goggle che ha messo nel panico molte persone è stato un chiaro esempio di come non possiamo più star lontani dall’accessibilità dello stesso.

Solo capendo questo ci si rende conto che il pensiero di Virilio non è più adatto ad interpretare i prossimi scenari futuri.

La tv pubblica: americani ed italiani

Novembre 16, 2005 on 6:20 pm | In Politica, Tecnologia | 4 Comments

di Michele Mezza
È una vera lezione quella ci viene dagli Stati Uniti per la dignità e la competività del servizio pubblico radiotelevisivo. È segno che la storia non vuole proprio morire e le nuove talpe scavano con maggiore lena delle precedenti.
Raccomandiamo la lettura alla commissione parlamentare di Vigilanza.
La notizia è richiamata fin dalla prima pagina del New York Times di questa mattina:l’ex presidente della Corporation for Public Broadcasting , l’istuzione incaricata di assicurare la piena indipendenza e autonomia dalla politica e dalla economia delle emittenti radiotelevisive pubbliche, Kenneth Y Tomlinson è finito sotto inchiesta per aver piegato la programmazione delle emittenti che doveva tutelare in favore degli interessi della Casa Bianca.
Una vera bomba nel pur frenetico scenario multimediale statunitense. Un ulteriore segno che la stella di George W Bush è molto meno sfavillante di qualche tempo fa. La vicenda contiene tutti gli elementi del manuale della perfetta democrazia liberale. Un’istituzione, nata nel cuore della nuova frontiera , a meta degli anni 60, come la Corporation for Public Broadcasting, che viene data in pasto ad un arrivista del partito di governo che briga per smussare ogni critica o autonomia dell’informazione pubblica che , imperando ancora il partito mandante, viene messo sotto inchiesta dai servizi ispettivi della sua stessa compagnia, con l’accusa di aver violato la legge e la minaccia del carcere, altro che censura parlamentare.
L’inchiesta, durata alcuni mesi, ha infatti accertato che Tomlinson ha violato l’intero corpo giuridico che tutela l’indipedenza della PBS, la televisione pubblica Americana.
A cominciare dalla programmazione delle news, dall’assunzione di giornalisti accomodanti con il potere, dalla promozione di dirigenti vicini al partito repubblicano. “Con la sua gestione- hanno spiegati, scandalizzati, gli inquirenti americani- la programmazione televisiva è diventata un tema da agenda politica “.
A parziale giustificazione , lo staff di Tomlinson , ricorda che all’inizio dell’anno c’era stata una grande battaglia al congresso sul finanziamento del servizio pubblico, fortemente contrastata dai repubblicani.
Per ottenere lo stanziamento di 400 milioni di dollari, si fa intendere, l’ex presidente avrebbe cercato di ammorbidire l’opposizione della casa Bianca nei confronti della PBS.
Ma, spiega il rapporto consegnato dagli ispettori della stessa Corporation for Public Broadcasting , nulla può giustificare lo stravolgimento delle regole: i programmi del servizio pubblico, si afferma nel rapporto con grande enfasi, devono essere creativi, attuali e competitive, ma soprattutto devono essere contraddistinti dalla massima obbiettività ed equilibrio.
Altrimenti, si conclude, cade la ragion d’essere del servizio.
Scorrendo il documento ci si imbatte in una infinità aneddottica di malversazioni commesse da Tomlinson, quali: programmi prodotti su misura per giornalisti compiacenti, finanziamenti a strutture clientelari, assunzioni in deroga ai requisiti professionali, imposizioni di dirigenti fidati.
Tutti atti che non alimentano la polemica politica ma l’attività della magistratura che dovrà valutare, leggi sul Comunication Act alla mano, l’entità delle violazioni e la pena da richiedere.
La casa Bianca viene esplicitamente indicate, da questi ispettori che giova ricordarlo sono dipendenti pubblici, come il mandante delle malversazioni.
Si adombra , oltre che l’ipotesi di violazione della legge sull’indipedenza del servizio pubblico anche l’inquinamento del mercato televisivo, per i danneggiamenti arrecati ad uno dei competitor, quale la PBS.
Cose che accadono davvero solo in America.
Due forse i punti di più immediata riflessione per il caso italiano : la forza di un servizio pubblico considerato, per legge, elemento di equilibrio e di sviluppo dell’intero sistema nazionale delle comunicazioni; la tutela giuridica dei concetti di autonomia e indipendenza che espone anche il potere politico, perfino nelle sue forme istituzionali più estreme, ai rigori di una rivolta civile del sistema.
A qualcuno può venire un’idea per il nostro paese o dagli Usa dobbiamo copiare solo gli iPod ?

Chi controllerà Internet?

Novembre 16, 2005 on 12:00 pm | In Politica | 28 Comments

di Michele Mezza
Lo scontro fra europei e americani, per il controllo della rete, si sta avvicinando al color bianco.
Per la prima volta a dividere le due sponde dell’atlantico non sono questioni legate al rapporto dollaro euro e o a decisioni di protezionismo commerciale ma il tema più immateriale del mondo: la gestione della rete.
Gli Stati Uniti difendono come diritto inalienabile il fatto che l’intero reticolo di Internet rimanga gestito dal proprio governo.
Si tratta questa di una situazione che incredibilmente si protrae da venti anni, da quando il web era poco più di un rotary club della ricerca universitaria.
Allora , dopo una prima fase sperimentale, si decise che il Governo Americano, principale fruitore, avrebbe gestito la rete, in particolare la questione centrale della gestione degli indirizzi IP.
Diciamo una specie di un gigantesco consorzio di bonifica che cura il buon funzionamento della canalizzazione dell’ acqua in una regione agricola.
A gestire il traffico, certo in maniera non casuale fu demandato il ministero del tesoro Americano. segno che una qualche importanza, fin dall’inizio veniva data alla rete.
Oggi il quadro e’ completamente diverso.
La rete regola il flusso pulsante che alimenta, più ancora delle attività economiche , il pensiero di circa un miliardo di persone.
Azioni vitali, strategiche sono sempre più trasferite nel gorgo del web: difesa, finanza, formazione, informazione, conoscenza.
Come si fa a lasciare tutto al volontariato meritorio di qualche funzionario del tesoro Americano?
“Ma fino ad ora tutto è andato bene, perchè cambiare ?” Chiedono con la loro tipica sfrontata ingenuità gli americani.
Perchè a nessuno verrebbe in mente di delegare ad altri la gestione della propria zecca e del proprio sistema di comunicazione, rispondono increduli gli europei.
Increduli del fatto che la cosa non sia considerate ovvia dagli USA.
Eppure è così.
Insieme agli europei sale la spinta dei nuovi protagonisti: India, Brasile, e soprattutto Cina: tutti reclamano i diritti di cogestore che vengono dal fatto che , gradualmente, stanno diventando i gruppi nazionali prevalenti nella rete.
Si tratta di definire, come per i circuiti finanziari, una convenzione internazionale che non permetta a nessuno di orientare discrezionalmente il flusso della rete.
Oggi gli americani potrebbero farlo due volte.
La prima, con il diritto del competitore tecnologico più forte, potrebbero deformare il funzionamento del sistema grazie al fatto che i principali soggetti che alimentano tecnologicamente la rete sono tutti a stelle e strisce ( Microsoft, Sun Microsystem, Oracle, Apple, Google,ecc).
Secondariamente, grazie al loro controllo di tutti i meccanismi operativi, potrebbero decidere di bloccare o modificare il funzionamento dei servizi a base internet in intere regioni del globo.
Già oggi la gestione del servizio di delivery, ossia l’indirizzario, gestito dalla Icann, un organismo apparentemente internazionale, deve sottostare ad un continuo gradimento del tesoro Americano.
La partita dunque è davvero grossa, e sta diventando grossissima.
Infatti se non sono bubbole quelle di cui parliamo ordinariamente nei nostri convegno, dove giustamente si ragiona di convergenza fra Internet e Tv, dove la prima sempre più decisamente tende a diventare il centro produttivo e la seconda malinconicamente si sta declassando a struttura distributive, allora non dovrebbe sfuggire, almeno per la parte più appariscente,di formazione del senso comune, cosa significhi condizionare il funzionamento della rete.
Siamo in procinto di decidere come comunicheremo in uno stadio avanzato, dove televisione, contenuti, e linguaggi giungeranno sempre da più lontano rispetto ai mercati di consumo.
Difendere una dimensione consortile della rete significa salvaguardare quella che una volta di chiamava l’eccezione culturale, ossia la piena cittadinanza sul mercato del sapere di modelli e valori diversi.
Questo vale per l’Europa che su questa battaglia potrebbe ritrovare una sua identità e un suo orizzonte propulsivo.
Ma vale per tutti i paesi in via di sviluppo, che sempre più stanno abbandonando la logica della riproduzione di modelli economici altrui.
Vale anche per situazioni più limitate, come ad esempio il processo di liberalizzazione del sistema comunicativo nazionale, dove si rischia di passare da una situazione distorta dal conflitto d’interesse berlusconiano ad una in cui le realtà nazionali sono tendenzialmente limitate ad un ruolo puramente distributivo rispetto a grandi centri produttivi transnazionali.
L’irrompere sulla scena delle grandi televisioni ad alta definizione imporrà una nuova torsione al sistema delle autonomia produttive, con la minaccia di nuovi oligopoli imposti dagli alti costi delle materie televisive.
Sul versante opposto abbiamo un nuovo reticolo di televisioni leggere che saranno alimentate direttamente dalla rete.
In entrambi i casi bisogna ricostruire una nuova idea di sovranità e di libertà alla fonte.
E bisogna farlo subito, dando voce alla richiesta PRIMARIA: internet e’ oggi una lingua e non un linguaggio, un bene essenziale per la convivenza e non può essere di nessuno. Anzi deve essere di tutti.
Un’idea anche per il governo che verrà.

L’Italia e l’intelligenza diffusa

Novembre 14, 2005 on 5:01 pm | In Politica, Tecnologia | 2 Comments

di Rocco Pellegrini
E’ tempo che vado cercando una soluzione migliore di quella che uso per la connessione in rete. Poiché vivo in campagna e lavoro a casa, soprattutto tramite rete, il mio vecchio telefonino GPRS con il contratto flat da 19 Euro al mese stipulato qualche anno fa con Wind è l’unica soluzione che funziona.
Funziona, sì, ma è lenta: nel tempo dove ci si spazientisce anche lavorando con la larga banda di una connessione ADSL, lavorare con i limiti di 56 Kb, virtuali, è davvero noioso e, rispetto a molte azioni di rete, limitativo.
Quando devo fare un download che superi 10 Mb, normalmente me lo segno su un file per poi scaricarlo alla prima occasione di una connessione dignitosa.
Recentemente è stato liberalizzato il wi-fi proprio pensando alle situazioni rurali e a tutte quelle altre località dove nessuno pensa a tirar fili o fibre perché si tratterebbe, certamente, di attività scarsamente redditive.
Perchè arrivi il wi-fi ed il wi-max ci vuole, però, ancora un pò di tempo.
Eppure la soluzione ci sarebbe: i servizi UMTS.
Con un telefonino UMTS si può scaricare intorno ai 384 kb, virtuali, il ché vuol dire sei o sette volte più veloce che con i 56 kb.
Non siamo ancora al livello ADSL ma già sarebbe incoraggiante per chi preferisce aria pulita ed uccellini all’ingombro umano e all’aria sporca delle metropoli.
Ma perché vado soggettivizzando?
E’ un pretesto per parlare di un fatto reale: la follia delle società di telecomunicazioni (Telecom, Wind, 3 e Vodaphone).
Nessuna di queste fornisce un contratto flat, paragonabile, ai contratti flat per l’ADSL.
Hanno la pretesa di fissare un costo al kilobyte.
Prendiamo, ad esempio, una ridicola offerta Wind.
Apparentemente, leggendola, sembra l’offerta del buon samaritano.
Leggo dal libello che mi hanno regalato al rivenditore di cariche wind:
MEGA NO LIMIT
Scopri la straordinaria promozione Mega No Limit. Attivala fino al 30 giugno 2006 e, con soli 20 Euro mensili, avrai 3.000 euro di traffico dati gratuito al mese, per navigare su Internet, al alta velocità (GPRS o UMTS) con il tuo telefonino o con la tua data card.

Abbagliato da tanta luce e da tanta generosità, poiché sono stato abituato a pensare che ci deve essere da qualche parte l’inganno in quanto dire marketing è dire inciucio, mi sono fatto due conti sul traffico ordinario che io gestisco colla mia macchinetta odierna che mi costa 19 Euro al mese.
Con due o tre sedute al giorno mediamente consumo tra i 30 e 50 Mb.
Supponiamo che usando l’UMTS e quindi scaricando più velocemente sarei portato a situarmi più sui 50 che sui 30 io consumerei 50×30, cioè 1.500 Mb al mese.
Ma questi 3.000 euro di generoso ricavo quanto valgono in Mb?
Loro sono come al solito piuttosto reticenti alla chiarezza ma leggendo con attenzione in un’altra pagina si viene a scoprire che questi 3.000 euro sono per loro il corrispettivo di 1 Gb, cioè di 1.000 Mb, 1.024 per l’esattezza.
E quanto mi costerebbe, dunque, il nuovo contratto?
Se 1.000 Mb valgono 3.000 Euro 1.500 ne valgono 4.500.
Dunque pagherei soltanto 1.500 Euro al mese!
Ma come è umano lei!
Non mi voglio dilungare sulla follia e, per certi versi sulla stupidità di questi interlocutori.
Loro sparano sul bersaglio grosso: si dicono “per uno che fa conti 20 li freghiamo di sicuro”.
Beppe Grillo in un divertente ma tragico monologo sui telefonini, 5 o 6 anni fà disse: “Si riuniscono 3 ingegneri, 5 psicologi, 8 manager per rubare 3.000 lire ad un pensionato, 10.000 ad un lavoratore dipendente, e 30.000 ad una famiglia un po’ distratta. Andrebbero arrestati, invece vengono considerati grandi manager.”
Come aveva ed ha ragione!
Potrei fermarmi qui che l’essenziale dovrebbero esser chiaro, ma una considerazione generale penso sia necessaria.
In Italia ci si interroga sempre su come mai l’economia è stagnante.
La ragione è molto semplice e sta sotto gli occhi di tutti.
La benzina costa di più, la rete costa di più, l’elettricità costa di più , il latte per i bambini costa di più, tutto costa di più degli altri paesi sviluppati.
E come mai?
Perché permane una logica medioevale secondo la quale la comunità va tassata direttamente ed indirettamente ancor prima che realizzi i propri affari.
Non ce la fanno a capire che è questo che deprime l’economia: o meglio lo sanno benissimo ma non si preoccupano minimamente.
Creare le condizioni favorevoli per gli affari, perché le persone imprendano, perché sviluppino contatti è stimolare l’intelligenza diffusa.
Ma in Italia vogliono i soldi a prescindere, come i gabellieri medievali che strozzarono tutto generando la società curtense e la schiavitù della gleba.
Chiunque amministra una tariffa, nel bel paese, guadagna e strozza la società civile.
E’ sempre stato così ma col berlusconismo è diventato un vero e proprio sudario.
Berlusconi aveva detto a tutti che avrebbe liberalizzato: ma come può liberalizzare un monopolista? Il suo era solo un inganno, un’applicazione del marketing alla politica.
Sparala grossa che c’è chi ti crederà.
Pensate quanto è distante questa cultura da quella di Google.
Google regala gli strumenti di base perché dice: se aumenta il traffico e la gente è in condizione di portare avanti i propri affari cresce la ricchezza ed anche la quota di Google in essa.
E quindi wi-fi per tutti, database per tutti, posta elettronica per tutti ecc.
Ci sarebbe da sentirsi male per questo nostro sciagurato sistema se non fossimo nel mercato globale e l’ascia non fosse già stata posta sotto l’albero.
Google, e chi la pensa come lei, vincerà e questi altri periranno.
Non lo dico io ma lo dice il mercato, che premia la quotazione di Google e deprime quella delle Telecom tradizionali.
Quando parla il mercato, normalmente, si tratta di rumori di guerra.

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