Tor per sostenere l'anonimato in rete per gli iraniani> altre fonti affidabili sull'Iran
Siamo tutti iraniani di Rocco Pellegrini
Il voto degli italiani del giugno 2009 di Michele Mezza
Siamo tutti iraniani
Siamo tutti iraniani
di Rocco Pellegrini
La rete non sta soltanto cambiando i rapporti di forza nel sistema dei media ma, come dimostrano i fatti iraniani, ha raggiunto una tale energia che sta modificando gli equilibri di potere laddove nessuno avrebbe neanche osato sognarlo.
Quel che sta accadendo in queste ore in Iran è un fenomeno senza precedenti e capirlo e sostenerlo è un dovere per tutti noi.
E' la rete che ha favorito negli anni grazie all'attività instacabile di blogger e naviganti il dissenso contro i parrucconi, e che sta guidando oggi la protesta contro il regime anacronistico che regge quel paese.
Ognuno di noi può semplicemente aprendo una pagina oppure settando il proprio IM seguire il flusso degli eventi così come lo vive la gente che organizza e sostiene la rivolta in atto.
E' un'emozione davvero grande. Io sto seguendo da un paio di giorni dopo che Baccanico ci ha insegnato cosa fare per seguire gli eventi.
Gli studenti, le donne, tutti quelli che si sentono offesi e delusi dai brogli del regime contribuiscono in un flusso incessante di osservazioni, testimonianze, proposte, imprecazioni, speranze.
Uno dice, Yahoo non funziona più, ed un altro, non riesco ad aprire Gmail da stamattina, ma poi un altro messaggio dice Bebo funziona ancora; e poi c'è chi documenta i feriti ed i morti ignoti, c'è chi incita ad andare alla manifestazione che avverrà nel pomeriggio, chi dice che la rete funziona sempre di meno, chi suggerisce di usare proxy americani per aggirare la censura. Poi arriva uno che dice non soltanto a Teheran avete manifestato, nel mio paese di 40.000 abitanti ieri siamo scesi in piazza in 4.000.
Insomma un flusso inarrestabile di emozioni, di informazioni, di vita, la forza dell'intelligenza collettiva contro la tirannide e l'oscurantismo.
Si vincerà in Iran? E' difficile dare una risposta definitiva ma la sensazione che ho è che quel che si è levato in piedi è talmente forte, pacifico, potente ed innovativo che fermalo sarà davvero difficile.
Il voto degli italiani del giugno 2009
Il voto degli italiani del giugno 2009
di Michele Mezza
L'esito dell'ultima consultazione elettorale offre numerosi spunti di riflessione. Soprattutto per chi si occupa di comunicazione e mira a decifrare le nuove identità sociali per meglio comprendere e prevedere le tendenze della comunicazione digitale.
Avviare questa discussione è ancora più importante per chi , come ad esempio la comunità di mediasenzamediatori.org si è impegnata in questi mesi in una articolata ricerca sul voto americano e sul fenomeno Obama.
Proprio dalla comparazione fra i due processi può venire una lettura innovativa.
Il voto italiano, del resto, è ricco di indizi per inquadrare la società italiana e il suo contesto europeo.
Il risultato non consente incertezze di giudizio. Se sulla titolarità della vittoria sono ammesse sfumature, sull'identità dello sconfitto non ci sono dubbi: il PD.
Trovo davvero incomprensibili le contorsioni di chi tenta di consolarsi con l'aglietto, come si dice a Roma.
La sconfitta non è nemmeno tanto determinata dai dati numerici, sebbene il regresso di oltre sette punti percentuali e tre milioni di voti in dati assoluti, sono di per sè una sentenza inappellabile.
Ma a dare al tutto un tono perentorio è soprattutto il quadro generale che emerge dal voto.
Un partito d'opposizione, quale è il PD, anzi il partito antagonistico per eccellenza rispetto al leader del governo, come si è qualificato il partito di Franceschini, tutto può ammettere e tutto potrebbe discutere ma non di segnare un calo di circa un quarto del suo valore nello stesso momento in cui il suo avversario registra la prima delusione elettorale degli ultimi dieci anni.
Ed è esattamente questo che è successo: l'opinione del paese ha chiaramente arricciato il naso sulle qualità di statista del suo presidente del consiglio, ma altrettanto chiaramente ha fatto intendere che non gli passa nemmeno per l'anticamera del cervello di guardare al nuovo partito formato da DS e Margherita per il futuro del paese.
Una sentenza senz'appello, che lascia davvero pochi spazi alla speranza.
Quali altre condizioni si devono auspicare per immaginare un'affermazione del PD? Quali terremoti devono scatenarsi per attendersi un'inversione di rotta? Il risultato delle europee, composto da voti espressi e astensioni, ci dice che il partito di centro sinistra non dispone di un'immagine autorevole e rassicurante per governare il paese. Soprattutto per il suo bacino elettorale potenziale.
Sono gli elettori di centro sinistra che hanno bocciato questo PD.
Nonostante che dall'altra parte ci sia un personaggio come il cavaliere.
La bocciatura è a prescindere, come diceva Totò. Una bocciatura che investe sia l'area d'opinione che il mosaico degli interessi materiali e delle rappresentanze sociali che danno corpo e identità ad un partito.
I flussi verranno letti dagli esperti e capiremo in dettaglio come si sono orientati i singoli segmenti.
Ma i grandi trend sono ormai riconoscibilissimi. Nel voto europeo si assistito intanto ad una severa astensione che ha colpito entrambi i campi.
Nel centro destra, Berlusconi ha cominciato, ed è la prima volta che capita dalla sua discesa in campo, a pagare le sue diciamo "eccentricità" sia di stile, Noemi e dintorni, sia di contenuto, le riserve di giudizio dell'opinione internazionale.
Io credo, lo dico assumendo tutti i rischi di un'affermazione apodittica e brusca, che siamo davvero in prossimità di un esaurirsi della spinta progressiva del fenomeno Berlusconi.
Il cavaliere sta visibilmente invecchiando, e le sue disinvolture diventano da scandalose grottesche.
Ma il dato che comincia ad incidere è che il cavaliere non parla più al paese. Non lo fa nemmeno fisicamente: mai come in questa campagna elettorale si è misurato il suo "silenzio".
Al netto del caso Noemi, il premier non ha detto nulla e poco si è fatto vedere. A conferma che le polemiche sulle sue imprese, amicali o erotiche che siano, in realtà lo aiutano a mascherare la sua inadeguatezza politica.
Berlusconi si sta ritirando di fronte ad un quadro politico che si fa più complicato ed esigente.
Diciamo che il fenomeno Obama sta archiviando il folclore di Berlusconi. I numeri sono espliciti: il Popolo della Libertà ha perso in queste elezioni circa 4 milioni di voti, ha rovesciato i sondaggi che lo vedevano oltrepassare il 40%, ha portato il suo elettorato a non votare, e quando ha votato a non votare plebiscitariamente il capo.
Berlusconi ha molte ragioni per essere incupito, come dice Libero che ben lo conosce. Il premier, infatti, è dotato ancora di raffinatissime antenne ed ha ben compreso il senso del voto per lui: la ricreazione è finita.
Non bastano più le barzellette, la gente vuole strategie. Pretende politiche nuove, che non coincidano con gli interessi della fabbrichetta di famiglia, ma che conducano il paese nel mondo della post crisi.
Per questo Berlusconi ora si stringe a Bossi e cerca di succhiare da lui linfa vitale.
Sa bene che si profila un mondo nuovo, discontinuo, competitivo, diverso, per il quale non ha nulla da dire. Dove non basterà più galleggiare. Obama è stato eletto per questo dagli americani. I socialisti perdono per questo in Europa.: bisogna inventare un nuovo progetto di sviluppo.
Il Popolo della libertà non sfonda perché è ancora prigioniero nello scafandro del suo leader che non è più il valore aggiunto.
Quanto sta accadendo la Sicilia lo aveva già annunciato. Il Nord lo sta amplificando: con queste elezioni è iniziato il dopo Berlusconi.
Le fibrillazioni di Fini ne sono state un prodromo, le incursioni trasversali di Tremonti nel mondo delle partecipazioni statali, dove non a caso si incontra con Prodi, annunciano un possibile epilogo della destra italiana.
Insomma grande confusione sotto al cielo.
Ma, contrariamente a quanto diceva il Presidente Mao, la situazione non è eccellente, almeno per il PD.
Infatti mentre accade tutto questo pò pò di confusione il PD si inabissa. I risultati sono spietati: divelti dai territori amministrati nel sud, non considerati nemmeno al nord, in grave e progressivo logoramente nelle case matte del centro.
Questo come dato di opinione. Perchè poi il voto amministrativo è ancora più brutale: dove si governa si è scacciati, dove si fa opposizione si è rimpiccioliti.
Una sconfitta senz'appello.
Resa radicale dallo scenario politico: i voti persi non sono in libera uscita, come diceva Andreotti dei consensi democristiani che temporaneamente andavano a destra per protesta.
Sono voti che cercano riparo in formazioni senza speranza, ma che almeno danno identità: il laicismo dei radicali, l'essere di sinistra di Sinistra è Libertà, la falce e martello di Rifondazione. Voti sprecati ma almeno mi dicono cosa sono, o cosa vorrei essere. Oppure sono voti che entrano nel bingo di Di Pietro. Un gioco dove non si vincerà mai, ma siccome non costa nulla, anzi a partecipare si guadagna visibilità, allora diamoci dentro.
Ma volendo pure fare conto su questi voti, e immaginando, cosa del tutto irrealistica, di poterli sommare, comunque ci troveremmo condannati ad una marginalità permanente: 26% del PD + 8% di Di Pietro + 6% delle due formazioni di sinistra + 2% dei radicali = 42%.
Ma siamo davvero nel periodo ipotetico del terzo tipo, quello dell'irrealtà.
Il punto è che il PD è come un albero di natale trapiantato sulla spiaggia: un albero senza radici, collocato in un ambiente innaturale e senza simili, incapace di attecchire.
Come si è arrivati a tutto questo? La storia è troppo lunga.
Ma concentriamoci su un dato: perché in questi 15 anni non riusciamo, qualsiasi tentativo si faccia, qualsiasi leader incarni il progetto, a parlare al nord del paese. Un Nord che si mostra mobile, non arroccato, in grado di percepire proposte diverse.
Come dimostrano le oscillazioni a Milano, Bergamo, Brescia, Padova, il Piemonte, la Liguria, Venezia, il Friuli.
Una risposta ci viene dal laboratorio di Sesto San Giovanni, la vecchia Stalingrado D'Italia. In quel centro urbano, adiacente a Milano, dove 35 mila operai erano concentrati in sole 5 grandi fabbriche siderurgiche, oggi lavorano sempre 35 mila individui, in aziende che in media hanno non più di tre dipendenti, prevalentemente informatici.
Era la cittadella della CGIL, che aveva dato i natali a Giuseppe Pizzinato, il mitico capo operaio, divenuto negli anni 80 segretario generale della confederazione del lavoro, sostituendo Lama.
In quel centro, ad egemonia di sinistra da sempre, il Popolo della Libertà ha vinto le Europee e perso le amministrative.
Perchè? Nelle europee ha contato il richiamo ideologico di una base sociale ormai caratterizzata dalle proprie partite IVA, che ha votato il partito dell'impresa e l'ideologia no tasse prego.
Nelle amministrative invece, laicamente, gli stessi professionisti, piccoli imprenditori, tecnici e consulenti, hanno appoggiato il partito dello sviluppo e dell'agenzia delle infrastrutture telematiche, che è stata la provincia di Milano, guidata dal democratico Penati. Se c'è un modo per uscire dal guado è quello: riformulare un progetto politico realmente innovativo, che cominci a mutare il target di riferimento.
Fino ad oggi tutte le evoluzioni della sinistra riformista -PCI, PDS, DS, Ulivo, PD- hanno mutato nome e sede, lasciando intatti programma e gruppi dirigenti.
Proviamo a invertire il trend. Obama lo ha fatto in una congiuntura non dissimile: il dominio dei repubblicani sembrava eterno.
Certo li Bush si è suicidato con la guerra in Iraq, ma non bastava. C'è voluta la crisi economica a cambiare l'orizzonte, ad alimentare na nuova domanda politica, alla quale ha dato una risposta Barack Obama.
Anche in Europa la crisi ancora infuria. Bisogna ripartire da li. La destra sembra voler usare la crisi per riproporre una logica verticale, centralizzatrice, assistenziale.
I riformatori devono rovesciare l'assioma e assumere la rete come paradigma, esattamente come fecero con la fabbrica all'inizio del 900. Allora si disse pane e lavoro per civilizzare il capitalismo, oggi si può chiedere più saperi, più competizione, più accessi egualitari per rendere più funzionale e trasparente la nuova marca del mercato che si annuncia.
Ma per aprire questa riflessione bisogna avere chiaro che non si ha più nulla da perdere, che la sconfitta elettorale non lascia margini per formichine della continuità.
Altrimenti cambieremo ancora sigle e targhe davanti alle stesse sedi, ma i numeri saranno sempre gli stessi.
Breaking News
Novità nel caso del piccolo Rocco
di Grazia Gaspari
Sono la nonna del ...continua a leggere
Wordcloud, valore semantico di un testo: fotografare il pensiero
di Rocco Pellegrini
E' semplice utilizzare nei propri articoli che si scrivono per essere pubblicati in rete le wordcloud....continua a leggere
La meditazione
di Michele Mezza
Sono inciampato nei giorni scorsi in un singolare esperimento di linguaggio giornalistico che mi sollecita una riflessione di sistema. L'esperimento è quello condotto da ...continua a leggere
Notizia del giorno
Morte di un bambino di Rocco Pellegrini
Martedi 28 ottobre verso le 19 è morto mio nipote Rocco Pellegrini un bambino di 15 mesi. E' tragico quel che sto per fare perchè io ero il nonno di questo bambino che portava il mio stesso nome e la cosa normale è che lui avesse seppellito me questa essendo la logica del corso naturale della vita. Ma un tragico incidente di famiglia, una fatalità ineluttabile ha stroncato la sua giovane vita lasciando il padre, la madre, me e mia moglie in una disperazione così sorda e crudele che è difficile anche parlarne....continua a leggere
Sul rapporto del Censis
La rivoluzione del supermercato di Michele Mezza
Il rapporto del Censis parla anche al mondo della comunicazione. Annuncia una nuova stagione, che vedrà il mondo della rete, anche in Italia, candidasi a nuova spina dorsale del sistema culturale, produttivo e, conseguentemente anche politico....continua a leggere
Il ritratto di Dorian Grey
Il ritratto di Dorian Gray: con il nuovo contratto si chiude il secolo del narcisismo dei giornalisti
di Michele Mezza
C'è davvero un clima strano attorno al contratto dei giornalisti.
Dopo quattro anni di attesa, a firma dell'intesa sindacale sembra lasciare tutti di stucco.
Molti si sono affannati a dichiarare che si tratta, tutto sommato di un buon contratto. Altri invece gridano al contratto bidone.
Ma tutti sembrano frenati: con quello che sta accadendo nel mondo si tratta di quisquilie, pinzallacchere avrebbe detto Totò.
La gente ha ben altro per la testa. Mi permetto di dissentire.
La gente, pur con problemi che trascendono l'ancor invidiato mondo dell'informazione, farebbe bene a dare un occhio al problema.
Gli potrebbe capitare fra capo e collo, da un momento all'altro. Qualsiasi attività svolgano.
Innanzitutto il merito del contratto: è davvero brutto.
Un pessimo contratto, e una indecente gestione sindacale della sconfitta. Per certi versi il secondo è peggio del primo dato.
Guardiamo ai fatti: il contratto, dopo 4 logorantissimi anni, giunge a sancire un dato: i giornalisti non sono più al centro del processo di produzione e gestione dell'informazione. Poco male, si potrebbe dire, anzi, si aprono le gabbie e finalmente si parla.
Il fin troppo citato articolo 21, che tautologicamente è ormai un brand commerciale, smette di essere usato per rivendicare un'informazione libera, e diventa il motore del diritto a produrre, direttamente l'informazione.
Agoravox e mediasenzamediatori.org potrebbero festeggiare con l'antipaticissimo, ma mai come questa volta inevitabile, "ve lo avevamo detto noi".
Purtroppo il quadro è più complesso e pericoloso.
Il contratto smonta il quadro di garanzie professionali che avevano dato forma al vecchio ciclo fordista dell'informazione: autonomia del singolo giornalista, coproduzione dell'informazione fra editore/direttore/redattore, automatismi retributivi che sottraevano il singolo redattore dal ricatto potenziale dell'editore, negoziabilità di ogni singolo atto organizzativo.
Questo era il mercato dell'informazione: bilanciamento dei poteri nel ciclo produttivo e rilievo alla singolarità del redattore.
Bene o male, questo quadro ha garantito una dialettica tale da limitare strapoteri e vessazioni.
Certo dietro a questo sistema di garanzie allignava anche una rendita parassitaria di corporativismi protosindacali che hanno chiuso gli accessi alla professioni, appesantendo le redazioni e spostando il baricentro dall'informazione alla gestione dei flussi di entrata nel circuito redazionale.
Come sempre, in una dialettica sociale, quando si appesantisca oltre misura un quadro di prerogative non condivise socialmente, l'equilibrio si rompe e il pendolo oscilla sul versante opposto.
Questa è l'apparenza di quanto sta accadendo.
Se fosse solo questo, ripeto, poco male. Vivremo una stagione di riequilibri e di opposti estremismi, per ritrovare poi una fase di stabilità.
Ma questo riequilibrio avviene in una fase dove si sta riclassificando l'idea stessa di comunicazione.
Siamo in quella fase che Ivan Illich, uno dei massimi critici della modernità e dunque non sospetto di nuovismo preconcetto, definiva di passaggio "dalla pergamena al libro", ossia da un sistema di comunicazione verticale, centralizzata e costosa, ad un altro orizzontale, decentrato, e a basso costo.
Una fase che riconfigura tutto l'articolato modello produttivo e, soprattutto i profili professionali che vi sono applicati.
Siamo insomma in una fase costituente, potremmo dire, per mutuare dalla adiacente arena politica, un termine che fa sempre grande scena.
In questa fase i giornalisti sembrano davvero dei brutti anatroccoli. Quelli che erano dei cigni solenni, che si muovevano con agio e disinvoltura fra le crisi degli altri. Che spiegavano ai metalmeccanici della Fiat che nell'80 avevano perso perché non avevano percepito il nuovo che cresceva in fabbrica, le nuove figure professionali che si formavano, i nuovi modelli produttivi che fuoriuscivano dal perimetro di Mirafiori, ebbene proprio quei soloni oggi si guardano allo specchio e si ritrovano come tanti Gasparazzo, l'archetipo dell'operaio massa, furibondo e frustrato per la sua marginalità, che non si rassegna a non essere più classe dirigente.
Lo specchio dove si rifletteva l'immagine del giornalista libero e selvaggio, che volteggiava da una conferenza stampa ad un'inchiesta spericolata, fino ad inseguire i carri armati sulle colline del Golan si è rotto.
Siamo alle prese con una riduzione della paga, con una minaccia di mobilità, con prepensionamenti incombenti e licenziamenti alla porta.
Ora il punto è capire se si tratta solo di una vicenda che racconta del declino di una professione e di un ceto intellettuale che, come i professori, a metà degli anni 60, o i geometri negli anni 70, o i bancari negli anni 90, perde l'aura e le gratificazioni per avvitarsi in un processo di piccolo imborghesimento sociale.
O invece quello che balla in questa è il destino del sistema nazionale della comunicazione.
E qui veniamo alla gestione della sconfitta.
Perché che di sconfitta si tratta, voglio sperare non si debba discutere.
Una sconfitta che non è misurabile con dati quantitativi.
In un confronto sindacale non è difficile trovarsi in una situazione in cui si deve cedere. Capita di perdere.
Bisogna però intanto capire che si è perso, e non mentire a se stessi.
Secondo bisogna avere la lucidità, e la volontà, di individuare le ragioni della sconfitta, anche quando queste coincidono con i propri destini personali.
Questo deve fare un gruppo dirigente che, senza alcun disturbo e insidia, ha gestito in dieci e più anni, il destino della categoria.
Ed è quello che non sta avvenendo.
Noi abbiamo perso ma ancora non abbiamo capito da dove sono arrivati gli schiaffoni.
Il punto è che da anni, diciamo da almeno il 2002, si annunciava il cambio di fase.
E' davvero singolare che la categoria deputata all'informazione, a viaggiare, a capire come gira il fumo nel mondo, non abbia percepito la minima avvisaglia di un terremoto che avrebbe cancellato ogni rifugio.
Quello che sta mutando non è, come forse pensano persino qualche editore, il rapporto di forze che permette di recuperare potere e denaro in azienda.
Questo è l'errore che commise Romiti alla Fiat dopo la sconfitta della FLM nel 1980.
Abbiamo mano libera e ci riprendiamo la nostra fabbrica e i nostri dividendi.
Dopo dieci anni la Fiat cominciò a boccheggiare.
Quello che stava mutando nell'80 non era solo il modo di fare l'auto, ma il modo di usarla e di compararla da parte degli automobilisti.
Gli stessi operai della Fiat, e ancora di più i famosi 40 mila quadri che sfilarono dietro ad Arisio annichilendo i dirigenti sindacali, pretendevano di più dalle auto. Volevano un sistema di trasporto individuale, confortevole e a forte identità.
I giapponesi lo compresero, gli europei no.
Oggi nell'informazione non siamo distanti da uno scenario simile.
Non cambia il modo di fare giornali e TV, quello è cambiato dieci anni fa e chi non se ne accorto beato lui.
Cambia il modo di usare l'informazione. L'edicola non è un tabernacolo davanti al quale ci si mette in fila, ma diventa una boutique dove si sceglie per identificazione e coinvolgimento emotivo.
Esattamente come quando si sceglie una giacca o un ristorante.
Internet è stato il braccio armato di questa rivoluzione silenziosa.
La rete sempre più è diventata non la vetrina dove posizionare le proprie copertine, ma la fabbrica dove realizzare i propri contenuti.
E la rete non è uno strumento amorfo, ma ha un'anima, ha una cultura.
La domanda da farsi è: perche internet ha sconvolto il mondo dell'informazione più di quanto lo abbiano fatto il telefono, o la radio, o la TV, che pure introducevano innovazioni clamorose e spettacolari per il loro tempo? Il motivo è che Internet è un sistema sociale ed è sospinto da una nuova figura che rompe con lo scenario precedente, cosa che non facevano la radio e la TV, ossia l'individuo produttore, la voglia e la possibilità di intervenire nel processo di fabbricazione della notizia.
Questa è la novità. Una sconvolgente novità per chi fa di mestiere il mediatore, e campava sull'esclusione della massa dalla possibilità di interferire sul processo di produzione delle news.
Ora il punto è capire come ritrovare un ruolo e una centralità, non tanto per la categoria dei giornalisti, quanto per il loro sistema di garanzie e di valori sociali,quali la trasparenza, la libertà, il pluralismo, la competitività.
Su questo punto il contratto è un fallimento.
Non offre alcun elemento per ripartire, per riproporre un ragionamento di alto spessore per il mondo dell'informazione.
Ed è un fallimento per i giornalisti, che vedono umiliate le proprie ambizioni, ma anche per il sistema paese, che vede raggrinzire il proprio sistema informativo in una logica ragionieristica di pura sussistenza nelle pieghe del mercato.
Senza mabizioni di competitività internazionale e di abilitazione a produrre informazione ai nuovi soggetti, come i territori, gli enti locali, le comunità professionali ecc ecc.
La sconfitta dei giornalisti rischia di spingere il sistema editoriale italiano ad accucciarsi in una risibile autosufficienza, limitando gli investimenti sulla convergenza e adattando il sistema industriale ad una precarietà organizzata.
La mancanza di una controparte che solleciti e spinga il sistema a nuove condizioni di competitività, che non possono esaurirsi solo in un generico cost cutting, ma devono anche investire gli aspetti tecnologici e professionali, deprimerà l'intero mercato nazionale, riducendo anche gli stimoli per le nuove iniziative come appunto agoravox.
Non siamo nell'editoria in una fase di congiuntura finanziaria, come sembra leggendo il contratto.
Siamo in una fase di ristrutturazione e riorganizzazione strategica del sistema di elaborazione e comunicazione dell'informazione.
Siamo nella fase in cui i sistemi si confrontano in base alla propria capacità di ricerca on line, alla propria potenza di calcolo, al proprio sistema di ibridazione delle professioni, alla propria capacità di auto progettazione dei sistemi intelligenti.
Non si tratta di distribuire qualche redattore in più sui siti pubblicitari, o disporre di qualche smanettone in più in redazione al posto di qualche vecchio babbione giornalista come me.
Qui il punto è riorganizzare il sistema di identificazione, selezione e formattazione delle notizie.
Della loro trasversalità sulle diverse piattaforme, del modo in cui le fonti sono incrementate e le voci moltiplicate.
Siamo ad un tornante 100 volte più complicato e inedito di quello che all'inizio degli anni 80 impegnò i nostri colleghi che guidarono il processo di transizione d al caldo al freddo nella produzione dei quotidiani.
Voltandoci indietro quella fase ci appare teneramente naif rispetto ai problemi attuali.
Eppure l'impegno e l'elaborazione sindacale di allora fu gigantesca rispetto al nulla di oggi.
Si tratta di parlare alle decine di migliaia di giovani che disseminati negli anfratti della rete rischiano di diventare i crumiri di domani, mentre dovrebbero essere i prototipi di un nuovo giornalismo italiano, di un nuovo mondo professionale che renda questo paese non solo una platea per paytv e server giornalistici esteri.
Io credo che questa discussione sia troppo seria e drammatica per lasciarla solo ai giornalisti.
Ma al tempo stesso non penso che sia una buona cosa prescindere da questo mondo.
Allora che la rete si impossessi di questa sconfitta. La analizzi e la discuta. Che i giornalisti si guadagnino il diritto di parola riconoscendo il fallimento di una gestione sindacale ottusamente emergenziale e dicano no al contratto per dire si alla realtà.
E che tutti assieme ci si metta al lavoro.
Non c'è nulla del passato che valga la pena di conservare oggi.
Mentre il futuro non può dipendere dal bilancio di un editore.
Alberoni: il carro trionfale dei nemici della rete
Alberoni: il carro trionfale dei nemici della rete
di Michele Mezza
La nota di questa mattina, lunedi 23 febbraio, di Francesco Alberoni sul corriere della sera, segnala un ulteriore preoccupante ripiegamento del sistema intellettuale italiano, di fronte alla crisi.
Il senso del ragionamento del sociologo passato anche per il consiglio di amministrazione della Rai, è quello di dire visto che i giovani non ci seguono allora aboliamo i giovani.
Una logica raggelante, ma, purtroppo, non solitaria.
Si ingrossano le fila di chi, difronte al proprio isolamento, reagisce, chiedendo di abolire il suo interlocutore.
La singolarità del caso Alberoni è data dal fatto che giunge a poche ore dalla celebrazione dei fasti di massa del festival di Sanremo.
La domanda da porre è: chi fra i frequentatori di YouTube o Faceboock, o ancora meglio delle mille comunità attive di rete, e i 14 milioni di spettatori della kermesse di Bonolis è più lontano dalla realtà?
Alberoni lamenta che i giovani si droghino, combinando cocaina e web, mentre gli anziani che si paralizzano davanti alle esibizioni di Iva Zanicchi e Albano rappresenterebbero un saldo ancoraggio per la società.
Non siamo molto lontani dalle nostalgie di Gianni Riotta per il buon tempo antico, o ancora, dal disorientamento dei vari leaders politici, soprattutto del fronte riformatore, che non comprendano come il paese non li segua.
Siamo ad un cambio di paradigma che non ammette incertezze: cambia la lingua, non il linguaggio.
Per tanto, bisogna mutare i letterati.
Il battistrada del processo è la comunicazione, che non è più servizio accessorio, ma contenuto e formna del modello produttivo, del modo in cui si crea il valore.
E dunque, questa è la domanda, non sarebbe il caso di concedere a questa dimensione la dignità che nel secolo scorso fu accordata al fordismo, alla catena di montaggio?
Non sarebbe il caso di diventare davvero più radicali? Dobbiamo smettere di concedere ascolto e credibilità a chi ancora ci parla di cose irreali, di stupidaggini senza senso: la comunicazione multimediale oggi è il senso comune del pianeta, è l'unico modo in cui un essere umano in europa o in america o in cina può sentirsi parte di una comunità.
Il resto è davvero noia.
Ma l'indignazione non basta: bisogna andare oltre.
Bisogna che le comunità della rete si assumano la responsabilità di superare il proprio orizzonte e si misurino con il compito di ricostruire un modo di vievere di svilupparsi.
La crisi economica chiama la rete allo stesso impegno cui, nel 1929, fu chiamata quella straordinaria invenzione che fu appunto l'industria di massa: dare all'umanità un modo di crescere e diffondere la ricchezza.
Dobbiamo dunque creare senso comune: credo che si debba arrivare, anche in Italia, ad una sorte di grande Woodstock della rete, un appuntamento dove operatore, creativi, utenti, e osservatori trovino filoni di ricerca e mettano in comune il proprio sapere.
Bisogna arrivare ad un open source delle professionalità. Agoravox, mediasenzamediatori.org e tutte le comunità disponibili alla bisogna, potrebbero essere i promotori di questa mobilitazione.
Proviamoci nell'anno del futurismo, per non dover assistere frsa qualche anno all'ennesima rievocazione di un evento che ci è passato, inutilmente, fra le mani.
Controllo del territorio: Ronde o Urban Mediator?
Controllo del territorio: Ronde o Urban Mediator?
di Rocco Pellegrini
In questi giorni la discussione politica si è infiammata sulle ronde, un pò dappertutto.
Ho trovato argomenti eccessivi: "Si comincia dalle ronde ma non si sa dove si va a finire" ed anche iperbolici "Le ronde sono come le squadracce fasciste".
Secondo il mio modesto parere le ronde sono una risposta sbagliata ad un problema reale.
Il problema reale è il controllo del territorio.
Viviamo un'epoca pesantemente trasformativa di costumi e comportamenti. Le drammatiche condizioni di vita di molti paesi africani e le sperequazioni profonde di consumo e ricchezza rendono l'Italia una meta per tanta gente e questa non è certo una novità perchè è un processo che avanti ormai da molti anni.
D'altro canto la crisi economica si sta abbattendo con forza sempre più dirompente sul nostro tessuto sociale al punto che certi lavori, fin qui rifiutati da gran parte degli italiani e paticati quasi esclusivamente dell'immigrazione, tornano ad essere interessanti anche per tanti nostri concittadini generando dei conflitti tra poveri fino a qualche tempo fa praticamente sconosciuti.
Se poi si unisce a questo, elemento non secondario, che il governo tende ad estremizzare questo tipo di conflitti piuttosto che a stemperarli con soluzioni ragionevoli ed umanitarie il quadro è completo e molto difficile per tutti.
E' evidente che questo tipo di conflitto si riflette sul territorio.
Sbaglia un certo tipo di sinistra ideologica a ritenere tutto ciò una pura invenzione della destra perchè è proprio la gente comune, quella meno protetta dalla crisi e dal basso reddito, che risente di queste contraddizioni e le vive sulla propria pelle.
Sbaglia, però ancor più, anche quella parte della destra che ne ricava agomenti per predicazioni sostanzialmente razziste ed indegne di un paese civile.
Valga per tutto, anche se riconosco il carattere paradossale di quest'individuo, quel che dice il vicesindaco di Treviso Gentilini: neanche varrebbe la pena di polemizzare con questo indegno figuro se quest'uomo non parlasse nelle stesse manifestazioni dove parlano Maroni e Bossi che sono ministri della repubblica.
Sta di fatto che simili argomentazioni, intolleranti, reazionarie e nazistoidi si possono trovare soltanto in certi libretti della destra ultra xenofoba.
Eppure la società multietnic e multirazziale è quella che noi tutti abiteremo e, dunque, è necessario che si trovino delle soluzioni condivise per costruire una risposta non demonizzante ai fenomeni che stiamo vivendo.
Ora sono le ronde una risposta? Secondo me già la stessa parola ronda sa di medioevo e questa non è certo una virtù. Sarebbe come se io dicessi alla crisi dell'economia che stiamo vivendo in questi giorni propongo il ritorno alla società curtense. E' mai pensabile che nella società di Internet, delle webcam, dei satelliti la risposta stia nello strascico di qualche cittadino collaborativo, possibilmente ex poliziotto? Francamente fa un pò sorridere perchè sembra più un esorcismo processionale che una vera soluzione ai problemi reali.
Sono convinto che ogni società debba usare gli strumenti del proprio tempo per risolvere i problemi del proprio tempo.
E questi strumenti, badate bene, esistono nella rete perchè lentamente ma inesorabilmente ai problemi di convivenza urbana che sono simili in ogni parte del globo (villaggio globale) emergongo delle risposte moderne ed efficaci che potrebbero aiutarci a costruire meglio e più seriamente la casa comune che tutti viviamo.
Avete sentito parlare di Urban Mediator? Bene prendetelo in considerazione perchè, come Facebook ha risolto molto bene il piccolo mondo amicale portandolo ad un livello stratosferico fuori dal tempo e dallo spazio tradizionale che lo limitava, Urban Mediator o qualcosa di simile ci aiuterà a risolvere il problema del controllo del territorio in modo moderno ed innovativo.
Cos'è Urban Mediator? Per chi ne volesse una spiegazione approfondita consiglio il manuale in pdf le cui prime pagine in inglese spiegano nei dettagli di che si tratta ed a che serve.
Per chi voglia evitare i 3 megabyte del pdf unidea se la può fare anche da questa presentazione in flash.
In quel che resta di questa comunicazione mi limeterò a spiegarvi quel che ne ho capito e perchè lo ritengo una cosa importante per problemi complessi come quelli di cui sto parlando.
I problemi del territorio possono e debbono essere risolti attraverso la collaborazioni tra il cittadino elettore e gli enti locali preposti al governo del territorio.
Per permettere che questo processo colloborativo avvenga Urban Mediator (il mediatore urbano) mette a disposizione un software installabile su un qualsiasi server Linux che rende siponbile nativamente un ambiente accessibile sia tramite computer che tramite telefonino intelligente di ultima generazione.
L'idea è che la rete possa essere usata per portare attenzione su questioni locali, legate al territorio, accessibili direttamente attraverso mappe, per permettere che qualsiasi questione possa essere posta, discussa e potenzialmente risolta.
Molto brevemente su ogni questione (topic) posta all'attenzione della comunità è possibile creare un processo cognitivo ed operativo molto più semplice da fare che da descrivere fornmalmente come sto facendo.
Dunque vi consiglio di dare uno sguardo all'esperienza di Barcellona perchè lo spagnolo è facile e la cosa si capisce molto meglio che con tante parole.
Trovo tutto ciò assolutamente straordinario e chi fosse interessato mel lo faccia sapere perchè mi sto adoperando per attivare le risorse necessarie a qualche sperimentazione pratica in Italia.
La notizia del giorno
In memoria di Rocco Pellegrini
di Rocco Pellegrini
Martedi 28 ottobre verso le 19 è morto mio nipote Rocco Pellegrini un bambino di 15 mesi. E' tragico quel che sto per fare perchè io ero il nonno di questo bambino che portava il mio stesso nome e la cosa normale è che lui avesse seppellito me questa essendo la logica del corso naturale della vita. Ma un tragico incidente di famiglia, una fatalità ineluttabile ha stroncato la sua giovane vita lasciando il padre, la madre, me e mia moglie in una disperazione così sorda e crudele che è difficile anche parlarne.
E' come se il mio cuore fosse stato gelato da un freddo assoluto ed inesorabile e la vita stessa in questo momento mi
sembra un fardello difficile da sopportare. Lui era la mia vita e come farò adesso a vivere? Credetemi è un'esperienza che
non auguro a nessuno, una ferita aperta e sanguinante che, spero, soltanto il tempo, che sana tutto col suo scorrere
inesorabile, riuscirà a rendere meno onnipresente come oggi è per me.
Neanche la preghiera e la convizione assoluta che, come credente nutro sulla vita nell'altro mondo migliore di questa, oggi mi consola e mi da un qualche conforto.
Rocco starà senz'altro meglio ma io, noi della sua famiglia, come staremo?
Quando succedono queste sciagure ognuno reagisce come può ed, in generale, si sceglie la via del silenzio e della riflessione per metabolizzare la sofferenza e continuare a vivere.
Io stesso non mi sarei astenuto da questo comportamento e non avrei in alcun modo parlato di questa tragica storia se non mi fossi trovato di fronte ad un linciaggio mediatico, supportato dall'arroganza delle istutuzioni, di mio figlio e della sua compagna che mi spingono a superare il naturale riserbo ed a prendere pubblica posizione sull'argomento.
Lo faccio tramite il mio sito ed Agoravox.it perchè queste sono delle tribune libere e non sentine di turpitudine e di infamità come ormai si può dire per la grande maggioranza della stampa e del sistema dei media.
Questo sistema non rispetta nessuno, non tiene in minimo conto i diritti delle persone, non sa cosa siano umanità e comprensione ma, eccitato com'è dal gusto del profitto che una notizia può realizzare, ne dice di tutti i colori, entra come un trattore nel riserbo altrui per vendere una copia in più od ottenere audience stimolando i peggiori istinti dei lettori, qul tanto di morboso che è in tutti noi.
Ma non voglio trarre conclusione generali avulse dai fatti e dunque sono costretto a ripartire dalla nostra tragedia per spiegare come e perchè io e la mia famiglia siamo oggi oggetto di un vero e proprio linciaggio mediatico con notevole responsabilità anche della caserma dell'arma dei carabinieri di Ronciglione e della procura di Viterbo.
E' meglio lasciar parlare i fatti perchè sono eloquenti più di Demostene.
Tutta la tragedia si è compiuta in meno di un'ora tra le 18 e le 19 di quel maledetto martedì appena passato.
Mentre lavoravo al computer ho sentito mio figlio e la compagna che trafelati sono usciti di corsa dalla nostra bella casa nella campagna del viterbese. Non mi sono reso conto di nulla perchè altre volte li ho visti un pò agitati ed ho continuato a lavorare sulle tesi che dovrò discutere il 10 novembre. Dopo una ventina di minuti è arrivato mio figlio bianco come uno straccio; si è rivolto a mia moglie dicendo "mamma Rocco sta male, ha ingerito delle pasticche delle medicine di Beatrice e non respira bene vieni con me perchè ho paura".
Mia moglie, che stava al piano di sopra, è partita come un fulmine e sono scomparsi nella notte. Rimasto solo sempre cercando di mantenere un comportamento speranzoso ,"non sarà nulla, una cosetta da bambini, è andato al pronto soccorso, ecc" ho ripreso a lavorare. Dopo qualche minuto la preoccupazione ha preso il sopravvento ed ho chiamato il cellulare di mia moglie ma ho sentito che squillava sopra: era uscita senza il cellulare.
Dunque dovevo aspettare. Ma l'attesa è stata breve. Dopo qualche istante il cellulare di mia moglie ha cominciato a squillare. Ho risposto e lei mi ha detto che la situazione stava precipitando. Affannato ho preso la macchina e sono corso al pronto soccorso di Ronciglione. Appena arrivato ho visto un gruppo di persone che mi hanno detto di essere tutti tifosi per il bambino che stava rischiando la vita ma la porta era sbarrata. Ho suonato ed è arrivato un infermiere. Gli ho detto; come sta il bambino? E lui mi ha risposto: "è morto".
Non so come ho fatto a non cadere fulminato, ma sono riuscito a raggiungere una sedia e lì sono rimasto accasciato senza saper reagire in alcun modo.
Ho visto un tramestio alla porta d'ingresso del primo soccorso, che era lontana da me 3 metri, ma non riuscivo a concentrarmi, a ragionare, a riprendermi.
Dopo un tempo che non so definire è arrivata mia moglie disperata. In quel momento avevo paura di cercare mio figlio e la sua compagna Beatrice che hanno amato ed accudito Rocco cone nessun'altro al mondo perchè cosa dire, cosa fare, come consolare? Ma non era quello il problema.
Mio figlio e Beatrice non c'erano più. Erano intervenuti i carabinieri e li avevano portati via.
Non voglio, minimamente, banalizzare la gravità dell'evento. Quando muore una persona bisogna accertare la verità e capire le responsabilità ma c'è modo e modo per farlo. Bisognerebbe ricordarsi che le persone sono disperate, che quelli che potrebbero essere dei rei sono il padre e la madre del bambino morto e che, dunque, soprattutto per loro, quella che per tutti è una tragedia, è un evento distruttivo e drammatico. Ma chiedere umanità e comprensione è troppo per una cultura che stenta ad assimilare lo stato di diritto, inteso come diritto di tutti, nessuno escluso. Da quel momento non ho più visto i miei ragazzi e non ho avuto modo di parlare con loro.
I carabinieri sono venuti a casa mia ed hanno fatto una perquisizione accurata di tutti gli spazi da loro abitati. Dopo oltre 6 ore di perquisizioni, su ordine dell'autorità giudiziaria, hanno portato via i reperti che hanno creduto opportuno, ed hanno sigillato sia la parte della casa abitata da loro che il bagno utilizzato da Giulio e Beatrice.
Adesso aspetteremo che lor signori si degnino di fare gli accertamenti restituendoci l'agibilità della nostra casa come si conviene ad un paese civile.
In una notte piena di incubi aspettavamo il ritorno di Giulio e Beatrice ma soltanto alle sei della mattina i carabinieri ci hanno avvertito che erano stati arrestati senza spiegarci nè perchè nè per come.
Ci dice l'avvocato che i nostri ragazzi sono stai arrestati per possesso di droga.
Ho visto nei reperti trovati una piatina di canapa. Anche qui la legge prevede che il reato non sia dato dalla pianta in se ma dalla quantità del principio attivo presente nella pianta.
Dunuqe bando alle illazioni. Per sapere come stanno le cose, che cosa abbia portato Rocco alla morte e se e come sia stata trovata droga bisogna fare delle analisi, ed un'autopsia del corpo del bimbo.
Tutto questo non è stato ancora fatto e dunque non ci sono elementi per dire alcunchè su questa tragica storia.
Ma ieri i carabinieri di Ronciglione forse in accordo con la procura di Viterbo, rompendo il riserbo che il buon senso avrebbe dovuto dettare, hanno fatto una conferenza stampa nella quale hanno raccontato una sorta di Cogne bis, ricostruendo la vicenda non sui fatti ma sul profilo delle persone convolte, scatenando così la stampa che ha coperto di ingiurie e di falsità la mia famiglia.
C'è da dire, ad onor del vero, che mio figlio ha un passato di tossicodipendenza dalla quale ha cercato di uscire con sforzi molto grandi ma sempre precari.
Per me la tossicodipendenza è una malattia, non una malattia morale. Ci si cade senza sapere quale inferno si attraverserà ma chi ne resta vittima è come un malato qualsiasi che va curato e non demonizzato quale fosse un appestato del nostro tempo.
Invece la morte del bimbo, per come la hanno raccontanto i giornali, sarebbe una prova provata della scelleratezza di un povero drogato.
Quanto alla compagna di mio figlio ha avuto dei disturbi psichici ed è in cura, ancora oggi.
Ho letto un articolo sul Messagero di Roma in cui il giornalista ha parlato di vite bruciate. Bruciato sarà lei, caro giornalista dei miei stivali. Cosa ha studiato a fare, perchè ha imparato a scrivere per dire simili idiozie? Viviamo in un mondo che difende il diritto dell'embrione ma una persona in carne ed ossa che ha una vita difficile, piena di sofferenze è una vita bruciata? Non lo sa che l'essere umano è inconoscibile nella sua essenza e quello che pare un cretino potrebbe essere il nuovo genio dell'epoca? Si vergogni se ha una coscienza ma stia certo che la porteremo in tribunale per rispondere del modo in cui ha trattato delle persone in grave difficoltà. Guardi dentro di se che troverà un deserto altro che bruciato, mi creda.
Il Corriere della Sera ha parlato di tugurio in cui viveva il bambino. La nostra casa è una gran bella casa e per allestire la parte dove vivono i nostri ragazzi abbiamo speso non poco. Dunque quale tugurio? E poi se anche fosse non è nato Gesù in una mangiatoia?
I lanci dei telegiornali ed in particolare il Tg1 sono stati dei veri e propri plotoni d'esecuzione. Ma non voglio dilungarmi sulla sporcizia che sporca anche chi si sofferma a parlane.
Sto raccogliendo il materiale tutti quelli che hanno detto delle cose false e ne risponderanno davanti alla legge.
Quello che posso dire come mia testimonianza sulla vicenda di mio nipote è che mai un bambino è stato così amato e curato come Rocco è stato allevato dai suoi genitori. Sia il padre che la madre hanno dato per lui tutto quello che potevano dare ed anche di più. Nei 15 mesi di questa breve e meravigliosa esistenza questo bambino è stato il fulcro dell'affetto della nostra famiglia e non lo ho mai visto piangere se non per ottenere quello che voleva. Un padre ed una madre così teneri e devoti potrebbero essere di modello per tanti e sicurmante lo sono stati per me che, preso dalla mia vita, non ho dato a mio figlio tutto il tempo e la dedicazione che lui e Beatrice hanno dato a Rocco. In quindici mesi non sono usciti che tre volte. Dunque questa non è la storia dell'abbandono e dell'infanzia negata ma è una tragedia, punto e basta.
Cari amici di Agoravox e voi tutti che leggete il nostro sito mediansezamediatori.org per fortuna che c'è la rete e che abbiamo la possibilità di difenderci da soli. Spesso ci dimentichiamo di quanto importante è questa rete che ci protegge da un mondo di pazzi. Forse così daremo un contributo a cambiare questa vergognosa situazione di un mondo dei media che non solo nasconde la verità ma spesso la crea ad arte come in questa tragica storia che, col cuore rotto, vi ho raccontato.
La meditazione
Decreto su Eluana Englaro: Napolitano non firmerà!
di Rocco Pellegrini
La vergogna di quel che sta succedendo è sotto gli occhi di tutti. Il governo ha approvato un decreto legge che costringe l'interruzione della scelta fatta dalla famiglia Englaro nonostante una volontà esplicita del Presidente della Repubblica e del Presidente della Camera.
Neanche il conflitto istituzionale, al massimo livello, ha fermato la crociata che questo governo ha deciso di fare contro la volontà della maggioranza degli italiani.
Lo stesso Berlusconi ha ammesso che, anche dai loro sondaggi riservati, la maggioranza del paese è con la famiglia Englaro.
Eppure, stamattina in un Consiglio dei Ministri dedicato ad altro, hanno deciso lo strappo senza sentire nessuno. Uno strappo inaudito anche perchè Napolitano aveva inviato una lettera in cui consigliava al governo di desistere e di muoversi in un'ottica di prudenza ed umanità.
Quali pressioni si sono abbattute sul governo e quale follia politica e morale ha potuto imporre una scelta così negativa e così malvista nel paese? La responsabilità più grave è delle Chiesa che, presa com'è dal rispetto astratto di simboli e paradgmi, è sempre contro alle persone in carne ed ossa.
Ma questo governo che susbisce le pressioni in questo modo che cos'è?
Perchè si permette di sfidare così pesantemente il sentimento ed il vissuto della pubblica opinione?
E' ora di reagire e di non accettare che le cose possano andare nella direzione che questi mascalzoni hanno scelto di seguire.
Innanzitutto mi appello al Presidente Napoletano perchè non firmi quest'infamia che viola il diritto, il buon senso ed anche la pietas verso la famiglia e verso il sentimento della grande maggioranza degli italiani.
Non sono certo un estremista e non mi straccio le vesti ad ogni stormir di fronde ma ogni cittadino deve sentire che questo è un momento particolare, che questa gente deve essere fermata, ricondotta a più miti consigli.
Se bisogna manifestare, manifestiamo.
Innazitutto usando la rete perchè si levi l'indignazione popolare ed i porci si rendano conto che il paese comincia ad essere stanco del loro arbitrio e della loro arroganza.
La meditazione
Come era verde la mia valle
Di Michele Mezza
Il corriere della sera di oggi va conservato. Gelosamente. In sede storica potrà essere esibito per spiegare come mai, il sistema Italia, le sue istituzioni e gli apparati nazionali, non hanno retto allo shock della modernità e continuano a demonizzare il cambiamento.
Il quotidiano pubblica in prima pagina una toccante testimonianza di Carlo Revelli, fondatore di Agoravox, il più efficace portale di giornalismo partecipativo francese, ora in attività anche in Italia. Carlo, da notizia di essere il figlio naturale di Carlo Caracciolo, dando conto della sua storia personale.
La lettera è pubblicata in prima pagina del principale quotidiano italiano. La notizie in effetti è ghiotta. E Carlo non è uno qualsiasi, ma, appunto, il fondatore della più prestigiosa realtà giornalistica on line.
Nelle pagine interne è riportato il testo della lezione di giornalismo tenuta all'Auditorium di Roma da una delle teste più lucide del giornalismo italiano, Gianni Riotta, direttore del TG1.
Il quale, sempre in maniche di camicia, bianca come quella di Obama, dall'alto del suo trono giornalistico, e alla luce di un'aureola di giornalista moderno, che ha lavorato persino negli USA, ci spiega perché la rete è tutta una bufala.
Che dire di più. Davvero cadono le braccia.
Per mantenersi nel solco delle citazioni evangeliche che il direttore del TG1 ha ritenuto utile fare, si potrebbe citare Marco, ma non ho il tempo di controllare su wikipedia il numero preciso dei versetti e dunque cito a memoria col beneficio d'inventario, "voi che siete il sale della terra, se siete sciapi voi chi mai potrà insaporirvi?".
Nel merito il dibattito è lecito. La querrelle sull'attendibilità della rete è infinita.
C'è chi dice che la rete non seleziona e sparge mala informazione, chi risponde che i milioni di occhi che scannerizzano i siti, minuto per minuto, sono la migliore garanzia contro le bufale, come dimostra appunto wikipedia, dove gli errori, o le menzogne, durano, in media, 4 minuti.
Ma la domanda vera è un'altra: perché il telefono, o la radio, o la TV, che pure hanno avuto una pervasività, e una discontinuità tecnologica nella successione mediatica, non inferiore alla rete oggi, non hanno sconvolto il sistema informativo come internet?
E' una moda risponde il gioviale Riotta, reduce dalle sue lezioni alla Columbia University.
Forse, con maggiore prudenza, e minore ansia di apparire pronto per più assennati e responsabili ruoli, si potrebbe dire che internet non è un linguaggio ma un alfabeto.
Ossia la rete inevitabilmente impone comportamenti e grammatiche radicalmente nuove. Con internet, dice Dan Gillmore, uno dei blogger più seguiti e controllati, il giornalismo è una conversazione.
Comprendo che chi si adagia sul proprio soliloquio ne sia infastidito.
Internet modifica la geometria professionale. Non dovremmo scomodare Marshal McLuhan per capire che il mezzo diventa contenuto, e come la macchina da scrivere di Nietszche, interferisce sul testo.
Basta citare le ultime narrazioni.
Chi e come ha raccontato l'attentato terrorista di Mumbay? Come abbiamo visto la guerra a Gaza? Chi ha documentato l'ammaraggio nell'Hudson dell'aereo passeggeri? Ecc. ecc.
Ormai bisogna constatare che l'individualismo produttivo, trasforma ogni testimone in un reporter. Non è una moda è un processo sociale .Certo che prima era tutto più lindo e ordinato.
E i titolari della mediazione potevano distribuire le loro verità.
Poi è arrivato il disordine.
Già Platone nel Fedro si lamentava dell'uso della scrittura, che avviliva la tradizione orale, figuratevi Riotta.
Prima il TG1 poteva trasmettere impunemente immagini "irreali" di platee colme dinanzi a leaders politici, o servizi sulla morte del bambino di Sutri, dando per scontato che i responsabili senza appello fossero i due giovani genitori.
Oggi la bufala del TG1 porta i genitori a rivolgersi alla rete ed a cercare di ripristinare un pò di decenza nei fatti.
Così è avvenuto a Ferrara per il giovane morto in questura, Così accadde ad Abu Graib, nel carcere lager in Iraq, ecc. ecc.
Se proprio di bufale vogliamo parlare ,sempre per restare al Vangelo, "chi è senza peccato scagli la prima pietra".
Siamo certi che questa fatica non toccherà al direttore del TG1.
La meditazione
La rivoluzione del supermercato
di Michele Mezza
Il rapporto del Censis parla anche al mondo della comunicazione. Annuncia una nuova stagione, che vedrà il mondo della rete, anche in Italia, candidasi a nuova spina dorsale del sistema culturale, produttivo e, conseguentemente anche politico.
E' la prima volta -va notato- che si apre una prospettiva di rottura del vecchio modello assistenzialistico-industriale, quella specie di fordismo in salsa di pomodoro, quel mercato temperato dalla Cassa per il Mezzogiorno, che ha visto l'Italia prima prosperare, nei decenni 50 e 60, e poi galleggiare, nel successivo trentennio.
Oggi De Rita, nell'annuale rapporto Censis che scannerizza la società italiana da oltre 40 anni, coglie l'elemento di rottura insito in ogni crisi dalle dimensioni di quella che ci sta avvolgendo.
Si stanno sbriciolando le categorie politiche ed economiche che legavano la società italiana, e si apre la strada ad una trasformazione radicale. Siamo alla seconda metamorfosi, scrive De Rita, dando per conclusa la prima metamorfosi, che viene datata dal dopo guerra fino all'inizio degli anni '70.
La crisi economico finanziaria che sta montando è destinata a segnare profondamento le nostre abitudini, riposizionando comportamenti ed identità. A cominciare dalle modalità di quel rito globale che al momento sembra l'unica manifestazione comune che lega tutti gli esseri umani del pianeta: il consumo.
Il modo di consumare, di approvvigionarsi, di soddisfare i propri bisogni ed i propri desideri, con sempre una più totale identificazione fra i due generi, è destinato ad uscire del tutto stravolto dal tunnel della congiuntura economica.
La paura ci porterà a rompere le nostre abitudini ed a guardare con più interesse e curiosità a nuove proposte.
Ma come, tempestivamente, ci segnalava Nova, il supplemento del Sole 24 Ore, di questa settimana la metamorfosi del consumo si intreccia con le nuove culture digitali.
Andrea Granelli nell'articolo guida del dossier consumo di Nova ci spiegava, giustamente, come le pratiche di acquisto stiano già profondamente modificandosi.
Secondo due tendenze: l'emozione e la relazione.
La prima è il sentimento che ormai sempre con più forza deve esprimere un brand per attirare e persuadere il singolo consumatore.
Bisogna produrre emozioni per spingere all'acquisto. La seconda tendenza è quella di una relazione che sempre con maggiore metodicità deve legare l'acquirente alla comunità che si raccoglie attorno al prodotto.
La rottura di un'istintività individuale che ormai porta ognuno di noi a cercare ormai di separarsi dai grandi gruppi di consumatori, per individuare prodotti e servizi se non esclusivi, certo almeno dedicati, mirati a se stessi, deve essere giustificata da una grande condivisione sentimentale che si costruisce appunto lungo le due direttive: l'emozione e la relazione.
Due direttive che sono esattamente i due motori che alimentano e inducono ad immergersi nella società della rete.
E' infatti proprio la rete, la cultura digitale, il potere di pretendere accesso e interattività immediata a chiunque e per qualunque cosa, che oggi determina il nuovo paradigma, che offre la piattaforma per sostenere e gestire il nuovo cambiamento.
Il consumatore diventa, anche nel processo di stipula dei singoli contratti di acquisto di un bene o di un servizio, un coprodottore, si determina anche nello scambio mercantile un modello user genereted content, dove entrambi le parti, seppur in via asimmetrica, concertano lo scambio.
Il venditore non è più l'unico titolare ne l'esclusivo ideatore della micro operazione commerciale.
Ha sempre più bisogno di prevedere una complicità, un'associazione attiva del suo singolo cliente.
Questo riconoscimento è destinato ad aprire le porta ad una nuova società, ad un nuovo modello di sistema paese, nuovo dal punto di vista economico, commerciale, ma anche istituzionale e politico. Del resto l'eco che ci arriva d'oltre atlantico con l'elezione di Obama è fin troppo chiaro: il social network si è messo in politica.
La metamorfosi intuita dal Censis, avrà un'ampia pervasività, e orienterà ogni singola sfera delle nostre attività.
Inducendo, inevitabilmente quella discontinuità nei singoli piani. Le nuove pretese di questa innovativa figura di acquirente attivo e dotato culturalmente e strumentalmente, selezionerà duramente e spietatamente il mercato e le istituzioni.
Non si tratta solo di buttare fuori quel sottobosco di improvvisati e vessatori operatori economici, che ancora lavorano con il modello broadcasting in economia da uno a tanti e senza tante discussioni- quanto di far affiorare una nuova cultura, nuovi profili professionali, una nuova logica, dove il consenso, la soddisfazione, la compartecipazione del cliente viene verificata in tempo reale.
Lo stesso approccio si riverserà sul versante dei servizi pubblici, del welfare.
La statualità, il modo di essere stato, il rapporto fra governanti e governati non potrà non essere investito da questa emancipazione dell'individiduo.
Il poter sperimentare, quotidianamente il proprio potere di condizionamento della controparte non potrà non pesare in fare dell'organizzazione del consenso politico e nell'itinerario della decisione istituzionale.
Per questo penso che siamo entrati in un tornante che ci condurrà in una nuova società che si costruirà attorno alla cultura del social network o ancora meglio del cloud computing, di quella straordinaria logica della distribuzione e dell'accesso alle risorse che la rete sta architettando.
E' questa la cultura dell'accesso -diamo merito a Jeremy Rifkin che ce la segnalava almeno cinque anni fa- rispetto agli statuti proprietari.
E' la cultura dell'ambiente, depurata da scorie ideologiche, che determina un nuovo paradigma di vivibilità e di partecipazione. E' la cultura della comunicazione a rete.
Qualcosa di concreto e non indolore si sta gia configurando.
Pensiamo ad esempio alla crisi che sta investendo il mondo dell'editoria. Che cosa è se non il segnale che le nuove logiche sociali e le nuove possibilità tecnologiche, stanno rendendo insostenibile il vecchio modello dell'impresa editoriale. Negli Usa, ma fra non molto anche nel nostro paese, è ormai visibile l'inadeguatezza delle aziende che gestiscono i quotidiani e le catene televisive generaliste.
Siamo ad un modello ormai fuori mercato. Le fonti di finanziamento -pubblicità e revenue a vario titolo, decrescono sia per la crisi economica, e sia per lo sventagliamento della gamma di media che estende le possibilità di scelta per utenti e inserzionisti.
Dobbiamo rimodulare la catena del valore: il ciclo di produzione delle news e dell'intrattenimento deve essere radicalmente rivisto. Meno duplicazione di funzioni, nuove figure professionali, centralità della rete non solo come infrastruttura connettiva ma anche come linguaggio e modello di partecipazione.
Siamo ad una svolta: i mediatori si devono rivisitare. Ma abbiamo anche dinanzi una straordinaria opportunità: dopo un secolo, il 900, trascorso a cercare un nuovo modo di vivere e produrre, abbiamo ora dinanzi la parte migliore del capitalismo, i segmenti più creativi, colti, dotati, e giovani, a tutte le latitudini del globo, che si stanno incamminando lungo una nuova strada. Tutto ciò che era verticale tende a diventare orizzontale e tutto ciò che era stato lasciato in orizzontale si sta verticalizzando, si potrebbe dire parafrasando il Negroponte switch della meta degli anni '90, sul passaggio su cavo di quanto era via etere e viceversa. In effetti, mercato, politica, istituzioni e comunità stanno riscoprendo il gusto di un intreccio orizzontale fra produttore e utente, a tutti i livelli, mentre quelle attività che venivano orizzontalizzate per renderle marginali e occasionali, i servizi territoriali, l'assistenza, la formazione, diventano funzionai primarie e unitarie dell'essere stato.
Non è questo uno straordinario cambiamento al quale dare un'anima più compiuta, senza lasciare che sia la crisi a compiere anche l'ultimo miglio della mediamorfosi? Come diceva Eistein i problemi non possono essere risolti con la stessa cultura che li ha generati.
Siamo davvero all'inizio del nuovo.
Ora tocca al popolo della rete.
Introduzione alle wordcloud
Wordcloud, valore semantico di un testo: fotografare il pensiero
di Rocco Pellegrini
E' semplice utilizzare nei propri articoli che si scrivono per essere pubblicati in rete le wordcloud.
Cosa è una wordcloud? E' un immagine ricavata dall'analisi semantica di un testo.
Ogni testo ha la sua wordcloud che sarà sicuramente diversa da qualsiasi altro testo.
L'immagine che vedete nel primo paragrafo di questo mio testo è generata da questo testo stesso e dunque da un'idea, non solo esteticamente, ma semanticamente valida delle parole che ho usato per scrivere il testo.
Si dice che un'immagine vale più di cento parole ed in questo caso il detto appare ragionevole.
Osservandola è come se potessi odorare il contenuto del testo che sto per leggere perchè la diversa grandezza delle parole corrisponde all'uso e se volete all'abuso del testo rappresentato.
Generare una wordcloud è estremamente facile.
Esiste un sito, un servizio di rete Wordle.net che permette di generare con estrema facilità una wordcloud.
Non c'è bisogno di registrarsi per usare il servizio, si va e si fa.
Arrivato nel sito clicco su Create la seconda voce del menù principale partendo da destra.
Mi compare una classica casella di dialogo.
In quella casella incollerò il testo dell'articolo che voglio rappresentare avendolo prima copiato naturalmente.
Non mi resta che cliccare su Go ed il gioco è fatto, la wordcloud viene generata.
Posso cambiare i colori, i font a mio piacimento ed infine devo salvare l'immagine generata.
Quando salvo l'immagine il sito stesso s'incarica di fornirmi una snippet di html che posso usare nel mio sito, personalizzandola se capisco qualcosa di html, essendo il codice semplice.
Tutto qui.
Mi sembra un'idea luminosa che estende le ben note tagcloud.
Agoravox usa nella sua homepage una tagcloud per indicizzare gli articoli del giorno e non è il solo sito che fa questo.
Bene la wordcloud è un'estensione di questa logica molto usata nel web.
Un'idea semplice ma bella.
D'altre parte lo sappiamo, le cose semplici e, dunque, belle sono sempre le più difficili.
Un'ultima considerazione per individuare un piccolo difetto di questo bel servizio di rete.
Wordle.net usa java per generare e per mostrare la wordcloud e non tutti i browser gestiscono bene java.
Quelli moderni non hanno problemi ma quelli vecchi si.
Tuttavia porre rimedio a questo piccolo limite è banale.
Basta usare uno screensaver, cioè un programma che permette di salvare una schermata o una porzione di esso.
Ce ne sono tanti di screensaver ma se chi legge non ne ha uno disponibile io consiglio Jing che è gratis si scarica dalla rete e funziona ottimamente.
Per chi scrive nella rete avere uno screensaver è importante perchè ci permette di trasformare in immagine una qualsiasi pagina visualizzata.
Sarà banale salvare la nostra wordcloud come immagine png ed usarla ovunque ci serve.
Per correttezza, però, bisognerà citare Wordle e non fare finta che quella meraviglia sia soltanto farina del nostro sacco.
Novità nel caso del piccolo Rocco
Novità nel caso del piccolo Rocco. Giornalisti: fuoco amico sulla morte di mio nipote
di Grazia Gaspari
Sono la nonna del piccolo Rocco. Finora, nonostante scrivere sia il mio mestiere, sono rimasta in disparte, pietrificata dal dolore e dalle brutte cose che ci hanno gettato addosso giornali, telegiornali e rubriche varie.
Non sono stata in grado nemmeno di rispondere ai tanti messaggi di solidarietà e di condoglianze che ci sono giunti. Purtroppo le ferite del cuore sanguinano costantemente..... costantemente fanno male e il dolore ci segue anche quando si sorride Ora però ci sono delle novità.
Sembra sia stata depositata la perizia medico legale secondo la quale il bambino sarebbe morto per aver ingerito metadone.
Dico sembra perché noi, come diretti interessati, non ne siamo stati informati ufficialmente.
Le notizie ufficiose apparse sui giornali e sulle agenzie di stampa parlano anche di evento accidentale dal momento che nel latte e nella minestrina del bambino non è stato rilevato nulla.
Una disgrazia, una terribile, maledetta disgrazia come abbiamo sostenuto fin dal principio dal momento che è stato proprio mio figlio a prospettare questa possibilità ai medici del pronto soccorso dopo aver visto sul pavimento della cucina un flaconcino vuoto che forse poteva essere inspiegabilmente finito nelle mani del bambino, vivacissimo, che non sapeva parlare, ma sapeva usare il cellulare!!! Tra parentesi la detenzione del metadone è legale perché è considerato un farmaco, oltretutto prescritto da una struttura pubblica.
Non voglio tuttavia entrare troppo nel merito di questi fatti, primo, perché mi fa troppo male, secondo, perché è in corso uninchiesta che stabilirà, si spera, la verità.
Voglio invece parlare sulluso che i media hanno fatto di questa tragedia, sul loro modo di recepirla, di raccontarla.
Parlo nella duplice assurda veste di giornalista e di vittima dei giornalisti.
Come dicevo, la notizia della perizia depositata sembra sia uscita sabato pomeriggio, a 72 giorni da quella fatale domenica.
Ma i media, veri veggenti, avevano anticipato esami e consulti e avevano stabilito che si trattava di metadone. Lo hanno affermato con assoluta certezza pur in assenza di autopsia e di esami clinici.
Una certezza incerta che ha tuttavia permesso di giudicare e soprattutto di condannare: degrado, coltivazioni di cannabis, spaccio, abbandono di minore per andare a feste e festini, e così via. La mia casa è stata fotografata in lungo e in largo e a testimonianza del degrado in cui viveva la giovane famiglia è stato ripreso uno stendipanni di plastica bianca volato via per il vento che sulla collina dove abitiamo spesso soffia molto forte arrivando a buttar giù anche grossi vasi di piante.
Tutti a cercare un qualche appiglio che suffragasse lidea dedotta o indotta delle vite bruciate che ne bruciano una terza. Eppure il bambino di queste vite bruciate è sempre stato in perfetta salute, non ha mai avuto nemmeno un raffreddore!!! Mamma e papà, in un anno e mezzo, sono usciti la sera solo 3 volte e questo nonostante i miei reiterati e interessati inviti perché così potevo passare un po più di tempo con il mio nipotino.
La nostra casa, una bella casa in un posto meraviglioso perlomeno a detta di tutti coloro che ci sono venuti, è diventata improvvisamente la casa degli orrori, del degrado. Eppure chi lo ha scritto non conosceva né le persone, né il luogo. Una collega che passa come professionista di spicco, tra le cose sbagliate di cui ha informato, ha riportato la seguente dichiarazione di un carabiniere: abbiamo trovato molto materiale cancerogeno come lame .
Può capitare che il carabiniere, impacciato e in imbarazzo per le telecamere, dica una fesseria, ma starebbe al buon senso del giornalista e alla sua buona professione, evitarne la pubblicazione facendo così un favore al povero carabiniere e a se stessa. Infatti che credibilità può avere una giornalista che non ha nozione di ciò che è o meno cancerogeno e per di più non chiede nemmeno spiegazioni? E poi cosa sono le lame? Intendeva i coltelli? E quando mai i coltelli sono cancerogeni? Tralascio . su altri aspetti e particolari ridicoli.
Tutti dunque a scarnificare i resti di due giovani genitori, sicuramente con tanti problemi da cui cercano tuttavia di venirne fuori, chi è senza peccato scagli la prima pietra, colpiti da una tragedia più grande di loro.
Sì, perché tutti sono pronti a puntare il dito contro, ma nessuno si mette mai al posto dellaltro.
Sommariamente si giudica, sommariamente si condanna senza porsi il problema degli effetti che la condanna sommaria, emessa da giudici sommari avrà sul destino e sul futuro delle persone.
Ha ragione mio marito plotoni di esecuzione. La magistratura ordinaria viene messa da parte, troppo lento il suo procedere. I nuovi togati diventano i giornalisti, intoccabili, super pagati . che dispongono di armi micidiali . che maneggiano come e contro chi vogliono in nome del diritto di cronaca.
Non tutti sono così ovviamente, e io non voglio giudicare le persone, ma i loro atti.
E vengo ad un altro elemento.
Nessuno dei cronisti o super professionisti che ha seguito l'evento si è posto la domanda retorica, ma magari reale, se la vicenda non fosse un pretesto, un buon pretesto, per sferrare una mazzata mortale ai tanto odiati sert, strutture già da tempo sotto tiro?
Eppure il ministro Giovanardi è intervenuto sul fatto con la lodevole velocità della luce .
Aveva addirittura già stilato programma, linee guida e procedure.
A nessuno, nemmeno ai giornalisti democratici, è sorto questo piccolo, modesto sospetto. Era più accattivante lapidare ... capisco!
Se si fosse trattato di altra sostanza tossica non avrebbe fatto notizia, eppure le statistiche e gli studi sugli incidenti domestici a bambini riportano dati impressionanti e venirne informati sarebbe assai utile. Ma le cose utili non fanno notizia.
Ho iniziato la professione all'interno del quotidiano il Manifesto, alla scuola di persone di alta caratura morale, culturale e professionale. Due i principi inderogabili: dire sempre la verità, dubitare dell'apparenza.
Principi che nella pratica corrente sembrano risalire a Ramsete II-
Colgo comunque l'occasione per ringraziare.
Ringrazio gli amici, i colleghi, i conoscenti che ci sono stati accanto con amorevolezza e partecipazione.
Ringrazio le tante persone che hanno condiviso le parole di mio marito Rocco che nonostante il grande dolore è sceso in campo per difendere la dignità della sua famiglia. Davide e Golia, un nonno, che pur nella sua fragilità, si è contrapposto ad un gigante assetato di sensazionalismo e morbosità!!! Certo Rocco, essendo stato un politico e ora uno studioso e un informatico, è riuscito a formulare una difesa . Ma quanti sono in grado di farlo? Quanti subiscono crudeltà e violenze senza nemmeno poter profferire parola?
Ringrazio Mediasenzamediatori.org, AgoraVox.it e Articolo 21 che hanno dato voce, con la loro voce, al nostro diritto alla difesa.
E prima di loro, mi consentiranno, ringrazio Dio, scusate questa digressione religiosa, proprio per Internet.
Grazie alla Rete tutti possiamo parlare, esprimerci, dire la nostra contrariamente a quanto fanno giornali e riviste (per non parlare della Rai servizio pubblico) che pure ogni anno ricevono sovvenzioni dallo Stato (le tasse di noi cittadini) per circa 600 milioni di euro. Una lista infinita in cui si trovano anche testate famose che dovrebbero vivere dei loro proventi. Non solo, anche l'editoria ha un rimborso del 10% per l'acquisto della carta, indipendentemente dalla diffusione del prodotto. Vale il motto: chi più spende, più incassa. Se non avete visto la puntata di Report del 23 aprile 2006 fatevi un giro sulla rete e ne saprete delle belle. Ironia della sorte, provate a scrivere a queste grandi Testate sovvenzionate dalle nostre tasse, se non siete Marina Berlusconi niente da fare, finirete in un luogo invisibile, di una invisibile pagina, con un invisibile font tipografico!!!
Ringrazio il Vescovo di Civita Castellana, monsignor Romano Rossi, che è venuto ad officiare il rito funebre del bambino. Di solito un vescovo non va in giro per funerali. Ma lui sì! Persona sensibile e vera guida di anime, è venuto a Sutri, quasi a voler fronteggiare con la propria presenza e autorevolezza, come Leone Magno con Attila, le invasioni barbariche della maldicenza suscitata dai media.
Non ringrazio invece i miei ex colleghi del TG/Lazio dove ho lavorato per anni gomito a gomito. Salvo tre amici, nessuno di loro ha sentito l'obbligo morale, affettivo, professionale di farmi una telefonata: Grazia cosa è successo? Il tutto, naturalmente, pur nella piena libertà di scrivere ciò che volevano.
Solo una giovanissima cronista del Nuovo corriere di Viterbo ha avuto il coraggio di venire da noi, di ascoltare il nostro, certo accorato, ma pur sempre punto di vista, e così, di fotografare la casa del degrado Mi accorgo di aver scritto molto, quindi chiudo.
Un'ultimissima cosa. Salvemini ad un amico che lo attaccava per essere diventato socialista, spiegò che l'anarchia è uno stadio che passa per livelli successivi di civiltà.
Anche il giornalismo, secondo me, dovrà attraversare numerose tappe di civiltà. Per questo capisco la delusione nascosta che pur emerge dai post di Giuseppe Giulietti e di Roberto Natale.
Ho lavorato con loro nel sindacato dei giornalisti Rai e so quanto abbiano speso in fatica e tempo per la stesura delle varie Carte sui diritti e i doveri. Il giornalista, purtroppo è un uomo di dura cervice.
Il fatto è che prima del giornalismo viene l'uomo. Un uomo ignorante è un professionista ignorante.
Un uomo senza qualità è un professionista senza qualità. Un uomo senza morale è un professionista senza morale.
