Nella caverna di Platone: 10,100,1000 spettautori

Giugno 26, 2006 on 12:08 am | In Politica, Tecnologia |

di Michele Mezza

Il documentario televisivo classico sta esaurendo la sua spinta propulsiva. Lo affermo assumendo  tutti i rischi inevitabilmente connessi ad ogni dichiarazione apodittica: presuntuosa nel contenuto e intollerabile nella drasticità del metodo. Ma i limiti del contributo richiestomi non mi consentono declinazioni più diplomatiche per far intendere chiaramente quello che penso sul tema. Stiamo parlando ovviamente di una tendenza, di un processo,che mi pare di intravedere sullo sfondo. Non di una sentenza di cui non avrei titolo per stilare le motivazioni. Diciamo che siamo sul crinale del solito processo indiziario.

Il linguaggio del documentario lineare televisivo è giunto, a mio parere, ad un punto di svolta. Un tornante contraddittorio e imprevedibile, dove probabilmente il futuro potrebbe essere alle nostre spalle. La mia non vuole essere infatti una classica conclusione futurista, dove ogni fenomeno storico è bollato come passatista per il semplice fatto che c’è sempre qualcosa di più “moderno”. Non voglio banalmente speculare sulle “magnifiche sorti e progressive” della rete come panacea di ogni male. Credo che si debba discutere, senza pregiudiziali, sull’adeguatezza di un linguaggio che per molti decenni ha saziato e affascinato l’opinione media dei consumatori di informazione. E che oggi pare non sufficiente. Probabilmente più per quello che abbiamo accumulato come esperienze in questi ultimi venti anni che per quello che la tecnologia ci promette nei prossimi decenni.

Diciamo che siamo in una situazione non dissimile da quella descritta mirabilmente da Platone nel Fedro, quando critica l’uso del libro come strumento di diffusione della cultura. Il libro, nel nostro caso il documentario TV, secondo il filosofo “ingessava” la mente perché non era in grado di recuperare la forza interattiva tipica della tradizione orale. Con la scrittura si perdeva la vitalità, siamo ovviamente nella piazza del minuscolo villaggio globale del tempo, di quello straordinario botta e risposta che portava Socrate maieuticamente a rispondere ad ogni domanda dei discepoli, rimodellando la lezione sulle singole necessità. Oggi diremmo che Platone rimproverava al libro di non essere ipertestuale, di non reagire alla personalità del lettore. Una critica che si meritò attraverso i secoli l’accusa di essere reazionaria ed elitaria, ma che io considero molto moderna proprio nella sua capacità di esprimere il disagio dell’intellettuale di fronte
ai prodromi di quel processo di disintermediazione che proprio la scrittura avviò, e che ora è giunto ad una fase matura con quel possente decentramento del sapere all’individuo, indotto dalla rete.

Ma l’osservazione di Platone, rivisitata oggi, ci annuncia come fosse già allora istintivamente percepito il limite sociale nella comunicazione tipicamente verticale che il libro proponeva. Continuando a giocare con la sovrapposizione della terminologia attuale sulle idee di ieri, potremmo dire che Platone rivendicando il primato della relazione orale rispetto al libro nella diffusione del sapere, elaborò con il Fedro la prima critica al modello Broadcasting, in nome di un protagonismo dei produttori, di una condivisione editoriale degli autori, che oggi ritroviamo sublimato nella pratica di massa dell’open source .

Forse è proprio questa memoria genetica che ci collega ai padri del pensiero che ha permesso alla rete di assumere la pervasività che oggi conosciamo.

Internet, infatti, non è riducibile ad una tecnologia abilitante, ma esprime soprattutto l’ansia di un “ritrovare” una antica modalità di comunicare nata proprio nella caverna dell’uomo: il peer to peer. Non capiremmo altrimenti la dimensione e il ritmo del fenomeno. E’ qualcosa di antico che torna più che qualcosa di ignoto che irrompe.

Come spiega lucidamente Manuel Castells, forse il più organico lettore del nuovo scenario multimediale, “Quello che è cambiato non è il tipo di attività che impegna l’umanità, ma la sua abilità tecnologica nell’impiegare come forza produttiva diretta ciò che contraddistingue la nostra specie come eccezione biologica: la sua superiore capacità di elaborare simboli”.

Questa è la società in rete dove tutti siamo immersi e dove, ancora Castells ci spiega, si vive, producendo informazione tramite informazione. In questa caverna multimediale, torna la pretesa sociale di un linguaggio partecipativo, di un modello di racconto multipolare, di storie che parlano e fanno parlare anche chi ascolta. Non molto dissimile da quel brusio epico che produsse l’Iliade e l’Odissea.

Questo è il contesto in cui, io credo, dobbiamo collocare un linguaggio quale il documentario.

Il catalogo della Guerra

La Guerra rimane la madre di tutti i documentari. L’universo della massima violenza è ancora il tema in cui l’indagine audiovisiva trova la sua massima ispirazione e diventa narrazione spettacolare.

Ed infatti se vogliamo ora fare il punto sullo stato di salute del documentario moderno faremmo bene a guardare a quanto è stato prodotto attorno alla Guerra in Iraq. Il catalogo delle soluzioni generate dal filone che prende le mosse dall’11 settembre ci offre uno spaccato decifrabile delle tendenze principali che si stanno affermando sullo scenario multimediale. Due sono i modelli che propongo per un ragionamento circostanziato.

Si tratta di due opere-tipo, due archetipi, che concentrano gli elementi costitutivi delle tendenze emergenti. Rappresentano anche, ma questo è del tutto accessorio, due approcci culturali ed ideologici differenti, quasi opposti .

Il primo è uno straordinario documentario prodotto nel 2004 dal titolo Voices of Iraq. Si tratta dell’unico documentario girato direttamente da iracheni. L’idea geniale è venuta a Eric Manes, Martin Kunert e Archie Drury, due registi e un ex marine elettore dei democratici. I tre hanno distribuito 150 telecamere digitali in giro per l’Iraq, chiedendo agli
improvvisati registi di provare a raccontare la vita del dopo Saddam, i problemi della sicurezza, i dolori causati dall’occupazione, il dramma del passato e la speranza nel futuro democratico. Le videocamere hanno girato in lungo e in largo l’Iraq e sono tornate con 400 ore di filmati, ridotti a 80 minuti nella versione finale. Fanno girare la testa, visto che le immagini non sono state catturate da professionisti .Un’opera corale che riesce ad esprimere una forza informativa già solo per il modo in cui è stata concepita: 150 autori che di per sé rappresentano uno spaccato significativo di quel mondo martoriato. Un’opera contro corrente rispetto al clima politico professionale. Gli iracheni che hanno parlato, per il semplice fatto di parlare da iracheni, con iracheni, sono stati portati a discutere non tanto degli infiniti aneddoti della guerra o delle ragioni geo politiche per cui Bush ha voluto l’invasione dell’Iraq, ma soprattutto di come si viveva prima e come si vive oggi a Bagdad, Bassora o Fallujia. Un orizzonte radicalmente diverso da quello proposto dagli inviati o dai corrispondenti di guerra, per i quali l’Iraq esiste solo come risvolto della politica americana, esiste solo l’oggi.

Il secondo esempio che propongo come test, è invece un’opera di Kent Bye, ancora in allestimento, che abbiamo visto in anteprima sulla rete. Si tratta di una poderosa analisi di come i grandi broadcaster americani hanno raccontato la guerra. L’analisi si basa sulla registrazione di migliaia di ore dei resoconti  e delle analysis dei networks statunitensi sulla guerra, decifrati in base alle fonti e alle opinioni utilizzate, con il corcorso di almeno 80 fra gli autori originali e i critici dei singoli pezzi analizzati. Un gigantesco affresco multimediale reso possibile dalla rete e dalla trasparenza delle fonti che la rete assicura. Il senso lo spiega direttamente l’autore: Io penso che la tecnologia stia aiutando a fare analisi sofisticate ed interpretazioni abilitando la ricerca potenziata dai network. Il futuro vedrà questi network creare contesti interpretativi basandosi su di una massa di dati, base per una conoscenza distribuita. Non si parlerà di quello che è popolare e rilevante ma di quello che è vero. Dovremo saper descrivere queste complesse situazioni in modi come le analisi di ipotesi competitive di Richard Heuer. Il primo passo sarà creare gruppi di persone pensanti in grado di guardare alle cose ed interpretarle nella maniera corretta.

In entrambi i casi il documentario è stato declinato in termini diciamo platoniani, ossia, seguendo la nostra metafora iniziale, con un recupero della potenza dell’antica interattività propria della tradizione orale. Nel primo caso vediamo come la miniaturizzazione dei mezzi di produzione, le telecamerine digitali, abilitino nuove forme di protagonismo abbattendo la soglia di entrata nel mercato di figure che ne erano escluse -i testimoni- dalla barriera produttiva. Già solo la liberalizzazione dell’accesso alle funzioni di ripresa modifica la geometria autorale, rendendo plausibile modelli corali fino ad oggi non ammessi dall’ortodossia delle opere documentaristiche. Più voci che parlano, molte più mani che premono il bottone, molti occhi che guardano e scelgono, in uno scenario controverso come ad esempio la guerra in Iraq, introducono nuovi modelli espressivi, nuovi linguaggi, nuovi contenuti. Nel secondo caso la rete si propone come cervello collettivo, o meglio connettivo per dirla con de Kerckhove, come memoria non più ingessata, in grado di recuperare non solo  la produzione dei grandi networks, quanto di ricostruire il sistema di fonti che sostengono ogni singolo reportage. Anche in questo caso si recupera il senso antico dell’Agorà, o del foro, che diventa forum on line con gli autori e i critici dei servizi in discussione.

Io credo che le tendenze disegnate dai due esempi riportati debbano portare ad una sola conclusione: sta mutando radicalmente il modo in cui gli individui usano e consumano la comunicazione. E la direzione di questo mutamento mi pare sia univoca: l’utente sempre più chiede di essere co-produttore della comunicazione che è disposto a consumare. E’, in sintesi, questa la ragione per cui si è sbriciolato il mercato della musica, che solo fino a qualche anno fa pareva una fortezza inespugnabile e presidiata dall’armata della RIIA, la potente lobby dei discografici americani. Per lo stesso motivo si sta incrinando seriamente il mercato dell’audiovisivo, con le grandi Major hollywoodiane costrette a stringere accordi ruffiani con i net provider della rete per tentare di proteggere le proprie cassaforti dei diritti cinematografici. Ora il punto è capire come i linguaggi di questo mondo possano sopravvivere, come i dinosauri possano sfuggire all’estinzione.

Il Bazaar e la cattedrale

La TV è il campo di battaglia del conflitto moderno. L’ondata del peer to peer sta salendo, e lambisce, il broadcasting. Il bazaar della rete ha già cinto d’assedio le cattedrali della TV. Google ne è il portabandiera: più memorie, più servizi, più potenza. Questo il messaggio del motore di ricerca più potente del mondo. Il destinatario sono gli invidi che si raccolgono in comunità virtuali momentanee, la cosiddetta Ad-Hocrazie come la definisce Howard Rheingold nel suo preveggente Smart Mobs, il modello per cui in base al contenuto che mi serve in quel momento mi faccio autore o consumatore, singolo o platea, individuo o comunità. Ciò che fa la rete -spiega Rheingold- è fornire un pascolo dove le pecore evacuano erba, dove ogni utente fornisce le risorse che consuma.

E’ questo il paradigma crescente con cui fare i conti. Come accadde già negli anni ‘70′ al totem della grande radio nazionale, sbriciolato dalla possibilità di costituirsi in radio da parte di ogni singola comunità.

Già oggi assistiamo ad un dispiegamento  non casuale del mercato del documentario. Mentre il genere dell’approfondimento giornalistico tende quasi a sparire del tutti dai palinsesti della Tv generalista, appaiono forme inedite di indagine audiovisiva nel formato cinematografico -valga l’esempio di Farenigth 11/9 di Moore- e si moltiplicano le inchieste sulla rete. Questa radicalizzazione, come testimoniato anche dai nostri due esempi citati in apertura, è solo apparentemente contraddittoria. Cinema e rete mostrano la capacità comune di meglio adattarsi alla pretesa di una maggiore condivisione della produzione da parte delle nicchie di utenti. La Tv inseguendo la sua chimera di massa lascia per strada le figure sorgenti, come fece la radio nazionale negli anni ‘70. Perfino i nuovi device telefonici, il cosiddetto tivufonino, riescono ad intercettare meglio l’ansia di socializzare la produzione che sale dai nuovi ceti multimediali, come dimostrano le performance dei nuovi docudrama corti girati direttamente in UMTS o DVB-H.

Io credo che elitticcamente il documentario tornerà in televisione. Ma lo farà concorrendo a mutare drasticamente il modello sociale del media televisivo. Proprio il documentario, declinato nei diversi formati e sulle diverse tematiche, sarà uno dei driver della segmentazione della TV.

Oggi infatti ci appare evidente come il mercato televisivo tenda a riorganizzarsi attorno a due modalità: una che potremmo definire Rich e l’altra Light.

La prima è caratterizzata dalla triade Grande schermi, Grandi diritti, Grandi costi, ed è la Tv dell’alta definizione, dove l’immagine ritrova una sua aristocrazia a riprende la distanza di sicurezza dalla rete. E’ la Tv ricca, transnazionale, la Tv del grande sport, dei grandi film , dei grandi eventi in diretta. Il regno crepuscolare del copyright che si arrocca nella
sua ultima torre d’avorio. In questa televisione, tendenzialmente realizzabile solo da pochi grandi gruppi multinazionali, il documentario rischia di essere un ospite occasionale e tollerato. Un disturbatore che non si può mettere esplicitamente alla porta.

Il secondo modello è quello invece Light, della tv di convergenza, dove lo schermo televisivo diventa la maschera, o l’interfaccia, del flusso di rete. Questa sarà una televisione di servizio, territoriale, radicata nelle comunità. Fortemente identificata con l’informazione. Qui il documentario può ritrovare il suo protagonismo, rendere il libro flessibile come un incontro con Socrate, per citare Platone. Da qui si può spiccare il salto verso l’altra Tv, quella dell’intrattenimento, esattamente come ora si fanno le incursioni nel circuito cinematografico.

In questo dualismo fra Rich e Light è capire chi meglio intercetterà il senso del tempo, chi potrà integrare o applicare la domanda di peer to peer. Un nuovo cantastorie moderno, che possa supplire ai nuovi individualismi proponendo momenti di coscienza collettiva, o l’impresario di un fosforescente circo Barnum che ibernerà il documentario nei nuovi sfavillanti palinstesi a pagamento? O ancora, vincerà chi si farà una ragione della limitatezza della TV, e ne prescinderà inseguendo nella caverna della rete coloro che consapevolmente vorranno il sapere, resistendo stoicamente alle seduzioni dello schermo grande?

Agli spettautori la risposta.

9 Commenti »

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