Twittering

Dicembre 11, 2007 on 5:46 pm | In Tecnologia, Blog, twitter | 21 Comments

di Rocco Pellegrini
Premessa
Quando qualcosa riesce a superare il rumore di fondo della rete allora noi di mediasenzamediatori.org cominciamo ad occuparci del fenomeno.
La rete non si comporta diversamente, nel suo funzionamento d’insieme, da come fa un singolo individuo vivente.
Noi viviamo sommersi in un rumore di fondo e solo quando gli eventi riescono a superarne la soglia allora diventano “udibili” e ce ne occupiamo.
Così funziona anche il nostro cervello sociale, la forma di intelligenza collettiva e diffusa che va sotto il nome di mediasenzamediatori.org.
C’è un gruppo di Google e presto ci sarà anche un gruppo su Twitter che raccoglie le nostre riflessioni e le nostre iniziative in rete.
Ciascuno dei partecipanti attivi liberamente sollecita spunti di riflessione stando bene attento a referenziarli con qualche parola e, soprattutto, qualche link.
Di li parte la ricerca comune che, se in qualche modo interessante, diventa uno, due, qualche volta molti contributi che aiutano il singolo e la comunità a capire meglio.
Ho descritto questo “superindividuo” con qualche parola per far capire come funzioniamo, ed al tempo stesso, fornire un background all’oggetto di cui mi sto occupando in questa comunicazione, cioè Twitter.
Infatti, chi fosse stimolato da questa lettura, a praticare Twitter potrà trovare nel nostro gruppo un vasto approfondimento costruito man mano che i singoli si sono messi in gioco: ognuno con le sue riflessioni ed i suoi spunti ha contribuito ad arricchire la base di conoscenza comune arrivando sempre un pò più avanti e questa sintesi che vedete dipende molto dal contributo di tutti, che ringrazio.
E’ molto importante, a mio modesto parere, che si capisca il funzionamento di queste nuove realtà che la rete permette di realizzare e di cui il nostro gruppo è solo un limitato ma significativo esempio.
E’ importante per tutti ma, soprattutto, per chi studia scienza della comunicazione in generale e teoria e tecnica dei nuovi media in particolare.
Studiare, nel nuovo millennio, non vuol dire semplicemente leggere e meditare un libro, cosa che resta un’attività fondamentale, ma la rete, vista come Noosfera, sfera del pensiero attivo e pulsante, ci permette di studiare e conoscere in un modo completamente nuovo e, per molti versi, ancora inesplorato.
Quale che sia l’argomento dei nostri studi bisogna capire che “essere in rete” è ormai una necessità per seguire la cresta dell’onda, per avere una cultura che si misura col tempo moderno, per vivere il tempo contemporaneo approfittando dei suoi vantaggi e sempre di più per cercare di avere un lavoro ed un ruolo attivo in società.
In fondo è questo lo scopo del nostro corso e, anche se solo qualcuno lo capisce e lo mette in pratica, il nostro sforzo non sarà stato vano.
Introduzione
La rilevanza di un servizio web
Twitter è nato alla fine del 2005 ed è diventato operativo davvero nella primavera del 2006.
Date uno sguardo al grafico tratto da trends.google.com. Sono dell’idea che se si vuole sapere qualcosa su un fenomeno in rete google trends è un ottimo punto di partenza.
Poichè Google, secondo gli ultimi dati raccoglie da solo oltre il 60% di tutte le ricerche che si fanno in rete, il servizio trends permette di capire la rilevanza di un fenomeno basandosi sulla mole della ricerca di rete sul soggetto osservato.
Ora, ciò che colpisce dal grafico osservato è l’impennarsi della curva verso l’alto in soli 3-4 mesi, settembre-dicembre 2006.
Questo vuol dire che dopo qualche mese di vita, giusto perchè se ne cominciasse a parlare, c’è stata una vera e propria esplosione nell’uso di questo servizio.
Cos’è, dunque, questo prodotto, come funziona, perchè tanto successo?
Cercherò di rispondere a queste domande quanto più semplicemente possa.
Dunque seguirò questo metodo: una breve descrizione di Twitter e poi quello che di lui dicono alcune personalità di rilievo del web 2.0.
Questo perchè al di la della semplicità di Twitter capire cosa esso sia è, in realtà, molto più complesso di quanto si possa osservare e capire ad un primo contatto con esso.
Nella mia presentazione citerò molti nomi che sono la seconda parte dell’indirizzo utile per trovare la risorsa in Twitter: ad esempio http://twitter.com/BillClinton è l’indirizzo di Bill Clinton ed io, userò nella presentazione solo BillClinton dando http://twitter.com/ per scontanto.
Cosa è twitter
Mettere in pratica
Bisogna farne esperienza di Twitter per capire al meglio quel che seguirà.
Tutto la nostra attività è tesa a stimolare una pratica della rete: questo è il nostro obiettivo fondamentale.
I concetti, gli autori, le idee che affrontiamo nella nostra comunità vengono compiutamente compresi praticando la rete:
la cosa è vera sempre ma in questo caso è assolutamente necessaria.
Bisogna praticare Twitter per capirne significato e funzione.
Basta andare all’indirizzo http://twitter.com per iscriversi e la cosa è semplice: tutto è molto intuitivo.
Qualora, però, qualcuno fosse, comunque, in difficoltà può ricevere aiuto iscrivendosi al nostro gruppo sia direttamente che attraverso il nostro portale.
Li troverà aiuto sostegno ed ulteriori riflessioni rispetto a quelle che sono presenti nell’articolo.
Quel che serve ricordare qui è che tutto il gioco Twitter ruota su una domanda centrale; come si arriva nell’ambiente ci si trova davanti ad una domanda in inglese molto semplice: “A global community of friends and strangers answering one simple question: What are you doing? Answer on your phone, IM, or right here on the web!”: Traducendo, per non dare nulla di scontato: “Una comunità globale di amici ed estranei che rispondo ad una semplice domanda:
Cosa stai(te) facendo? Rispondi col tuo telefono, Istant Messagging, o proprio qui sul web”.
Infatti con Twitter si può dialogare in 3 modi: via web, via IM (Istant Messagging), via telefonino.
Qualche linea d’interpretazione
Quando mi sono accostato per la prima volta a Twitter sono rimasto molto perplesso per il suo aspetto minimalistico. Mi sono detto ma perchè porre dei limiti alla comunicazione? Cos’è questa camicia di forza dei 140 caratteri? E se devo dire di più? La domanda mi ha suscitato una reazione istintiva: ma chi se ne frega di quello che io o tu sto(ai) facendo in questo momento?
Ho lasciato stare e mi sono limitato a realizzare un post nel gruppo chiedendo agl altri cosa pensavano di questo fenomeno.
Ma poi ho cominciato a vedere, in modo sempre crescente, che tantissimi autori del web 2.0, Steve Rubel, Dave Winer, Jason Calacanis, Howard Rheingold, Bill Gates (sembra però sia un falso), Steve Jobs tanto per fare qualche nome insistevano nei loro contributi su questa piattaforma e, dunque, ho cercato di capire.
Quando vedo che gente che stimo segue qualcosa che, però, non condivido dopo un contatto relativo tendo a pensare che, prima di confermare il mio immaturo punto di vista, valga la pena di approfondire e devo dire, che mai come in quest’occasione, ho avuto ragione.
Twitter è molto di più di quel che una visione superficiale permette di capire e solo facendone esperienza si riesce a capirne qualcosa.
Sembra quasi che dietro la domanda iniziale si nasconda qualcosa di molto più ampio e significativo, quasi la domanda fosse un koan zen, un modo semplice per introdurre qualcosa di più complesso che le parole non permetterebbero di esprimere in modo compiuto.
La velocità come virtù
Pensare e comunicare con 140 caratteri: la forza del pensiero veloce.
Più un pensiero è sintetico, veloce più è efficace, soprattutto in un sistema di comunicazione a rete.
In una situazione di “abbondanza di informazioni” non è possibile, umanamente possibile, approfondire ogni cosa; dunque è molto importante che, prima di leggere per intero qualcosa, si possa avere un’idea di quel che si dovrà prendere in considerazione per capire se vale la pena o no di approndire.
La velocità nella rete è una virtù perchè richiede un lavoro di semplificazione senza perdere, però, il sapore dell’insieme trattato.
Non è un caso che il servizio di telefonia mobile di maggior successo sia stato lo SMS.
Messaggi brevi gli SMS, che hanno permesso all’inventiva govanile la messa a punto di parole gergali, quasi una parlesia per sintetizzare la ridondanza della lingua, per ridurre la lunghezza dei vocaboli usati senza perdere il significato che gli stessi rappresentano.
La comunicazione moderna non si sottrae a questa tendenza e Twitter col suo minimalismo (140 caratteri) sembra proprio un prodotto di questa logica, tanto amata dai ragazzi di oggi.
La centralità del mobile
Se vi guardate intorno vedrete nel 2008 molti meno portatili, computer laptop di quelli che si vedevano fino a qualche tempo fa.
Questo perchè? Si usano meno computer? No, al contrario. La vera spiegazione è la convergenza e la diffusione, sempre più incalzante, di telefonini che sono dei veri computer, piccoli, efficienti, legati alla rete.
Il prodotto dell’anno che sta facendo schizzare verso le stelle il valore della Apple è l’Iphone e molti siti si stanno attrezzando per essere visibili tramite Iphone o cellulare evoluto che dir si voglia.
Si dice che Google stia producendo un telefonino a basso costo detto GPhone e che sarà venduto in India inizialmente, per poi generaliizarlo in tutto il resto del mondo.
Twitter ha pienamente capito il fenomeno: infatti si può conferire usando il telefonino.
Questo orientamento al mobile è un segno del nostro tempo ed una delle ragone principali del successo di Twitter.
Una piattaforma per il micro-blogging
Quando si scrive un articolo per un blog è un pò come quando si fa un tema a scuola.
C’è spazio per argomentare, per dirla tutta, per esprimere compiutamente il proprio pensiero.
Chi commenta quel testo ha la possibilità di condividere o meno il contenuto trattato e l’interattività ne risulta limitata, ne soffre un pò.
Quando si è limitati da 140 caratteri non si ha la possibilità di fare ragionamenti completi ma ci limita a porre dei semi, dei “meme”, come dicono gli americani.
Con Twitter bsogna per forza fare microblogging. La forza dell’ambiente sta proprio nell’abituare la mente al minimalismo che detto, in un altro modo, può esser detto sinteticità, concisione, precisione.
Ma c’è di più e riguarda la semantica, come scienza de significati, altro non essendo.
Noi sappiamo che la chiave del web 2.0 è l’intelligenza collettiva e diffusa, cioè la forza del pensiero libero che si aggrega nel social network.
Twitter, col suo minimalismo, porta l’esperienza dello user generated content ad una nuova qualità semantica.
Se abituo la mia mente a comunicazioni sintetiche sono costretto ad un minimalismo virtuoso che, grazie all’interscambio che l’ambiente di rete favorisce, la comunità può usare la sua forza nella definizione dei semi stessi che, detta col linguaggo arcaico di Mao Tse Tung, conducono rapidamente “alle idee giuste”.
E’ un pò come se chiamassi l’intelligenza della comunità a validare un seme, ad individuare un blocco costruttivo, un buon significante-significato.
L’interscambio diventa più rapido e la forza della comunicazione diviene creativa in una misura molto elevata come testimoniano tante riflessioni di utenti di Twitter.
Una piattaforma per le news molecolari
Alcuni nomi renderanno chiaro quanto importante sia, o per lo meno venga ritenuto, l’uso di Twitter per le news molecolari: cnnbrk (dove brk sta per breaking news), cnetnews, bbcnews, bbcworld, abcnews, virtualwords, panoramait ed altri migliaia di servizi consimili.
Ma che vuol dire news molecolare e perchè tanta importanza?
Lo scopriamo guardando dentro all’ultima news di cnetnews, ora che scrivo per vedere come vanno date le notizie.
Da cnetnews: Future Implications: Why Microsoft will fear Google and Linux - http://tinyurl.com/yq5u8w “Implicazioni future: Perchè Microsoft farà paura a Google e Linux”. Come vedete una breve spiegazione ed un link in forma contratta. Una forma potente che permette di decidere se la cosa interessa per poi andare ad approfondire.
Modestamente anche noi per oltre un anno abbiamo usato il gruppo per fare una coaa del genere ma appare evidente che, nel vortice di notizie, un seme serve per decidere se approfondire o meno.
Sta di fatto che le più importanti reti di news del mondo sentono il bisogno di partecipare a questo gioco.
Ecco un elenco, aggiornato al 31 agosto 2007 ma non esaustivo, delle più importanti agenzie di news coinvolte:
AlJazeera (ajenglish), bbc breaking news (bbcbreaking), BreakingnewsOn, businessnews, digg_videos, FRANCE24, gadgets, globalworming, googlenews, groundreport, SkyNewsUk, ZDNetBlogs. Laddove non c’è nulla tra parentesi il nome è direttamento il nome in twitter.
Una piattaforma per la ricerca di informazioni referenziate
Vengo qui ad un aspetto molto importante del social network in generale di Twitter in particolare.
Ciascun partecipante segue (following) ed è seguito (followers): questa è la regola generale per ogni utente del servizio.
Non è una cosa specifica di Twitter ma funziona in quasi tutte le principali piattaforme di social network, Facebook, Myspace ad esempio.
Cosa comporta questa funzione? Bene si possono sapere quali sono i principali riferimenti di un autore o di una persona che noi riteniamo affidabile. Questo conduce a delle riflessioni che sono state espresse recentemente da Anne Zelenka. Twitter, meglio di Google per certi versi, sembra permettere delle ricerche affidabili, garantite da uomini affidabili.
Con la rete non si sa mai fino in fondo quando affidabile sia una fonte: in generale lo è ma potrebbe non esserlo.
Ma come succede nella vita reale se io mi fido di una persona allora è molto propabile che la rete da lui ritenuta affidabile lo sia anche per me.
Inoltre c’è un altro punto che è molto utile: usare le gerarchie inferenziali per capire l’ambito riflessivo di qualcuno che ci interessa analizzare.
Mi spiego meglio con un esempio.
Supponiamo che io voglia conoscere l’ambiente ritenuto significativo da Condoleezza Rice, ammesso che il suop indirizzo non sia un falso.
Condi, o meglio condi questo essendo il nome in twitter, è seguita da 651 persone e ne segue 150.
Lasciando stare le 651 che non è possibile sapere per ovvi motivi di privacy, sono disponibili i link delle 150 che lei segue.
Ora analizzando queste 150 persone che la Rice ritiene affidabili si possono contare le occorrenze e definire così un grafico di importanza da cui poi far partire ulteriori ricerche usando Google o altri strumenti sapendo così sui repubblicani e l’ambiente politico americano moltissime cose che con la logica algoritmica non sapremmo mai.
Questa strada nella ricerca, cioè trovare grafi inferenziali basati sulle occorrenze permette di avere risultati straordinari.
Dette in altre parole se x è seguto da y ma anche da z e da w ed y solo da z allora x è più importante y.
Non è una verita assoluta ma senz’altro ragionevole.

Un uso comune, che prende piede sempre di più, è promuovere la propria attività attraverso Twitter.
Molti esperti di marketing d’impresa ne hanno parlato come un sistema potente di marketing virale, citando esperienze concrete.
Ne riporto alcune che più di mille parole rendono l’idea.
OSCON: è la ben nota O’Reilly Open Source Convention è una conferenza che ogni anno riunisce il gotha dell’Open Source per parlare del presente e del futuro di questo importanrtissimo settore del software moderno. Bene quest’anno ha aperto un canale Oscon che ha permesso a tutti di seguire a distanza i prncipali eventi e le news che si venivano delineando nel corso dell’iniziativa.
Barcamp: dietro questo nome si raccolgono le pubbliche iniziative dove le persone si incontrano liberamente senza temi precostuiti per imparare la logica Open Source e dscutere sulla tecnologia e l’innovazione. l’indirizzo di twitter che ne prend il nome supporta un movimento in crescita vorticosa.
Rosamundacentro: è un’iniziativa che serve a promuovere un corso estivo d’arte e musica basata su una attività didattica raccontata momento per momento.
Questa è solo la punta di un iceberg: ci sono migliaia di inziative di privati e di gruppi che crescono in questa piattaforma: molti pubblicitari pensano che sia impensabile pensare ad un’attivita promozionale di rete che non comporti anche, una rappresentazione in Twitter.
Una piattaforma per la promozione politica
BarackObama, hillaryclinton, johnedwards, condi (Condoleezza Rice), merkel (Angela Merkel), ecc. solo per limitarci ad alcuni politici molto famosi nel mondo.
Ma anche in Italia, soprattutto nel centro sinistra twitter viene usato: ad esempio due tra i principali candidati alla segreteria del partito democratico WVeltroni (Walter Veltroni) e RosyBindi usano con assiduità Twitter per comunicare riflessioni, appuntamenti spesso beccandosi su questioni di attualità nel dibattito politico.
Appare evidente, al di là di quest’uso da parte dei “famosi” che si tratta di un potentissimo strumento di promozione della propria immagine perchè permette al politico di rappresentari direttamente, senza mediazioni, e di costruirsi un circolo di relazioni coll’elettorato estremamente utile.
Una piattaforma per una redazione virtuale
Fin qui mi sono limitato a prendere in considerazione un uso elementare, quasi spontaneo del prodotto.
Ma è soltanto la superfice di un uso più evoluto. Quel che si può fare con Twitter è oggetto di un’accanita discussione del web 2.0.
Prenderò in cosiderazione qualche autore nella parte finale di questo mio contributo.
Un esempio, tra i tanti possibili, mi aiuterà a concretizzare.
Una redazione virtuale può essere facilmente realizzata con Twitter.
Pensate, ad esempio, ad un gruppo di persone che voglia realizzare un gionale in linea: l’argomento del giornale in questo contesto è secondario.
Basta creare una rete di relazioni autorizzate ed ogni persona svolge il proprio lavoro. Il risultato del lavoro collettivo
è disponibile anche in un RSS, cioè in un formato XML facilmente leggibile da un programma che può consolidare il risultato in un sito.
Sperimenteremo nel nostro gruppo un qualcosa del genere ma lo cito qui per mettere in evidenza che Twitter è una miniera di opportunità limitate, soltanto, dalla cultura e dalla capacità di chi lo usa.
Un servizio alternativo ai feed
Qualche autore ha parlato di Twitter come un servizio alternativo ai feed rss o atom.
I feed possono essere usati tramite un feed aggregator come Google reader o Bloglines e, poichè sono facilmente leggibili dalle macchine, sono stati e sono uno strumento potente nella nascita e nella crescita del web 2.0.
In qualche modo è vero, nel senso che è semplice seguire tramite twitter qualcosa che c’è nel suo ecosistema.
Per una persona che non conosce come si fa un file rss è effettivamente molto semplice farsi vedere tramite twitter e tenere informati i propri 4 lettori in questo modo.
Tra l’altro twitter trasforma in feed ogni comunicazione e, dunque, chi vuole seguire un indirizzo di twitter tramite un feed aggregator
lo può fare con faclità.
Dall’altro, però, le due cose non appaiono in contraddizione perchè i feed hanno una natura più universale e non sono legati ad alcun sistema proprietario.
In ogni caso, sicuramente, Twitter è un potente sistema per dare agli altri informazioni strutturate sulla propria attività.
Una barriera corallina nel mare della rete
Dave Winer si definisce in Twitter un media hacker ed è una personalità ben nota nella rete per il suo blog scripting.com ma soprattutto perchè è stato il creatore del formato RSS, così importante nella storia della rete.
Egli ha scritto molti articoli su Twitter, realizzando sempre riflessioni non banali ma uno, davvero notevole, paragona Twitter ad una barriera corallina.
Le barriere coralline sono ecosistemi che creano catene alimentari attraverso le quali la vita, di innumerevoli esseri, cresce e si sviluppa. Questo tipo di ambiente si presta, per analogia, molto bene a riflettere il tipo di comportamento virtuoso che sistemi come Twitter introducono nella rete dei nostri giorni.
Dave è un tecnico e dice: “When I develop something new these days, I automatically think of using Twitter as a back-end to connect users of my software. If other developers aren’t doing this, I imagine they will soon.”
Quando sviluppo qualcosa di nuovo in questi giorni, automaticamente penso di usare Twitter come un back end per connettere gli utenti del mio software. Se altri svluppatori non fanno questo, immagino che lo faranno presto.
Che vuol dire questo?
Le cose che hanno successo in rete lo hanno perchè riescono a coinvolgere molte professonalità e capacità diverse.
L’utente che ama avere un crcolo di amici semplicemente si accontenta di usare l’ambiente così come è, traendone il suo beneficio, che come dave è un tecnico lo vede come un potente strmento per organizzare nuovo software che darà altre funzioni e proporrà nuovi paradigmi.
Questo è molto importante perchè la rete si sviluppi e i prodotti che assomigliano alle barriere coralline sono gli strumenti evolutivi giusti perchè le cose vadano avanti nel modo migliore possbile.
Un’api aperta per ogni tipo di estensione
Twitter dispone di un’API (Application Programming Interface) molto semplice ed evoluta che rende estramamente facile usare questo prodotto per estenderlo in tantissime direzioni.
Esistono già oggi centinaia di applicazioni nate da Twitter: applicazioni per il desktop, altri servizi di rete, comunità, ecc. ecc.
E’ difficile stare dietro e documentare pienamente un fenomeno così dinamico; resta il fatto che sembra rispondere in modo eccellente alle sollecitazioni più diverse.
Evoluzione della comunicazione
Alex Iskold dice: We barely have time to pause and reflect these days on how far communications technology has progressed. Without even taking a deep breath, we’ve transitioned from email to chat to blogs to social networks and more recently to Twitter.”Raramente abbiamo il tempo di fare una pausa e di riflettere in questi giorni sui progressi fatti dalla tecnologia delle comunicazioni. Senza neanche soffermarsi molto, noi siamo passati dalla mail al chat ai blog al social network e più recentemente a Twitter.
La comunicazione evolve sotto i nostri occhi e molti esperti pensano che Twitter realizza uno strumento nuovo che estende ed amplifica la forza comunicativa degli strumenti precedenti.
L’umanità difficilmente riesce a capire prima quel che sta accadendo ed è bene ricordare, a questo punto, che nessuno aveva mai previsto nenache nella fantascienza qualcosa di simile alla rete che tutti noi usiamo.
Tuttavia le cose semplici, e Twitter è estremamente semplice, sono sempre le vere novità perchè generalizzano dei bisogni comuni e forniscono delle risposte che tutti, ognuno al proprio livello, sono in grado di percepire e realizzare.
Il futuro resta, in gran parte un mistero, ma muoversi in questi contesti innovativi aiuta, senz’altro, a farne parte, per quanto possibile, in modo consapevole.

Grazie, Bruno

Agosto 24, 2007 on 5:56 pm | In Politica | 1 Comment

di Michele Mezza

“ Forse non ho capito bene quello che intendete, e la mia storia mi impedisce di adottare il vostro linguaggio, ma credo comunque che abbiate colto il nuovo che sfugge a noi” cosi, alla fine di una discussione anche aspra che si tenne al Cespe sul nostro libro mediasenzamediatori.org, mi disse in conclusione Bruno Trentin andandosene dopo una mattinata in cui, con il suo consueto rigore, non perse una sola battuta del dibattito.

Considero quella frase una delle più grandi lezioni di umiltà e di cultura che posso conservare.

La morte di Bruno Trentin potrebbe non dire molto ai frequentatori più giovani del nostro sito.

Siamo in una fase in cui gli echi dell’azione di ognuno di noi si disperdono nella stessa contenporaneità.

Figuriamoci come possa essere percepita l’aurea di un uomo che, oggettivamente, pare appartenere ad una era geologica molto lontana, come è stata l’epopea del movimento operaio.

Trentin, lo ricordano le note di agenzia, è stato uno dei più brillanti e originali, dirigenti del sindacato europeo.

Prima come giovanissimo partigiano, poi come ancora più giovane e solitario dirigente del partito d’azione, infine, giunto nel fiume del movimento comunista, cominciò a nuotare sempre con grande autonomia, cercando acque limpide e ruscellanti, come erano quelle del sindacato degli anni ’50.

Molti di noi lo ricordano per quella straordinaria stagione che lo vide alla testa della Fiom, il sindacato degli operai metalmeccanici della CGIL, negli anni 70. Una stagione davvero formidabile, dove la creatività e l’elaborazione del meglio della tradizione operaia diede vita ad una straordinaria esperienza collettiva: i consigli di fabbrica, la proiezione sul sociale, le 150 ore, le battaglie per le riforme civili, la democrazia come rivendicazione d massa.

Furono questi gli strumenti che forgiarono il cosidetto caso italiano, che riuscì a promuovere una stagione di crescita civile, concorrendo alla sconfitta di un indotto secondario di quella cultura che fu il terrorismo anarco sindacalista.

Ma io credo che mediasenzamediatori.org debba a Trentin, forse inconsapevolmente per molti dei suoi partecipanti, ben altro.

Mi rendo conto che possa suonare ben strano instaurare un legame fra un frammento della società della conoscenza, come siamo noi, e un emblema del secolo della fabbrica, quale è stato Trentin.

Ma un filo rosso che attraversa le nostre riflessioni ci lega a questo grande dirigente di massa.

Quel filo è proprio la consapevolezza che la fabbrica è solo una fase, occasionale e transitoria di un lungo processo di sviluppo che vede l’umanità cercare forme sempre più avanzate per produrre risorse.

In questa ricerca Trentin aveva, essendo lui figlio di quel tempo, forte il timbro della cultura classista, che vedeva capitale e lavoro comportarsi come eterni duellanti.

La manifattura manuale non era l’unico orizzonte di questo confronto.

Trentin aveva intuito che oltre la fabbricazione vi era dell’altro, vi era il sapere e la conoscenza come nuovo teatro di scontro fra le diverse componenti sociali.

Un’intuizione che Trentin ricavava da una laica lettura di Marx –dagli scritti del 44 all’ideologia Tedesca-.

E , qui è il vero legame che mediasenzamediatori.org, ha consolidato con Trentin, sopratutto da una proficua quanto inusuale per la sua generazione politica, esperienza di studio negli USA, alla fine degli anni ’50.

C’è un passaggio del dibattito politico della sinistra italiana che io considero fondamentale, sia nel bene che nel male.

Mi riferisco al convegno organizzato dall’Istituto Gramsci nel 1962 sulle Prospettive del capitalismo.

Come giustamente spiega nel suo libro di memorie Rossana Rossanda riferendosi al PCI “ quello fu l’ultima occasione in cui il futuro camminava ancora al nostro fianco”.

Quel convegno fu realmente l’ultimo tentative di una parte del vertice comunista, largamente minoritaria, di afferrare la coda del drago, ossia quel nuovo processo di sviluppo industriale che aveva preso le mosse dalla sponda del pacifico degli Usa, e che impattando con il sistema europeo era destinato a riorganizzare, radicalmente il mondo.

Si trattava allora di una forma definita neofordismo.

In realtà si stavano preparando le basi per il postfordismo, e l’avvio della società della conoscenza.

Da lì a solo qualche lustro, non più di due, la microelettronica avrebbe aperto le porta alla computerizzazione del sistema produttivo e delle relazioni sociali.

Da almeno 5 anni negli Stati uniti si discuteva animatamente del nuovo orizzonte postfordista, in termini geopolitici, ossia con un esplicito riferimento alla grande battaglia ideologica che divideva il mondo fra est ed ovest, e dunque alla necessità per il campo americano di colpire la base sociale del movimento comunista allora montante, come era il lavoro industriale e manuale che si diffondeva nel mondo.

Il messaggio non era nemmeno cifrato ma esplicito: vinceremo la Guerra fredda trasformando le ragioni stesse del blocco sovietico, ossia limitando la centralità del lavoro dipedente.

Mentre accadeva questo in Italia si discuteva ancora di completare la riforma agraria e la sinistra si poneva il problema di sostituirsi al capitalismo “straccione” nel governare ordinatamente la societa industriale.

Nel 1962 si affrontò di petto il nodo: dove sta andando il capitalismo?

Da una parte, il leader era Giorgio Amendola, capo della cosidetta destra comunista: si sosteneva che il capitalismo continuava ad avvicinarsi ad una crisi epocale, e dunque solo una rigorosa politica di sviluppo del movimento operaio doveva gradualmente guidare la sostituzione della classe dirigente, convincendo i ceti medi, come accadeva in Emilia, che il PCI era un partito responsabile, moderato, e affidabile.

Dall’altra parte vi era un fronte composito, emblematicamente legato a Pietro Ingrao, leader della sinistra comunista: sollecitava una politica più forte e incalzante dei movimenti che al PCI si riferivano, anche, e sottolineo anche, sulla base di alcune intuizioni sullo sviluppo del neocapitalismo. Di queste intuizioni Bruno Trentin fu l’ispiratore e, forse, l’unico reale interprete.

Toccò infatti a lui svolgere una delle due relazioni introduttive al dibattito.

Ancora oggi, a distanza di 45 anni, e che anni, rileggere quel testo da la misura di quale straordinaria occasione il movimento comunista italiano ebbe nel poter decifrare la fase di innovazione che stava sopraggiungendo proprio grazie all’acume di Trentin.

Mentre il rigetto che raccolse allora Trentin illustra meglio di ogni altra rivisitazione, i limiti e le indisponibilità culturali del movimento comunista rispetto alla modernità.

Trentin infatti, fresco appunto della sua esperienza di studio negli Usa, svolse una straodinaria analisi delle forme e delle strategie del capitalismo americano, annunciando la prossima fase di terziarizzazione dell’economia e quella “rivoluzione passiva” che avrebbe visto i consumatori sostituirsi ai produttori.

Lo scontro fu violentissimo, così come la sconfitta di Trentin, e di Ingrao, fu completa e definitiva. Una sconfitta che porto’, a mio parere, i due leader ad asserragliarsi in una visione tattica dei rispettivi campi di azione -il sindacato per il primo, l’area di studio nel partito per il secondo- abbandonando il filone di ricerca che avevano imboccato.

Quella relazione di Trentin la considero comunque come l’atto di nascita di mediasenzamediatori.org e consiglierei chiunque voglia davvero intendere il processo di trasformazione dei mass media in personal media di rileggerla.

Noi, nel nostro piccolo, non possiamo che ricordarla, rendendo così l’omaggio forse più gradito al suo autore.

Grazie Bruno

La ricchezza della rete

Gennaio 7, 2007 on 7:00 pm | In Politica, Tecnologia | 6 Comments

di Empedocle Maffia
Special Advisor to Executive Director
Italy, Portugal, Greece, Albania, Malta, San Marino, Timor Leste
The World Bank
1818 H Street, N.W.
Washington, D.C. 20433


Meno di due decenni di Internet hanno già formato un’epoca che si può dividere in più fasi, relegando il determinismo di McLuhan (“Il mezzo è il massaggio”) all’Illuminismo degli studi sulla comunicazione. Oggi, l’economia modellata sul network è al di là del mercato, del capitale, della forza lavoro, degli scambi. La suggestione di questo nuovo modello di sviluppo è ormai presente in diversi studiosi, come ben testimonia Mediasenzamediatori.org”, probabilmente il sito italiano più in linea con il tentativo di dare organicità di teoria dello sviluppo a questa novità.

Anche per questo merita qui la sua vetrina Yochai Benkler, scienziato sociale all’università di Yale, che nel suo più recente studio, “The Wealth of Networks” (La ricchezza dei Network) (515 pagg., Yale University Press, 2006), parte dalla Rete per dimostrare e spiegare come la nuova produzione sociale stia trasformando i mercati e la libertà. Con “Network” al posto di “Nazioni”, Benkler consegna al passato lo sviluppo economico identificato da Adam Smith, e si candida a svelare i nuovi meccanismi che sono in atto per promuovere sviluppo e libertà, cioè per sagomare la società contemporanea. Con una novità rispetto ad ogni fase precedente dello sviluppo dell’umanità: questa volta, al centro dello sviluppo, insieme promotori e fruitori, sono gli esseri umani, gli “individui”, finalmente liberi, grazie all’economia della Rete, dai vincoli di risorse e di organizzazione sociale che hanno determinato nei secoli le classi..

Perchè la Rete, con le sue connessioni volontarie o casuali o oggettive, sta creando la grande novità nel processo produttivo contemporaneo: il capitale tradizionale finanziario non è più necessario, le infrastrutture costose sono obsolete, e non c’è più bisogno di cordate o di grandi famiglie per creare sviluppo. Il nuovo capitale fisico necessario è un computer collegato alla rete, e i nuovi “imprenditori” sono potenzialmente tutti gli individui che formano il miliardo di umanità già oggi collegato, spinti a creare dalle proprie curiosità personali: “Individui - dice Benkler - che interagiscono socialmente, come esseri umani e come esseri sociali più che come attori del mercato attraverso il sistema dei prezzi”.

E’ questa la nuova economia della Rete che si sviluppa oltre i concetti del mercato e della proprietà, nella quale tutti producono, tutti fruiscono, tutti sono proprietari, dove l’atto di volontà non è nella specifica azione che ciascuno fa, ma nella connessione.

La sfida allo sviluppo dell’età industriale è totale, è appena cominciata, e sta producendo tentativi di difesa del vecchio ordine. Innanzitutto sul versante dell’informazione. Proprio perchè il nuovo modello mette in discussione i pilastri del vecchio modello industriale, con i “beni comuni” che sostituiscono la proprietà, con l’individuo che sostituisce l’imprenditore tradizionale, va superato l’equivoco di una generica “società dell’informazione” capace di intercettare il nuovo. Perchè, dice Benkler, “l’economia della Rete mette a disposizione diverse piattaforme di comunicazione, e così riduce il potere dei mezzi di comunicazione tradizionali, nei quali la proprietà del medium consente al proprietario di selezionare quel che gli altri possono vedere, e così condizionare la loro percezione di quel che possono o non possono fare”.

Con una devastante innovazione per il giornalismo tradizionale, perchè “I vari format della sfera pubblica creati dalla Rete mettono a disposizione di chiunque uno strumento per parlare, per indagare, per investigare, senza che sia necessario accedere alle risorse di una organizzazione mediale tradizionale”. Questa nuova libertà penetra tutti i rivoli dei media sino all’aspetto commerciale, arrivando ad eliminare ogni ruolo per lo stesso concetto di misurazione dell’audience come parametro di successo. Infatti, “mentre nei mass media tradizionali il criterio del successo è determinare un moderato interesse nel più ampio numero possible di spettatori poco impegnati, nell’economia della Rete l’attenzione viene posta sul creare prodotti altamente interessanti per un pubblico fortemente impegnato”.

La ricaduta politica di questo nuovo modello produttivo determina due fenomeni destinati ad allargare la sfera della libertà e della democrazia: perchè ciascun individuo non opera più nei vincoli finanziari o associativi dell’organizzazione della società industriale, e perchè è più attento alle ragioni degli altri, è costantemente connesso con gli altri. Informazione, conoscenza e cultura si creano su larga scala in una pratica della solidarietà determinata
dall’unico capitale iniziale: appunto, il computer collegato alla Rete. Secondo la definizione
di Benkler, “la pratica della libertà che comincia ad emergere con l’economia della Rete consente alla gente di ritrovarsi al di là delle barriere nazionali o sociali, al di là dello spazio e delle divisioni politiche. Consente alla gente di risolvere i problemi assieme, in nuove forme associative estranee ai vecchi vincoli formali e legali del raggruppamento politico”.

Viene a mente quanto accaduto in USA negli anni tra l’11 settembre e oggi, quando ogni risposta dell’amministrazione cadeva nell’accettazione passiva da parte del Paese, in una delega totale espressamente concessa al Presidente. Sino a quando due ragazzi della Pennsylvania hanno creato “MoveOn.org“, il sito dell’opposizione alla guerra e alla sottrazione delle libertà civili come politica di lotta al terrorismo: e nel giro di qualche mese, quel sito è diventato il centro dell’alternativa a George Bush, e nel novembre scorso è stato il principale collante della campagna elettorale che ha portato i Democratici a prendere la maggioranza nel nuovo Congresso; in termini di Repubblica parlamentare, sarebbe stato mettere in minoranza il Presidente.

Il processo di allargamnento delle libertà, di espansione della democrazia, di superamento di barriere etniche o geografiche consentito dall’economia della Rete produce, tra gli altri effetti, un nuovo modo di produrre cultura: più trasparente, più partecipata; soprattutto, “un sistema di produzione culturale che rappresenta chiaramente risultati migliori rispetto a quelli prodotti dalla cultura di massa commerciale impostasi nel secolo scorso”.

Siamo davvero nel mezzo di una trasformazione tecnologica, economica e organizzativa che ci permette di rinegoziare termini quali libertà, giustizia, produttività rispetto a come si sono precisati non solo nella società industriale, ma persino in quella dell’informazione. Per Benkler, “Come vivremo in questo nuovo ambiente determinato
dall’economia della Rete dipende dalle scelte politiche che compiremo entro i prossimi dieci anni”. L’uomo nuovo evocato dalle ideologie del secolo scorso sta forse inverandosi nell’essere umano libero, uguale, produttivo che si sta formando nelle nuove condizioni tecnologiche. Con un avvertimento che Binkler ci consegna mentre ci chiarisce i termini della scelta: “Per la politica economica, consentire ai vincitori di ieri di dettare i termini della competizione del domani, sarebbe disastroso. Come politica sociale, perdere questa occasione per arricchire la democrazia, la libertà e la giustizia nella nostra società, mantenendo e anzi accrescendo la produttività del nostro nuovo sistema, sarebbe imperdonabile”.Forse, la “Folla solitaria” di David Reisman sta cominciando a scomporsi in individui capaci di sostituirsi alle classi, o di determinare la nuova classe, insieme, di creatori, promotori, operatori, consumatori di informazioni, di conoscenze, di sviluppo e di cultura, nella società al tempo della Rete.

L’altra faccia della Guerra. Le donne cingalesi nel Libano

Agosto 29, 2006 on 6:38 pm | In Politica | 103 Comments

di Manuela Scebba

Sposate, lasciate dal marito, chi il marito l’ha perso in giovane età e l’unico desiderio è quello di far studiare i figli per regalargli un futuro più consistente, chi lavorava per riottenere i figli che attendono in orfanotrofio, chi non ha più niente da perdere, perché ha già perso tutto. Le donne si accalcano alla porta di un piccolo ufficio utilizzato come punto d’ascolto.

Cosa é successo a queste ragazze? Cosa vuol dire trovarsi in una guerra che non gli appartiene, cosa vuol dire buttarsi dal 3 piano di un palazzo per disperazione, perchè la madama ha chiuso la porta a chiave o risvegliarsi intontite e ritrovarsi ustioni sul viso, sulla pancia e sul capezzolo a soli 19 anni.. sedersi a una scrivania e piangere per non essere state pagate.

Come ritornare in Sri Lanka a mani vuote dopo aver promesso un benessere fatto di cioccolati e vestiti che ripagassero il tempo speso a lavorare lontani dai propri cari?

Tante storie di donne sfruttate dalla necessità di sopravvivere.

Il traffico di domestici o House Clining non è un segreto di questi tempi, alla razza cingalese nei paesi esteri è stato assegnato questo compito.

La speculazione è resa possibile su individui bisognosi che non avendo niente nelle proprie terre di origine sottomettono le proprie forze al volere dei padroni che ne comprano il silenzio e la fatica di 20 ore lavorative al giorno.

Sin dallo Sri Lanka queste bisognose signore si iscrivono a delle agenzie che le mettono in contatto con le famiglie tramite un contratto piuttosto allusivo, per le agenzie libanesi la questione è più complicata poichè delle volte le lavoratrici non capiscono la lingua del contratto e si trovano vincolate pensando di essere tutelate da una struttura legale, che invece si rivelerà una leva atta a visionare che esse si schiavizzino e si sottomettano il più possibile alle famiglie in cui rendono il loro servizi.

Arrivano in massa cercando una speranza e questa guerra in Libano forse avrà un unico pregio, quello di far emergere un traffico internazionale che sfrutta la manodopera di donne che tutt’oggi risultano essere trattate come schiave, come animali su cui sfogare le proprie repressioni. Si spera che il lavoro del Gus e dello Iom possa rendere giustizia e restituire almeno un compenso economico a queste cingalesi che si sono umiliate senza essere state minimamente ripagate della salute psico-fisica ormai corrosa e delle umiliazioni ricevute.

Migliaia di questionari in varie lingue dall’italiano alla lingua utilizzata dalle donne tamil aspettano di essere ascoltati da associazioni e dell’ambasciata che se non per i propri connazionali dovrebbe iniziare una causa per il deficit che lo Sri Lanka ha contratto con le famiglie libanesi

Net Neutrality

Luglio 7, 2006 on 11:22 am | In Politica, Tecnologia | 3 Comments

di Sara Cirulli

Secondo la definizione data da wikipedia per Net Neutrality si intende il modo corretto di funzionamento di Internet e la lotta, condotta da più parti, contro i vari tipi di distorsioni che i provider della rete possono apportare ai diversi contenuti che circolano nel network. Corretto funzionamento significa che i messaggi che usano la rete non sono filtrati in alcun modo, ma obbediscono alla legge di una coda fifo (first in - first out).

La Net Neutrality rappresenta un punto focale delle politiche regolatorie, in particolare per quanto riguarda Internet. Il principio di neutralità della rete si basa sull’impossibilità data ai provider che sfruttano la banda larga di offrire una connettività migliore, più veloce, di favore di partner o altri, mettendo in una situazione di svantaggio soggetti meno potenti e remunerativi.

In rete tutti i contenuti devono essere trattati allo stesso modo da chi offre la connettività.

Internet nasce come canale di comunicazione a disposizione di tutti, un bene comune che tutti hanno il diritto di utilizzare senza stare troppo a preoccuparsi di quelli che possono essere gli interessi economici che vi girano intorno. L’utente della rete è interessato a ciò che circola in essa, si tratti di contenuti che possono determinare profitto o meno. Ciò che interessa all’utente è la condivisione e lo scambio di contenuti, la possibilità di scambiare idee, opinioni, informazioni, bit senza discriminazioni di alcun genere, soprattutto senza discriminazioni di banda.

Ci si sarebbe aspettato perciò che gli operatori che ci forniscono l’accesso ad Internet rimanessero per sempre neutrali rispetto alle pagine web che vengono visitate o alle applicazioni utilizzate attraverso la rete.

Da uno studio di Roycroft però vediamo come alcune compagnie statunitensi non la pensino esattamente così, ma come al contrario pretendano di ricevere dei pagamenti ulteriori da compagnie come Google o Yahoo, pr esempio, per fare andare i propri siti più veloce degli altri.

Dalla parte loro compagnie come AT&T, Verizon e molte altre, cercano di giustificare la loro posizione affermando la necessità di trovare un modo per ripagare le spese da loro sostenute per la costruzione di connessioni migliori e sempre più veloci.

Sempre dall’analisi economica di Roycrof vediamo come, soprattutto negli Stati Uniti, il mercato delle telecomunicazioni ruoti intorno ad un numero sempre più ristretto di compagnie, sempre le stesse, che gestiscono la telefonia, l’accesso ad internet, la televisione, tutto ciò che è comunicazione.

Cosa succederebbe se queste compagnie riuscissero ad eliminare quella che è la neutralità della rete? Quella che è la sua natura intrinseca?

Nel momento in cui tali compagnie avranno il potere di gestire i pacchetti di informazione, i contenuti della rete, dando priorità a certi tipi di traffici piuttosto che ad altri, Internet stessa perderà il suo essere, l’essere un’architettura aperta.

Anche colui che viene considerato il padre del world wide web, Tim Berners Lee si esprime con preoccupazione sull’eventuale nascita di un Internet a due velocità, una rete con corsie preferenziali per chi ha maggiori possibilità economiche di investire su circuiti più rapidi e corsie più lente per gli altri.

Alla conferenza sul WWW che si è tenuta ad Edinburgo lo scorso maggio Lee si è nettamente schierato a favore della neutralità della rete affermando la necessità assoluta di una ferma separazione tra i fornitori di contenuti e coloro che vendono connessione.

In un post sul suo blog egli spiega come la rete sia nata in un contesto di apertura, apertura alle idee, all’innovazione proveniente da diverse menti, e come egli non abbia dovuto chiedere il permesso a nessuno per realizzare questa idea e come l’abbia messa a disposizione di tutti perché ci potesse essere uno scambio e una condivisione senza discriminazioni.

Nel suo post Lee conclude con un appello che non vado a citare, ma semplicemente a riassumere: La rete nasce come mezzo di comunicazione neutrale ed è per questo che può essere considerata base della democrazia e di conseguenza base di una economia di mercato equa e competitiva.

Anche Vint Cerf parla della Net Neutrality, affermando che l’impatto ed il successo economico della rete dipendono proprio dalla sua struttura aperta. La rete infatti è stata disegnata senza porte e senza blocchi e tutto ciò ha sempre permesso a diversi livelli di creare degli strati di conoscenze diffuse che hanno determinato una continua crescita ed innovazione della rete stessa, innovazione che dunque è sempre dipesa dagli utenti stessi della rete in assenza di potere centrale. Approvare delle politiche che permettano a pochi operatori di discriminare e di intervenire a proprio piacimento sulle attività in rete non porterà di certo ad una economia favorevole agli utenti. Non si può permettere agli operatori TLC di decidere quali servizi e strumenti l’utente può o non può utilizzare.

Andare contro la neutralità della rete significa dunque mettere da parte la natura aperta di Internet a favore di interessi puramente economici che genereranno vantaggi solo ed esclusivamente agli operatori TLC. All’orizzonte ci aspettano una serie di reti interconnesse tra loro, privatizzate dove non sarà possibile utilizzare indiscriminatamente i servizi che si desidera, ma tutto sarà controllato determinando un forte svantaggio dei servizi non graditi all’operatore.

Quello a cui oggi siamo abituati è una rete in cui troviamo diverse reti interconnesse tra loro ed una molteplicità di operatori attraverso i quali ci scambiamo contenuti. Ora come ora perciò disponiamo di un accesso libero ed incondizionato; eliminando il principio della neutralità un operatore di TLC potrà utilizzare le proprie tecnologie a proprio piacimento, per creare una rete parzialmente interconnessa ad Internet e ciò limiterebbe non di poco le possibilità di utilizzo dei servizi da parte dell’utente.

Oltre alla paura di modificare la struttura aperta della rete, si rischia soprattutto di bloccare la nascita di nuovi servizi e compagnie in Internet e di conseguenza l’innovazione che ne deriverebbe.

Certo è che bisogna cercare di fare tutto il possibile per far si che Internet resti una rete ed un servizio aperto, dove gli utenti possono decidere autonomamente quali siti visitare e di quali servizi usufruire e dove anche chi non ha soldi possa contribuire all’innovazione. Solo un modello di rete di questo genere può portare vantaggi economici sia agli utenti che agli innovatori e i vari operatori verranno premiati per aver fornito libero accesso ad una rete di grande valore come è Internet.

Nella caverna di Platone: 10,100,1000 spettautori

Giugno 26, 2006 on 12:08 am | In Politica, Tecnologia | 8 Comments

di Michele Mezza

Il documentario televisivo classico sta esaurendo la sua spinta propulsiva. Lo affermo assumendo  tutti i rischi inevitabilmente connessi ad ogni dichiarazione apodittica: presuntuosa nel contenuto e intollerabile nella drasticità del metodo. Ma i limiti del contributo richiestomi non mi consentono declinazioni più diplomatiche per far intendere chiaramente quello che penso sul tema. Stiamo parlando ovviamente di una tendenza, di un processo,che mi pare di intravedere sullo sfondo. Non di una sentenza di cui non avrei titolo per stilare le motivazioni. Diciamo che siamo sul crinale del solito processo indiziario.

Il linguaggio del documentario lineare televisivo è giunto, a mio parere, ad un punto di svolta. Un tornante contraddittorio e imprevedibile, dove probabilmente il futuro potrebbe essere alle nostre spalle. La mia non vuole essere infatti una classica conclusione futurista, dove ogni fenomeno storico è bollato come passatista per il semplice fatto che c’è sempre qualcosa di più “moderno”. Non voglio banalmente speculare sulle “magnifiche sorti e progressive” della rete come panacea di ogni male. Credo che si debba discutere, senza pregiudiziali, sull’adeguatezza di un linguaggio che per molti decenni ha saziato e affascinato l’opinione media dei consumatori di informazione. E che oggi pare non sufficiente. Probabilmente più per quello che abbiamo accumulato come esperienze in questi ultimi venti anni che per quello che la tecnologia ci promette nei prossimi decenni.

Diciamo che siamo in una situazione non dissimile da quella descritta mirabilmente da Platone nel Fedro, quando critica l’uso del libro come strumento di diffusione della cultura. Il libro, nel nostro caso il documentario TV, secondo il filosofo “ingessava” la mente perché non era in grado di recuperare la forza interattiva tipica della tradizione orale. Con la scrittura si perdeva la vitalità, siamo ovviamente nella piazza del minuscolo villaggio globale del tempo, di quello straordinario botta e risposta che portava Socrate maieuticamente a rispondere ad ogni domanda dei discepoli, rimodellando la lezione sulle singole necessità. Oggi diremmo che Platone rimproverava al libro di non essere ipertestuale, di non reagire alla personalità del lettore. Una critica che si meritò attraverso i secoli l’accusa di essere reazionaria ed elitaria, ma che io considero molto moderna proprio nella sua capacità di esprimere il disagio dell’intellettuale di fronte
ai prodromi di quel processo di disintermediazione che proprio la scrittura avviò, e che ora è giunto ad una fase matura con quel possente decentramento del sapere all’individuo, indotto dalla rete.

Ma l’osservazione di Platone, rivisitata oggi, ci annuncia come fosse già allora istintivamente percepito il limite sociale nella comunicazione tipicamente verticale che il libro proponeva. Continuando a giocare con la sovrapposizione della terminologia attuale sulle idee di ieri, potremmo dire che Platone rivendicando il primato della relazione orale rispetto al libro nella diffusione del sapere, elaborò con il Fedro la prima critica al modello Broadcasting, in nome di un protagonismo dei produttori, di una condivisione editoriale degli autori, che oggi ritroviamo sublimato nella pratica di massa dell’open source .

Forse è proprio questa memoria genetica che ci collega ai padri del pensiero che ha permesso alla rete di assumere la pervasività che oggi conosciamo.

Internet, infatti, non è riducibile ad una tecnologia abilitante, ma esprime soprattutto l’ansia di un “ritrovare” una antica modalità di comunicare nata proprio nella caverna dell’uomo: il peer to peer. Non capiremmo altrimenti la dimensione e il ritmo del fenomeno. E’ qualcosa di antico che torna più che qualcosa di ignoto che irrompe.

Come spiega lucidamente Manuel Castells, forse il più organico lettore del nuovo scenario multimediale, “Quello che è cambiato non è il tipo di attività che impegna l’umanità, ma la sua abilità tecnologica nell’impiegare come forza produttiva diretta ciò che contraddistingue la nostra specie come eccezione biologica: la sua superiore capacità di elaborare simboli”.

Questa è la società in rete dove tutti siamo immersi e dove, ancora Castells ci spiega, si vive, producendo informazione tramite informazione. In questa caverna multimediale, torna la pretesa sociale di un linguaggio partecipativo, di un modello di racconto multipolare, di storie che parlano e fanno parlare anche chi ascolta. Non molto dissimile da quel brusio epico che produsse l’Iliade e l’Odissea.

Questo è il contesto in cui, io credo, dobbiamo collocare un linguaggio quale il documentario.

Il catalogo della Guerra

La Guerra rimane la madre di tutti i documentari. L’universo della massima violenza è ancora il tema in cui l’indagine audiovisiva trova la sua massima ispirazione e diventa narrazione spettacolare.

Ed infatti se vogliamo ora fare il punto sullo stato di salute del documentario moderno faremmo bene a guardare a quanto è stato prodotto attorno alla Guerra in Iraq. Il catalogo delle soluzioni generate dal filone che prende le mosse dall’11 settembre ci offre uno spaccato decifrabile delle tendenze principali che si stanno affermando sullo scenario multimediale. Due sono i modelli che propongo per un ragionamento circostanziato.

Si tratta di due opere-tipo, due archetipi, che concentrano gli elementi costitutivi delle tendenze emergenti. Rappresentano anche, ma questo è del tutto accessorio, due approcci culturali ed ideologici differenti, quasi opposti .

Il primo è uno straordinario documentario prodotto nel 2004 dal titolo Voices of Iraq. Si tratta dell’unico documentario girato direttamente da iracheni. L’idea geniale è venuta a Eric Manes, Martin Kunert e Archie Drury, due registi e un ex marine elettore dei democratici. I tre hanno distribuito 150 telecamere digitali in giro per l’Iraq, chiedendo agli
improvvisati registi di provare a raccontare la vita del dopo Saddam, i problemi della sicurezza, i dolori causati dall’occupazione, il dramma del passato e la speranza nel futuro democratico. Le videocamere hanno girato in lungo e in largo l’Iraq e sono tornate con 400 ore di filmati, ridotti a 80 minuti nella versione finale. Fanno girare la testa, visto che le immagini non sono state catturate da professionisti .Un’opera corale che riesce ad esprimere una forza informativa già solo per il modo in cui è stata concepita: 150 autori che di per sé rappresentano uno spaccato significativo di quel mondo martoriato. Un’opera contro corrente rispetto al clima politico professionale. Gli iracheni che hanno parlato, per il semplice fatto di parlare da iracheni, con iracheni, sono stati portati a discutere non tanto degli infiniti aneddoti della guerra o delle ragioni geo politiche per cui Bush ha voluto l’invasione dell’Iraq, ma soprattutto di come si viveva prima e come si vive oggi a Bagdad, Bassora o Fallujia. Un orizzonte radicalmente diverso da quello proposto dagli inviati o dai corrispondenti di guerra, per i quali l’Iraq esiste solo come risvolto della politica americana, esiste solo l’oggi.

Il secondo esempio che propongo come test, è invece un’opera di Kent Bye, ancora in allestimento, che abbiamo visto in anteprima sulla rete. Si tratta di una poderosa analisi di come i grandi broadcaster americani hanno raccontato la guerra. L’analisi si basa sulla registrazione di migliaia di ore dei resoconti  e delle analysis dei networks statunitensi sulla guerra, decifrati in base alle fonti e alle opinioni utilizzate, con il corcorso di almeno 80 fra gli autori originali e i critici dei singoli pezzi analizzati. Un gigantesco affresco multimediale reso possibile dalla rete e dalla trasparenza delle fonti che la rete assicura. Il senso lo spiega direttamente l’autore: Io penso che la tecnologia stia aiutando a fare analisi sofisticate ed interpretazioni abilitando la ricerca potenziata dai network. Il futuro vedrà questi network creare contesti interpretativi basandosi su di una massa di dati, base per una conoscenza distribuita. Non si parlerà di quello che è popolare e rilevante ma di quello che è vero. Dovremo saper descrivere queste complesse situazioni in modi come le analisi di ipotesi competitive di Richard Heuer. Il primo passo sarà creare gruppi di persone pensanti in grado di guardare alle cose ed interpretarle nella maniera corretta.

In entrambi i casi il documentario è stato declinato in termini diciamo platoniani, ossia, seguendo la nostra metafora iniziale, con un recupero della potenza dell’antica interattività propria della tradizione orale. Nel primo caso vediamo come la miniaturizzazione dei mezzi di produzione, le telecamerine digitali, abilitino nuove forme di protagonismo abbattendo la soglia di entrata nel mercato di figure che ne erano escluse -i testimoni- dalla barriera produttiva. Già solo la liberalizzazione dell’accesso alle funzioni di ripresa modifica la geometria autorale, rendendo plausibile modelli corali fino ad oggi non ammessi dall’ortodossia delle opere documentaristiche. Più voci che parlano, molte più mani che premono il bottone, molti occhi che guardano e scelgono, in uno scenario controverso come ad esempio la guerra in Iraq, introducono nuovi modelli espressivi, nuovi linguaggi, nuovi contenuti. Nel secondo caso la rete si propone come cervello collettivo, o meglio connettivo per dirla con de Kerckhove, come memoria non più ingessata, in grado di recuperare non solo  la produzione dei grandi networks, quanto di ricostruire il sistema di fonti che sostengono ogni singolo reportage. Anche in questo caso si recupera il senso antico dell’Agorà, o del foro, che diventa forum on line con gli autori e i critici dei servizi in discussione.

Io credo che le tendenze disegnate dai due esempi riportati debbano portare ad una sola conclusione: sta mutando radicalmente il modo in cui gli individui usano e consumano la comunicazione. E la direzione di questo mutamento mi pare sia univoca: l’utente sempre più chiede di essere co-produttore della comunicazione che è disposto a consumare. E’, in sintesi, questa la ragione per cui si è sbriciolato il mercato della musica, che solo fino a qualche anno fa pareva una fortezza inespugnabile e presidiata dall’armata della RIIA, la potente lobby dei discografici americani. Per lo stesso motivo si sta incrinando seriamente il mercato dell’audiovisivo, con le grandi Major hollywoodiane costrette a stringere accordi ruffiani con i net provider della rete per tentare di proteggere le proprie cassaforti dei diritti cinematografici. Ora il punto è capire come i linguaggi di questo mondo possano sopravvivere, come i dinosauri possano sfuggire all’estinzione.

Il Bazaar e la cattedrale

La TV è il campo di battaglia del conflitto moderno. L’ondata del peer to peer sta salendo, e lambisce, il broadcasting. Il bazaar della rete ha già cinto d’assedio le cattedrali della TV. Google ne è il portabandiera: più memorie, più servizi, più potenza. Questo il messaggio del motore di ricerca più potente del mondo. Il destinatario sono gli invidi che si raccolgono in comunità virtuali momentanee, la cosiddetta Ad-Hocrazie come la definisce Howard Rheingold nel suo preveggente Smart Mobs, il modello per cui in base al contenuto che mi serve in quel momento mi faccio autore o consumatore, singolo o platea, individuo o comunità. Ciò che fa la rete -spiega Rheingold- è fornire un pascolo dove le pecore evacuano erba, dove ogni utente fornisce le risorse che consuma.

E’ questo il paradigma crescente con cui fare i conti. Come accadde già negli anni ‘70′ al totem della grande radio nazionale, sbriciolato dalla possibilità di costituirsi in radio da parte di ogni singola comunità.

Già oggi assistiamo ad un dispiegamento  non casuale del mercato del documentario. Mentre il genere dell’approfondimento giornalistico tende quasi a sparire del tutti dai palinsesti della Tv generalista, appaiono forme inedite di indagine audiovisiva nel formato cinematografico -valga l’esempio di Farenigth 11/9 di Moore- e si moltiplicano le inchieste sulla rete. Questa radicalizzazione, come testimoniato anche dai nostri due esempi citati in apertura, è solo apparentemente contraddittoria. Cinema e rete mostrano la capacità comune di meglio adattarsi alla pretesa di una maggiore condivisione della produzione da parte delle nicchie di utenti. La Tv inseguendo la sua chimera di massa lascia per strada le figure sorgenti, come fece la radio nazionale negli anni ‘70. Perfino i nuovi device telefonici, il cosiddetto tivufonino, riescono ad intercettare meglio l’ansia di socializzare la produzione che sale dai nuovi ceti multimediali, come dimostrano le performance dei nuovi docudrama corti girati direttamente in UMTS o DVB-H.

Io credo che elitticcamente il documentario tornerà in televisione. Ma lo farà concorrendo a mutare drasticamente il modello sociale del media televisivo. Proprio il documentario, declinato nei diversi formati e sulle diverse tematiche, sarà uno dei driver della segmentazione della TV.

Oggi infatti ci appare evidente come il mercato televisivo tenda a riorganizzarsi attorno a due modalità: una che potremmo definire Rich e l’altra Light.

La prima è caratterizzata dalla triade Grande schermi, Grandi diritti, Grandi costi, ed è la Tv dell’alta definizione, dove l’immagine ritrova una sua aristocrazia a riprende la distanza di sicurezza dalla rete. E’ la Tv ricca, transnazionale, la Tv del grande sport, dei grandi film , dei grandi eventi in diretta. Il regno crepuscolare del copyright che si arrocca nella
sua ultima torre d’avorio. In questa televisione, tendenzialmente realizzabile solo da pochi grandi gruppi multinazionali, il documentario rischia di essere un ospite occasionale e tollerato. Un disturbatore che non si può mettere esplicitamente alla porta.

Il secondo modello è quello invece Light, della tv di convergenza, dove lo schermo televisivo diventa la maschera, o l’interfaccia, del flusso di rete. Questa sarà una televisione di servizio, territoriale, radicata nelle comunità. Fortemente identificata con l’informazione. Qui il documentario può ritrovare il suo protagonismo, rendere il libro flessibile come un incontro con Socrate, per citare Platone. Da qui si può spiccare il salto verso l’altra Tv, quella dell’intrattenimento, esattamente come ora si fanno le incursioni nel circuito cinematografico.

In questo dualismo fra Rich e Light è capire chi meglio intercetterà il senso del tempo, chi potrà integrare o applicare la domanda di peer to peer. Un nuovo cantastorie moderno, che possa supplire ai nuovi individualismi proponendo momenti di coscienza collettiva, o l’impresario di un fosforescente circo Barnum che ibernerà il documentario nei nuovi sfavillanti palinstesi a pagamento? O ancora, vincerà chi si farà una ragione della limitatezza della TV, e ne prescinderà inseguendo nella caverna della rete coloro che consapevolmente vorranno il sapere, resistendo stoicamente alle seduzioni dello schermo grande?

Agli spettautori la risposta.

La natura, l’economia, la società, la comunicazione funzionano allo stesso modo

Maggio 21, 2006 on 12:44 pm | In Tecnologia | 13 Comments

di Olga Panzini

Di questo parla il libro di Buchanan, Nexus.
Tentare di scomporre l’evoluzione delle cose, la vita degli uomini, l’andamento dei fenomeni naturali nei millenni, i risultati della realtà economica fa già entrare nella teoria della complessità.

E’ possibile prevedere gli eventi, scoprire gli effetti di certe condizioni naturali, ecosistemiche, di certi rapporti di potere insiti nelle vicende umane? Lo storicismo affermava di si, la posizione sostenuta era che gli accadimenti storici seguissero un loro corso, certi percorsi storici insomma fanno esperienza.

Presupporre il contrario ci è però lecito, visto che viviamo in un mondo di oltre sei miliardi di individui, una natura che segue proprie leggi e l’intervento dell’uomo produce effetti durevoli, irreparabili e, seppur modificabili, comunque significativi, per l’influenza che esercita sull’intero ecosistema. Se ci fosse uno schema regolatorio sotto qualsiasi andamento fenomenologico possibile? Se i fenomeni assumono una forma propria, ma nella sostanza tutti condividessero un andamento parallelo che li facesse somigliare tutti?

Sembra proprio che vada così: il sistema ecologico, il cervello umano, la vita cellulare, i sistemi economici, le reti tecnologiche e sociali mostrano ad uno studio attento, ma non difficilmente discernibile, uno stesso modo di agire e risolversi. Tutti questi sistemi che Nexus discute nascondono dentro di sé una forma di rete. La configurazione di rete viene spiegata dalla teoria dei grafi. Assegnare una forma a questi sistemi vuol dire ridurre la complessità in qualche modo.

Risolvere la complessità è stato compito degli scienziati per decenni, e la teoria delle reti è la nuova scienza entrante che interessa antropologi, economisti, informatici, matematici. Perché?

Sostiene Mark Buchanan, autore di Nexus, che è necessario portare a conoscenza questi nuovi studi, sapere cosa elaborano, consentire a più persone possibili di condividere certe riflessioni, per facilitare lo sviluppo “ecologico” della realtà dei sistemi complessi, risolvere le condizioni di emergenza e non partecipare a renderle più complesse ignorandole.

I matematici Duncan Watts e Steve Strogatz nel 1998 hanno realizzato, a tavolino, un grafo composto di punti (nodi) che rappresentano degli individui e linee,a rappresentare dei possibili collegamenti.
Lo studio era condotto sulla scorta di un esperimento dello psicologo Milgram.
L’esperimento voleva dimostrare come nel compito di inviare una lettera ad un destinatario posto a Boston senza sfruttare un canale di invio tradizionale, la lettera, assegnata ad individui a caso potesse arrivare a destinazione comunque; l’esperimento riuscì.
I matematici erano allora tentati di studiare come fosse possibile che due persone, distanti spazialmente potessero entrare in contatto attraversando solo sei passaggi.
Come risultò anche dall’esperimento di Milgram, quindi, non fu tanto l’intenzione del mittente che portò risultati allo scopo dell’esperimento dell’invio della lettera, bensì la casualità delle conoscenze ed intermediazioni che favorirono il viaggio della lettera fino a destinazione.
Si può assumere lo stesso principio affermando che non è studiando proprietà e struttura degli elementi a determinarne la sostanza, bensì le interazioni che queste assumono che le portano ad ottenere una specifica forma, così come analizzare una molecola d’acqua non presume il fatto che a –1°C l’acqua assume forma solida e a 1°C invece liquida.

Nel febbraio del 2001, un consorzio internazionale di biologi ha finalmente mappato il genoma umano, scoprendo che il numero dei geni umani che ci caratterizzano sono solo 30.000 e non 100.000 come si prevedeva di arrivare a scoprire.
Forse non è allora il numero di geni a determinare la complessità di cui siamo fatti. Per comprendere la complessità della vita umana bisogna studiare l’architettura di rete che si è formata in noi, impresa vasta e difficile, comprendendo la vasta rete di cui facciamo parte, la catena alimentare in cui viviamo all’interno del grande ecosistema che è ben retificata e interagente.
Facciamo parte di un piccolo mondo; assumere questa verità ci faciliterebbe la vita e ci aiuterebbe a comprenderne e a rispettarne la naturale composizione in evoluzione. L’ autore affronta appunto la teoria “piccolo mondo” tentando di dimostrare questa e tante altre cose.

La teoria delle reti rientra nella teoria della complessità, anche se alcuni scienziati non accettano quest’ultima. Nexus, al contrario, vuole dimostrare che l’insieme interagente, di atomi, molecole, nazioni, pedoni, agenti di cambio, rappresenta una “sostanza”.
In questa sostanza è possibile scovarvi una legge universale? Gli sconvolgimenti storici, certi accadimenti di violenza collettiva scatenata da un malinteso seguono una legge universale? La capacità raziocinante dell’uomo assume senza dubbio una rilevanza notevole.

Le reti più importanti del mondo si trovano sempre sull’orlo dell’instabilità e della crisi. L’andamento economico delle nazioni dopo periodi di lunga stabilità si trova all’improvviso sconvolto da avvenimenti o inspiegabili, o da un solo evento che con forza può cambiare radicalmente le radici che certe organizzazioni si erano poste, vedi l’attacco dell’undici settembre,2001.

Dopo quella data il mondo occidentale sembra dover combattere contro una rete terroristica decentrata e potente, simile alla grande rete (non umana, virtuale) Internet. L’organicità di questa rete la rende inattaccabile. Ma come possiamo salvaguardare le reti cui facciamo affidamento quotidianamente? Come possiamo fermare epidemie devastanti del nostro tempo come l’Aids? La sua diffusione dimostra che è effetto dei nostri comportamenti, delle nostre scelte, del nostro agire in mezzo agli altri. Proviene da usanze culturali e si diffonde tra conoscenti.

Come l’industria può sfruttare la struttura delle reti sociali per ottenere informazioni preziose? Luce, telefono, Internet, salute, lavoro, evoluzione, denaro, tutto ciò va a costituire il nodo della questione sicurezza di rete. Reti sicure Internet, reti sicure di socialità, reti sicure di trasporto dell’energia. Tutti i collegamenti che si possono tracciare per costruire un grafo vengono a rappresentare costruzioni designate o possono seguire direzioni casuali.

La rete piccolo mondo è stata studiata dal matematico Erdos. I matematici parlano del loro numero di Erdos: se avete firmato un articolo del personaggio avreste numero di Erdos 1, se aveste scritto un articolo con lui avreste numero di Erdos 2, e così via. Nessun matematico ha numero Erdos superiore a diciassette. E’ rete piccolo mondo tutta la composizione di personaggi cinematografici, che incontrandosi sul set stabiliscono un legame di notorietà determinato dall’attore più famoso con cui hanno avuto occasione di interpretare il film, facendo una ricerca su Internet con un motore di ricerca appropriato per una ricerca su attori cinematografici, scopriremmo che tanti attori sono collegati al più noto. Se su un foglio tracciamo sei miliardi di punti e colleghiamo due coppie scelte a caso affinché ciascuno abbia un gruppo di amici, la regola rileva una legge, nota come legge dei sei gradi di separazione.
Poniamo di voler rappresentare il gruppo dei nostri amici collegandoli tra loro formando una rete e tracciare per un nostro caro amico una seconda rete di rapporti che con noi rimangono collegati solo indirettamente. Se ognuna delle due reti comprende cinquanta amici, due soggetti separati sarebbero legati da soli due passaggi Non solo allora la legge dei sei gradi di separazione può unire qualsiasi individuo sulla faccia della terra, ma bastano soli due passaggi per collegare due sconosciuti non troppo lontani. Questa è la rete piccolo mondo di Erdos. Perché il numero dei passaggi diminuisca devono formarsi all’interno della rete dei collegamenti casuali. Il grafo spiegato non rappresenta con correttezza la realtà dei rapporti che le persone possono intrecciare tra di loro. Nella realtà il numero delle persone raggiungibili con un collegamento sequenziale non crescerebbe in modo così rapido come nel grafo casuale.

Gli eventi inaspettati della vita disegnerebbero linee casuali, come accade nei rapporti che possiamo intrecciare lungo la nostra vita; tenere conto di questi rapporti non è casuale, eppure una certa casualità facilita la realizzazione dei nostri piani se abbiamo bisogno di contatti distanti. Un esperimento ha mostrato che informare un amico che stiamo cercando lavoro è meno efficace che informarne soggetti con cui abbiamo contatti casuali e poco stabili, utilizzare il nostro stretto gruppo di conoscenze produce ridondanza senza ottenere effetti positivi.

Le linee non casuali sono quelle a cui si fa più affidamento, sono il nostro sostegno, tutti condividono un’appartenenza infine gli abitanti del pianeta non sono connessi a caso. Ma molte condizioni ci distinguono.

La vera scoperta è che la rete sociale potrebbe essere né casuale né ordinata come gli studi dei matematici hanno voluto dimostrare, ma potrebbe essere rappresentata da una terza, che sta nel mezzo, né troppo ordinata né totalmente casuale. Ma i matematici sono arrivati ad ignorare questa possibilità. Soltanto Mark Granovetter negli anni Settanta ha analizzato i principali legami sociali tra le comunità umane. Ciò che si era tralasciato era la considerazione dell’intensità delle relazioni. Se intratteniamo un legame forte con una persona è molto probabile che questa intrattenga un legame della stessa intensità con un terzo individuo, che con noi instaura solo un legame debole.

Un sistema di rete del genere forma in qualsiasi caso uno schema triangolare. Ma si può dimostrare che rompendo un legame forte, togliendo un lato del triangolo possiamo comunque passare da un’estremità all’altra con soli due passaggi. Il paradosso sta nel considerare i legami forti quelli che tengono in piedi la rete, mentre in realtà la rete è tenuta da quelli deboli. Granovetter li definisce i “ponti sociali”.

Disegniamo tre, quattro triangoli che collegano da punto a punto persone distanti, a coniugarle sono quei legami deboli non diretti, sono quei ponti costituiti da legami deboli. Mentre i legami forti ci connettono con persone con le quali saremmo connessi comunque.

Negli anni Ottanta in America Networking diventò un termine alla moda. Se si volevano intrecciare relazioni funzionali alla risoluzione di un bisogno cruciale era necessario sfruttare le “lunghe dita” di relazioni sociali possibili. Granovetter eseguì un esperimento. Effettuando delle interviste per scoprire dalle risposte dei soggetti intervistati tramite chi si fossero messi in contatto con il loro datore di lavoro, scoprì che solo il sedici per cento di era pronto a rispondere di essere state aiutate da soggetti con cui avevano legami forti, ben l’ottantaquattro per cento aveva trovato impiego grazie al giro di voce solo tra conoscenti. I legami deboli sono una risorsa importante. Le sue scoperte non portarono comunque a risultati scientifici determinanti, come nemmeno il risultato dell’esperimento di Milgram risulta spiegabile.

Watts e Strogatz effettuarono i loro calcoli di grafo al computer, segnando punti e linee a formare grafi ordinati e inserendo ogni volta nuovi elementi scoprirono mille e oltre forme di grafo.

Partirono da una rete circolare ben ordinata di mille punti e collegarono ognuno di questi con i dieci punti più vicini tra loro, ottenendo come risultato 5000 connessioni. Introducendo poi dei legami casuali, poniamo partendo da dieci, calcolavano il coefficiente di aggregazione e il grado di separazione. La rete mostrò così di poter avere tra dieci punti vicini, al massimo 45 connessioni, in realtà solo due su tre erano realmente collegati. Se questo risultato si verificasse nella realtà tutti i propri amici sarebbero anche amici altrui. Nel numero dei gradi di separazione, invece, ossia il numero medio di passaggi per passare da un’estremità all’altra, il risultato era cinquanta, un numero elevato in una rete ordinata. La cosa sorprendente fu che bastava inserire nuovi collegamenti casuali per diminuire il grado di separazione, e produrre una rete piccolo mondo. Le reti costruite da Watts e Strogatz mancano di due caratteristiche: per primo sono finite, mentre, al contrario le reti Internet sono in crescendo; per secondo mancano dei connettori, i pochi elementi che hanno un numero elevato di connessioni.

Le reti puramente casuali presentano un coefficiente di aggregazione pari allo 0,01% ben lontano dalla realtà dei fatti. La rete piccolo mondo presenta collegamenti ordinati e collegamenti casuali.

La rete piccolo mondo è anche alla base della struttura di funzionamento del cervello umano. Ci sono connessioni di breve e lunga distanza tali da far percepire la stessa struttura di rete piccolo mondo, una rete bene unita che tiene insieme aree speciali preposte al riconoscimento, alla memoria, al linguaggio. Se solo venisse lesa una unità costituente di questa area, il nostro corpo perderebbe certe capacità ma la lesione potrebbe interessare soltanto un’area circoscritta in modo da permetterci di continuare a vivere senza.

In America, Paul Baran scrisse nel 1964, durante la crisi per i missili di Cuba scoppiata tra Washington e Mosca, una serie di relazioni tecniche per la California, cercando di dare una risposta risolutiva alla questione della salvaguardia della rete di comunicazione, che doveva poter sostenere ad un probabile attacco sovietico.
La rete di comunicazione era una rete tutta centralizzata, perciò molto vulnerabile ad un attacco mirato alla sola parte forte delle totali connessioni.
Egli presentò un progetto per dislocare in più centri d’importanza la rete delle linee telefoniche, così che la rete potesse in ogni situazione funzionare. Una rete intelligente, formata da diversi centri con tre o quattro connessioni in modo che se un raggio veniva tagliato fuori dal suo normale funzionamento, la trasmissione avrebbe trovato una connessione alternativa per attivare le comunicazioni. Una rete , insomma, ordinata allo scopo anche se tutte le reti, quelle elettriche, le telefoniche, nella loro costruzione si sono susseguite nel tempo, installate rispondendo alle esigenze che nascevano “casualmente” in regioni diverse del nostro pianeta. Seguendo non più di tanto una logica regolare tale da farle assumere una forma, nel suo complesso, perfettamente ordinata, consentendo di mettere in comunicazione persone diverse tra loro.

Per analizzare la rete Internet risaliamo all’americana Arpa, Advanced Research Project Agency, che nel 1969 collegarono quattro computer istuati in diverse parti del mondo, capaci di comunicare l’uno con l’altro, costituendo Arpanet, il primo prototipo Internet. Nel 1972 questa rete era cresciuta fino ad includere diciannove computer. Era l’origine di Internet che oggi comprende circa 200 milioni di computer di 250 distinti paesi. Internet, rete fisica, e World Wide Web, rete virtuale, oggi connette milioni di persone e siti. Basti pensare che il www è composto da miliardi di pagine, ognuna collegata a svariati link (collegamenti ad altre pagine). Vi è un disegno sotto la struttura virtuale che prende forma da questa fantastica scoperta?

Tutti i computer, certamente se dotati di connessione, possono comunicare con qualsiasi altro computer. I passaggi che il sistema deve compiere per allacciarsi ad un altro qualsiasi sono pochi. Internet segue una struttura gerarchica, vi sono gli hub, i computer che hanno più connessioni, che gestiscono più traffico di informazioni, e nodi con poche connessioni.Internet è aristocratica o scale free. Le connessioni seguono la così detta “legge della potenza”: all’aumentare del numero di connessioni , diminuisce il numero di quei computer che fungono da veri connettori (nodi). E’ anche la legge che segue la così detta distribuzione a coda larga; rappresentando i dati su un grafico così che si ottenga una curva, invece della classica curva a campana questa comporta una tendenza verso lo zero molto più rapida. Sembra una casualità, ma rete Internet e World Wide Web si somigliano molto con la loro conformazione a rete.
Seguono una propria legge dotata di ordine oppure seguono un ordine casuale?
Seguono sicuramente la legge piccolo mondo.
L’equipe di Parabasi ha effettuato esperimenti di robotica applicata ai computer per stabilire il diametro, ossia quella distanza che esiste tra pagina web e pagina web. Distanza che permette di visualizzare più pagine e di passare dall’una all’altra. Anche per questi sperimentatori vi è stata sorpresa nello scoprire che servono appena diciannove clic di mouse per andare da una pagina all’altra nel percorso di una qualsiasi ricerca. Potrebbero sembrare tanti diciannove clic ma se si pensa che il Web è composto da miliardi di pagine, non sembrano più così tanti. Inoltre i ricercatori hanno scoperto che all’aumentare del numero di pagine web che vengono immesse in rete il numero di clic di mouse dovrebbe aumentare sensibilmente, e invece nei prossimi anni questo numero potrà aumentare di pochissimo.

Questa nuova scienza trova affinità in diversi campi di studio, come abbiamo detto prima, infatti anche nel campo della scienza dell’analisi cellulare avvengono scoperte che possono essere riconsiderate dagli specialisti informatici nello studio del funzionamento di rete in Internet.

Il batterio Escherichia Coli, presente nell’organismo umano per svolgere una funzione metabolica, mostra come sono solo una o due molecole specifiche a partecipare a questa funzione, che investe parecchie centinaia di reazioni. Mentre un tipo specifico di nematode manca di connettori come nelle reti di Watts e Strogatz, quindi la sua struttura ha un carattere egualitario. Nella rete elettrica degli Stati Uniti vi sono generatori, sottostazioni elettriche connessi ad altri tre, mancano insomma gli hub per la diffusione di energia elettrica nei vari stati.

Se visitiamo, invece Yahoo e Amazon.com ci accorgiamo di essere entrati in una rete web, per così dire, aristocratica, in cui vige la legge naturale del “il più ricco diventa sempre più ricco”.
Non esistendo una direttiva web, chiunque può inserire nel proprio sito un link di collegamento ad Amazon.com o Yahoo, i quali beneficiano dei passaggi spontanei che voi creerete per loro. Voi e tanti altri siti andranno ad aggiungere nel proprio sito quel link, senza ostacolare nessuno.

Le reti piccolo mondo dunque facilitano le élite a meno che non si vietino le interconnessioni plausibili. Lo stesso avviene nelle situazioni economico-finanziarie, così che la regola del “il più ricco diventa sempre più ricco” esiste anche nel mercato dei capitali, e degli andamenti economici internazionali.

E Internet, costituendo sia una grande forza tecnologica aperta a tutti ha scatenato anche le paure del Presidente Bill Clinton nel 1996, quando degli hacker hanno utilizzato la potenza di rete per allacciarsi a sistemi di sicurezza, scatenando un vero pericolo dovuto alla tecnologia. Nel 1999 i virus informatici costarono all’economia americana sette miliardi di dollari. Quando gli analisti informatici hanno deciso di studiare il modello strutturale di Internet, anche quella futura, non hanno potuto fare a meno di considerare il suo necessario potere di funzionamento.
Una rete così tecnologicamente complessa e potente non deve solo essere distribuita capillarmente ma deve anche essere capace di funzionare al meglio, senza causare ingorghi tra le linee che rallentano il suo normale funzionamento o ostacolano scopi più ambiti, bloccando i computer. I protocolli vanno testati su modelli realistici di Internet, questo oggi è possibile e permette di generare reti dello stesso tipo. Attacchi ai server, spam, virus che danno il diniego di servizio, e altri hanno causato molti problemi nel recente passato di Internet.
Nel 2000, centinaia di milioni di messaggi arrivarono tutti insieme ai portali, causando la cancellazione temporanea di siti dal Web. Finora alcuni attacchi erano stati attuati dagli hacker a scopo ludico ma nulla fa pensare che un giorno questi attacchi vengano mirati a qualche nucleo d’ importanza strategica o di sostegno di un Paese grande come il ministero della Difesa americana, che dovrebbe avere il più protetto sistema informatico del pianeta.
Le offensive ben coordinate difficilmente possono essere fermate.
Se si paralizzano le aerolinee e si fanno precipitare aerei c’è poco da sperare sulle attuali forme di sicurezza.
E’ importante che ci sia ridondanza, ossia che in ciascun sistema gli elementi autonomamente possano eseguire gli stessi compiti funzionali basilari, in modo che se un elemento fosse messo fuori funzione, un altro sarebbe in grado di prendere il suo posto.
Se in un sistema casuale, vengono attaccati man mano elementi importanti il diametro tra un elemento ed un altro aumenta fino ad ottenere una rete non più casuale ma composta di tante piccole sottoreti. Gli hub superconnessi fungono da collante, e un attacco scoordinato elimina quasi sempre elementi poco importanti. La strategia di un aggressore potrebbe essere quella di attaccare i superconnettori generando un arresto rilevante del sistema.
Questo studia l’equipe di Barabasi, calcolando di quanto aumentasse il diametro tra connettori ogni qual volta venissero eliminate percentuali di elementi, concludendo che il piccolo mondo costituisce un facile bersaglio e in cui la rete casuale è avvantaggiata.

Alcuni sostengono che le difese infrastrutturali dovrebbero funzionare come le difese immunitarie umane, riconoscendo per tempo gli attacchi e cercare di reagire limitando il danno a una sola parte della rete.
Insomma gli informatici devono adottare una impostazione biologica al cyberspazio.
Determinanti sono la flessibilità e la vulnerabilità, sia nei sistemi informatici che nel funzionamento biologico.

Nella seconda parte del libro l’autore si sofferma a discutere più dei sistemi umani, biologici, sanitari, come la diffusione dell’aids, le scelte compiute sul sistema vitale animale da alcune popolazioni, discutendo anche il testo di Gladwell Punto Critico, in cui si studia l’influenza esercitata su idee, pettegolezzi, ondate di criminalità e la diffusione con cui si propagano nella società realtà come i virus.
Vi è una soglia in cui le cose si estinguono e altre no, qualunque regola si voglia apportare per modificare un ambiente, vi è sempre un punto critico.
I fisico-matematici danno più importanza all’esistere del punto critico che non ai particolari, anche quelli che spesso ci sono oscuri.
Perché un’ idea si trasmetta di mente in mente è sufficiente che ci sia trasmissione e che esista il punto critico. Lo stesso vale per la diffusione delle malattie: al di sotto del punto critico la malattia si estingue con una certa rapidità.
Quando si decide di vaccinare una popolazione affetta da un virus si decide di farlo più o meno a caso, perché l’immunizzazione abbassa il punto critico.
Ma se il punto critico non c’è non si avranno effetti notevoli, la malattia potrebbe si ridursi ma si trasmetterebbe comunque grazie a quei connettori che hanno più capacità di relazioni trasmissive.
L’importanza della psicologia delle masse, capire come certe mode si diffondano e perché certi libri diventino presto best seller, perché si scatenano atti di violenza in un determinato periodo storico, rende sempre importante studiare i meccanismi di influenza psicologica.
Anche certe bolle speculative si sono originate dal seguire il comportamento di pochi individui.
La contagiosità tocca anche le strategie di marketing, facendo nascere in pubblicità nuovi concetti come quello di ” permission marketing”, la pubblicità sul consenso.
Influenzare le menti, convincere i clienti a fare pubblicità per l’azienda. L’influenza che il solo marchio esercita per la sua popolarità, si sa, è sempre più pressante della sostanza del prodotto venduto: la Coca-Cola resterà sempre la bevanda più richiesta, nonostante molte aziende abbiano messo sul mercato la stessa, cambiando solo di nome, ottenendo vendite assolutamente minori.
Perché una popolazione deve soggiacere alla volontà di un governo come quello canadese sulla convinzione che la scarsità di merluzzo dipenda dalla esuberante presenza delle foche che se ne cibano; e consentire che una specie preziosa per la stabilità di un ecosistema venga sterminata?
Tutte queste realtà storiche entrano nel campo della nostra riflessione, facendoci soffermare su certi andamenti inspiegabili ma forse “esperenziali”, che creano movimenti animalisti, interventi mirati e scandali o allarmismi nell’opinione pubblica..
La sensibilità nel riconoscere le proprie potenzialità e la coscienza delle proprie azioni potrebbe indurre i decisori ad agire in maniera più idonea tenendo presenti certi funzionamenti meccanici.

Stallman docet

Aprile 13, 2006 on 12:50 pm | In Politica, Tecnologia | 11 Comments

di Maria Cirinnà

Il Gnu/lug di Perugia presenta Richard Stallman.
Lunedì 20 marzo,alla sala dei Notari,si è tenuta una conferenza dal titolo “E-governament e software FLOSS:libertà di accesso e circolazione dei saperi”.
Nonostante l’ora mattutina,la sala era quasi piena:una piccola delegazione della pubblica amministrazione locale ed il resto erano giovani hacker,felpa-pizzetto-capelli lunghi e facce insonnolite,programmatori e appassionati del software libero.
Dopo un’interminabile messaggio di benvenuto dell’Assessore delegato all’Innovazione Tecnologica del Comune di Perugia e nel bel mezzo di un “burocratico” intervento dell’Ing. Mauro Draoli del CNIPA (centro nazionale per l’informatica nelle P.A), arriva colui che tutti aspettavano :R.M.Stallman.
Inconfondibile per chi lo conosce,sicuramente bizzarro per gli altri,rapisce l’attenzione della sala che osserva la sua entrata,non più curante dello speacker del CNIPA.
Richard Stallman:sguardo vivace,capelli e barba lunghissimi e incolti,vestito come fosse già estate con una t-shirt rossa a maniche corte,va a sedersi al centro del tavolo,nel posto sbagliato,appoggia le due buste “della spesa” che aveva con sé-che alla fine scopriremo piene di gadjets-e si fa servire il thè.Si guarda intorno con aria sorniona,tira fuori il suo portatile,apparentemente datato e zeppo di fili,e aspetta il suo turno chiacchierando con la traduttrice.
Il suo intervento viene accolto da un fragoroso e applauso e dal contemporaneo suono delle campane del Duomo che Stallman dirà ,scherzando, essere un segno di benedizione dall’Alto.
Coglie subito l’occasione per prendere le distanze dal precedente interlocutore,dichiarando di non essere mai stato a favore dell’Open Source; al contrario di essere un attivista del Free Software Movement,a favore del software libero cioè un software che rispetta la libertà degli utenti.
Stallman è chiaro:il software è libero o è proprietario,nel primo caso l’utente sarà libero, per esserlo il software deve rispettare 4 libertà fondamentali,nel secondo caso l’utente sarà impotente e solo, perchè non potrà studiare il codice ne modifarlo ne condividerlo e potrà soltanto scegliere di quale padrone-proprietario essere prigioniero.
Le libertà necessarie e sufficienti perchè il software possa essere definito libero sono:la libertà zero-la libertà di fare girarare il programma come lo si desidera e per qualsiasi scopo;la libertà n1-la libertà di studiare il codice sorgente e modificarlo per farne ciò che si desidera;la libertà n2-che consiste nell’ aiutare il proprio vicino,quindi la libertà di fare copie e distribuirle;la libertà n 3-che consiste nell’aiutare la propria comunità,cioè la libertà di pubblicare e distribuire versioni modificate ogni volta che lo si desidera.
La questione cruciale per Stallman non è creare un software potente e affidabile,ma un software che garantisca la libertà delle persone e la possibilità di condividerlo con il proprio vicino,la necessità di vivere in una società libera ed etica a partire dalla condivisione del sapere.
Esempi di come il software proprietario impedisce la libertà dell’utente sono tantissimi,cita Stallman:
le restrizioni riguardo alle copie autorizzate di un programma,il numero di utenti autorizzati a far girare il programma e i limiti riguardo agli scopi di utilizzo ledono la libertà zero.
Ancora peggio ci sono programmi proprietari creati con caratteristiche “maliziose” ,per spiare l’utente,per controllarlo e limitarlo come Windows XP:quando l’utente fa una ricerca di un file,Windows XP manda un messaggio alla Microsoft con la parola chiave della ricerca,così come quando si fa l’upgrade,viene mandato un altro messaggio con la lista di tutti i software installati sul vostro computer.”Solo dopo molte investigazioni”dice Stallman”ci siamo accorti che Microsoft faceva questo:la lista dei software che veniva inviata era infatti codificata.”
Stesse funzioni di spionaggio e sorveglianza totale dell’utente sono presenti in Windows Media Player; ma Microsoft non è la sola,Real Player fa lo stesso e anche TiVo che utilizza software libero e non.
Ci sono inoltre funzionalità che consistono nel rifiutarsi di funzionare,non si tratta di errori,sono funzionalità intenzionali che impediscono di aprire ,stampare un file o copiare linee di codice,si tratta del Digital Restriction Managment o DRM.
Un ulteriore esempio di controllo sull’utente,infine, sono le backdoor,le porte segrete del cortile di dietro,trovate per esempio in Windows XP.
”7 anni fa la Microsoft,adesso possiamo dirlo”ci confessa”è stata beccata ad inserire una backdoor in un programma della National Security Agency degli USA.”
L’unica soluzione quindi per essere liberi da qualsiasi tipo di controllo è stare alla larga dal software non libero,conclude RMS.
“Il software libero “prosegue “oltre a rendere libero l’utente,crea mercato libero, ovvero se uno o più utenti necessitano di una certa modifica e non sono capaci di programmare,possono mettere un messaggio in rete spiegando di cosa hanno bisogno: molto probabilmente altri utenti si troveranno nella stessa situazione,questo farà si che si crei un’organizzazione di persone che vogliono risolvere lo stesso problema.In modo cooperativo,contatteranno più programmatori e in base alla disponibilità,al prezzo e alla competenza,sceglieranno a chi affidare questo compito e allo stesso tempo avranno dato sostegno al mercato libero del software libero.
Al contrario la scelta tra software proprietari,è una scelta tra monopoli e l’utente sceglierà anche il monopolio dell’assistenza tecnica:la libertà è qualcosa di più grande della libertà di scegliere tra due opzioni fisse,la libertà significa avere il controllo della propria vita e se si sceglie tra due software proprietari si sceglie il proprio padrone ma la libertà significa non avere padroni”.
Stallman spezza il suo intervento bevendo innumerevoli tazze di thè:una tazza di acqua per una bustina di thè,a tal punto che non gli è sufficiente il thermos da 1 litro che gli hanno portato e ne chiede un altro,nella risata generale.
Racconta poi le vicende che lo hanno portato dall’83 quando lavorava al MIT alla fondazione della FSF,alla creazione insieme ad altri del sistema operativo GNU fino al suo compimento nel 91 con il kernel Linux.
Passa poi alla spiegazione dello “spirito hacker”ovvero fare qualcosa di serio ma con uno spirito giocoso: scegliere il nome ad un programma o ad un sistema operativo che crei un gioco di parole divertente,malizioso,curioso è la parte divertente, giocosa del lavoro:GNU in inglese si pronuncia [nu] che significa nuovo e [gnu] allo stesso tempo rappresenta anche l’animale gnu.
L’hacker quindi è una persona che si diverte ad utilizzare la propria intelligenza ma con spirito giocoso,e questo può essere applicato non solo all’informatica ma a qualsiasi ambito della vita.
Stallman finisce infatti il suo intervento in modo davvero giocoso,travestondosi con una tunica scura da santone e con un hard disk a forma di aureola in testa,pronunciando in maniera solenne queste parole:”“Io sono Sant’Ignucius della Chiesa dell’Emacs”, recita alzando la mano destra come a dispensare la benedizione. “Sono qui a benedire i vostri computer, figli miei.”
Dopo pochi secondi le risate si trasformano in uno scrosciante applauso. “All’inizio l’Emacs non era altro che un elaboratore testi”, così Stallman sintetizza l’evoluzione del programma. “Alla fine divenne un modello di vita per molti e una religione per alcuni. Una religione che definiamo la Chiesa dell’Emacs”Stallman benedicenteLa conferenza termina con le domande del pubblico,le foto ricordo ,la distribuzione e vendita di gadjets (spillette,stickers,foto autografate di RMS).

La penultima spallata

Marzo 25, 2006 on 1:51 pm | In Politica | 11 Comments

di Rocco Pellegrini

Mancano 15 giorni alle elezioni politiche della primavera 2006 e voglio dare i miei 2 cents di contributo per cercare di mandare a casa Berlusconi.
Nonostante non mi occupi di politica attiva ormai da molti anni lo sento come un dovere civile.
Benchè la parola politica sia parte della classificazione dei nostri post, questo blog evita di inserirsi nella politica partitica perchè non ci piace e ci sono cose molto più interessanti da fare.
Tuttavia la rilevanza della posta in gioco nelle elezioni di Aprile prossime venture rendono necessario un ragionamento, una presenza, una partecipazione.
Credo che ogni cittadino elettore debba farsi un’idea ed esercitare, questa volta, la sua scelta.
Raramente un’elezione in un paese moderno ed avanzato assume l’importanza che c’è in questa consultazione perchè normalmente non vi è una scelta apocalittica da compiere e gli schieramenti che si affrontano condividono buona parte dei principi necessari al vivere insieme.
Non è così in Italia, non è così in questo nostro paese dei guelfi e dei ghibellini.
Qui da noi succedono cose che altrove non succedono, la vita politica e sociale della nazione è così provata ed asfittica che cambiar pagina appare necessario e propabilmente, molto propabilmente, inevitabile.
Quando Berlusconi si presentò agli italiani si configurò, immediatamente, come un grande seduttore.
Il suo programma si concretizzo in due punti: liberalizzare, arricchire.
L’Italia è un paese su cui da sempre pesa una cultura “mafiosa” che non è siciliana, pugliese o napoletana come si suol dire, ma è una cultura nazionale che riguarda il nord, il centro ed il sud del paese.
La “mafiosità” di cui parlo non è la barzelletta del padrino e della cosca ma è il prevalere della logica dell’appartenenza sulla logica della competenza.
In tutti i settori della vita civile ci sono persone che occupano posti ed incarichi importanti per la vita di tutti che non sono all’altezza del loro compito, che svolgono male la loro funzione ma sono lì perchè rappresentano qualcuno che ce li ha messi.
Vale per i professori, per i medici, per i politici e, salvo lodevoli ma rare eccezioni, vale un pò per tutti.
Questa cultura negativa pesa come una cappa sul paese ed è avvertita da tutti come una limitazione intollerabile al dinamismo che il paese potrebbe avere qualora si fosse in grado di cambiare musica.
Bene quando Berlusconi si presentò nella scena politica promise agli italiani che con lui le cose sarebbero cambiate.
Ora che ha tenuto il governo per cinque anni cosa ha fatto su questo punto?
La risposta è niente, anzi meno di niente: le cose sono peggiorate.
Gli ordini sono tutti li, le corporazioni sono tutte li. Per comprarsi una vecchia macchina usata bisogna ancora regalare 800 euro ad un notaio, il doppio del costo della macchina. I dentisti costano di più, gli altri medici non ne parliamo. La stessa cosa per gli avvocati, gli idraulici, tutti.
I concorsi universitari sono sempre più in mano a mafiette di ogni genere. La ricerca scientifica fa ridere e solo all’estero i giovani possono trovare qualche speranza di reddito e di carriera.
Sul secondo punto della sua piattaforma il fallimento è ancor più totale.
Il paese si è impoverito, la vita costa di più, la corrente costa di più, la rete costa il doppio della Francia ed il triplo della Germania. Il partito della partita Iva che gli fece vincere le elezioni ha visto diminuire i propri introiti.
In una parola Berlusconi ha fallito su tutta la linea.
Ma c’è una cosa ancor più grave di cui voglio parlare per concludere il mio ragionamento.
Il modo spregiudicato con il quale si imposto nella politica ha corrotto il paese in un modo che non ha precedenti nella nostra storia.
Basta ascoltare la radio o la televisione e viene fuori che le società telefoniche rubano, fanno contratti falsi, anzi non fanno contratti se non al telefono perchè sanno che la gente paga al 90% e quindi c’è un contenzioso enorme ed i diritti del consumatore sono sempre violati e violentati.
E’ un costume diffusissimo.
Questa è un’emergenza grave di cui dovrà occuparsi il prossimo parlamento.
Tornando dagli stati uniti Mezza, che non può certo essere accusato di filoamericanismo, mi ha detto: “In quel paese il consumatore ha vinto la sua battaglia! pensa che se uno si compra un vestito e dopo un mese lo porta indietro gli ridanno i soldi!”.
Proprio come qui dove il consumatore è un povero pollo da spennare.
Ma si potrebbe obiettare cosa c’entra Berlusconi con le società telefoniche e con gli altri profittatori?
Bene c’entra eccome.
E’ l’analogia che spiega il fenomeno. Il piccolo deve morire ed il grande deve prevalere.
Il suo comportamente è una sorta di fenomenologia della prepotenza. Guardatelo ai dibattiti televisi: supera sempre il tempo stabilito, intimidisce i giornalisti, prende di petto gli avversari. Sembra più un bravaccio manzoniano che un leader moderno ed uno statista.
Il potere dovrebbe essere il luogo della moderazione e della tolleranza, nel suo caso è il luogo della sopraffazione e della impunità.
E poi lui è bravo, lui è il primo, lui è il migliore, lui ha i capelli rifatti, lui ha i soldi, il padre è un santo, la madre non ne parliamo, la figlia è una rarità e sicuramente la migliore del bel paese: povero stupido, il Cesare di Shakespeare è un dilettante allo sbaraglio.
Ogni cretino potrà sentirsi protagonista: se lo ha fatto lui!
Insomma il berlusconismo è diventato un tanfo, una sorta di malattia venerea insidiosa e sottile che ha contagiato la società e ne ha minato gravemente le ragioni stesse del vivere insieme.
Ecco perchè bisogna dare una forte spallata il 9 ed il 10 di aprile e battere il simbolo della corruzione e della prepotenza.
Ma nel titolo dico la penultima spallata e perchè?
Perchè la vera, ultima spallata dovrà essere la legge sul conflitto di interesse che renderà inelegibile al parlamento chi ha concessioni pubbliche.
Berlusconi diventerà così un brutto ricordo da raccontare ai bambini come un monito per una vita pulita.
Con questo non risolveremo i problemi, dico che almeno ne creeremo la condizione necessaria.
Ai tanti prepotenti e mascalzoni che inquinano il bel paese vedere il venditore battuto e cacciato sarà un avvertimento, una lezione che a questo punto è proprio necessaria.
Spedite mail, sforzatevi di convincere chiunque per quanto potete, mai come oggi serve darsi da fare perchè alle 22 del 10 Aprile si possa riaprire una speranza di una vita meno inquinata.

Wimax: nuovo rinvio a fine 2006

Marzo 17, 2006 on 9:28 pm | In Tecnologia | 13 Comments

di Rocco Pellegrini
E’ notizia di ieri che il ministro delle comunicazioni Mario Landolfi ha deciso di prorogare la sperimentazione sul Wimax fino al 31 dicembree 2006. Questo vuol dire che mentre in tutto il mondo, compresa la vecchia europa, si rende disponibile questa tecnologia, essenziale per la diffusione della banda larga qui da noi si continua a traccheggiare favorendo come al solito la Telecom e gli altri pochi operatori che gestiscono la rete in Italia.
L’argomento che è stato portato per giustificare questa cattiva scelta è che i militari sarebbero lenti nel rendere disponibili le frequenze necessarie (3.5 Ghz).
In realtà questo governo non perde occasione per mostrarsi servile verso i pochi potenti ed ostile verso i molti in difficoltà.
Tenendo conto dell’orografia del nostro paese è palese che il wimax è la sola speranza per avere la larga banda nelle aree rurali e in quei tanti comuni dove non conviene spendere soldi per fili e fibre ottiche.
Inoltre se si da uno sguardo al forum che promuove la tecnologia si può leggere che una postazione per 50 utenti da 75 Mb per utente costa intorno ai 18.000 $.
Liberalizzare questo servizio significherebbe nel nostro paese un’occasione per una nascita di centinaia di ISP, piccoli e grandi, con un enorme beneficio nel costo dei servizi.
Ma, certamente, non è questa la politica di Berlusconi.
Sarà quella di Prodi? Lo spero tanto ma ci credo poco.

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