Grazie, Bruno
Agosto 24, 2007 on 5:56 pm | In Politica | 1 Commentdi Michele Mezza
“ Forse non ho capito bene quello che intendete, e la mia storia mi impedisce di adottare il vostro linguaggio, ma credo comunque che abbiate colto il nuovo che sfugge a noi” cosi, alla fine di una discussione anche aspra che si tenne al Cespe sul nostro libro mediasenzamediatori.org, mi disse in conclusione Bruno Trentin andandosene dopo una mattinata in cui, con il suo consueto rigore, non perse una sola battuta del dibattito.
Considero quella frase una delle più grandi lezioni di umiltà e di cultura che posso conservare.
La morte di Bruno Trentin potrebbe non dire molto ai frequentatori più giovani del nostro sito.
Siamo in una fase in cui gli echi dell’azione di ognuno di noi si disperdono nella stessa contenporaneità.
Figuriamoci come possa essere percepita l’aurea di un uomo che, oggettivamente, pare appartenere ad una era geologica molto lontana, come è stata l’epopea del movimento operaio.
Trentin, lo ricordano le note di agenzia, è stato uno dei più brillanti e originali, dirigenti del sindacato europeo.
Prima come giovanissimo partigiano, poi come ancora più giovane e solitario dirigente del partito d’azione, infine, giunto nel fiume del movimento comunista, cominciò a nuotare sempre con grande autonomia, cercando acque limpide e ruscellanti, come erano quelle del sindacato degli anni ’50.
Molti di noi lo ricordano per quella straordinaria stagione che lo vide alla testa della Fiom, il sindacato degli operai metalmeccanici della CGIL, negli anni 70. Una stagione davvero formidabile, dove la creatività e l’elaborazione del meglio della tradizione operaia diede vita ad una straordinaria esperienza collettiva: i consigli di fabbrica, la proiezione sul sociale, le 150 ore, le battaglie per le riforme civili, la democrazia come rivendicazione d massa.
Furono questi gli strumenti che forgiarono il cosidetto caso italiano, che riuscì a promuovere una stagione di crescita civile, concorrendo alla sconfitta di un indotto secondario di quella cultura che fu il terrorismo anarco sindacalista.
Ma io credo che mediasenzamediatori.org debba a Trentin, forse inconsapevolmente per molti dei suoi partecipanti, ben altro.
Mi rendo conto che possa suonare ben strano instaurare un legame fra un frammento della società della conoscenza, come siamo noi, e un emblema del secolo della fabbrica, quale è stato Trentin.
Ma un filo rosso che attraversa le nostre riflessioni ci lega a questo grande dirigente di massa.
Quel filo è proprio la consapevolezza che la fabbrica è solo una fase, occasionale e transitoria di un lungo processo di sviluppo che vede l’umanità cercare forme sempre più avanzate per produrre risorse.
In questa ricerca Trentin aveva, essendo lui figlio di quel tempo, forte il timbro della cultura classista, che vedeva capitale e lavoro comportarsi come eterni duellanti.
La manifattura manuale non era l’unico orizzonte di questo confronto.
Trentin aveva intuito che oltre la fabbricazione vi era dell’altro, vi era il sapere e la conoscenza come nuovo teatro di scontro fra le diverse componenti sociali.
Un’intuizione che Trentin ricavava da una laica lettura di Marx –dagli scritti del 44 all’ideologia Tedesca-.
E , qui è il vero legame che mediasenzamediatori.org, ha consolidato con Trentin, sopratutto da una proficua quanto inusuale per la sua generazione politica, esperienza di studio negli USA, alla fine degli anni ’50.
C’è un passaggio del dibattito politico della sinistra italiana che io considero fondamentale, sia nel bene che nel male.
Mi riferisco al convegno organizzato dall’Istituto Gramsci nel 1962 sulle Prospettive del capitalismo.
Come giustamente spiega nel suo libro di memorie Rossana Rossanda riferendosi al PCI “ quello fu l’ultima occasione in cui il futuro camminava ancora al nostro fianco”.
Quel convegno fu realmente l’ultimo tentative di una parte del vertice comunista, largamente minoritaria, di afferrare la coda del drago, ossia quel nuovo processo di sviluppo industriale che aveva preso le mosse dalla sponda del pacifico degli Usa, e che impattando con il sistema europeo era destinato a riorganizzare, radicalmente il mondo.
Si trattava allora di una forma definita neofordismo.
In realtà si stavano preparando le basi per il postfordismo, e l’avvio della società della conoscenza.
Da lì a solo qualche lustro, non più di due, la microelettronica avrebbe aperto le porta alla computerizzazione del sistema produttivo e delle relazioni sociali.
Da almeno 5 anni negli Stati uniti si discuteva animatamente del nuovo orizzonte postfordista, in termini geopolitici, ossia con un esplicito riferimento alla grande battaglia ideologica che divideva il mondo fra est ed ovest, e dunque alla necessità per il campo americano di colpire la base sociale del movimento comunista allora montante, come era il lavoro industriale e manuale che si diffondeva nel mondo.
Il messaggio non era nemmeno cifrato ma esplicito: vinceremo la Guerra fredda trasformando le ragioni stesse del blocco sovietico, ossia limitando la centralità del lavoro dipedente.
Mentre accadeva questo in Italia si discuteva ancora di completare la riforma agraria e la sinistra si poneva il problema di sostituirsi al capitalismo “straccione” nel governare ordinatamente la societa industriale.
Nel 1962 si affrontò di petto il nodo: dove sta andando il capitalismo?
Da una parte, il leader era Giorgio Amendola, capo della cosidetta destra comunista: si sosteneva che il capitalismo continuava ad avvicinarsi ad una crisi epocale, e dunque solo una rigorosa politica di sviluppo del movimento operaio doveva gradualmente guidare la sostituzione della classe dirigente, convincendo i ceti medi, come accadeva in Emilia, che il PCI era un partito responsabile, moderato, e affidabile.
Dall’altra parte vi era un fronte composito, emblematicamente legato a Pietro Ingrao, leader della sinistra comunista: sollecitava una politica più forte e incalzante dei movimenti che al PCI si riferivano, anche, e sottolineo anche, sulla base di alcune intuizioni sullo sviluppo del neocapitalismo. Di queste intuizioni Bruno Trentin fu l’ispiratore e, forse, l’unico reale interprete.
Toccò infatti a lui svolgere una delle due relazioni introduttive al dibattito.
Ancora oggi, a distanza di 45 anni, e che anni, rileggere quel testo da la misura di quale straordinaria occasione il movimento comunista italiano ebbe nel poter decifrare la fase di innovazione che stava sopraggiungendo proprio grazie all’acume di Trentin.
Mentre il rigetto che raccolse allora Trentin illustra meglio di ogni altra rivisitazione, i limiti e le indisponibilità culturali del movimento comunista rispetto alla modernità.
Trentin infatti, fresco appunto della sua esperienza di studio negli Usa, svolse una straodinaria analisi delle forme e delle strategie del capitalismo americano, annunciando la prossima fase di terziarizzazione dell’economia e quella “rivoluzione passiva” che avrebbe visto i consumatori sostituirsi ai produttori.
Lo scontro fu violentissimo, così come la sconfitta di Trentin, e di Ingrao, fu completa e definitiva. Una sconfitta che porto’, a mio parere, i due leader ad asserragliarsi in una visione tattica dei rispettivi campi di azione -il sindacato per il primo, l’area di studio nel partito per il secondo- abbandonando il filone di ricerca che avevano imboccato.
Quella relazione di Trentin la considero comunque come l’atto di nascita di mediasenzamediatori.org e consiglierei chiunque voglia davvero intendere il processo di trasformazione dei mass media in personal media di rileggerla.
Noi, nel nostro piccolo, non possiamo che ricordarla, rendendo così l’omaggio forse più gradito al suo autore.
Grazie Bruno

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