Caso Google

Gennaio 21, 2006 on 2:04 pm | In Politica, Tecnologia | 60 Comments

di Michele Mezza
Una conferma ogni tanto fa bene al cuore. Sopratutto per chi, in questi tempi di incertezze e precarietà, vive come noi boderline, al confine della stravaganza. la tempesta scoppiata ieri su Google è una di queste conferme. intanto una premessa di metodo: jimmy ieri ha bruciato tutto il sistema giornalistico italiano, cogliendo la notizia in tempo reale. Complimenti. meno bene il modo in cui ha risposto il gruppo: ragazzi non possiamo dissertare sulle magnifiche sorti del web e dei blog, addentrandoci sulle specifiche di questo o quell’applicativo e poi quando ci casca il mondo in testa non accorgecene. Siamo osservatori del sistema mediatico non ingegneri:lo scenario innanzitutto.Per cui mettiamoci sotto e ragionaniamo su cosa sta avvenendo partecipando al blog!
Veniamo al merito: perchè lo scontro fra Google e casa Bianca è una conferma, almeno per me. Perchè è una delle esplicitazioni della cosidetta diffidenza tecnologica , di cui ciancio nel libro. Siamo ad un conflitto moderno, dove il potere politico, il più evoluto ed emancipato dal punto di vista innovativo come è quello americano, va a sbattere sull’ingovernabilità della rete.Questo è il nodo: la rete è potente ed ingovernabile. Fino ad ora, in economia, potenza e ingovernabilità non si erano mai incontrate. Quello che economicamente contava era governabile, stava nell’ambito di un sistema di valori, di una gerarchia che vedeva appunto il sistema politico-istituzionale americano al centro della scena. Ora non è più così. La rete è multiforme, ad accesso simultaneo da tutti i bordi, ed è transnazionale.Il combinato disposto di questi tre fattori determina l’allarme di Bush. Perchè i due giovin signori di Google hanno detto no ? perchè allinearsi, come ha fatto Yahoo o microsoft voleva dire perdere appeel e valore.Perchè il titolo di borsa è caduto del 8,5% ? perchè il mercato ha capito che siamo ad uno snodo strategico: chi comanda sulla rete ?
Questa è la domanda. io credo che siamo entrati un una fase dove la potenza che la rete rende disponibile per gli individui decentrati non è più compatibile con l’attuale sistema geo politico.E’ plausibile, come pensano alla Casa Bianca, di estendere alla rete il sistema di controllo che governa il mercato del petrolio o dell’oro? ossia un sistema geo referenziato.Per politica geo referenziata intendo un sistema che si basa su una forte identità istituzionale nazionale, il caro e vecchio stato nazione, dominato da un gruppo dirigente fortemente accentrato e omogeneo. Insomma la politica tradizionale che prese corso dalla pace di westfalia ed è giunta fino a noi. Regge ancora ? io credo di no, credo che stiamo entrando in una fase in cui la politica, il sapere lo è da un pezzo, non è più geo referenziata, ma si organizza in base a circostanze occasionnali e orizzontali.Dove interessi, valori ed emozioni entrano nel gioco mutando ogni equilibrio.In questo gorgo ci è già caduto il sistema societico: il più fragile. Ora viene attaccato, siamo solo ai primi prodromi intendiamoci, l’altra superpotenza. l’Europa paradossalmente, proprio con la sua indeterminazione politica rischia di poter avere una nuova chance. Proviamo ad aprire un ragionamento ed una ricerca su questo focus: rete decentrata e politica geo referenzziata. In questo contesto potrebbe diventare anche più chiara l’eccezione cinese o il caso indiano.Iniziamo con una ricerca in queste ore sulla comunità americana: cosa si dice li del caso Google?. poi vediamo quali sono gli effetti negli altri scacchieri, a cominciare dalla Cina e l’Europa.Mettiamo al lavoro i sistemi di ricerca e sperimentiamo un lavoro sulle RSS concreto.

lezioni di un cronista

Gennaio 10, 2006 on 5:03 pm | In Tecnologia | 1 Comment

di Sigfrido Ranucci
Radiografia di un’inchiesta
Il risultato di questo nuovo ambiente multimediale, caratterizzato dalla possibilità di un approccio ai media in altri tempi proibitivo per il giornalismo con piccole o medie risorse dal punto di vista economico, consente di governare il nuovo che si propone, utilizzando delle “scorciatoie”. Vediamo come questo abbia avuto delle ripercussioni effettive in un tipo di giornalismo come quello italiano, ripercorrendo didascalicamente le tappe di un’inchiesta che ha fatto storia.

1.1 “Fallujah, la strage nascosta”
“Si è detto che quella in Iraq fosse la prima guerra in presa diretta, che tutto il mondo ha potuto vedere. Falso. L’occidente l’ha vista dal buco della serratura e anche da un solo punto di vista”.
Queste parole iniziano l’inchiesta del giornalista di RaiNews24 Sigfrido Ranucci “Fallujah, la strage nascosta”. Nell’inchiesta si ricostruisce il bombardamento con armi contenenti fosforo bianco sulla città di Fallujah nei primi giorni di novembre del 2004, dopo la conferma di Bush alle presidenziali. La validità dei documenti presentati è stata smentita dal Pentagono nei venti giorni successivi alla messa in onda del servizio, salvo essere poi ammessa dopo la partecipazione e l’interessamento all’argomento nei blog americani, in cui l’inchiesta continuava a diffondersi mentre i canali di informazione ufficiale si sono mossi in ritardo ma infine avallando la validità della testimonianza, come nella pubblicazione di un articolo del “New York Times”.
In realtà, altri canali avevano denunciato la sperimentazione americana di armi chimiche su Fallujah, come il “The Independent”, il “Sydney Morning Herald” e il “San Diego Union Tribune” . Ma perché non sono riusciti ad avere ripercussioni della portata dell’inchiesta di RaiNews24?
Mancava il supporto delle immagini.

1.2 Tappe di un’inchiesta di networking
Lo spunto da cui si è dipanata la ricerca di Ranucci è l’intervento su invito del Parlamento Europeo a Mohammed Tareq al Deraji nel giugno 2005. Egli è biologo e direttore del centro studi per la difesa dei diritti umani. Gli vengono concessi alcuni minuti per denunciare ciò che è avvenuto nella seconda battaglia di Fallujah, ma la stampa non presta attenzione, con l’eccezione di Ranucci. Mohammed è in possesso di alcune foto e filmati che ritraggono dei corpi sfigurati, disciolti dal calore ma con i vestiti intatti. Le immagini sono state fatte dai medici che avevano il compito di sgomberare i cadaveri, il filmato porta la data 18 novembre 2004. Si parla di una pioggia di fuoco che scendeva dal cielo sulla città la notte precedente. A questo punto il giornalista cerca delle conferme all’ipotesi della provenienza dei corpi, che nelle foto hanno un numero di identificazione che scopre poi riportato nei registri cimiteriali redatti sotto la supervisione dell’autorità americana, che contengono nome, quando possibile, luogo di ritrovamento e di sepoltura. Questo porta alla conferma che si è in presenza di vittime di Fallujah. A questo punto Ranucci riesce a rintracciare due ex marines di stanza a Fallujah disposti a parlare, in particolare Jeff Englehart, soldato del terzo battaglione della prima divisione che si trovava sul luogo il giorno degli (ancora) presunti bombardamenti. Egli racconta in un’intervista come effettivamente fosse stato programmato e realizzato dall’esercito americano un bombardamento sulla città con armi che utilizzano il MK77, un’evoluzione del napalm, nel gergo militare “Willy Pete”. “Il fosforo esplode e forma una nuvola, chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato”, è la testimonianza del soldato americano.
A questo punto, Ranucci cerca negli archivi Rai per vedere cosa restava nelle “eveline” di quei giorni e scopre che la notte dell’8 novembre la Reuters aveva inviato un filmato che riprendeva la pioggia di sostanze incendiarie che cadevano sulla città di Fallujah. L’ultima verifica da fare è allora rivolgersi a degli esperti in grado di rilevare se l’effetto riscontrato sulle vittime riprese è effettivamente imputabile al fosforo bianco. Ottenuta questa ultima conferma, dopo un lavoro di mesi il reportage viene montato e mandato in onda.

1.3 Che cosa succede in Iraq?
La struttura e la tipologia di realizzazione del servizio attuata dal giornalista di RaiNews24 ci spinge ad addentrarci in alcune considerazioni, risultato di una proficua discussione durante l’intervento di Sigfrido Ranucci ad una lezione del corso di Teorie e Tecniche di Nuovi Media .
Partiamo dall’analisi di due dati che sono emersi con particolare forza durante l’ultima guerra in Iraq. Innanzitutto la guerra appare sempre di più come laboratorio di un’innovazione sempre più instabile, che va incrementata rapidamente. Durante lo svolgimento di operazioni di guerra aperta, c’è l’opportunità di provare delle innovazioni. La guerra ci appare allora come lo stadio di una filiera industriale, il momento di un test che ha risvolti sulla potenza e sull’aspetto commerciale di uno stato che appare sempre più profondamente legato a quello militare. Ogni tipo di amministrazione americana sembra quasi mettere a punto nel corso del suo mandato una propria “arma”. Il perfezionamento di armi ad onde corte (microonde), risulta essere il “fiore all’occhiello” dell’amministrazione Bush. Questo tipo di armi vengono sperimentate, in contesti geografici diversi, dalle truppe statunitensi costituite da mercenari di origine sud o centro americana. Ci sembra significativo anche il fatto che il bombardamento del MK77 su Fallujah sia stato posticipato, come testimonia il soldato Englehart, all’ufficializzazione dei risultati elettorali presidenziali.
Il secondo aspetto riguarda la struttura assunta dalla guerra: è interessante fare un paragone tra la guerra del Vietnam e l’odierna guerra in Iraq. Potremmo considerare la prima come una guerra che si serviva di un esercito di tipo “lineare”, che coinvolgeva indistintamente dai vertici della Casa Bianca all’ultimo soldato impegnato. Oggi potremmo azzardarci a considerare l’esercito americano come “digitale”, in quanto costituito tramite contratti con aziende a cui viene “appaltato” un servizio. Una tipologia di lavoro che comprende aziende di sicurezza che producono saperi, competenze e che, utilizzando diverse strategie, rispondono ad altri centri di comando, sperimentando uno dei modi di fare networking.

1.4 Uno scoop o l’apertura di nuove prospettive?
Abbiamo tenuto a sviluppare questi due elementi al fine di poterci avvicinare al nucleo del nostro ragionamento che riguarda le evoluzioni dell’approccio giornalistico in quello che definiamo sistema multimediale dell’informazione, attenti alle concettualizzazioni specificate da Michele Mezza di networking e giornalismo cross-mediale in maniera sistematica nel testo “Media Senza Mediatori”, riedito da Morlacchi nel 2005.
Quello che qui ci interessa sottolineare, senza addentrarci in questa sede in una analisi teorica approfondita, è il ruolo specifico del giornalista che appare come interprete in grado di decifrare la lettura di documenti che non sono realizzati più da grossi apparati giornalistici , ma anzi di stampo indipendente e addirittura amatoriale, come dimostrano le immagini giunteci dalla guerra in Iraq, girate in questo caso dall’équipe di Mohammed Tareq al Deragi, in altri casi dagli stessi militari impegnati al fronte. La produzione di documenti si pone così al di fuori di qualsiasi attività professionale, anticipandola.

A seguire analisi sul lavoro del “giornalista cross-mediale”: nuove interpretazioni e prospettive.

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