Il corso 2007-2008
Il corso dell'anno dell'207-2008 è terminato in Dicembre del 2007.
Il nuovo corso è previsto per Ottovbre 2008.

Breve sintesi del programma del corso 2007-2008
Quel che segue è l'introduzione della nuova edizione del libro mediasenzamediatori.org il cui titolo sarà "Gli uomini dietro gli specchi" Morlacchi editore. Il testo spiega chiaramente quale sarà il programma del corso di quest'anno introducendo i principali argomenti che sono trattati nel libro e che saranno approfonditi nel corso.


Gli uomini dietro gli specchi: la lunga coda della comunicazione

La visione di Borges
Jorge Luis Borges, lo straordinario sciamano del linguaggio, che pur senza vedere è riuscito, meglio di ogni altro contemporaneo, a leggere la società virtuale immaginificamente, già più di venti anni fà, colse il senso più vero di quanto sta oggi accadendo, descrivendo con un sconcertando realismo, le ambivalenze nel rapporto sociale fra oggetto e soggetto della comunicazione che ancora oggi, mutando continuamente ruoli e titolarità nella produzione multimediale, sconcerta la maggioranza dei nostri contemporanei.
Nella sua novella "Gli Uomini Dietro gli Specchi", ancora non tradotta in Italia, il grande scrittore racconta di un immaginario paese dove gli specchi non vogliono più limitarsi a riflettere immagini altrui e gli uomini non accettano più di cedere le proprie immagini agli specchi.
Un intrigo surrealista, che porta ad un continuo scambio fra riflesso e riflettente, che arricchirà i punti di vista e le relazioni fra i due campi.
Un semplice gioco letterario?
Siamo davvero sulle nuvole o piuttosto non stiamo analizzando quei fattori di mercato che hanno portato, tanto per fare un esempio, i fondatori di Skype a lanciare Joost, la TV on line che propone kit virtuali per costruire la propria televisione istantanea, pescando nei database della rete, connettendosi con grappoli di file sharing, scegliendo palinsesti con motori semantici, oppure Google a costruire nell’oceano di immagini di YouTube, i mille rivoli individuali di televisioni personalizzate?
Sperimentalismo fine a se stesso?
E come poteva essere definita solo 5 anni fà l'idea di portare milioni di persone nel mondo a telefonare, anzi a videochiamare in tutto il mondo, scavalcando le reti telefoniche e le relative bollette?

Il laboratorio di mediasenzamediatori.org
Il punto, che cercheremo di affrontare nel flusso di ragionamenti multimediali, che abbiamo voluto consolidare nella forma del libro tradizionale, per puro cedimento alla tradizione accademica, è ben più radicale, e investe l’idea stessa di comunicazione alla luce di quel processo di trasformazione che solo qualche irrimediabile romantico può continuare a chiamare innovazione tecnologica.
La radicalità innovativa inizia proprio dal processo di formazione del contenuto che qui state leggendo.
Infatti il nostro libro altro non è che la ricapitolazione a mezzo stampa di un lungo flusso di ragionamenti e considerazioni che ha attraversato l’intero anno accademico 2006-2007.
Infatti, il corso di Teoria e Tecnica dei nuovi media, che abbiamo tenuto l’anno scorso alla facoltà di Scienze della Comunicazione di Perugia, si è tenuto per la maggior parte sul Google Group aperto nel sito Mediasenzamediatori.org che ha fiancheggiato le nostre lezioni.
In quel luogo virtuale, grazie alla presenza e all’incalzante stimolo del prof Rocco Pellegrini e del dr Gianluca Baccanico, abbiamo quotidianamente affrontato e discusso i mille eventi che la società dell’informazione ci proponeva.
Eventi che, quasi con cadenza settimanale, si incaricavano di archiviare tomi interi della scienza comunicativa tradizionale, forzando i termini del sapere.
Insieme a decine e decine di studenti abbiamo incontrato ed analizzato la crescita vertigionosa di Google, l’espandersi delle forme di connettività wireless, il dilagare della telefonia cellulare, l’avvento di forme televisive nuove come appunto Joost o Bubblegum , i nuovi codici di comunicazione interpersonale, come Twitter, l’universalizzazione di YouTube e MySpace, come piazze globali della comunicazione audiovisiva.
Insomma tutto quello che in questi mesi ha portato l’uomo sulla luna della convergenza.

Cos'è oggi la comunicazione?
E tutti insieme ci siamo posti una domanda: ma oggi davvero possiamo continuare a discutere e studiare la comunicazione secondo canoni e categorie ancora in uso solo dieci anni fa?
Davvero i sacri testi di questa scienza, così come ci vengono tramandati e custoditi dall’accademia, sono ancora strumenti abilitanti ad interpretare il nuovo universo multimediale?
Le suggestioni di Borges non ci segnalano che prima ancora che negli strumenti, nei pezzi di ferro, o anche pure, nelle soluzioni di software, qualcosa è mutato nella nostra testa, nella nostra capacità di immaginarci come singole potenze produttive di sapere e di esperienze cognitive?
Nel suo libro "Mass Communication Theory" Denis McQuail, uno dei più importanti teorici contemporanei della comunicazione, si pone proprio questi quesiti, ponendo senza mezzi termini la questione attorno alla quale da tempo girano studiosi e operatori: l'avvento di Internet non richiede forse un'ampia, e radicale, revisione delle teorie dei mezzi di comunicazione, dominate per lungo tempo dal contesto proprio dei mezzi di comunicazione di massa?

La rete e la comunicazione
In sostanza, si chiede McQuail: se la pervasività di Internet, con la sua antropomorfizzazione delle funzioni informatiche, con software e device che ormai si costituiscono, come dice Derrik De Kerkhove, in vere protesi dell’agire umano, non imponga una radicale revisione delle principali categorie teoriche, che non solo ancora sorreggono il sistema concettuale della comunicazione moderna, ma che condizionano la lettura dei principali fenomeni di relazioni sociali contemporanei.
Più brutalmente ancora, possiamo così porre il quesito di base: il Web 2.0 ha reso obsoleti molti aspetti delle proposte di Weber e Keynes, o Von Hajeck, insieme a alle riflessioni di Mc Luhan e Wolf o no?
Basterebbe per dare una risposta affermativa alla domanda riferirci all’ultima formula sociale, perché di questo si tratta e non di un ennesimo ritrovato tecnologico, che affiora dalle dinamiche della rete: Twitter.
Come ci spiega Rocco Pellegrini nei prossimi capitoli, nella sua apparente semplicità, quasi naif, la nuova formula è destinata, non meno del sistema email o delle modalità peer-to-peer, a sconvolgere ulteriormente i comportamenti comunicativi delle moltitudini multimediali.
Twitter è uno straordinario acceleratore di particelle comunicative, potremmo dire, adottando una metafora presa in prestito dalla fisica sperimentale.
Stiamo parlando, infatti, di un sistema che accorcia straordinariamente le distanze fra gruppi di individui, rendendo possibili, dunque praticate, modalità di connessione permanente tra le persone.
Connessioni, tramite una varietà di devices, quali il pc ma anche il telefonino o il palmare, che stanno già originando linguaggi, bisogni, e realizzazioni che rendono la comunicazione ancora più interiorizzata all’essere umano.
Un sistema di comunicazione che probabilmente, insieme al convergere di altre modalità veloci, determinerà la forma degli sciami sociali in cui si compongono le nuove masse comunicative.

Comunicazione e complessità
Una svolta quella che abbiamo sotto gli occhi che ripropone il quesito di partenza: quella che fino ad oggi abbiamo chiamato teoria delle comunicazioni è ancora in grado di misurare le nuove complessità?
Ma più ancora: lungo il percorso che proporremo nel libro che avete fra le mani incontreremo una domanda più generale e pervasiva che investirà l’intero sistema delle relazioni umane che per comodità sintetizziamo nel termine di democrazia moderna.
Il quesito che emergerà con continuità, ad ogni tornante del nostro ragionamento è il seguente: la comunicazione nella sua espansione concettuale e nella sua pervasività sociale non ha già da tempo smesso di essere una branca del sapere per diventare il substrato, l’infrastruttura concettuale, dell’intero orizzonte politico ed economico che abbiamo di fronte come comunità che abita il pianeta globale?
Insomma, così come è capitato a funzioni inizialmente settoriali, -quali la tradizione orale, o la scrittura, o la moneta, e poi la stampa, l’opinione pubblica, la città urbanizzata, i trasporti veloci, ed infine la radio e il telefono- non siamo in presenza di una fase in cui un paradigma comunicativo diventa contenitore e contenuto di un nuovo modo di organizzare la convivenza civile, perdendo ogni specialismo e settorialità?

I media nel XX° secolo
Il XX° secolo è stato caratterizzato dalla moltiplicazione dei media, che hanno sviluppato nuove convenzioni comunicative, stili espressivi diversi, linguaggi specifici, con le sottostanti basi tecnologiche, con riferimenti e legami a contesti culturali e sociali ben delineati.
Alla stampa si sono via via affiancati cinema, radio, sistemi di riproduzione audio, televisione, sistemi di riproduzione video, reti telematiche, sistemi interattivi, per arrivare a Internet, dando vita ad un mercato culturale ed informativo sempre più vasto e differenziato.
Contemporaneamente il sistema mediatico ha concorso a definire e segmentare le forme di convivenza civile, accelerando, con l'affermarsi della stampa, e la conseguente configurazione di quello straordinario protagonista della storia moderna che è stata l'opinione pubblica nazionale, il consolidamento dello stato-nazione.
E subito, ne ha poi prefigurato il superamento, con il tracimare dai limiti nazionali dei grandi media transnazionali, come il cinema prima e la TV dopo.

L'era dell'informazione
Forse non a caso prima di sociologi, politici, ed ideologi, a fotografare meglio il nuovo spirito del tempo fu l’IBM che in una sua manchette pubblicitaria così declamava: "La storia dell’umanità viene abitualmente suddivisa in epoche… Oggi si ammette generalmente che è iniziata una nuova era: quella post-industriale, in cui la capacità di utilizzare l’informazione ha assunto un ruolo decisivo…. Questa nuova fase viene ormai definita l’era dell’informazione"
Una banalità letta oggi, se non per la data: 1977.
Fa tenerezza pensare al dibattito politico e culturale in Italia, ma ancora più generale in tutta Europa in quel fatidico anno.
Forse in questa preveggente pubblicità risiede la vera origine del successivo 89, di quello sconvolgimento che con il muro di Berlino ha travolto l’idea stessa di politica fondata sullo sviluppo manifatturiero e sull’organizzazione politica del lavoro.
La microelettronica proprio da quegli anni 70, all’insaputa delle intellighentsie europee, ha cominciato ad introdurre, o anche solo ad amplificare, a secondo degli itinerari geopolitici che vogliamo idealmente seguire, una meccanica sociale radicalmente innovativa, dove con l’avvento poi della rete globale la politica è stata gradualmente despazializzata e la massa totalizzante veniva freneticamente scomposta in frazioni individuali ,che convergono poi, occasionalmente o in maniera più stabile e organizzata , in gruppi di più o meno grandi dimensioni o in moltitudini interconnessi.

Smart mobs
Sono queste le Smart Mobs che secondo Howard Rheingold muovono oggi la storia, dal muro di Berlino alla mobilitazione anti Marcos nelle Filippine, o le forme di Citizen Journalism per le bombe di Londra del 2004.
Il volano che spinge il nuovo contro i vecchi asset sociali è quel fenomeno di forte individualizzazione delle capacità comunicative e produttive che viene definito da Castells "il decentramento della potenza di calcolo all'individuo".
Una dinamica che sta sbriciolando insieme alle forme della vecchia economia fordista anche i pensieri della vecchia cultura positivista.

Le vespe di Panama
In un tanto breve quanto denso saggio, intitolato proprio le Vespe di Panama (edito in Italia da Laterza), Zygmunt Bauman, uno dei più attrezzati lettori della modernità, l’inventore del concetto di cultura liquida per definire l’informe fluire della nuova società a rete, ci da forse la più persuasiva, spiegazione di come si sia formato quel continuum globale fra individuo e visibilità che cercheremo di rappresentare in queste pagine.
Prendendo a prestito una ricerca condotta su alcuni alveari a Panama da un gruppo di scienziati della Zoological Society di Londra dove si dimostrava come le api, contrariamente ai luoghi comuni, non sono assolutamente animali comunitari e collettivisti, e tanto meno residenti in un unico ambiente, Baumann analizza le dinamiche della nuova società a rete.
Il sociologo ci spiega come oggi la mobilità degli individui, oltre che indebolire le identità tradizionali, legate al territorio e alle omogeneità culturali, determinano una nuova potenza del singolo che si rapporta al resto della società solo in virtù della sua capacità di mostrarsi e farsi riconoscere come diverso, e non più come simile.
Il culto della diversità, il gusto della separatezza subentra al valore delle identità di massa e pertanto, afferma Baumann: Le lotte di classe sono state spinte fuori dalla scena, e il loro posto sul palco è stato occupato dalle lotte per il riconoscimento.
Un concetto questo che rende più decifrabile quel processo di indebolimento della politica, o meglio di disconoscimento della politica di massa che oggi sentiamo denunciare quasi fosse una maledizione biblica.
Infatti nel nuovo ambiente il conflitto non si riduce ma muta orizzonte.
Non è più in gioco la forma da dare al mondo, dice ancora Baumann, ma la possibilità di essere parte del mondo e di conseguenza non è il fine dell’azione quello che aggrega ma la sua dinamica.
Dice Baumann: le reti nascono nel corso dell’azione, e vengono mantenute vive unicamente grazie ad una successione di atti comunicativi.
Il passaggio da indagare, dunque, è quello che vede ormai i media di massa sempre più finalizzati ad aree sociali ed anagrafiche declinanti.

La crisi dei mass media contemporanei
Non pare certo sufficiente come giustificazione quel luogo comune, che ancora è affermato come comun denominatore di ogni analisi del fenomeno, secondo cui la differenziaziano nella dieta mediatica dei giovani sia legata ad una sovrastrutturale tendenza al consumismo di queste aree anagrafiche.
Un comportamento così evidente e discontinuo, che sta sbriciolando settori considerati fino a non molto tempo fa inviolabili dell’economia mondiale, come la TV generalista, le edizioni musicali, la pubblicità, non può non avere basi e motivazioni ben più solide di una semplice e frivole tendenza allo shopping compulsivo anche nel campo dei media da parte dei target leaders del settore.
Si tratta qui di decifrare non solo l’incostanza, o l’autonomia come sarebbe meglio definirla, da parte di settori portanti della platea mediatica, di fronte ai consumi costanti di informazione o intrattenimento, fino ad ora ammanniti dai palinsesti televisivi.
Quello che oggi si palesa dinanzi a noi è l’avvento non di una moda ma di vere e proporie figure sociali che rivendicano con i loro comportamenti una diversa distribuzione dei carichi di produzione e di consumo nel circuito mediatico.

User generated content: lo spettautore
Sto parlando di quel fenomeno che, con mirabile e spettacolare intuito, la rivista Time ha celebrato nel suo numero di fine 2006, con la ormai storica copertina dominata da uno specchio e dalla scritta You.
Siete voi, intendeva il magazine, i protagonisti dell’anno.
Voi con la vostra febbrile e creativa ansia di passare dietro gli specchi come direbbe Borges.
Di sostituirvi ai tradizionali produttori, allagando piattaforme e devices con una pulviscolare produzione di contenuti multimediali, la cui ricomposizione propone meglio di ogni altra opera l’immagine dell’attività umana.
Parleremo così della scomposizione delle grandi filiere mediatiche ad opera di un incessante bombardamento di files che provengono da ogni singolo ex consumatore, e che innescano nuove opportunità di utenza dei nuovi media.

La lunga coda
Parleremo specificatamente della Lunga Coda, cosi lucidamente descritta da Chris Anderson nel suo articolo apparso su Wired nel 2004, e poi diventato un libro che documenta come ormai i media, uscendo dalla fisicità, per diventare quasi esclusivamente luoghi virtuali, possono rompere ogni limitatezza nella possibilità di offerta di contenuti per ogni singolo individuo della comunità umana.
La lunga coda però, prima di essere una straordinaria teoria di marketing globale che guida alla lettura dei comportamenti delle moltitudini moderne, è soprattutto un modello di convivenza sociale, dove l’individualità diventa motore e cultura di un intero sistema di sviluppo e di produzione.
Vedremo come oggi possa rilevarsi una lunga coda della politica, una lunga coda dell’industria, una lunga coda del cinema, una lunga coda dello sport.
E vedremo come questo fenomeno non si riduca ad un semplice spezzettamento delle identità, alla rottura dello specchio, per citare la metafora con cui Eugenio Scalfari ha fotografato la segmentazione neuronale della politica italiana, dove ognuno tende a mettersi in proprio.

Il protagonismo dell'individuo: mediasenzamediatori
Sotto questa punta dell’iceberg c’è un nuovo paradigma produttivo, che vede il singolo acquisire capacità, ambizioni e metodologie che erano proprie dei grandi apparati fordisti.
Siamo al cosiddetto decentramento della potenza di calcolo all’individuo come principio che guida la scomposizione sociale e che trova nel sistema mediatico, nei mediasenzamediatori, la sua bandiera, ma non la sua unica realtà.
Ma prima di entrare nel mondo della nuova comunicazione, cogliendo le tendenza sia dei nuovi user generated content, sia delle reazioni della grandi media company, vedremo nel nostro blog cartaceo che state sfogliando, che cosa abbia indotto questo processo rivoluzionario.

La crisi del fordismo
Ancora Bauman connette questo nuovo processo identitario ad un epicentro specifico: la scomposizione del lavoro industriale di massa.
Proprio il fordismo, infatti, è stato uno dei più straordinari collanti sociali che abbia mai funzionato nella storia del pianeta.
L’idea di dare forma ad una massa di produttori consapevoli, che per larga parte della propria esistenza, condividevano spazi, tempi e modalità di vita; acquisendo, con il prolungarsi di questa convergenza identitaria, una vera e propria coscienza comune –che in Marx divenne la levatrice della storia sotto forma di coscienza di classe- fu un poderoso volano che unificò proprio le psicologie, e dunque, i comportamenti di milioni di individui, lungo tutto il secolo scorso.
Premessa di questa accelerazione della storia è il tornante che ci sta portando dal mondo analogico alla full immersion nel digitale.
Un processo inesorabile che, risalendo le filiere industriali tradizionali, sta passando dai segmenti di servizio (distribuzione e commercializzazione) a quelli strutturalmente produttivi (ideazione, produzione, editing e linguaggi), avviando la definitiva sostituzione del sistema mediatico tradizionale, lineare, con l'equivalente, ma discontinuo, sistema non lineare.
Tutto ciò sta portando i sistemi di comunicazione di cui disponiamo a profonde trasformazioni, che possiamo identificare suddividendoli in quattro aree principali: la creazione e l'accesso ai contenuti, le strutture narrative, le modalità di produzione e diffusione, i modelli economici.
In senso più ampio è tutta una cultura che sta cambiando, mutando il(i) paradigma qualitativi che contraddistinguevano l'economia dei media nel mondo.

Dalla penuria all'abbondanza
Si passa da una fase segnata da un'estrema scarsità di materia prima nella comunicazione, dove contenuti e informazioni erano difficili da rintracciare e costosissimi da produrre, ad una fase di assoluta abbondanza delle più varie forme di content, dove news e audiovisivi affluiscono alluvionalmente dalla rete.
Un'abbondanza che comporta una riarticolazione sia delle forme del mercato, dove si abbassa enormemente la soglia economica di acceso dell'offerta, sia della stessa struttura semantica del racconto multimediale, che diventa più complessa, composita, concentrica.
Una svolta che non può non riflettersi sull'infrastruttura distributiva, che perde ogni caratteristica lineare (un contenuto, un canale, una rete, una piattaforma) per assumere caleidoscopicamente modalità di fruizione plurime, quali il multichannel delivery content e la multimedialità, che ci anticipano la completa crossmedialità.

Dalla verticalità all'orizzontalità narrativa
L'esaurirsi della spinta propulsiva della televisione generalista di massa ci testimonia non solo del tramonto di un linguaggio televisivo, ma che si è ormai logorata una geometria industriale che guidava la produzione audiovisiva: da uno a tanti.
La rete ha aperto simultaneamente il canale di ritorno per i tanti che erano in ascolto passivo, creando una pratica, una consuetudine, diventata oggi una pretesa, non solo di interattività, quanto di una vera capacità produttiva, dove l'utente diventa partner dell'autore televisivo, dandogli segnali, informazioni, orientamenti di gusti e culture, se non proprio anche materiali e documenti per la programmazione.
Da qui vengono prima le forme di interattività leggera, e poi i sistemi di interattività strutturale ed infine le logiche di user generated content, che ritroveremo più avanti nella descrizione delle matrici del networking.

Dallo schermo ai sistemi device centrici
Siamo solo sulla soglia di una nuova caverna platoniana, dove le immagini descriveranno nuove combinazioni attorno non più allo spettatore, ma a quello che sarà solo un punto di vista.
Sarà, infatti, la visuale il nuovo protagonista che determinerà la natura e la plasticità dei nuovi devices, che non saranno più i terminali di una lunga e prevalente filiera produttiva, ma permetteranno di interagire, interagiranno con il ciclo produttivo del nuovo broadcasting, riclassificandone forme e contenuti.
Stiamo parlando di soluzioni ancora all'inizio della fase di commercializzazione o in sperimentazione, ancora in laboratorio in fase beta, che allontaneranno drasticamente la realtà dello "spettatore" televisivo dall'idea che ancora ne conserviamo di lui.
Stanno mutando profondamente la "visione" e lo "sguardo", e dai sistemi di ricezione si sta passando a devices/sistemi di accesso.
Abbondanza, orizzontalità, device centrici, sono le tre categorie di una nuova dimensione multimediale, quello che noi chiamiamo il "comunication continuum", un nuovo, unico, ed ellittico, fenomeno di narrazione audiovisiva che scorrerà attraverso piattaforme, connessioni, e terminali che si intrecceranno con ogni singolo atto della vita sociale.
E forse ancora di più.

You, you, you
Come vedremo, la scelta del settimanale Time di individuare come protagonista dell'anno 2006 la massa di coloro che hanno contribuito al fenomeno dello user generated content, indicando nell’ultima copertina dell’anno il mattatore del nostro tempo nel pronome YOU, non può certo apparire eccentrica a chi stia osservando l'evoluzione della convergenza multimediale.
Non c'era certo bisogno degli exploit finanziari nella vendita di MySpace a Murdoch prima, e di YouTube a Google poi, per comprendere che il senso tradizionale dell'azione del produrre, e non solo nel campo della comunicazione, stava mutando direzione, disegnando un flusso bidirezionale fra produttore e consumatore.
Il peer-to-peer, perché di null'altro che di un'estensione di questa relazione modalità tecnologica e comunicativa stiamo parlando, rappresenta, fin dall'inizio, l'anima della rete, la monade di quel nuovo contratto sociale che la velocità di trapasso del sapere da punto a punto sta riscrivendo, proprio con l'intensificarsi della stessa velocità trasmissiva.
Non a caso, secondo Paul Virilio.

Centralità della velocità
Oggi è proprio la velocità ad essere il messaggio e non più il medium, come diceva McLuhan.
Una velocità che rende la trasmissione compenetrabile con la nostra vita quotidiana, sostenibile dalla singola persona, funzionale al legame sociale di una piccola comunità.
E la velocità è anche il linguaggio della cooperazione sociale che si anima sulla rete.
Una cooperazione fra individui che non intendono annullare la propria identità in una massa collettivizzata.
Ma anzi, che scelgono la rete proprio per preservare le ambizioni e gli interessi propri, che vogliono realizzare proprio nella combinazione con competenze e confronti sulla rete.
In un certo modo, forse l’Open Source, con i suoi profeti da Stalmann a Lessino, ha trovato il modo di contemperare, al di fuori di ogni ideologismo solidarista e collettivista, gli animaleschi spiriti competitivi di Hobbes con la fiducia nella vocazione cooperativa dell'uomo di Locke.
L'espansione neuronale degli accessi a Internet è decifrabile solo con la gratificazione che ognuno dei navigatori ricava dal partecipare a quel gigantesco puzzle che la rete compone minuto per minuto.
Dalle prime BBS alle comunity di chatting, fino alla reazione a catena avviata da Napster, per arrivare alle gigantesche forme di social networks di oggi, il percorso appare guidato da un'unica bussola, che il sociologo Erving Goffman ha definito "la presentazione di sé".
Intendendo con questa definizione quel rapporto di causa ed effetto che ha portato al superamento di quella grande narrazione del 900 che è stata la società di massa, dove le singole identità erano tutte mutuate da grandi aggregazioni sociali, largamente determinate dal rapporto di lavoro.
Oggi il singolo pretende una propria identità basata sul valore della differenza, e non più dell'omologazione, rispetto ai vicini. Un'identità che si costruisce proprio con l'atto del comunicare, per quanto esso sia minimo e volatile, come un SMS.
Come spiega l'etnologo norvegese Truls Erik "nella massa infinita di SMS il contenuto non è importante. Il messaggio ha un significato di per sé: è un modo di mostrare al ricevente che lo state pensando".

La febbre comunicativa
O ancora l'ansia di scegliersi un pubblico indefinito, di usare la meccanica comunicativa quale il depositare un filmato di una propria azione, persino riprovevole, in un database, per trovare il senso di sé.
I cento milioni di download giornalieri di YouTube indicano che la febbre autoidentificativa sta salendo.
Si identifica un fenomeno sociale dove chi carica e chi scarica il filmato partecipa ad un'azione comune dove ognuno si sente attore e non soltanto passivo fruitore.
Sembra proprio che non possa accadere ormai più nulla, soprattutto di riprovevole, senza che un obiettivo non riesca spietatamente a documentare l’evento.
L’aneddotica comincia ormai a diventare una filosofia di vita. Perchè mai nemmeno sulla forca si può considerarsi al riparo da un paparazzo in agguato, come ben si è visto con l’esecuzione di Saddam Hussein?
Siamo ormai tutti noi al centro di un Panopticon rovesciato, dove ogni azione tende ad essere vista da tutti gli altri.
Dove ognuno si propone, o si trova ad essere, il personaggio di un micro reality rivolto al voyeurismo globale.
E parallelamente, dove ognuno si trova a poter documentare quanto gli avviene attorno, frantumando ogni specialismo professionale nella nuova società dell’informazione.
Si ribalta così l’ambizione di Jeremy Bentham, l’ideatore del Panopticon, che, alla fine del XVIII° secolo, intendeva mettere al servizio di un potere centralizzato e verticale un efficace sistema di vigilanza sociale, dove da un solo punto di osservazione si poteva controllare un’intera comunità, fosse composta da carcerati o da malati non importa.
Oggi la potenza di osservazione sembra invece ribaltarsi sull’osservatore, in una singolare inversione fra soggetto e oggetto.
E’ la platea osservata a poter oggi mettere sotto i riflettori i principali osservatori, primo fra tutti il potere istituzionale.
La documentazione degli avvenimenti è diventata una pratica sociale, un fenomeno di massa che sottrae ad esclusivi ambienti professionali la titolarità del disvelamento delle notizie.
Attribuzione garantita fino a non molto tempo fa.

Disintermediazione dell’informazione
Siamo entrati nel tempo della disintermediazione dell’informazione.
In una fase dove,torniamo a Howard Rheingold: la killer application di un media non sarà ne lo hardware ne il software ma l’uso che ne faranno gli utenti per produrre.
E’ questo il cambio di paradigma che abbiamo dinanzi come sistema della comunicazione sociale.
Nel nostro ragionamento abbiamo cercato di intendere l’innovazione multimediale innanzitutto come innovazione di processo, prima ancora che di prodotto, dunque come capacità di elaborare ed applicare radicali trasformazioni delle culture e dei profili professionali negli apparati di produzione della comunicazione, a cominciare dal ciclo delle news.
Siamo ormai nel regno disciplinato dalla legge di Reed, secondo la quale l’utilità, e dunque il valore, di una rete si accresce in proporzione al numero di gruppi sociali che vi hanno accesso.

Il web 2.0
Siamo nel cosiddetto Web 2.0, dove il precedente modello di peer to peer basato sulla potenza dei singoli personal computer,si trasforma nella geometria di social network che trovano nella rete contenuti e contenitori della propria azione.
Se è questa la matrice sociale che sta sospingendo la marea del peer-to-peer, appare davvero difficile immaginare che ci si possa cullare con le tradizionali rassicurazioni, secondo le quali nessun media sostituisce il precedente, ma tutti si affiancano in una pluralità di offerte che convivono, che darebbe un significato riduttivo alla competition per l'audience.
Semmai pare più plausibile dare credito a Jay David Bolter e Richard Grusin che nel loro Remediation aggiornano la definizione di Mc Luhan affermando che "il contenuto di un medium è sempre un altro medium".
Una definizione che apre la porta, e lo vedremo meglio più avanti, anche ad un nuovo approccio, ad una diversa strategia comunicativa, che, nell'età dell'abbondanza, deve basarsi sulla riconfigurazione del già prodotto, piuttosto che nella frenesia della duplicazione dell'evidenza. La rimediazione, combinata con la coproduzione, sta ridisegnando i confini dell'intera società manifatturiera.
Cosa altro è stato il just in time, se non un'inconsapevole user generated content, scippato ai propri consumatori dalle grandi catene distributive -Benetton ne fu il geniale antesignano, quando produceva i maglioni con i colori che venivano poco prima richiesti nelle sue catene commerciali-, o ancora la pianificazione della produzione dei modelli Toyota, guidata dalle richieste che venivano raccolte dai concessionari in tutto il mondo?
E oggi cosa rappresenta AgoraVox in Francia, il portale che con i suoi 100 mila collaboratori spontanei è diventata la prima fonte sull'attualità quotidiana francese, o ancora in Corea del Sud Ohmynews, il primo quotidiano scritto dai suoi lettori, con oltre 26 mila collaboratori abituali?
Come spiega il suo editore Oh Yeon-ho " noi desideriamo dire addio al giornalismo del ventesimo secolo, dove le persone vedono le cose attraverso gli occhi del mainstream dei media conservativi.
Il nostro concetto è che ogni cittadino può essere un reporter.
Noi postiamo e sarà poi la gente a giudicare la verità da sola".
Questa propensione dell’individuo spettatore, ossia lo Spettautore, a condividere l’ebrezza della produzione televisiva ci appare, oggi, il filo conduttore per leggere il "continuum comunicativo" che si sta dispiegando dinanzi ai nostri occhi.
Nel tempo, si è quindi passati da contenuti generati e diffusi esclusivamente dall'industria, con utilizzatori passivi e indistinti, ai tentativi di coinvolgimento dando parvenza di attività, fino allo sviluppo dei contenuti indicati e richiesti dagli utilizzatori, per aprire le porte ai contenuti generati dai fruitori.
Resta problematico il distacco tra produzione e controllo dei mezzi e dei meccanismi di distribuzione, che sembrano restare saldamente nelle mani della nuova industria dei media, che affonda le proprie radici nell'informatica e nelle tecnologie di reti.
Ogni fruitore può ormai, entro certi limiti, creare e realizzare il proprio "continuum narrativo".
E si può costruire, sotto condizioni ancora circoscritte, ma destinate ad ampliarsi notevolmente in futuro, un continuum tra strutture ed elementi narrativi proposti dall'industria dei media, tradizionali e nuovi, e strutture ed elementi narrativi proposti dei fruitori, creando così nuovi spazi comunicativi che aprono possibilità collaborative impossibili in passato, con modelli di business ancora ampiamente da identificare e sviluppare.

Il networking come linguaggio
Se il Continuum comunicativo ci appare, anche fisicamente, il risultato di una concatenazione di flussi audiovisivi che attraversano terminali e schermi, raggiungendoci lungo ogni momento della nostra giornata e in ogni anfratto del territorio che abitiamo, dobbiamo anche comprendere quale sia il retroterra sociale di un fenomeno dove la tecnologia, come in larga parte della multimedialità, è solo una conseguenza di domande e ragioni sociali più complesse.
Noi crediamo che la radice di questa nuova natura della comunicazione audiovisiva che chiamiamo continuum sia proprio la nuova dinamica che la rete ha incanalato che è il networking, ossia una inedita forma di connettività antropologica, in cui ogni individui trova necessario e inevitabile collegarsi con altri individui per organizzare la propria vita.
Il networking è un fenomeno che sta spianando montagne che sembravano invalicabili.
Pensiamo a quanto sia mutato in pochi anni l’idea che solo uno statuto proprietario può rendere stabile e controllabile la titolarità di un prodotto generato da una nostra attività.
Ma, al di là della contrapposizione nella rete fra i neo guelfi del copyrigth e i neo ghibellini del copyleft, ben altro si profila sullo scenario geopolitico.
Nell’estate del 2006 negli Stati uniti si è sviluppato un drammatico dibattito sui media nazionali attorno ad una domanda che scuoteva la pancia di quel paese: perché -si interrogava il New York Times il 26 luglio di quest’anno- la guerra che allora stava divampando in Libano si avviava a diventare il primo conflitto medio orientale che Israele non pareva in grado di vincere?
La risposta fu unanime da tutte le principali testate del paese: per la prima volta si combatteva un conflitto fra uno stato nazione, Israele, ed un network, gli Hezbollah.
Il partito di Dio filoiraniano, infatti, veniva identificato, per modello organizzativo, controllo delle competenze e primato nei movimenti, come un network, immateriale, sfuggente e senza centro.
Una struttura che come la rete non si identifica con il territorio che abita -ed infatti gli hezbollah non hanno mostrato alcuna volontà di difendere il libano del sud, frustrando in questo la potenza di interdizione israeliana che acquista identità solo per il sapere tecnologico che riesce ad accumulare.
Proprio come una comunità di Open Source.
Sul Washington post di qualche giorno dopo John Arguilla, della Naval post graduate school, ascoltato consulente del Dipartimento di Stato americano, argomentava che gli Hezbollah dimostrano come oggi persino la potenza militare tende a disintermediarsi dagli stati naziona, creando nuovi squilibri e mettendo in grave difficoltà le super potenze verticali.
"Il networking -concludeva Arguilla- è una minaccia per il potere americano".

Una capriola della storia
Intravediamo in questo passaggio una torsione, una vera imprevedibile capriola della storia.
Pensiamo a quanto si diceva solo qualche lustro fa sull’inevitabile nuovo secolo americano che Internet avrebbe prodotto.
Solo nel 1996, poco più di dieci anni, su Foreign Affair, la bibbia della strategia internazionale dell’intellighentia statunitense, Joseph Nye e William Owens, due delle teste d’uovo della presidenza Clinton, affermavano tronfi: Il sapere è più che mai potere.
Gli Stati Uniti sono l’unico paese in grado di portare a buon fine la rivoluzione dell’informazione….
L’asse delle tecnologie dell’informazione, forza moltiplicatrice della diplomazia americana, fonda il softpower -la seduzione esercitata dalla democrazia americana e dai liberi mercati.
Solo cinque anni dopo, all’indomani del tragico 11 settembre del 2001, il presidente Bush correva a West Point per allertare il fiorfiore della tecnocrazia americana affermando nel giugno del 2002 che: Gli Stati uniti oggi anno due nemici: il terrorismo e la tecnologia.
Proprio la fluidificazione del sapere tramite la rete ha smantellato le rendite di posizione dei grandi sistemi fordisti, sia nell’industria che nella geo politica, decentrando capacità e culture e rendendo il mondo molto più policentrico, nel bene e nel male.
Siamo ben lontani dalle esibizioni talentuose di ragazzi intraprendenti nei garage californiani.
Come vedremo nei prossimi capitoli, la rete sta riorganizzando tutti i sistemi dei poteri, decentrando continuamente proprio la capacità dell’individuo di sostituirsi ai grandi apparati, televisivi, finanziari, militari.
Questa è la matrice sociale del continuum comunicativo, questa è la domanda che spinge l’innovazione a smaterializzare gli apparati produttivi, a miniaturizzare gli strumenti di comunicazione, a diffondere le forme di connettività.
Questa è la lunga coda della storia.

Docenti

Professore a contratto: Michele Mezza

Tutor: Rocco Pellegrini

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