Va Pensiero di Michele Mezza
La Governance del Circolo Pikwick di Michele Mezza
Cosa è stato Lucio Magri per me di Michele Mezza
Offro il petto al piombo degli immancabili attempati giovanilisti di Michele Mezza
Ciao Steve di Michele Mezza
Gli ombrellini di Liberty Plaza di Michele Mezza
Internet non è Camelot di Michele Mezza
La peste digitale di Michele Mezza
La videoconferenza a partecipazione illimitata che si registra su Youtube di Rocco Pellegrini
Campanili non tralicci di Michele Mezza
Elaborare un pensiero italiano per la rete di Michele Mezza
Perché lascio la cattedra a Perugia di Michele Mezza
Perché cresce Google? di Michele Mezza
Perché lascio l'insegnamento di Michele Mezza
Dopo la notte della rete di Michele Mezza
Tutti in piazza la rete è nostra di Michele Mezza
Uno studio di Google che parla a noi di Rocco Pellegrini
La vera sfera di cristallo: i referendum e la rete di Michele Mezza e Rocco Pellegrini
Va Pensiero
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Va Pensiero
di Michele Mezza
Apriamo l'anno con la domanda che, credo, ci guiderà per tutti i prossimi 12 mesi: dove va il pensiero? Non è tanto un richiamo all'aria verdiana, quanto il nodo economico su cui ci stiamo arrovellando da tempo: in rete vale ancora, ed è sopratutto un sistema utile e redditizio, lo statuto proprietario delle proprie opere intellettuali? Sotto questa nuvola si muovono dati concreti: musica, video e sopratutto informazione. Di chi sono e come si possono usare? La notizia che viene da new York segna una svolta: i grandi giornali americani( con i due gemellini dellas qualità in porima fila: New York Times e Washington Post) hanno promosso la costituzione di un'agenzia (NewsRight) di controllo dei propi materiali in rete, affidandole la riscossione dei diritti: una specie di Equitalia delle news.
Due sono le questioni in ballo su cui bisogna capire cosa pensiamo e da che parte stiamo , sia come individui, che come sistema paese.
La prima riguarda l'annosa questione del copyrigth.
La seconda una più sottile e decisiva questione relativa al ruolo dei nuovi poteri in rete.
Sulla prima siamo alle solite.
E' davvero possibile ingabbiare l'aria? Ma sopratutto è utile e profittevole? E' davvero decisivo per la qualità dell'informazione che si debbano pagare diritti di citazione per le notizie di tutti i giorni, anzi, di tutti i minuti? Vi pare plausibile che un sistema che si basa sullo scambio e la presunzione di assoluta e generale conoscenza delle informazioni in real time debba essere segmentato e rallentato da un sistema di pedaggi? O, piuttosto, come ci rammenta un grande giornalista americano: l'informazione è gratuita , è la conoscenza che va pagata? Comprendo bene, che, al giro di boa, le grandi testate, che fino ad ora hanno lucrato sulla rendita di posizione di essere quelle meglio posizionate nella raccolta e distribuzione delle notizie, ora si sentano con l'acqua alla gola.
Ma è davvero un diritto inalienabile proteggere le proprie capacità di partenza? O la società progredisce proprio grazie alla possibilità di estendere ed abilitare il maggior numero possibile di persone nelle attività più pregiate? Come si sentivano i copisti alla fine del '500, con l'avvento dei primi torni a caratteri mobili? Non era un titolo , faticosamente conquistato, di grande qualità intellettuale sapere scrivere in quell'epoca? E non sarebbe stato utile proteggere e stimolare la motivazione ad imparare a scrivere, promettendo grandi guadagni nella mediazione della calligrafia? Oggi l'informazione è una commodity, una materia prima di base, sulla cui circolazione si crea valore.
La circolazione ed il relativo valore d'uso avrebbe detto uno che di proprietà se ne intendeva, prevalgono sulla gestione e sul relativo valore di scambio.
Del resto l'intero sistema musicale dimostra come la diffusione oggi è funzione più pregiata e strategica per gli autori della compravendita dei singoli brani.
Ma è il secondo il punto decisivo che si pone: chi deve guidare il processo di riorganizzazione del sistema semantico-informativo? I net provider o i content provider? Ossia deve decidere Google o Le Monde? Io credo, in apparente contrasto con quanto detto, che debbano essere gli autori, ossia tutti gli utenti, i protagonisti.
E dunque delegare ai net provider l'allestimento dei sistemi semantici intelligenti, limitandosi ad esigere solo una gabella per l'inserrimento dei propri contenuti, mi sembra un modo subalterno per ritirarsi dalla scena.
Oggi a decidere il modo in cui si pensa e cosa si pensa è il software, ossia i sistemi automatici intelligenti che guidano, formattano e intermediano ogni nostri pensiero.
Dunque è lì che bisogna essere, e su quel terreno che si deve negoziare.
Se la massa critica dei grandi giornali internazionali, invece di inseguire l'aria delle proprie notizie sperando di poterci mettere il cartellino con il prezzo, diventassero loro stessi centri di elaborazione e di validazione dei sistemi tecnologici intelligenti, allora forse non andremmo, come richiamo di fare, incontro ad una stagione di nuove subalterneità a potentati centralizzatori.
Nel jukebox il valore era il disco, che attirava gente, nel computer e nei sistemi mobili, il valore è il sistema utente, e il software che ci fa cercare, selezionare e scegliere il contenuto da usare.
La chiave è l'algoritmo, il contenuto è il pretesto.
Per questo trovo pericoloso concentrarci sui copisti mentre si sta decidendo come concepire la linotype.
Per un paese come il nostro, che vive di comunicazione e scambio di emozioni, non è cosa da poco.
La Governance del Circolo Pikwick
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La Governance del Circolo Pikwick
Di Michele Mezza
Se davvero democrazia è quando ogni cuoca puà essere in condizione di amministrare lo stato, come diceva Lenin, uno che la democrazia la proclamava ma non la praticava, allora dobbiamo dare una forma civile a questa scomposta e non genuina orda populista contro i costi della politica.
La dico in soldoni, tanto per stare nel tema: penso che la campagna per limitare remunerazione e, soprattutto, vitalizi dei parlamentari sia la degna figlia di un processo che sta rendendo la democrazia rappresentativa un costo insopportabile.
Proviamo a discutere civilmente.
Escludendo i rispettivi estremi.
Prescindiamo dalle forme ottomane di privilegio(Bouvette, barbiere e dintorni) da una parte così come evitiamo il pietismo del deputato proletario.
Il punto è: chi si trova ad imboccare un percorso istituzionale che per alcuni anni lo "deve" tenere fuori dai circuiti professionali deve o meno avere la piena garanzia di un presente ed un futuro non esposto a ricatti economici? Questa garanzia dovrebbe valere per tutte le cuoche, anche quando cucinano e basta.
Ma a maggior ragione deve valere per chi decide dei destini comuni.
Con lo stesso criterio di non ricattabilità si sono giustificati in passato i trattamenti economici-previdenziali di categorie sensibili, come i magistrati ed i giornalisti.
E' interesse comune che la soglia di corruzione sia almeno alta per non esporre ogni componente di queste categorie ad una continua tentazione? Il chè, come abbiamo visto, non assicura l'azzeramento della minaccia di corruzione, ma almeno ne limita la quantità, e permette una condanna sociale, quando non giuridica, senz'appello.
Con lo stesso criterio, qualche anno fa si criticava, giustamente che sindaci di città come Napoli o Milano guadagnassero meno di un funzionario di medio livello statale.
Nei giorni scorsi ha fatto scalpore la dichiarazione del presidente del consiglio Monti che ha rinunciato allo stipendio da premier.
Io credo che sia stato un errore: lo stipendio per guidare il governo è l'unico che Monti deve avere pienamente, anzi magari rinforzato.
Mentre deve trasparentemente rinunciare ad ogni altra entrata per garantire la massima trasparenza della sua azione.
Con lo stesso criterio dobbiamo rivendicare che i parlamentari si limitino, per legge e senza procedure anodine che assicurano perpetue scappatoie, al solo stipendio pubblico, mentre ogni altra attività deve diventare "incompatibile".
Ovviamente per pretendere questo e sperare di avere i migliori alla guida della cosa pubblica, dobbiamo assicurare un trattamento che per il presente ed il futuro non sia penalizzante, anzi sia premiante ed induca a prolungare l'impegno per la collettività.
Oggi, se vi fosse davvero un taglio dei vitalizi chi assicurerebbe chi decide di destinare 5 o 10 anni della sua vita nella fase professionale più promettente, alla politica di avere comunque una degna vita per se e i propri famigliari? Il riferimento alle situazione di altri paesi è ovviamente indicativo.
Ma fa capire anche come la politica in certi paesi sia da intendersi come attività riservata a "certe" categorie.
In concreto provate ad immaginare quanti di voi, qualsiasi attività state facendo, rispondereste ad una richiesta di impegno per cinque anni in un'istituzione senza coperture previdenziali? Mi rassicurerebbe molto se in questo clima, con un trasferimento di ricchezze in corso dalla sfera pubblica a quella privata ed azioni di conquista da parte di lobby internazionali di poteri e risorse senza limiti, si potesse sancire un nuovo patto fra governanti e governati, non sulla base di una pelosa indignazione anti parlamentare, ma con l'obiettivo di avere una spietata produttività e trasparenza nell'azione delle istituzioni politiche, a cui dedicare le migliori energie nazionali.
Un patto basato su un riconoscimento del valore pubblico dell'indipendenza economica e normativa dei parlamentari in cambio di una feroce repressione di ogni devianza.
Al di sotto di questo patto vedo solo una regressione notabilare al vecchio circolo Pickwik, dove farmacisti, notai ed avvocati del paese si alternavano al governo del comune.
Senza nemmeno l'ilare sagacia di Charles Dickens.
Cosa è stato Lucio Magri per me
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L'uomo che faceva volare i sarti
di Michele Mezza
Mi serve come non mai Facebook. Devo sfogare un dolore che mi spegne ogni voglia di pensare e forse solo condividendolo posso riuscirci.
Sto piangendo come un vitello da quando, questa mattina mi ha colpito la notizia della morte di Lucio Magri. Piango più scompostamente di quanto mi sia capitato per la morte di mio padre.
Non so se è un buon segno. Ma è così.
Lucio Magri mi ha insegnato a leggere e scrivere, spingendomi ogni mattina, per 42 anni, con intensità diverse ma con regolarità implacabile imbattendomi in un evento, a chiedermi: e Lucio cosa ne penserà? Non era fideismo: chi è stato coinvolto nell'esperienza del Manifesto sa bene che molti furono i difetti ma mai ci fu subalternetà al leader.
Anzi, tutt'altro.
Ma Lucio aveva il magnetismo e l'armonia della lucidità, sempre, perfino troppo. E oggi possiamo dire che è morto di lucidità.
Lo incontrai la prima volta in una notte dell'autunno del 1970 nello stanzone di corso San Gottardo a Milano, dove si riuniva la conventicola ambrosiana del Manifesto: poche decine di individui, per lo più insegnanti, che sembravano nella Milano delle adunate oceaniche del Movimento studentesco o di Avanguardia Operaia o di Lotta Continua , un gruppo di illuminati erranti.
Era il mio primo attivo quadri, avevo 17 anni ed ero il primo studente del Manifesto milanese.
Seduto in fondo assistetti ad un'assemblea infuocata, dove un gruppetto di lavoratori dell'Innocenti, operai ed impiegati, vennero allontanati dall'organizzazione con motivazioni diverse, alcune rivelatesi poi non infondate, anche attinenti a poco chiari comportamenti dei componenti del gruppo.
Magri alla fine fece un intervento che ricordo ancora, parola per parola, spiegando perchè un comunista non doveva mai essere subalterno all'astrazione sociale, ed avere il mito dell'operaio che aveva sempre ragione.
Una lezione che conservo e che mi fu indispensabile per stare quasi sempre dalla parte giusta.
Da quel momento ho ritrovato nelle sue quotidiane incursioni nel quotidiano il Manifesto o nei suoi saggi e nelle sue relazioni, spunti che hanno costituito punti cardinali della mia educazione intellettuale: il maggio francese, Praga, il Vietnam, i metalmeccanici, il ruolo dello studente e poi la figura di Togliatti, il rapporto con il PCI, l'autonomia dall'estremismo, la determinazione nella questione sociale, il ruolo del riformismo, l'illusione cinese, il rapporto con i cattolici.
Temi scanditi dal suo modo di essere lucidamente coerente ma mai rigidamente fideista. Del resto un eretico di professione non può nemmeno immaginare cosa sia la dottrina.
Negli ultimi anni ritrovai un Magri sconsolato, deluso, bruciato, dopo la morta della sua carissima Mara.
Ma sopratutto lucidamente conscio della sconfitta.
Capiva che il suo Sarto Ulm, il titolo del suo ultimo densissimo libro, non avrebbe mai volato, e non accettava l'impotenza.
Quando gli portai il mio ultimo libro mi sorrise dicendomi :che fai tradisci anche tu con queste macchinette? E mentre mi incaponivo a sostenere la lotta di classe digitale, lui mi incalzava: ma la povera gente conta di più o di meno? Per me conta di più oggi, ma lui voleva sapere in realtà se i lor signori continuavano a contare, perchè quello era il segno che un rivoluzionario aveva vissuto utilmente.
E su quello non ho parole.
La risposta di Lucio allo strapotere dei lor signori è stata l'autonomia nel decidere la propria morte, negando ruolo potere a chiunque fosse parte del sistema, di qua e di là della linea d'ombra.
Le mie lacrime mi dicono forse che la sua morte rende non più esorcizzabile la chiusura di quella parentesi: siamo tutti accanto ad una linea d'ombra che ci trova tutti vecchi e sconfitti.
Ma pochi con la sua forza e determinazione.
Che fare per trovare un'altra strada per essere lucidi e coerenti?
Offro il petto al piombo degli immancabili attempati giovanilisti
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Offro il petto al piombo degli immancabili attempati giovanilisti
di Michele Mezza
Non sono d'accordo per nulla con l'ispirazione e le premesse della manifestazione convocata a Roma il prossimo Sabato dai cosidetti indignados all'italiana.
Credo che aver individuato la banca d'italia come bersaglio prioritario, in questo contesto, sia peggio di un crimine come avrebbe detto Talleyrand, sia un errore politico.
Mettere nel mirino Draghi significa, infatti, deresponsabilizzare completamente la politica a cominciare dal governo proprio quando, per fortuna, la politica torna ad essere elemento abilitante sul mercato economico globale.
Secondariamente alzare la polemica contro le banche centrali e di conseguenza con la BCE, significa sparare sull'unico rimasuglio di governo europeo contestato non a caso dalla destra più isolazionista ed autarchica. Siamo ancora sulla scia di quei beoti che nel 98 sfilarono a Seattle insieme alle lobby agricole e industriali americane ed europee contro la liberalizzazione degli scambi che loro chiamavano globalizzazione.
Oggi dobbiamo parlare chiaro ai giovani: il loro nemico è chi vuole privilegiare le pensioni agli investimenti sul sapere e sulla competitività del paese.
Il loro nemico è chi è nostalgico di un welfare della paralisi che non farebbe fare al paese un salto in avanti.
Il loro nemico è una classe dirigente che non vuole crescere perché non vuole perdere il controllo sulla stagnazione.
La Banca d'Italia ha mille colpe, ma diverse da quelle oggi imputate: è stata troppo protettiva e corporativamente subalterna ai giochi della politica sulle banche.
Oggi ci vuole una manifestazione che metta in campo chi vuole competere senza compatibilità o prudenze.
Oggi ci vuole una liberalizzazione selvaggia del mercato con un grande protagonismo sociale di chi pensa che la cooperazione e la solidarietà sono fattori di sviluppo e non doti umane.
Sabato non sarò accanto ad insegnanti e figli della borghesia impiegatizia che vogliono difendere stipendi a pensioni senza chiedere selezione e competizione. Non ci sarebbe il Gramsci che chiedeva di studiare più del padrone o il Marx che pensava di dover battere il capitale cognitivo che avrebbe superato la fabbrica.
Il resto sono rantolii corporativi da abitanti delusi del centro storico di tutte le città Italiane.
Ciao Steve
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Un tiranno competente
di Michele Mezza
Non un visionario, ma un pragmatico, tenace, materiale, tiranno competente.
La stucchevole definizione di visionario, termine che sulla bocca di gretti e cialtroni convervatori viene usato come sinonimo di fanfarone, non deve intaccare minimamente la fisionomia di uno straordinario leader civile, politico ed industriale quale é stato Steve Jobs.
Jay Elliot, ex senion vicepresidente di Apple, nella biografia pubblicata proprio qualche settimana fa, ha definito il suo capo un tiranno competente.
Proprio la competenza, la pedissequa, piatta, materiale, noiosa e pedante competenza é il vero tratto caratteristico di questo principe moderno.
Più Edison che Leonardo, più Bell che Meucci.
Competente perché ne sapeva talmente tanto che la sua volontà era quasi sempre la migliore.
Tiranno perché non ammetteva deroghe alla sua volontà quando non ne vedeva una migliore.
Un genio dell'impresa ma anche un grande intellettuale che leggeva, decifrava e rielaborava i fenomeni sociali.
Come si può dire, dinanzi a tanta personalità, che non nascono più leader politici? Che cosa era Jobs se non il capo di un movimento politico mastodontico? Il movimento che intuì, praticò ed organizzò, l'individualismo connettivo.
Un movimento che guidò l'uscita dalla schiavitù del fordismo, che orientò l'ambizione al successo.
Non voglio essere elegiaco.
Considero il padre della Apple come l'esponente di un filone che speravo risultasse minoritario.
Il filone basato su una cultura proprietaria, dove l'hardware guidava il software, dove il design suppliva ai bachi, dove il marchio dominava sulla collaborazione.
Ma proprio per questo devo riconoscere che Jobs é stato il leader della fazione avversa.
Un leader vincente.
Il suoi partito, quello del Macintosh, dell'IPhone, dell'IPod e dell'IPad,, ha lasciato un'impronta indelebile, un'impronta talmente profonda e personale che probabilmente non sopravviverà al suo autore.
Sull'altro versante, dobbiamo proprio oggi riconoscere, che Google non sarà legato al destino dei suoi fondatori, che la potenza di calcolo diffusa é straordinariamente più potente della combinazione sociocommerciale dei fattori merceologici che hanno guidato l'Apple.
Dicevamo competenza e non vision, non perché visionario non fosse stato.
Tutt'altro.
Solo che la sua vision era un modo di progettare, sviluppare, gestire e vendere.
Non solo di percepire.
Il tutto con una straordinaria volontà e ambizione, quasi pierinesca: sono il più forte e voglio farlo vedere.
Ma anche: sono il più forte e posso cambiare il mondo con le mie idee.
Politica allo stato puro.
Follia e fame raccomandava Steve ai ragazzi di Stanford, nel 2005, ricordando che lui era un trovatello, cacciato ripetutamente dalla sua azienda e sempre ritornato in sella, grazie ad una suggestione, ad un'idea, ad una passione ed a tanta, tantissima competenza.
Ripartiamo da questa lezione: competenza, sapere e mai imitazione, nemmeno per le cose migliori.
Grazie Steve che ci hai fatto vedere come si fa e come si vince, anche quando non ci é piaciuto.
Hai dato forza e coraggio alle idee che condivido contro la miserabile grettezza di chi vuole speculare sul suo passato.
Fame, follia e competenza.
Che Dio ce la mandi buona.
Nel frattempo ci aveva mandato te.
Ciao Steve...
Gli Ombrellini di Liberty Plaza
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Gli Ombrellini di Liberty Plaza
di Michele Mezza
La notizia che rimbomba oggi, fra gli schiamazzi politici di casa nostra, mi sembra essere il lamento di Obama che paventa di non reggere alla prova delle prossime presidenziali.
Lo dico con un pizzico di legittimo, mi pare, orgoglio perché "Sono Le news bellezza", il libro edito da Donzelli che ci ospita in questa pagina, lo aveva ipotizzato più di un anno fa, fra i diffidenti lazzi generali.
Obama fa intendere che la crisi, presente e soprattutto futura, rischia di stritolarlo, di colpirlo politicamente nel suo vero core buisiness con il quale si era presentato agli elettori tre anni fa: We can.
Noi possiamo governare la crisi perché cambieremo le regole del gioco, annunciava messianicamente l'allora curioso candidato colored. E possiamo mutare le regole perché abbiamo cambiato base sociale e interessi da rappresentare.
In sostanza siamo in grado di domare l'orso e il toro di Wall Street perché non dipendiamo da esso, era il lucido messaggio che entusiasmava l'america.
Così non é stato.
Glielo ricordano le migliaia di persone che si stanno alternando a Liberty Plaza, proprio nei pressi della mitica Wall Street, dove indignados wasp stanno allestendo una Piazza Tahir occidentale.
Il crogiolo sociale della protesta americana é davvero interessante, come spiega oggi su Repubblica Michel Moore, l'eccentrico documentarista americano che coglie con tempismo i fermenti sociali del paese.
Insieme ad un nocciolo di indignados tradizionali (giovani e precari) si stanno addensando ceti produttivi che toccano in pieno la mitica middleclass americana: piloti d'aereo, tranvieri, funzionari della pubblica amministrazione, insegnanti, medici.
E' questa la base sociale che denuncia la propria proletarizzazione, chiedendo ragione al milieu finanziario: tutti a Wall Street sede del nemico.
Qualcuno la chiama la vendetta dell'89, l'anno della caduta del muro di Berlino.
Quello spettro scacciato e deriso dal palcoscenico politico europeo, più che il comunismo diciamo una politica basata sull'ambizione di un'equità sociale strutturale, torna a scardinare ila tranquillità dei vincitori, rendendo irrequieta la società occidentale e non adeguato il suo sistema politico-istituzionale.
Non senza ambiguità, i ribelli di oggi -spiega Ivan Krastev, uno dei più acuti e brillanti politologi contemporanei- "non si oppongono allo status quo ma vogliono preservarlo; é un 68 al contrario".
Mentre allora gli studenti gridavano di non voler vivere nel mondo dei loro genitori oggi, invece, scendono in piazza per difendere il loro diritto a salvare quel mondo.
E' questo il risultato di una modernizzazione che ha sgretolato le vecchie certezze fordiste -basate su fabbrica di massa, lavoro di massa, consumi di massa, protezioni di massa- ma che non riesce a dare un volto inclusivo alle potenze individualiste che sono oggi disponibili per ognuno di noi.
In questo gorgo, dove le vecchie narrazioni sono dissolte ( giustizia, partecipazione, egualitarismo, diritti, valori) si é innestato un singolare processo , dice sempre Krastev, di "emancipazione delle elites" che si sono affrancate dai vincoli ideologici, nazionali e comunitari.
In sostanza, dissolvendosi il sistema politico classista, nessuno deve dare più conto a nessuno e questa libertà eversiva viene usata da chi più ha, come appunto le elites politico-amministrative-finanziarie.
La rete é stata anche strumento di questo percorso.
Il suo impatto sui vecchi assetti socio economici ha liberato gli spiriti animali, privilegiando i motori dell'individualismo e della competizione e, sopratutto dell'immediatezza e della velocità, che ha sconvolto ogni logica normativa: tutto in realtime, significa tutto senza regole.
Ovviamente questo non perché la rete sia strutturalmente anarchico liberista, ma perché non vi é stata un'intelligenza collettiva che ha spinto e negoziato la rete in una direzione diversa, come pure accadde alla fabbrica nel secolo scorso.
Obama si presentò come il punto più alto di una nuova mediazione sociale dove rete e innovazione potevamo essere piegati ad un progetto di inclusione e partecipazione sociale: la spinta al nuovo doveva essere il motore di uno sviluppo che avrebbe reso meno centrale la speculazione finanziaria.
Questo fu il valore aggiunto della sua candidatura.
Per questo Obama sbancò i vecchi equilibri schiantando la tradizionale visione illuminista di Hillary Clinton.
Ma tutto ciò si é perso lungo la strada, forse anche per una difficoltà oggettiva, un'immaturità culturale ad affrontare temi giganteschi quali quelli evocati.
Come scrivemmo appunto nel libro "Sono Le news Bellezza", il We CAN non divenne WE GOV.
La mobilitazione dei nuovi produttori del sapere non riuscì a sostituirsi alle lobbies dei ceti speculativi, per quanto illuminati, di Wall Street.
Obama giunto a Washington tentò di fronteggiare l'emergenza con un'operazione di tipica marca socialdemocratica, congiungendo aree di lavoro tradzionale -i metalmeccanici dell'Illinois- con le aree di capitalismo finanziario moderno.
Da qui il progetto della riforma previdenziale, che premiava i lavoratori manifatturieri, con la delega totale a gestire la strategia economica a Larry Summer e al ministro del tesoro Gheistner, rappresentanti delle agenzie finanziarie che ebbero la responsabilità nel botto del 2008.
Da questa gabbia Obama non é più uscito e i 28 milioni di componenti del popolo della rete che lo fece trionfare rimasero orfani e reagirono secondo la cultura della rete: ritirando ogni affidamento emotivo, negando la risorsa più preziosa in rete: l'ATTENZIONE.
Obama ora constata che é rimasto solo anzi che é stato omologato al vecchio establishment che difende le vecchie elites, emancipate da ogni controllo.
E questo proprio mentre sale, in tutto il mondo, la marea dell'ambizione di ogni individuo a competere con le proprie elites: vogliamo controllare oggi perché pensiamo di non saperne meno di chi governa, questa é la novità, che proprio Obama aveva intuito.
La lezione che si ricava dalla parabola di questo Gorbaciov all'americana, deve valere per tutti: non si gioca con le cose serie.
il vaso di Pandora della rete non si può scoperchiare impunemente.
Non possiamo solleticare la voglia di modernità, di competizione, di ambizioni, di sapere, e poi rifugiarsi in formule tradizionali e gerarchiche che vedono al comando sempre i soliti padroni del vapore.
Oppure, come accade in Italia, gigionarsi con i movimenti digitali e poi, come é accaduto nel comizio di Vendola di sabato a Roma, rimanere rinserrati nei più vieti luoghi comuni sulla civiltà del lavoro e i diritti dei pensionati, mentre due terzi dei nuovi produttori chiede strategie di sviluppo e competitività globale.
Beato chi vive in tempi interessanti, dicono i cinesi.
E noi siamo beati perché viviamo nel pieno di un tornante da cui usciremo radicalmente mutati.
Ma il cambiamento non può essere lottizzato: non cambiano solo le cose che ci fanno piacere, cambia l'intero universo.
In un tornado non piove solo sulla casa del vicino.
E se persino Obama si bagna allora davvero non bastano gli ombrellini di Vendola a ripararci.
Internet non è Camelot
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Internet non è Camelot
di Michele Mezza
L'annuncio che Facebook e Google si siano "messi in politica", entrandoci, peraltro, dalla porta del peggior praticume lobbistico e con un'apertura ai gruppi politici della destra repubblicana, rende chiarezza sullo scenario della rete: è finito, anche dal punto di vista simbolico, il regno di Camelot, dove i buoni creavano e i cattivi speculavano.
Anche chi crea può essere cattivo o almeno seguire esclusivamente i propri interessi: di gruppo, di paese, di cultura.
Con l'evaporare dell'effetto Camelot, si esaurisce anche la fase predicatoria della rete, dove l'innovazione diventava un'invocazione e protesi all'avvicinarsi al mondo digitale, chiunque lo creasse, da chiunque fosse prodotto.
Anche nella rete vale la regola di Kreuzer, secondo la quale la tecnologia non è né di destra né di sinistra ma neanche neutra.
Gran parte del filone culturale che si identifica nella battaglia contro il Digital Divide è stato contrassegnato da un'opzione consumieristica, ossia da un'idea che si basava sulla certezza che bastasse l'accesso alla rete (connettività salvifica) o l'uso di dispositivi digitali (il feticcio del computer) per risolvere ogni contraddizione nelle dinamiche socioeconomiche.
Oggi l'affacciarsi in rete di realtà geoculturali diverse dalla matrice anglosassone e l'irrompere di logiche geopolitiche, che rendono gli stati soggetti dei conflitti tecnologici, pone con forza la necessità di una strategia "nazionale" digitale, identitaria, fortemente sovrana nella produzione di sapere e non tanto nella moltiplicazione di soluzioni.
Lo scontro fra Google e il governo cinese, nonostante le implicazioni censorie, nascondeva, malamente, l'obiettivo più robusto che stava al centro dell'azione di Pechino, che era quello di fare largo a Baidu, il motore di ricerca nazionale, che infatti ha rubato spazio al potente sistema Mountain View.
Ora, al di là delle considerazioni più generali, il punto che ritengo importante assumere in questo ragionamento riguarda il ruolo della politica statale da intendersi sempre più come ulteriore variante della rete.
Lo ritengo un passo in avanti rispetto alla predicazione nei confronti di una politica che appare sempre sorda o della richiesta di maggior partecipazione nella gestione della funzionalità di Internet, che affiora ad ogni forum sul tema.
Per questo diventa essenziale promuovere una crescita equilibrata ed omogenea della consapevolezza globale della rete mediante l'abilitazione, tendenzialmente egualitaria, di ogni comunità locale ad uno scambio paritario e alla possibilità di perfezionare o riconfigurare prodotti e saperi on line.
Da qui si deve partire per riformulare una più severa azione nei confronti delle inerzie e delle incapacità a concepire una strategia nazionale e locale di sviluppo della rete.
Nel passaggio dal web 2.0 all'annunciato 3.0, dove la capacità di connettere e coordinare oggetti e servizi automaticamente renderà la vita di ognuno di noi più dipendente dagli assetti concettuali del software, riuscire ad influire, anche ad interferire, con la configurazione di logiche automatiche diventa essenziale per dare un nuovo volto, più critico e consapevole alla democrazia digitale.
Credo infatti che proprio la constatazione che oggi ogni attività del pensiero umano si travi ad essere mediata ed interfacciata da dispositivi software ponga il tema di una nuova autonomia e sovranità sia degli individui che delle comunità.
La potenza di calcolo generata da Google o da Facebook non può diventare un nuovo feticcio in nome del quale rassegnarsi ad essere permanentemente degli assistititi nel nuovo pensiero digitale, dei consumatori di prodotti e servizi intelligenti che ormai si propongono di anticipare e suggerire bisogni e ragionamenti.
Ovviamente quest'approccio diventa concreto se si apre la strada ad una reale azione per riequilibrare la borsa dei saperi e delle soluzioni di orientamento dei comportamenti umani.
Un'azione che miri ad allestire modelli industriali efficaci e funzionali .
Senza dover riprodurre, caricaturalmente, soluzioni e sistemi che non possiamo reggere.
La leva di un venture capital, come vediamo invece nel caso americano, che individui e selezioni energie e talenti risulta meno agevole in uno scenario dove sia i capitali e tanto meno il senso di avventura difettano.
Diventa, invece, più adeguato mettere in campo il sistema delle autonomie locali come grande ordinatore di risorse scientifiche e tecnologiche, come grande volano che incoraggi un'offerta di sapere autonomi.
Lavorare su un corto circuito che connetta committenze territoriali ai grandi centri di sapere, penso al caso di Trieste, con il Sissa o di Pisa o anche dei campus intermedi, come Siena, Perugia, Camerino, Macerata o ancora come le prime relazioni che si innestano a Torino e Milano con i rispettivi Politecnici.
In questa logica un caso Italiano dell'innovazione assume i connotato di una strategie diffusa, meno dipendente da questo o quel ministro, più legata ad un ampio tessuto sociale che si ponga l'ambizione di un'autonoma competizione con il mercato della qualità digitale e non solo l'obiettivo di rivendicare da autorità centrali messianiche infrastrutture sempre più futuribili.
La peste digitale
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La Peste digitale
di Michele Mezza
Parafasando l'urlo di Paul Nizan contro l'elegia dei vent'anni potrei dire che "non permetterò più a nessuno di dire che i giornali di oggi sono peggio di quelli del passato".
Segno che la crisi del quotidiano è un fenomeno strutturale e antropologico non congiunturale.
Repubblica di oggi ma in altri giorni anche Il Corriere della Sera o la Stampa o ancora il Foglio o Il Sole24ore proponeva riflessioni e articoli con i quali discutere un anno intero.
Molti di noi si sono strappati di mano il resoconto di Riccardo Luna sullo studio -i dati sono in rete da almeno due settimane- della Mc kinsey sull'impatto della rete sul PIL.
Credo che il valore aggiunto di quel ragionamento non fosse tanto l'ennesima constatazione di quanto bene la rete faccia all'economia quanto la considerazione che più dell'ampiezza della banda oggi sia decisiva la riconfigurazione dei processi produttivi "interni" ai vari cicli le news,la distribuzione, il design, i servizi al cittadino, che devono assumere internet come metodo e linguaggio più che come vetrina.
Insomma La Rai, le ferrovie, i comuni, Telecom ma anche le piccole e medie aziende dell'artigianato industriale devono produrre con internet e non per internet.
Questa è la chiave del saldo attivo fra posti di lavoro prodotti dalla rete -in Italia negli ultimi 15 anni almeno 700.000- e quelli distrutti -380.000-.
Dunque rivoluzionare i processi prima che moltiplicare i prodotti nel digitale.
Ma il nodo che presiede e orienta questa riflessione l'ho trovato meglio spiegato nell'articolo di Rampini, qualche pagina prima, sulle povertà negli USA.
Centrale mi è parso il passaggio che spiega come oggi i disagi sociali in America nascono e si generano nel cuore del lavoro, nel pieno delle aree occupate.
E' il lavoro tradizionale che oggi induce povertà e irrilevanza sociale.
Il lavoro come causa di povertà è il vero gorgo in cui immergerci se vogliamo comprendere le dinamiche che agiscono attorno a noi.
Qualche mese fa ci si lamentava di una ripresa che non produceva lavoro oggi denunciamo una crisi che distrugge lavoro: in entrambi i casi assistevamo ad una scissione, un disaccoppiamento, direbbero gli economisti di buona scuola, fra lavoro e sviluppo.
Mentre calava il lavoro aumentava la produzione e s'impennavano le esportazioni.
Sovrapponendo le due istantanee, quella che ritrae la rete all'opera sul PIL e la seconda che ci mostra l'insufficienza del lavoro come ordinatore sociale, si intravvede una nuova mappa dei processi economici e culturali.
Dove il lavoro non è più vettore nè motore di progresso e di benessere, mentre la rete cerca come risorsa più pregiata nella sua corsa al valore la socialità, la cooperazione, la connessione fra individui, e non più la fabbricazione manifatturiera di merci.
In questo dualismo fra una memoria storica che ci porta ad identificare lavori e produzioni con la sicurezza sociale e l'ambizione di una smaterializzazione degli apparati produttivi e dunque una vaporizzazione dei relativi addetti, si gioca la partita del futuro.
Siamo a quel passaggio da razionale a relazionale che è considerato oggi il vero paradigma del nuovo web.
Ma nuovo mercato dove, al tempo stesso, non ci troviamo distanti dal concetto di "All that solid melts into air" che punteggia la dardaneggiante prosa del manifesto di Carlo Marx che ai suoi contemporanei deve essere sembrato un'apocalittica quanto incomprensibile minaccia.
La rete sta smontando duemila anni di centralità della fabbricazione e ci sta conducendo, fra riottosità e nostalgia, in un nuovo ambiente economico dove relazioni e interconnessioni umane sono i presupposti per dare valore all'attività economica.
Brutto e bello? Lo vedremo.
Certo non peggio di un passato dove il lavoro è stato appannaggio di una frazione minoritaria dell'umanità e strumento di un impero brutale da parte di una frazione minima di quella minoranza.
Invocare innovazione, ossia spingere per una consapevole cittadinanza digitale dove ogni individuo, ovunque sia, possa scambiare saperi e abilità, rivendicando controllo e trasparenza, significa, da quello che capisco dalla semplice lettura di quanto pubblicato oggi da Repubblica, smontare radicalmente il vecchio sistema lavorista, spingere ai margini chi di quel sistema è oggi testimonial, ma tutti i livelli, e cercare, questa è l'incognita, di riprodurre una scala di valori e diritti ,erga omnes, non inferiore da quanto creato dalla civiltà del lavoro.
Insomma, parafrasando Freud che giungeva in America, dobbiamo sapere che stiamo "portando la peste".
Un'indispensabile, promettente e stimolante oncologia del passato.
La videoconferenza a partecipazione illimitata che si registra su Youtube
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La videoconferenza illimitata che si registra su Youtube
di Rocco Pellegrini
Non vi è dubbio alcuno che la partita della rete si gioca sul Social Network.
Oggi chi fa un sito, chi realizza una nuova una nuova applicazione per il mobile, chi si muove in rete per qualsiasi motivo sa che deve rappresentarsi nel Social Network, almeno in Facebook, Twitter e Google+, per avere ritorni, attirare traffico, partecipare al grande gioco.
La gente della rete frequenta questi ecosistemi e succede qualcosa di analogo a quel avviene nelle città e nei paesi: le persone sono dappertutto però ci sono alcuni posti più frequentati, dove è più facile incontrare chi si conosce, dove ci sono più possibilità di trovare quel che si cerca perché in quei posti "ci vanno tutti".
Dunque se non li frequento, se non mi relaziono ad essi vedo meno gente, conosco meno persone, posso farmi valere di meno.
La rete non inventa niente, riproduce, in un nuovo formato, comportamenti consueti alla specie perché noi altri facciamo, in fondo, sempre le stesse cose perché quelle cose ci appartengono e ci esprimono.
Quando un programma ha successo, grande successo tipo Facebook, la ragione sta nel fatto che esso aderisce con estrema semplicità a comportamenti consueti: c'è poco da studiare o da digerire in Facebook... Dieci minuti e si è nel gioco sociale di rete senza barriere d'ingresso, senza soffrire.
Non c'è differenza tra geek o "nemico del computer": ognuno fa quello che gli serve bene e subito.
Ma, proprio perché questa partita è la più importante di tutte, la partita del Social Network, vista da un altro osservatorio, è una gigantesca partita tecnologica che si combatte tra forze potentissime.
Queste forze si affermano se riescono a dare di più agli utenti, se riescono ad aiutarli fare quello che loro ritengono importante... Insomma la competizione tecnologica e, tecnicamente parlando, molto complessa si risolve nella semplicità e nell'efficacia dei servizi prodotti e resi disponibili.
C'è un famoso detto che qui ci sta bene... Niente è piùcomplesso del semplice.
Dietro Facebook c'è Microsoft.
Avrete notato che quando Google+ si è reso disponibile alla sperimentazione sociale Facebook ha prodotto dei cambiamenti piuttosto significativi.
Niente nell'interfaccia utente ma molto nella sostanza.
Innanzitutto ha reso disponibile un servizio di teleconferenza (uno ad uno) per rivaleggiare con Google hangout: non è che funzioni alla grande ed infatti ha avuto poco successo.
Poi con le liste smart (intelligenti) Facebook ha provato a parare l'attacco che le cerchie di Google hanno portato alla granularità delle relazioni di rete.
Questa è una cosa buona: la concorrenza, lo abbiamo visto anche e non solo nei browser, stimola la competitività ed il miglioramento degli ecosistemi perché nessuno può restar dietro e ad un passo dell'uno corrisponde sempre una contromossa degli altri.
Dunque è un bene per noi utenti che ci sia competizione, che le forze in gioco siano plurali, che non vinca la partita definitivamente una soltanto perché ne andrebbe della qualità.
Ed ecco che vengo alla notizia del giorno che io trovo estremamente importante.
Una notizia che, a mio modesto parere, potrebbe provocare una rapida dislocazione delle forze in campo ed un forte vantaggio per l'ecosistema di Google.
La videoconferenza (hangout) sin dall'inizio è stato un punto di forza di Google+.
Funziona bene: già così com'è è stata usata nella didattica, nel lavoro, nel gioco... Ci sono molte espeirneze positivie perché è affidabile e non crolla come succede per molte altre esperienze.
Renderla a partecipazione illimitata (superando il limite delle 10 utenze fin qui vigente) e poter registrare in diretta la conferenza su Youtube sarebbe un passo avanti di portata incalcolabile.
Già vedo la tv di rete generalizzarsi e piccole forze diventare importanti grazie alla potenza di strumenti fin qui carissimi.
Già vedo la tv di rete generalizzarsi e piccole forze diventare importanti grazie alla potenza di strumenti fin qui carissimi.
Vedo un simile strumento nella formazione, nella politica, nella didattica, nei club, in tutti quegli sterminati luoghi dove le persone si riuniscono per attività sociali...
C'è il cloud computing di Google dietro a queste cose, una potenza notevole che permette simili operazioni.
Questo, dice l'articolo puntato, sta per accadere.
Allora la domanda è: Cosa vuol dire una simile notizia? (Ammesso e non concesso che sia vera perché vedo la tremenda difficoltà di uno strumento del genere in mano a tutti: se non altro per l'uso della banda...) Oggi, quel che ho letto nel post mi ha colpito molto ed ho aperto una discussione su Facebook sulla portata della cosa.
Enfatizzando avevo definito la notizia una bomba atomica, anzi una bomba all'idrogeno.
Riccardo Specchia, un mio ex allievo universitario e caro amico, ha dato la risposta migliore e la riporto qui perchè spiega bene quel che sta avvenendo.
"""Trovo che le mosse di "mountain view"siano messe in fila come una successione di obiettivi e di soluzioni per la nuova frontiera, ormai vicinissima, da te appena annunciata! Questo significa che il broadcast oggi si sposta tutto sul web, alleggerendo e abbattendo i costi (secondo la sempre attuale legge di Moore). Per farla breve a tutti noi laureati in scienze della comunicazione sarà concesso di creare una propria emittente tv o una propria casa di produzione.. senza più mandare curriculum alle tv. La tv siamo e la facciamo noi! Collegamenti con esperti in tutto il mondo, clip e approfondimenti sono alla portata di tutti... Chi sarà più bravo avrà di certo la capacità di accaparrarsi più sponsor e migliorare il proprio prodotto. Non è una bomba atomica, forse neanche all'idrogeno... è la rete: LA NUOVA ARMA DEL SECOLO."""
Proprio così, Riccardo, proprio così.
Ne vedremo delle belle e qualcuna facciamola anche noi.
Gli alibi non ci sono più. Quel che serve è alla portata di tutti, anche alla nostra portata.
Campanili non tralicci
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Campanili e non tralicci per la connettività: proposta per un programma minimo dell'innovazione
di Michele Mezza
Diceva Marcel Proust, che pure non aveva pulsioni innovatrici dirompenti,che la creatività non sta nel trovare nuovi paesaggi, ma nell'avere occhi nuovi.
Ora mentre nel paese mandrie di innovatori si riuniscono a consesso ogni due per tre, per discutere tabelle e indicatori di sviluppo digitale, con il risultato di ratificare la propria frustrazione e costituirsi in comunità terapeutica dove autodiagnosticare l'irrecuperabilità del proprio stato di fallimento, il mondo procede e la realtà si incarica di dare corpo al futuro, anche senza il coinvolgimento dei futurologhi.
Il punto, e torniamo a Proust, è che il più delle volte sono gli occhi degli osservatori che rimuovono il nuovo perché cercano solo nuovi paesaggi e non nuovi modi di vedere.
Chiuso l'excursus oftalmico vengo al punto.
La connettività non è questione di infrastrutture, né di piani nazionali ma è la conseguenza della logica stessa del networking: autodeterminazione dei singoli nodi.
Leggo proprio oggi che a Venezia viene annunciata la cosa più semplice e per tanto snobbata del mondo del Wi Fi: l'unico modo per mettere realmente la popolazione dei centri abitati in rete è l'iniziativa degli enti locali.
L'intesa, questo è federalismo allo stato puro, che ha come capofila la provincia di Roma, la regione Sardegna ed il comune di Venezia, sta disegnando un serpentone di aree metropolitane connesse più funzionale di mille bubbole centralizzate dove aziende furbastre e ministeri impotenti cercano di organizzare improbabili piani nazionali.
Il punto della questione non è che le amministrazioni citate hanno trovato formule salvifiche o software magici per dispiegare il loro piano di Wi Fi, semplicemente si conferma la concretezza del concetto -espresso dai veri protagonisti del fenomeno- che la rete non è una rivoluzione tecnologica ma un fenomeno sociale. E dunque ha bisogno, sempre, ripeto sempre, di strategia e protagonismo sociale per prendere forma. Il resto sono o marchette commerciali compiute da qualche lucido cervellone per conto dell'ufficio marketing di questa o quella azienda o ubbie ideologiche di chi cerca inutili scorciatoie.
Penso ad esempio al piano nazionale Wi Fi elaborato al tempo dell'ultimo governo Prodi. Un piano non meno inutile dell'attuale non attività in materia del governo Berlusconi. In quell'occasione, ricordo ancora la prosopopea di chi bacchettava chiunque avanzasse dubbi che un meccanismi strettamente connaturato alle dinamiche di ogni singolo territorio, potesse essere governato centralmente da chimerici piani nazionali. Si usava la metafora dei trasporti: il wi fi è un sistema ferroviario che deve essere pianificato nazionalmente o un mosaico filo tranviario che non può non essere organizzato localmente? Ovviamente i cervelloni che giocavano con i plastici dei trenini elettrici della connettività neanche si degnarono di rispondere. Lo stesso valeva per congerie dei esperti che si riunivano in settimanali convegni e lamentavano l'assenza di banda.
Il mio fastidioso tono polemico è proprio la conseguenza dell'alterigia con cui si è trattato il tema negli ultimi 10 anni proprio negli ambienti degli addetti ai lavori. Il buco nero che rendeva velleitarie e paradossali le richieste di innovazioni era proprio dato dalla mancanza di un'idea strategica di politica sociale.
Paradossalmente la politica non era capace di rimanere se stessa e cercava rimedio alla propria impotenza in inutili determinismi tecnologici.
La connettività è un rapporto sociale, come un piano regolatore, un progetto formativo, una politica dei trasporti: bisogna capire chi sono i soggetti, quali i bisogni,m quali gli strumenti e i motori che possono agire.
Negli Stati Uniti, non nella comune di Shangai, la connettività è esclusiva pertinenza degli amministratori locali: il sindaco di Washington o di Filadelfia propone il piano regolatore della comunicazione, disegnando le aree e designando le priorità che guidano i processi connettivi ( specificatamente in quelle città si parte dalle periferie e non dai roseti delle ville, come è accaduto a Roma).
Ora, di fronte a quanto sta accadendo, sarebbe bene definire un contesto come di riflessione.
Nel sistema italiano gli enti locali possono essere il soggetto centrale del processo di connessione? La connettività può essere considerata un principio abilitatore della cittadinanza e non un marchingegno tecnologico? Il territorio può essere la piattaforma di integrazione degli interessi sociali che guidano i processi innovativi? La politica locale può definirsi in base alle priorità sociali e tecnologiche che sceglie? Le multiutility possono diventare le forma di impresa in grado di gestire insieme a luce, acqua e gas, anche le funzioni multimediali? Si può immaginare che nelle prossime giunte vi sia un assessorato non alla generica innovazione, ma al piano regolatore della comunicazione di cittadinanza? Si possono inventare strutture come ad esempio la conferenza dei servizi digitali, che mettano a profitto il meglio dell'esperienza amministrativa degli enti locali? Io credo che questi siano i temi su cui costruire un fronte dell'innovazione concreta e non subalterna.
Un fronte che in pochi mesi apra una campagna nazionale con Anci e regioni per un federalismo digitale che superi le patetiche caricature leghiste e dia una bussola al tema della riorganizzazione della governance nazionale.
Elaborare un pensiero italiano per la rete
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... per arrivare a una Convention nazionale, a una mobilitazione degli stati generali della cultura e delle relazioni a rete
di Michele Mezza
I media non sono il quarto potere. Sono molto più importanti; sono lo spazio dove si costruisce il potere in un gioco di relazioni fra soggetti politici e attori sociali in competizione.
di Manuel Castells
Se è vero, come sostiene una scuola di pensiero ormai prevalente, che la stampa e, più tardi, la comunicazione giornalistica hanno permesso l'affermarsi dell'opinione pubblica e, con essa, hanno promosso la costituzione degli stati nazionali, in un nesso indissolubile fra Guttemberg e la pace di Westfalia, allora, seguendo il filo del ragionamento che ci propone Manuel Castells, possiamo dire che oggi si sta riclassificando, con i nuovi linguaggi digitali, l'intera infrastruttura istituzionale delle comunità nazionali.
Monopolio della violenza interna e capacità di sostenere modelli e forme di comunicazione sono oggi, nell'economia globalizzata mobile di capitali e di individui, i due basilari fattori che identificano lo stato nazione.
La società viene invece identificata dalla dinamica delle reti che l'attraversano, la esprimono e la sostengono.
Le reti modificano la società in base alla velocità di relazione che consentono.
La tendenza che si va affermando, nel gorgo della società a rete, appare sempre più la frammentazione e non l'omologazione.
Frammentazione che si ricompone nella condivisione di valori e contenuti delle forme sociali del networking.
Già la televisione e prima ancora la radio sono stati fattori di ricomposizione fra differenze e culture in ambito nazionale.
Ma la comunicazione di massa è stata anche uno straordinario fattore di sovranità e sviluppo delle singole comunità nazionali, che si sono espanse, attraendo risorse e capacità, anche in virtù del potere di suggestione dell'immaginario collettivo.
La comunicazione elettronica è stata un fattore di identità e di affermazione dello stato nazione, che producendo e scambiando linguaggi e contenuti sul mercato globale valorizzava i propri asset nazionali.
Nel passaggio dal modello a broadcasting -da uno a tanti- a quello circolare del socialnetworking -da tanti ad ognuno- i processi prevalgono sui singoli contenuti nell'elaborazione culturale.
Emerge in questa fase una centralità dello stato impresario culturale nel momento in cui la comunità richiede una partnership forte con l'istituzione pubblica per non soccombere nella competizione digitale globale.
L'istituzione pubblica diventa essa stessa networking per vincere nella guerra dei networking.
Diventa strategico disporre, come comunità nazionale, di centri di competenza privati e di agenzie pubbliche in grado di rendere la comunità nazionale autonoma e protagonista nella lunga transizione dall'analogico al digitale, dal fordismo al post fordismo, dalla centralità del produttore a quella dell'utente.
Tanto più in un tornante che vede mutare radicalmente grammatiche e linguaggi dell'azione comunicativa che sempre più è mediata e interfacciata dal software.
Già Calvino nelle sue Lezioni Americane intuì che il software avrebbe comandato sull'hardware.
E' attraverso il governo del software che ogni individuo trova modi e soluzioni per partecipare alla nuova Agorà crossmediale.
Ma se il software è la porta d'entrata nel nuovo mercato culturale globale, allora diventa alto il rischio che, ad una carenza strutturale nell'elaborazione e caratterizzazione autonoma degli algoritmi, corrisponda una subalternità dell'intera comunità nazionale.
Più ancora che nell'età televisiva, avere strategie politiche e realtà in grado di dialogare, in maniera non subordinata e passiva, con i centri di produzione delle forme espressive, è essenziale per dare un futuro al paese.
Già negli anni '80 le forze progressiste e riformatrici del paese non colsero l'emergenza comunicativa che batteva alle nostre porte.
In pochi anni un processo di privatizzazione di ogni forma di comunicazione televisiva strinse l'azienda pubblica in una morsa da cui la Rai uscì amorfa ed omologata.
La liberalizzazione selvaggia del mercato pubblicitario fu il volano di un aggregato d'interessi e di potere che ha poi portato agli intrecci incestuosi che oggi governano l'Italia.
Fu un errore non cogliere l'opportunità, che pure si presentò, di un riassetto del sistema che, pur non avvilendo la pulsione liberalizzatrice della televisione privata, desse regole e modelli funzionali ad una razionale finalizzazione della potenza comunicativa in ambito nazionale.
Non solo la Rai patì quella cecità politica.
Penso specificatamente alla proposta dell'allora vice segretario del partito socialista Cludio Martelli, che in un contestatissimo convegno a Roma, al Parco dei Principi, proponeva , eravamo nel 1978, un consorzio fra Rai e le nascenti reti televisive private(fra cui un ridondante imprenditore edile milanese) per lanciare una quarta rete televisiva nazionale aperta ai territori.
Lo stesso vincitore di allora, proprio quel ridondante imprenditore edile ambrosiano, il competitore privato rimasto unico sul mercato reso un deserto, si trova oggi gonfio di interessi ma povero di risorse e di strategie per adeguarsi alle nuove geometria multimediali.
L'Italia rischia di trovarsi senza motori della moderna comunicazione. E dunque sguarnita nel momento in cui si riconfigura lo stesso profilo istituzionale del paese sulla spinta dei nuovi comportamenti digitali.
E' indispensabile ritrovare il filo di una strategia di sistema, ricostruendo culture e capacità in grado di assicurare spazio alla libertà di ogni individuo e, al tempo stesso, di non rendere velleitaria l'ansia di competizione dei soggetti nazionali in ambito globale.
In questo contesto assume un valore emblematico la criminale decisione del gruppo Telecom di alienare, per la miserabile somma di 53 milioni di euro, Loquendo, l'unico titolare di know how italiano di successo sul mercato dell'intelligenza artificiale.
Una scelta scellerata, consumata nel silenzio generale, e non solo perchè compiuta a ridosso di ferragosto, ma sopratutto perchè gli aedi della banda larga pensano che anche nel nuovo mondo digitale valga il vecchio paradigma fordista, per il quale l'infrastruttura determina la produzione.
Siamo invece in un tornante del tutto inedito, dove teoria e prodotti, benchè transnazionale mantengono fortemente l'imprinting dei contesti culturali che li generano.
Bisogna, per questo, elaborare un pensiero italiano sulla rete. Un pensiero non certo scioccamente autarchico, ma in grado di valorizzare la peculiarità di un paese da sempre produttore di socialità e di relazioni.
Un pensiero italiano che si confronti con la rete come sarà e non come era.
Che si forgi nel conflitto che sta sorgendo fra privatizzatori ed espansionisti del networking.
Che trovi ambiti dove la crossmedialità non sia un'economia fagocitante e speculativa, ma che accompagni lo sviluppo di servizi, produzioni e culture tipicamente italiane.
Il mondo del design ci ha mostrato una strada di competizione vincente sulla scena internazionale.
Dobbiamo ricostruire una politica industriale che consolidi i primati e recuperi i ritardi. Il comparto cinematografico e televisivo ma anche l'intero mondo del software, della ricerca biotecnologica, delle convergenze audiovisive, tridimensionali, georeferenziate -che rappresentano i nuovi alfabeti di una comunità- devono diventare un settore portante di un paese che si propone come una grande fabbrica di valori relazionali.
La crisi economica che ci incalza potrebbe essere una straordinaria occasione che rimetta in campo nuovi soggetti, come ad esempio i territori e gli enti locali, nell'elaborazione di nuove politiche di ricostruzione di sviluppo nazionale.
Già oggi l'Italia è un grande nell'economia a rete.
Siamo stati il paese dell'esplosione delle televisioni locali, il paese della telefonia cellulare, oggi siamo la comunità forse più protesa nel socialnetworking.
I grandi produttori ci considerano un mercato da beta testing dei nuovi prodotti.
Dobbiamo diventare un coproduttore, ed anche un negoziatore, di soluzioni, di tecnologie di senso.
L'algoritmo non è un valore neutro, possiede un'anima e una cultura che non ci può essere imposta dall'alto di una seduzione dell'oggetto o del fascino del buon funzionamento.
Come spiega Bauman il digital devide reale non è la conseguenza di un deficit infrastrutturale, quanto l'incapacità di creare senso comune.
Dobbiamo rilanciare un'ambizione a diventare partner nella produzione di senso, rimettendo sulle gambe sistemi, imprese, servizi che nella comunicazione e nei modelli a rete possano ridare forza ad un protagonismo italiano nell'ambito di un nuovo rinascimento dell'intero sistema industriale e produttivo.
Per questo ci vuole più politica ma politica diversa.
Una politica che si ritiri dalla gestione diretta di imprese ed apparati e si concentri nell'elaborazione di regole e strategie che diano forza al sistema paese.
Una politica che valorizzi i punti forti del sistema nazionale: le mille culture locali, il sistema delle autonomie, il pulviscolo dei talenti e delle competenze professionali, l'istinto a una relazione sociale forte dei nostri cittadini.
L'obiettivo è quello di arrivare a una vera Convention nazionale, a una mobilitazione degli stati generali della cultura e delle relazioni a rete che definisca nei prossimi cinque anni un programma minimo di sviluppo e valorizzazione del made in Italy digitale.
Perché chiudo la mia esperienza didattica a Perugia
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lettera al preside Paolo Mancini sulla cattedra di Teoria e Tecnica dei nuovi media a Perugia
di Michele Mezza
Caro Paolo,
sai bene da tempo che non ritengo più sostenibile, per entrambi, rinnovare l'opportunità di insegnare a Perugia.
Dopo sette anni e cinque pubblicazioni, con tre editori diversi, puoi immaginare con quale disappunto abbia constatato che non sussistono più le condizioni di reciproca stima e fiducia per protrarre il lavoro didattico che mi avevi affidato.
Ti scrissi chiaramente nel febbraio scorso all'indomani di una sessione di laurea dove era emersa esplicitamente una diffidenza della direzione del corso di laurea nei confronti dei metodi e delle valutazioni in uso nella mia cattedra.
Ti chiesi di procedere ad una discussione, anche con i colleghi docenti, per condividere un metodo accettabile.
Non mi pare che la richiesta abbia avuto seguito.
Così come vedo invece affermarsi logiche e valutazioni nella facoltà che ritengo paradossali ed incongrue.
Per questo, come ti avevo anticipato a febbraio e come la Nucci ti ha confermato a Giugno, tolgo il disturbo.
Così come sono venuto, in punta di piedi anche se, spero, in maniera non irrilevante.
Saluti,
Michele Mezza
Perché cresce Google?
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Perché cresce Google?
di Michele Mezza
In poche ore Google ieri ha messo a segno una performance finanziaria del 13%.
Il trend positivo della sua trimestrale, insieme alla valutazione strategica che il gruppo ha ripreso la testa della filiera digitale, ha spinto gli algoritmi dei sistemi di hight financial trading ha puntare su Mountain view. Grecia, Spagna Italia, ma anche Stati Uniti e Gran Bretagna, patiscono; le cattedrali tecnologiche straripano.
Siamo ad una Westfalia al contrario.
Il giro di boa mi pare evidente: se la stampa produsse la materia prima per costruire la sovranità nazionale, ossia l'opinione pubblica, oggi il socialnetwork sta allestendo una nuova geometria dei poteri basata su quella che Castells chiamava "l'agonismo fra la rete e l'IO.
Su questa transizione si sta giocando la nuova geopolitica globale.
Si diluiscono i poteri verticali, si ramificano le relazioni gerarchie orizzontali.
L'asimmetria della concentrazione di risorse economiche, -siamo dinanzi a capitalizzazione di centinaia di miliardi di dollari, a fronte di default statali di milioni di miliardi di euro, mentre altri stati, come la Cina, devono riorganizzare il loro debordante surplus finanziario-, deve necessariamente comportare un resettamento del sistema politico istituzionale del pianeta.
In questo contesto devo rettificare alcune mie posizioni: la prima riguarda Barack Obama che , probabilmente, sarà ricordato come il primo Manchurian Candidate (ricordate il film dove un gruppo tecnologico inseriva un microchip nella testa del suo candidato presidente per controllare la CasaBianca?). Google , ho meglio il suo Ceo del tempo Schmidt, indubitabilmente ha tentato di gestire una transizione fra i poteri di Wall Street e la Silicon Valley. La mediazione non ha funzionato. Schmidt è saltato prima di Obama.
Ora si discute se gli algoritmi servono solo a far girare più in fretta gli ordini finanziari o a modificarne contenuto e titolarietà.
Io credo che questa sia la titanica guerra in corso.
In questo poderoso gioco manca un soggetto negoziale europeo. Prima ancora manca una dialettica sociale. Le prove di forza fra Google e Facebook non sembrano sollecitare l'ambizione di stati e ceti sociali a partecipare al gran ballo tecnonologico.
Qualcosa bisogna, pur, fare.
Leggo che siamo in pieno turbinio tecnologico: si parla di stati generali dell'innovazione, di conferenze e convegni.
Tutti sembrano lavorare solo per l'ufficio marketing delle grandi corporations dell'High Tech.
Possibile che non si riesca a congiungere crisi finanziaria, appannamento della democrazia e adeguamento dei linguaggi digitali? Fino a quando regaleremo ai nuovi poteri una libera uscita che li lascia industurbati a riorganizzare la nostra vita? Io credo che sia matura l'idea nìdi una dighital tax, che non sia una tosatura dell'innovazione, ma sia una procedura che implica che ogni algoritmo sia abilitato da una comunità di utenti.
Dobbiamo trovare il modo per socializzare la potenza di calcolo, rendendo il mondo un gigantesco socialnetwork che sostituisca la fornza del petrolio con l'energia della partecipazione.
Chi riesce a orientare questa energia produce risorse infinite, come Google e Facebook, chi invece lavora sulle gerarchie verticali, come gli stati fallisce.
Ripartiamo dal 13%, non per rapinarlo ma per imitarlo
Perché lascio l'insegnamento
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Perché lascio l'insegnamento di teoria e tecnica dei nuovi media a Perugia
di Michele Mezza
Vi propongo un caso concreto di modernità controversa.
Colgo l'occasione della recente discussione nel gruppo di Google mediasenzamediatori per spiegare una decisione che ho maturato in questo ultimo anno.
Ho messo il link della discusssione cui faccio riferimento perché i miei quattro lettori se sono interessati a comprendere correttamente ciò che sto per dire farebbero bene a dare uno sguardo all'argomento cui faccio riferimento.
Trovo fondamentale il tema della discussione e vorrei che fosse ampliato e moltiplicato per arrivare anche ad un corpus completo da editare o come libro o come sito.
Denuncio subito il mio conflitto d'interessi. In queste settimane ho infatti deciso di non rinnovare il mio contratto con l'università di Perugia per il modo casermesco con il quale si procede in una materia che viene poco frequentata e ancor meno assimilata ossia la nuova cultura comunicativa digitale.
Io credo che, lo dico subito, il copia incolla sia ormai un linguaggio del nuovo mondo.
Un linguaggio complesso, creativo e maturo che può essere respinto ed esorcizzato solo da chi cerca pretesti per difendersi dall'onda di disintermediazione che sta investendo l'intera società, l'Università per prima.
Come spiegava Roland Barthes l'intera nostra letteratura è un'insieme di citazioni. Non dichiarate, aggiungo io.
L'intera cultura planetaria, in tutte le sue latitudini, è un processo di integrazioni e assorbimenti. Siamo tutti sulle spalle dei giganti, diceva Bernardo da Chartres.
Ma oggi i giganti sono accerchiati e soverchiati da una moltitudine di nani, che producono, scambiano, scelgono, citano, remixano.
E' cambiata l'economia di base del mercato della creatività che non è più caratterizzata da successioni lineari di pensieri ma dalla contemporaneità e complementarietà delle momentanee riflessioni.
Tutto questo per dire che copiare ossia acquisire, scegliere e selezionare è il comportamento ordinario del moderno letterato.
Ovviamente l'accortezza di segnalare la fonte rimane ancora una convenzione regolamentare. Così come lo è la raccomandazione di non appropriarsi di contenuti altrui in rete o, magari, di non usare le tesi degli studenti per fare libri, tanto per rimanere in famiglia.
Ma la consuentudine ci sta portando lontano.
Copiare in ambienti di limitata varietà e di scarsa offerta è segno di capacità limitate.
Copiare in ambianti segnati da una materia abbondante ed alluvionale è segno invece di grande capacità di destreggiarsi ed orientarsi nei nuovi linguaggi del networking.
Trovo davvero disarmante che in una facoltà di Scienza della comunicazione si possa derubricare tutta questa riflessione sotto l'atto autoritario di un semplice diniego alla laurea.
Mi era capitato di chiedere, qualche mese fa, una riflessione, una discussione, un confronto con i colleghi docenti, magari allargato in rete al mondo che ruota attorno all'indotto universitario.
Non si è potuto realizzare.
Ora vedo che siamo all'estremizzazione della paura del nuovo.
Ma, come in molti altri campi, credo che solo il calendario deciderà come e quando seppellire gli inedeguati.
Nel frattempo, chi può se ne va.
Ma come dicevo vorrei capire se riusciamo a fare noi quello che la facoltà non ha ritenuto di fare: discutere e ricercare.
Proviamo ad avviare una discussione, cercando in rete i riferimenti di un dibattito globale.
Ovviamente copiando, a man bassa.
Dopo la notte della rete
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Dopo la notte della rete in Italia
di Michele Mezza
Dopo la notte della rete in Italia, che ci dimostra come in questo paese si debba ancora difendere la potenza produttiva del social network dalle censure economiche dei monopoli televisivi -un vero paradosso: è come se i dinosauri chiudessero in un parco zoologico gli umani superstiti- il mondo ci ricorda che la realtà va in tutt'altra direzione.
A poche ore dal lancio di Google+, la community di Mountain View che lancia la sfida estrema a Facebook, Mark Zuckerberg risponde cercando lo scacco al re: alleanza strategica con Microsoft e accordo globale con Skype, comprata poco tempo fa da Bill Gates, per rendere ogni nostro atto sulla rete un video messaggio.
Si rinnova lo scontro fra due super potenze.
Non più stati uno di fronte all'antro, ma imperi tecnologici.
Come avevamo facilmente previsto, l'acquisto di Skype da parte di Microsoft ci segnalava una trasformazione della natura del gruppo di Redmont, che sempre meno rimarrà attaccato alla rendita di posizione della sua quota di mercato nei sistemi operativi, mentre cercherà sempre più di mettere la sua potenza di programmazione di software all'interno di progetti editoriali partecipativi, di cui Facebook è il modello premiante.
L'attacco di Google ha spostato ulteriormente il quadro.
Ora al di là delle guerre stellari, il punto che potrebbe interessarci, dalla nostra visuale di periferia dell'impero, è capire, all'ombra dei giganti, come si muovono i nani della rete.
Infatti, questo è il dato su cui mi interesserebbe discutere se è vero quanto ci si racconta da anni, la rete ha una sua intima natura determinata più che dalle grandi realtà agglomerate, dal pulviscolo di singoli operatori che generano energie vitali.
E' in questo pulviscolo che il sistema Italia ha un ruolo e una prospettiva.
Gli italiani digitali, quel genere di sofisticati rielaboratori e ridisegnatori degli algoritmi altrui, potrebbero oggi ripetere il miracolo compiutosi nel design e nella moda: rendere il gusto e la cultura i fattori abilitanti per la fase due dei consumi in rete.
Così accadde per gli elettrodomestici, gli scooter, le auto, l'abbigliamento, l'arredamento, la meccanica di precisione e la stessa microbiologia.
Ora si sta verificando nel software.
Certo che il nuovo miracolo non potrà avvenire a dispetto dei santi.
Bisogna che il mercato, la società civile, l'intrigo di interessi e attività economiche proteso sulla rete, faccia intendere alla politica che la condizione dello sviluppo e della competitività sia appunto la liberazione del sistema, lo sblocco della rete, l'apertura del modello economico delle telecomunicazioni alla partecipazione di infiniti soggetti attivi.
Dobbiamo giocare in questo mercato la vocazione al disordine creativo che nella fase del fordismo ci ha penalizzato come sistema paese e che oggi, nel nuovo ambiente anarco-imprenditoriale della rete, potrebbe invece privilegiare le nostre vocazioni.
Se Google e Facebook sono i nuovi grandi imperi neomedievali, noi dobbiamo essere il sistema delle repubbliche marinare, attraendo, eccitando e integrando quella pletora di abilità e d esuberanze che attraversano la rete e che dobbiamo aggregare in una nuova comunità produttiva virtuale.
Lo abbiamo fatto in varie vasi e in settori ben più complicati, come appunto la grande moda, i mercati del lusso, i target alti dell'arredamento e dell'auto.
Perchè nella rete no? Certo questo significa rovesciare copernicamente il modello del mercato bloccato sulla TV e la pubblicità monopolista di Publitalia.
E significa anche liberare soggetti nuovi, aggregatori di domanda digitale e di competenze, come ad esempio i comuni, le multiutility, che devono usare la loro vicinanza ai cittadini per ascoltare e collaborare di più con gli utenti-clienti, capitalizzando la materia prima che è proprio il comportamento sociale.
E' questa la tendenza che ci potrà portare fuori dal lungo tunnel in cui da decenni stiamo vagando.
Oltre Berlusconi, certo, ma anche oltre la politica lavorista e previdenziale di un'industrialesimo senza fabbriche.
Proviamo ad usare le sollecitazioni che ci vengono dallo scontro digitale in atto per capire dove metterci, con chi stare, che risorse usare, quali obbiettivi porci.
Questa è la notte della rete che deve passare.
Tutti in piazza: la rete è nostra
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Tutti in piazza: la rete è nostra
da Michele Mezza
Non è il caso di restituire qualcosa di quanto Internet ci ha dato fino ad ora?
Spellarsi le mani nell'applaudire il ruolo della rete nel risveglio elettorale italiano a che vale se poi quando si gioca una partita vitale per il futuro del network ci si astiene? In queste ore matura un caso esemplare del sistema Italia.
L'Agcom, l'autorità per le garanzie nelle Comunicazioni, sta per deliberare un provvedimento che autorizzerebbe la stessa autorità ad intervenire, per via amministrativa e senza istruttoria, nel censurare ed oscurare siti che dovessero provocare proteste da parte di titolari di copyright.
Siamo all'ennesimo delirio dell'ignoranza, e alla solita furbastra omologazione di ogni sistema comunicativo alla televisione. Infatti i mandanti dell'assurdità sono sempre i soliti noti: il monopolio della pubblicità televisiva (Publitalia) che teme di veder il suo dominio insidiato dalla rete. E per questo, impone un taglieggiamento intimidatorio.
Siamo al pizzo digitale.
Gli utili idioti, in questo caso, sono alcune categorie di produttori di contenuti, che, ostaggio o servi della TV, si fanno promotori della campagna contro il saccheggio della rete.
Ora il nodo da sciogliere è indifferibile: qual'è l'interesse pubblico nel conflitto fra rendita di posizione del copyright e libertà produttiva della rete? Internet non è un media, è una forma di relazione sociale. Strumento creativo e linguaggio comunicativo, di questa produzione è il software.
Su questo bisogna essere chiari una volta per tutti.
Non sono certo io che posso affermare un tale principio ma lunga è la lista dei grandi guru ed imprenditori della rete che hanno dimostrato questo.
Da Google ad Apple, da Youtube a Facebook, è evidente che Internet non è un sistema che mostra contenuti, ma un ambiente che riconfigura e arricchisce linguaggi espressivi.
Lo strumento produttivo di questa epoca è il software.
Tutto è software, come spiega lucidamente Lev Manovich nel suo ultimo saggio "Il software culturale".
Allora se tutto è mediato dal software e se il software ha come fine ultimo la partecipazione attiva di ogni singolo utente ad un flusso di produzione comune è evidente che le ragioni di scambio sul mercato devono mutare radicalmente.
I produttori e i proprietari di mezzi e servizi, che sono le figure che si affermarono nella rivoluzione industriale fordista, oggi sono soppiantati dagli utenti e dai clienti.
Questo dato non è un principio morale -è più buono e più bello così- ma un fenomeno abilitante dello sviluppo: ci si guadagna di più così.
Per questo bisogna che l'Italia, che per l'ennesima volta è un paese laboratorio, dove i grandi stakeholder del business fanno i propri esperimenti, -vi ricordate cosa successe nella liberalizzazione del mercato televisivo negli anni 80?- non si pieghi a quest'ennesima azione predatoria.
Il nostro paese, è bene ricordarlo anche noi nelle nostre discussioni, non è un mercato secondario.
Siamo uno dei parametri di riferimento nella frequentazione in rete.
L'ultimo dato ci viene da una ricerca Accenture, che ci dice che l'Italia è il primo paese europeo per fruizione di servizi video su YouTube (il 31% degi navigatori, rispetto al 21% della media continentale).
Siamo una grande comunità di socialità digitale.
Per questo è ancora più indispensabile che la rete rimanga libera per poter sviluppare e moltiplicare viralmente le enormi potenzialità industriali del nostro territorio.
Bisogna elaborare una normativa di transizione che accompagni gli autori ad una nuova economia dello scambio.
Non deve passare nessun colpo di mano regressivo, che imponga nuovamente la centralità del broadcasting parassitario.
In queste ore bisogna muoversi, mobilitarsi, urlare, sollecitare, chiedere, e agitarsi: la rete è mia e non me la scippate.
E' questo un passo per poi andare dai signori della rete (Google, Apple, Facebook) e ripetere: la rete è mia e non le la scippate.
Siamo alle soglie del conflitto moderno.
Uno studio di Google sulle energie rinnovabili che parla a noi
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Una politica aggressiva sulle rinnovabili è nell'interesse di tutti
di Rocco Pellegrini
Google ha prodotto un notevole studio per capire quali vantaggi si potrebbero ottenere da una politica aggressiva sulle rinnovabili negli USA.
La cosa ci riguarda molto da vicino perché noi veniamo da un referendum nel quale abbiamo, giustamente, rinunciato al nucleare ed ora bisogna puntare con determinazione sulle rinnovabili perché la politica energetica è la base di tutto il resto nell'economia di un paese.
Questo studio è tutto molto interessante e, per introdurre ed invogliarne la lettura analitica, mi limito a riportare l'essenziale adattandolo, con qualche calcolo elementare, al nostro paese.
Nella prima pagina del documento, introducendo lo studio, Google si pone queste tre domande:
- Quanto potrebbero le tecnologie energetiche pulite contribuire alla nostra economia e alla sicurezza energetica?
- Quanto potrebbero ridurre le emissioni di carbonio per mitigare il cambiamento climatico?
- Possiamo soddisfare simultaneamente gli obiettivi della nostra società di crescita economica, sicurezza, e de-carbonizzazione?
Per tentare di rispondere a queste domande continua Google, abbiamo creato un modello per misurare l'impatto dell'innovazione nei settori chiave dell'energia: energia pulita, immagazzinamento di energia (batterie, celle a combustibile), veicoli elettrici e gas naturale, ottenute usando politiche energetiche pulite.
Sinteticamente: l'innovazione nell'energia pulita potrebbe accelerare la crescita economica e migliorare la sicurezza energetica, riducendo in modo significativo l'inquinamento da carbonio.
Tutte le tecnologie all'avanguardia e gli scenari di politica qui esaminate comportano una sostanziale crescita dell'occupazione e di tutto il paese entro il 2030.
Innovazioni all'avanguardia nel campo dell'energia pulita aggiungono 155 miliardi di $ l'anno in termini di PIL, creano 1,1 milioni di nuovi posti di lavoro l'anno, riducendo al tempo stesso i costi energetici delle famiglie di 942 $ l'anno, riducono il consumo di petrolio di 1,1 miliardi di barili l'anno e tagliano le emissioni di carbonio del 13% entro il 2030 rispetto al BAU (Business As Usual).
Riportando questi dati all'Italia, cioè applicando una politica aggressiva come quella indicata dal documento al nostro paese, tenendo conto che il PIL americano nel 2010 secondo il Fondo Monetario Internazionale vale 14.657.800 milioni di $ mentre quello dell'Italia ne vale 2.055.114 i valori indicati per gli USA così verrebbero attuati per il bel paese: 21,73 miliardi $ l'anno aggiunti al PIL.
154.226 nuovi posti di lavoro l'anno.
943 $ l'anno di risparmio energetico per famiglia.
13% di taglio delle emissioni rispetto al BAU.
Sono dati assai incoraggianti e bisognerebbe decidere di metterli in pratica al più presto possibile, nell'interesse di tutti.
La vera sfera di cristallo: come la rete riproduce e anticipa il senso comune della società
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La vera sfera di cristallo: come la rete riproduce e anticipa il senso comune della società
di Michele Mezza e Rocco Pellegrini
Ha vinto la democrazia, ha vinto la gente, hanno vinto i referendari, ha vinto l'opposizione.
Ma sopratutto ha vinto la rete.
Questo è il nuovo spettro che si sta aggirando per il mediterraneo, nelle piazze egiziane, libiche, siriane, tunisine, spagnole, greche ed ora anche nelle urne italiane.
Il popolo della rete è diventato protagonista della scena politica italiana.
I principali osservatori, sorpresi dai risultati delle città come Milano e Napoli, si stanno rassegnando a considerare come plausibile spiegazione l'irrompere di un nuovo strano protagonista: l'elettore in socialnetwork.
Nadia Urbinati, su Repubblica, qualche giorno prima del voto del 12 e 13 giugno, si diceva certa del quorum sulla base della scoperta che la TV non è più il domino dei consumi mediatici nel nostro paese. Lo stesso Corriere della sera lunedì 13 giugno in prima pagina annunciava un articolo dall'eloquentissimo titolo "Il web protagonista tra spot ed ironia".
Gli old media stanno ormai inseguendo i new media.
Il dato che colpisce e stupisce tutti è che nel nuovo mondo digitale i media non siano semplici strumenti di comunicazione, ma ambienti di attivazione, luoghi di relazione, motori di interattività sociale.
Si realizza qui la straordinaria previsione di Marshall McLuhan che già nei lontanissimi, dal punto di vista tecnologico, anni '70 proclamava che l'utente è il contenuto.
E' proprio la partecipazione dell'utente nel coprodurre il messaggio il nuovo contenuto ed anche il nuovo contenitore, dei media moderni.
La differenza fra i vecchi e nuovi media sta proprio in questa dinamica che trasforma persino la missione dei media: non più semplici strumenti, per quanto innovativi , di comunicazione ma vere macchine di produzione e di profilazione di soggetti sociali, che vengono trasformati dall'uso delle piattaforme digitali, da Facebook a Twitter.
Il sistema mainstream corre ormai dietro la rete in tutto il mondo non soltanto perché nella rete si arriva prima sui fatti e si creano i trend dei comportamenti sociali, ma soprattutto perché la gente, diciamo la pancia della società che frequenta la rete, sperimenta una libertà ed una potenza di interferenza nei processi decisionali prima di Internet assolutamente sconosciuta perché impossibile.
Questo nuovo "sistema di comunicazione" ha già fatto la differenza nelle elezioni del presidente degli Stati Uniti, come abbiamo documentato nel libro Obama.net, dove raccogliemmo la ricerca sui 4 anni di Obama in rete prima della sua elezione. Un comportamento segnato non dall'uso della rete come megafono, per meglio propagandare la propria candidatura, quanto dalla scelta di puntare sull'area sociale di chi in rete si immerge per lavoro o semplice interesse. Una "nuova classe sociale", un nuovo ceto che pretende nuove culture di governo e , sopratutto, l'abilitazione a partecipare alle decisioni.
Un fenomeno non dissimile si è affacciato nelle piazze nord africane nei mesi scorsi. A minacciare i regimi al comando sono state folle di giovani, alfabetizzati e connessi che pretendevano un supporto efficiente da parte del proprio governo per competere e vincere sulla scena della propria vita.
L'Italia è diventata laboratorio avanzato di una nuova politica in socialnetwork.
Un'Italia che, forse sorprendendo alcuni osservatori pigri e tradizionali, è già in marcia sulla strada di una trasformazione sociale: 29 milioni di presenze attive in rete, +19% di incremento dell' e-commerce, +40% di smartphone, 6 ore e mezzo a settimana su Facebook, il 50% delle piccole e medie aziende che già ha adottato soluzione di cloud computing per i propri servizi in rete. Sono dati che ci parlano di un paese nuovo, individualizzato, professionalizzato, competitivo e sopratutto digitale, culturalmente digitale.
Non sono cose nuove queste per noi di mediasenzamediatori.org , la nostra comunity che raccoglie il lavoro della cattedra di Teoria e Tecnica dei Nuovi Media dell'Università di Perugia, che da anni discute appunto delle discontinuità sociali, prima che tecnologiche, della rete.
Mettendo l'utente al centro della rete, possiamo dire, a buon diritto, e potendolo documentare, siamo riusciti a prevedere, con grande precisione l'esito del referendum.
Infatti , già da sabato, cioè il giorno prima dell'inizio delle votazioni mentre dominava la discussione sulla possibilità del quorum, abbiamo fissato il risultato finale della partecipazione al voto in un range che andava dal 55 al 60%. Non ci riteniamo né indovini, né brillanti analisti.
Siamo semplici osservatori dei nuovi fenomeni digitali.
Noi siamo convinti, che se si vuole capire dove vanno le cose nel tempo nostro, bisogna guardare alla rete non diversamente da come nel secolo scorso bisognava guardare alla fabbrica.
In questo spirito abbiamo cercato di usare elementi di statistica inferenziale, molto semplici, per capire le tendenze nei comportamenti di massa e siamo convinti che presto questi giochetti matematici diventeranno scienza ufficiale ed influiranno in molti campi, ad esempio nel giornalismo, con fenomeni importanti ed emergenti come il data driven journalism.
La rete, infatti, ci mette a disposizione grandi masse di dati che descrivono i comportamenti delle comunità sociali, delle imprese, dei cittadini nei più svariati campi e che, se correttamente interpretati, ci permettono di inferire cose concrete, molto concrete.
Ad esempio, quando nei giorni passati si discettava del raggiungimento del quorum, abbiamo sviluppato un piccolo programmino. Un programma per acquisire ed indicizzare i dati relativi ai pronunciamenti e alle dichiarazioni in merito al referendum sui principali socialnetwork, Facebook e Twitter.
Al primo campione, relativo a Facebook,abbiamo assegnato il 75% del valore finale ed a quello su Twitter il rimanente 25%.
Il risultato ottenuto ci ha dato una stima del quorum intorno al 58,5% con uno scarto di +-3%.
Non abbiamo diffuso i risultati per puri scrupoli scaramantici, ma ci siamo convinti che la partita fosse vinta con molto anticipo sui tempi reali.
Vuol dire questo che abbiamo un modello di previsione universale? No di certo: una cosa del genere non ha senso.
Ne parliamo semplicemente perché siamo convinti che la rete ci offra strumenti assai potenti e che di qui viene l'innovazione del nostro tempo.
Anche questa cosa dimostra come anche nel nostro paese ormai le comunità di socialnetwork riflettano, sempre più fedelmente, il senso comune di un intero paese.
Esattamente come fu per Obama.