Il sorpasso delle conversazioni sulle domande di Michele Mezza
Banda larga: una catapulta per l'America di Eric Schmidt
Banda larga per tutti a costo zero di Rocco Pellegrini
Obama: confusione e crisi? di Michele Mezza
a 10 anni da Seattle: la globalizzazione ha vinto di Michele Mezza
Chi sta comprando la rete di Michele Mezza
Il crepuscolo degli dei di Rocco Pellegrini
Il male oscuro di Obama di Michele Mezza
Google è una banca di Cesare Massarenti
Il sorpasso delle conversazioni sulle domande
Il sorpasso delle conversazioni sulle domande
di Michele Mezza
Così potrebbe sintetizzarsi la notizia di ieri -del tutto ignorata dalla politica- che vede per la prima volta Facebook sopravanzare per frequenza la homepage di Google.
E ovvio che se aggiungiamo tutte le applicazioni del gruppo di Mountain View allora Google è ancora in testa.
Ma il fatto che il social network più popolare per unintera settimana riesca a superare il motore di ricerca più cliccato dovrebbe dirci molto.
Intanto, dovrebbe avvisarci che qualcosa di rilevante sta accadendo sulla rete: la socialità sta diventando il linguaggio dominante.
La rete serve circolarmente a cooperare, in qualsiasi forma, dalla più frivola del cinguettio fra due adolescenti, alla più solenne delle ricerche scientifiche di gruppo. In rete si conversa per creare insieme.
E non si domanda più solo a chi sa tutto. Anche questultima cattedrale del topdown si sta sbriciolando.
Google che aveva dato il più possente colpo di piccone alla cultura dallalto, ed allo stato proprietario, comincia a vacillare anchesso sotto la pressione della cultura che ha contribuito a diffondere. Il vaso di Pandora è ormai irrimediabilmente aperto: ne sta uscendo una forza al momento non riducibile ad un singolo assetto di potere, come è il protagonismo collettivo.
La seconda cosa che ci dice levento è che ormai la conversazione è una pretesa sociale, un senso comune: io partecipo solo se sono ascoltato. Internet diventa allora la social listening tecnology.
Si rovescia il paradigma di Guttemberg: con il libro vincevano quelli che parlavano, coloro che dallalto elargivano lezioni o comunicavano contenuti.
Intendiamoci: una straordinaria stagione della civiltà, che ci ha portato a salire sulle spalle dei giganti.
Ora però muta il contesto. Vince chi ascolta, chi, di volta in volta, sale sulle spalle di miliardi di nani.
E un tornante radicale, che ci porta in unaltra dimensione psicosociale.
Ed infatti proprio oggi è stato diffusa una rigorosa ricerca della BBC, a livello internazionale, sul modo in cui gli internauti intendono la rete.
Quattro utenti di internet su cinque considerano laccesso in rete un diritto primario, e la libertà di uso della rete una rivendicazione costituzionale.
Cosa ci vuole di più per comprendere che questi due dati -laffermazione dei social network e la pretesa sociale di accesso- sono destinati a mutare la natura e la forma delle relazioni sociali a partire dalla politica.
I meccanismi di formazione e trasmissione del sapere sono la matrice dei rapporti sociali e di potere.
Al di fuori di questa visione la politica perde la sua capacità di incidere e di rappresentare la vita delle persone e delle comunità, riducendosi a cerimoniale decadente.
Del resto proviamo a fare la prova del nove: ammettendo che quanto abbiamo qui accennato sia vero tutto quanto è accaduto dal 1989 in avanti acquista un senso compiuto a no? Ossia lo sgretolamento della forma dei partiti di massa, la perdita di rappresentanza e di incidenza sociale del movimento del lavoro, lincomunicabilità delle sinistre, in tutte le versioni, con le nuove generazioni, lincapacità di aggredire i linguaggi comunicativi.
Tutto questo assume una sua ineluttabilità razionale alla luce dei nuovi processi sociali indotti dalla rete.
Mentre se non li consideriamo come centrali, dobbiamo rassegnarci a considerare tutto quanto accade come il risultato di un destino cinico a baro.
Allora, perché i dati che citavo allinizio entrano nellagenda politica? Perché chi si candida a governare città a regioni non fissa il diritto alla connettività come questione sociale? Non lancia il tema di un piano regolatore della comunicazione? Perché chi attende alla ricostruzione della sinistra non prende atto che è la rete la nuova fabbrica? Come dice Manuel Castells nel sul ultimo libro Comunicazione e potere (Bocconi editore, Milano 2009) i media non sono il quarto potere. Sono molto più importanti; sono lo spazio dove si costruisce il potere. I media costituiscono lo spazio in cui le relazioni di potere vengono decise tra attori politici e sociali in competizione fra loro.e sociali in competizione fra loro.
La grande occasione dei 700 mhz: banda larga per tutti a costo zero
La grande occasione dei 700 megahertz: banda larga per tutti a costo zero
di Rocco Pellegrini
Seguendo la pista aperta da Obama....
Si fa un gran parlare dei fondi per la banda larga ed effettivamente il ritardo del nostro paese esige scelte veloci e significative per garantire a tutti i cittadini
la rete ad alta velocità che appare sempre più decisiva come fattore di sviluppo ed anticrisi.
Tuttavia ci sarebbe una grande occasione da cogliere che potrebbe garantire risultati straordinari e non costerebbe un'euro per l'erario.
Come è noto è in corso il passaggio dalla televisione analogica a quella digitale e man mano che questo processo avanza, regione per regione, territorio per territorio si rende disponibile la la fascia dei 700 mhz fin qui occupata dal segnale analogico televisivo.
Per capire bene le potenzialità di questa opportunità la cosa migliore è leggere questo articolo apparso sul sole24ore nell'aprile del 2009 che spiega bene come sia disponibile una "banda larga mobile ed a costo zero" che potrebbe rilanciare sia l'industria che l'iniziativa dei cittadini in un territorio così essenziale per la democrazia e l'economia del paese.
Se poi si decidesse di utilizzare questo spazio secondo l'open spectrum allora il nostro paese potrebbe ottenere da questa scelta una ripresa imponente difficilmente quantificabile.
Per approfondire l'open spectrum anche questo link è molto utile.
Il PD dovrebbe fare propria questa posizione.
E' molto improbabile se non impossibile che questo governo che si basa sul duopolio televisivo ed il conflitto d'interesse possa fare propria una simile apertura però, proprio per questo, nella costruzione di una piattaforma per l'alternativa sarebbe molto opportuna una scelta così innovativa e radicale.
Si aprirebbe una stagione di allargamento dell'accesso alla produzione ed alla distribuzione dei contenuti multimediali che non avrebbe precedenti nella storia di questo paese e porremmo finalmente fine, in avanti, allo squallido sistema radiotelevisivo che tanto inquina la politica e la cultura del paese.
Sarebbe un modo per far crescere la cultura e l'economia della rete così in ritardo nel bel paese.
Una grande riforma a costo zero, cosa che, visti i tempi, non è certo da poco.
A 10 anni da Seattle: la globalizzazione ha vinto
A 10 anni da Seattle: ha vinto chi non c'era
di Michele Mezza
Dieci anni fa esattamente in queste ore si proponeva, sulla scena geopolitica del pianeta, quella che qualcuno si affrettò a definire la seconda superpotenza, dopo gli Stati Uniti: il movimento no global.
Nelle strade di Seattle si celebrava il trionfo di una davvero bizzarra convergenza fra anarchici attempati, ecologisti fantasiosi, sindacalisti corporativi americani, e difensori dei sussidi alla grassa agricoltura europea.
Il loro nemico non era il solito tronfio egemonismo americano, ma una nuova dinamica economica, appunto chiamata globalizzazione, che stava tracimando dagli argini che lo stesso capitalismo occidentale cercava di frapporre, per disciplinare il fenomeno.
Per mesi, direi qualche anno, dietro alle ombre di quegli sfasciacarrozze si allinearono tutti gli orfani del 1989: sinistra europea senza bussola, terzomondisti in cerca di autore, alternativisti di ogni risma e soprattutto gli "scorciatoisti" di ogni latitudine.
Intendo per "scorciatoisti" quella razza di pifferai e di dirigenti politici, che ancora non si erano cambiati la camicia intrisa dalle polveri del crollo del muro di Berlino, che cercavano subito una rivincita a basso costo, una scorciatoia per la storia, per ricominciare a pontificare sul senso della vita.
Gli unici che avevano il diritto di sbagliare pur di osare erano i giovani, che in gran quantità, si accalcarono dietro al movimento. Dopo Seattle, venne Genova, e poi, via via, le stanche e insopportabili pantomime dei black block in varie piazze del mondo.
Di quel movimento non c'è più traccia.
L'agrario francese Bovè che guidava gli assalti ai McDonald's oggi contratta le quote latte con la comunità europea per impedire ai prodotti del terzo mondo di entrare nel mercato europeo, e l'autonomo Casarini partecipa alle mobilitazioni per la difersa della lingua veneta con la Lega.
Solo due esempi di un triste riflusso annunciato.
Già all'inizio quel movimento era attestato sulle posizioni più reazionarie.
Tanto è vero che quello che rimane di quell'impetuoso movimento è esattamente il contrario di quello che intendevano esprimere i no global.
La globalizzazione non ha imposto il potere americano, i paesi del terzo mondo non sono più emarginati di prima, il governo del mondo non è mai stato più multipolare di oggi.
Ma non si tratta di fare marameo al movimento, con la soddisfazione del conservatore che dimostra che nulla cambia e nulla cambierà.
Il bello è che molto è cambiato, e proprio perché quel movimento ha perduto.
Le gerarchie politico economiche oggi sono del tutto stravolte.
Brasile, India, Nigeria, per non dire della Cina, rappresentano i nuovi poli delle strategie dello sviluppo.
Il regno del petrolio è sotto tiro. Alla Casa Bianca abita un presidente che probabilmente nel 99 sarebbe stato fra i manifestanti di Seattle.
E tutto questo proprio perché la globalizzazione wireless ha investito i centri del comando e del consumo del mondo.
Ma quello che oggi mi pare il vero capitale è proprio il potere di controllo e di interdizione dell'individuo.
In ogni campo, dalla comunicazione alla scienza, dalla medicina alla pubblica amministrazione, le elites sono in ritirata e la marea del controllo e dell'autoproduzione sociale monta.
Persino Google, che pure è stato soggetto e bandiera di questo reale sommovimento rivoluzionario, oggi si trova a dover dare conto del suo potere.
Il punto è che non siamo nel migliore dei mondi possibili, c'è ancora un'infinità di buchi neri e di pericoli, ma stiamo enormemente meglio di ieri.
Non a caso gli spezzoni di realtà che hanno raccolto, trasformandola, la bandiera dei no global sono fenomeni come l'open sorce di massa, i social network, o comunità come Terra Madre di slow Food, che dal buon mangiare stanno riclassificando ruoli e funzioni dei territori.
La rete è stato il veicolo di questa straordinaria trasformazione.
Ora però bisogna dare alla rete un'anima, bisogna dargli un senso politico e culturale meno indecifrabile.
Bisogna fare in modo che la rete, così come ha fatto la TV nel secolo scorso, selezioni e imponga i suoi valori.
La politica deve essere frontalmente investita da questa onda luinga.
Non è più possibile che si discuta e si ragioni di rinnovamento ignorando le logiche della rete, i suoi conflitti, i suoi valori.
Vale nel PD in Italia e nell'intera europa.
Cominciamo con la nostra comunità, aprendo una riflessione concreta che non riduca la rete ad un citofono di vicolo, ma le dia la potenza di una grande forma di riproduzione sociale.
Non penso ad un omologazione politica a quello che c'è, ma alla capacità di aprire una nuova strada.
Berlusconi con le soap opera degli anni '80 e la valanga di spot ha dato il senso di un cambiamento ed ha vinto.
Si può fare meglio.
Diciamo come Obama, almeno.
Obama: confusione e crisi?
Obama: confusione e crisi?
di Michele Mezza
Grande confusione sotto al cielo dell'america, e la situazione, al contrario di quanto soleva dire il grande timoniere cinese Mao, non è eccellente.
Obama è in evidente difficoltà.
Sembra perdere il controllo politico dello scacchiere americano. E comincia, per la prima volta, a scomporre l'armonica geometria della sua azione politica.
Da quello che appare, sopratutto con le due ultime mosse come il suo discorso sullo stato dell'Unione e la scelta di riprendere le furniture militari a Taiwan, sembra proprio che si stia arroccando nel classico clichè del presidente democratico, tutto lavoro interno e muscoli esterni.
Se davvero fosse così, e noi per primi crediamo che sia ancora presto per fasciarsi la testa ma comunque il mestiere di analista è proprio quello di cercare di capire le tendenze non ratificare i processi, il quadro globale si farebbe davvero fosco.
Cominciamo dal suo discorso di mercoledi sera a Washington.
La parte centrale era tutta dedicate all'economia, e dati i tempi non può essere certo una sorpresa. Una certa impressione, soprattutto nei suoi supporters più innovativi, è stata invece destata dai contenuti.
Lavoro, lavoro, lavoro.
Obama ha battuto la grancassa lavorista, sollecitando il sistema americano a rimboccarsi le maniche e portare a casa più commesse possibili. Una scelta che ci riporta indietro alla grande società di Lyndon Johnson del 1965.
Qualche giorno prima sul New York Times, un acuto osserrvatore di modernità, notissimo anche in Italia per il suo libro Il Mondo è Piatto, Thomas L. Friedman, consigliava al president Americano di Occuparsi di Jobs, ma nel senso di Steve.
Nel gioco di parole c'è tutto il nodo della prospettiva del progetto obamiano: sapere ed innovazione come matrice dello sviluppo.
Questa era la ricotta che ha portato Obama a diventare il primo presidente del social network americano, il primo politico che ha voluto identificare la rete in un vero soggetto sociale centrale in ogni progetto e azione di governo.
Oggi, sotto i colpi di una reazione populista, Obama sembra rintanarsi nella veccchia politica industrialista. Una scelta che rischia di lasciarlo solo: senza i nativi digitali che lo hanno votato e fatto votare, e senza i vecchi produttori americani che corporativamente sono sempre più rinserragliati sotto le bandiere protezioniste.
Ed è esattamente quello che è accaduto a Boston, dove i democratici hanno perso le elezioni proprio perchè sono cadute le motivazioni che avevano portato sotto le bandiere di Obama milioni di nuovi elettori che avevano ampiamente compensato il travaso del voto operaio e industrialista.
La stessa scelta delle forniture militari a Taiwan, sembra confermare questa nuova deriva: cogliere l'opportunità di rimettere l'apparato industrial militare americano al centro della scena, sia in termini geopolitici che in quelli economici.
Produrre di più, anche armi, era la ricetta di Reagan e di Bush.
Ora rischia di diventare il rifugio di Obama.
In questa chiave anche il conflitto aperto con i cinesi per Google, rischia di assumere le esembianze di una revanche da guerra fredda fuori tempo, invece di una sfida di libertà.
Tanto più che oggi il sistema della rete si trova ad un bivio delicato, dove sarebbe essenziale avere una bussola politica e strategica pubblica. Le ultime mosse di Apple -l'iPad- e di Google -Nexus One- rimettono al centro dello sviluppo i sistemi proprietari.
Rilanciando la competizione sul rapporto diretto con l'utente finale.
Una scelta involutiva, che ingabbia le suggestioni del cloud computing nelle maglie degli interessi dei singoli brand. E non è un caso se, da quanto sembra di capire dai primi segnali del mercato, qualcosa si sta inceppando attorno alla mela magica di Steve Jobs e al parco delle meraviglie di Mountain View.
L'iPad al momento suscita più delusione che entusiasmo: si tratta di un indefinibile prodotto intermedio, con limitazioni di potenza e di funzioni, tutto proterso ad accellerare la corsa agli acquisti nei magazzini virtuali dell'Apple.
Non più felice è apparsa la nuova uscita di Google che sta virando a tutta velocità su una scelta di commercializzazione di oggetti e non più di funzioni e relazioni.
Siamo ad un'impasse che potrebbe imprevedibilmente aprire la porta ad un'approccio europeo, improntato ad una politica di più libertà e più innovazione.
La vecchia europa potrebbe essere la comunità che richiama i grandi marchi americani ad andare avanti e non indietro.
Per questo bisognerebbe abbandonare la strada delle rivendicazioni fiscali in tema di copyright e di proprietà dei diritti e lavorare sulla potenza degli accessi e delle domande di servizi interoperabili.
Sarebbe un'occasione per il sistema culturale e formativo europeo, e per quello economico.
Potrebbe persino esserlo per quello politico amministrativo.
Ma qui la notte appare ancora molto lunga. L'importante è almeno costruirci strumenti per decrittare i fenomeni che si annunciano.
Il dibattito che si è tenuto a Rai corporation a New York, il 28 gennaio scorso, sul nostro libro Obama.net: New media, new Politics? ha rimbalzato questa necessità.
Come spiegava Giampaolo Pioli, presidente dei corrispondenti esteri a New York, Obama sta recupertando il vecchio bagaglio politico democratico, anche se vuole rimettere in moto il suo popolo della rete, riattivando siti e communities.
Bisogna capire se l'ibridazione riesce. Mentre Corrado Clini, direttore generale del Ministero dell'Ambiente, che aveva seguito Obama nel corso dell'ultimo vertice di Copenaghen, si dice scerttico sulle possibilità del presidente di spingere gli americani sulla strada di una forte autolimitazione dei consumi e delle emissioni se non apre una vera battaglia culturale sull'idea di libertà individuale.
Battaglia che Giorgio Einaudi, direttore dell'ISSNAF, la fondazione dei ricercatori scientifici italiani in USA, vede soprattutto esplicarsi nel rapporto fra sapere e politica.
Su questi temi sarebbe bene continuare a ragionare ed ad osservare.
A 10 anni da Seattle: la globalizzazione ha vinto
A 10 anni da Seattle: ha vinto chi non c'era
di Michele Mezza
Dieci anni fa esattamente in queste ore si proponeva, sulla scena geopolitica del pianeta, quella che qualcuno si affrettò a definire la seconda superpotenza, dopo gli Stati Uniti: il movimento no global.
Nelle strade di Seattle si celebrava il trionfo di una davvero bizzarra convergenza fra anarchici attempati, ecologisti fantasiosi, sindacalisti corporativi americani, e difensori dei sussidi alla grassa agricoltura europea.
Il loro nemico non era il solito tronfio egemonismo americano, ma una nuova dinamica economica, appunto chiamata globalizzazione, che stava tracimando dagli argini che lo stesso capitalismo occidentale cercava di frapporre, per disciplinare il fenomeno.
Per mesi, direi qualche anno, dietro alle ombre di quegli sfasciacarrozze si allinearono tutti gli orfani del 1989: sinistra europea senza bussola, terzomondisti in cerca di autore, alternativisti di ogni risma e soprattutto gli "scorciatoisti" di ogni latitudine.
Intendo per "scorciatoisti" quella razza di pifferai e di dirigenti politici, che ancora non si erano cambiati la camicia intrisa dalle polveri del crollo del muro di Berlino, che cercavano subito una rivincita a basso costo, una scorciatoia per la storia, per ricominciare a pontificare sul senso della vita.
Gli unici che avevano il diritto di sbagliare pur di osare erano i giovani, che in gran quantità, si accalcarono dietro al movimento. Dopo Seattle, venne Genova, e poi, via via, le stanche e insopportabili pantomime dei black block in varie piazze del mondo.
Di quel movimento non c'è più traccia.
L'agrario francese Bovè che guidava gli assalti ai McDonald's oggi contratta le quote latte con la comunità europea per impedire ai prodotti del terzo mondo di entrare nel mercato europeo, e l'autonomo Casarini partecipa alle mobilitazioni per la difersa della lingua veneta con la Lega.
Solo due esempi di un triste riflusso annunciato.
Già all'inizio quel movimento era attestato sulle posizioni più reazionarie.
Tanto è vero che quello che rimane di quell'impetuoso movimento è esattamente il contrario di quello che intendevano esprimere i no global.
La globalizzazione non ha imposto il potere americano, i paesi del terzo mondo non sono più emarginati di prima, il governo del mondo non è mai stato più multipolare di oggi.
Ma non si tratta di fare marameo al movimento, con la soddisfazione del conservatore che dimostra che nulla cambia e nulla cambierà.
Il bello è che molto è cambiato, e proprio perché quel movimento ha perduto.
Le gerarchie politico economiche oggi sono del tutto stravolte.
Brasile, India, Nigeria, per non dire della Cina, rappresentano i nuovi poli delle strategie dello sviluppo.
Il regno del petrolio è sotto tiro. Alla Casa Bianca abita un presidente che probabilmente nel 99 sarebbe stato fra i manifestanti di Seattle.
E tutto questo proprio perché la globalizzazione wireless ha investito i centri del comando e del consumo del mondo.
Ma quello che oggi mi pare il vero capitale è proprio il potere di controllo e di interdizione dell'individuo.
In ogni campo, dalla comunicazione alla scienza, dalla medicina alla pubblica amministrazione, le elites sono in ritirata e la marea del controllo e dell'autoproduzione sociale monta.
Persino Google, che pure è stato soggetto e bandiera di questo reale sommovimento rivoluzionario, oggi si trova a dover dare conto del suo potere.
Il punto è che non siamo nel migliore dei mondi possibili, c'è ancora un'infinità di buchi neri e di pericoli, ma stiamo enormemente meglio di ieri.
Non a caso gli spezzoni di realtà che hanno raccolto, trasformandola, la bandiera dei no global sono fenomeni come l'open sorce di massa, i social network, o comunità come Terra Madre di slow Food, che dal buon mangiare stanno riclassificando ruoli e funzioni dei territori.
La rete è stato il veicolo di questa straordinaria trasformazione.
Ora però bisogna dare alla rete un'anima, bisogna dargli un senso politico e culturale meno indecifrabile.
Bisogna fare in modo che la rete, così come ha fatto la TV nel secolo scorso, selezioni e imponga i suoi valori.
La politica deve essere frontalmente investita da questa onda luinga.
Non è più possibile che si discuta e si ragioni di rinnovamento ignorando le logiche della rete, i suoi conflitti, i suoi valori.
Vale nel PD in Italia e nell'intera europa.
Cominciamo con la nostra comunità, aprendo una riflessione concreta che non riduca la rete ad un citofono di vicolo, ma le dia la potenza di una grande forma di riproduzione sociale.
Non penso ad un omologazione politica a quello che c'è, ma alla capacità di aprire una nuova strada.
Berlusconi con le soap opera degli anni '80 e la valanga di spot ha dato il senso di un cambiamento ed ha vinto.
Si può fare meglio.
Diciamo come Obama, almeno.
Chi sta comprando la rete?
Chi si sta comprando Internet?
Di Michele Mezza
La rete è ancora neutrale?
La domanda è ormai drammaticamente attuale dopo quanto è accaduto in questi ultimi giorni.
La guerra sulla net neutrality sembrava vinta dal punto di vista legislativo. L'insidiosa legge che gli uomini di Bush avevano fatto arrivare al senato americano, e che di fatto consegnava il controllo del traffico on line ai grandi net provider (le telecom in europa ed AT&T e Verizon in Usa), era stata di fatto affossata da Obama.
Tutto a posto quindi? Nemmeno per idea.
Quello che non è riuscito alla politica sembra realizzarsi per mano del denaro. Infatti nei giorni scorsi una sequenza di accordi fra i grandi global player dei servizi on line (Google, Facebook, Twitter e Microsoft) hanno aperto un varco micidiale nella rete. Le intese che tutti hanno fatto con tutti, e che vedono la pulce Twitter al dentro delle mire dei colossi Google e Microsoft, stanno riclassificando il valore ancora neutro della navigazione in rete. Sia Microsoft che Google infatti hanno pagato grandi somme a Twitter, ed anche a Facebook, per poter pescare nel serbatoio dei cinguettii che arrivano da tutto il mondo. Questo significa che nelle risposte alle nostre query su Bing o su Google vi saranno anche i contenuti dei social network. Ma questo significa anche che gli stessi contenuti dei social network, la loro gerarchia, la loro pertinenza, la loro interpretazione saranno piegati al marketing dei service provider. Si allarga di fatto l'area delle inserzioni, ossia di quelle presenze di contenuti che è stata contrattata, e dunque pagata, dai produttori.
La rete rischia di diventare un'enorme bacheca di avvisi pubblicitari.
E' chiaro che il rischio paventato è ancora di là da venire.
E' molto probabile che l'intelligenza collettiva del miliardo e mezzo di utenti sventerà questa possibilità.
Ma al momento il quadro è questo. E la prima conseguenza di questa commercializzazione non è tanto che è svanita l'atmosfera un po' naif dei primi tempi, quando non si capiva quale potesse essere il modello di business della rete, e tutti ci si accalcava, stupiti che il denaro fosse un accidente e non il motore del tutto. Forse quel clima non è mai esistito a giudicare dalle revenue sempre incassate dai grandi ideatori dei prodotti on line.
Il problema è che con gli accordo di questi giorni si metta in moto ancora una volta una reazione a catena, che porta tutti i protagonisti del web, a cominciare dai centri servizi di connessione, a rivendicare parte della nuova torta. Insomma la pretesa delle Telecom e di AT&T uscita dalla porta potrebbe rientrare dalla finestra. Così come la pretesa di certi governi, a fronte di una sfacciata commercializzazione da parte dei service provider, potrebbe farsi più pressante nel controllo economico (nuove digital tax?) e politico del traffico on line.
Insomma in rete sta accadendo qualcosa di importante e sarebbe bene parlarne, molto e tutti.
Il crepuscolo degli dei
Il crepuscolo degli dei
di Rocco Pellegrini
Le favole, che sono una forma allegorica per trattare principi profondi dell'esistenza umana, sono piene di storie nelle quali uomini potenti arrivati ad un pieno dominio, proprio quando la corte si appresta a celebrarne meriti e fasti, cadono nella polvere improvvisamente e rumorosamente.
Gli antichi greci parlvano di "invidia degli dei" come pericolo mortale per chi osa troppo.
Anche un detto popolare ben noto recita: "chi troppo in alto sal cade sovente precipitevolissimevolmente".
Sono convinto che proprio questo stia avvenendo al presidente del consiglio Silvio Berlusconi ed al partito azienda che intorno a lui si è costruito negli ultimi quindici anni della nostra storia.
Questo cervello collettivo, questo gruppo di persone che si nasconde dietro l'ingombrante figura onnivora, sembra oggi quasi onnipotente, sicuro di un controllo totale del paese, dei suoi sistemi di comunicazione, delle istituzioni democratiche.
Eppure, a ben guardare, gli dei sono nervosi, preoccupati, aggressivi ben oltre quanto la forza di controllo di cui dispongono lascerebbe pensare lecito.
Perchè?
Cosa è che li preoccupa così tanto?
Cercherò di rispondere sinteticamente.
Innanzitutto è cambiato il quadro generale di riferimento.
Dal punto di vista strutturale Berlusconi è arrivato al potere in Italia perchè è stato l'espressione di un notevole processo di cambiamento del paese,quello rappresentato dall'avvento delle televisioni private.
In quel tempo la televisione generalista era lo strumento fondamentale della comunicazione ed il nostro intui che una prateria immensa si apriva di fronte a chi avesse avuto la forza di dare le carte.
Questa fu la grande intuizione dell'uomo, realizzata in modo oscuro soprattuto per i fondi usati mai chiariti fino in fondo, ma realizzata.
Oggi è la rete lo strumento di comunicazione dominante.
Sinteticamente si può dire che in termine di relazioni la tv sia uno strumento di comunicazione uno a molti e la rete invece sia molti a molti. Nella tv c'è uno che parla il canale e molti che ascoltano gli utenti, nella rete, invece, sono tanti che parlano ed altrettanti interagiscono con i contenuti proposti.
Questo cambia drasticamente tutto e benchè in Italia non sembra ancora è così nel mondo che conta, come hanno dimostrato l'elezioni americane dove la rete ha giocato un ruolo determinante nella vittoria di Obama.
Ora quel che succede negli USA avverrà presto dappertutto e dunque anche qui da noi.
Dal punto di vista politico generale Berusconi è un sotto fenomeno locale del reganismo.
Il reganismo ha dominato l'occidente fino allo scorso anno quando la situazione è drasticamente cambiata con la crisi e l'elezione di Obama e poi col grande cambio avvenuto in Giappone di cui non se ne è discusso abbastanza ma che è tanto importante.
Dunque riassumendo potrei dire che il quadro generale non è più dalla parte del premier e, come tutti sanno, remare contro vento è sempre piuttosto difficile: il senso del tempo aiuta molto e da questo punto di vista "il migliore presidente del Consiglio che l'Italia ha avuto nei suoi 150 anni di storia" è un sopravvissuto, un morto che cammina.
Ma il quadro generale, per quanto dominante, non basta da solo a determinare un processo di crisi: ci vuole anche qualcosa di endogeno, di propriamente locale.
E ciò sta accadendo proprio in questi mesi sotto i nostri occhi.
Tutto si riassume nell'intervento che Fini ha fatto ieri (10-sett-2009) che va sotto il titolo "Contro di me uno stillicidio indegno".
Chi si occupa di politica farà bene a leggerlo e ieri su Sky è stato possibile sentirne la versione integrale.
Sia chiaro: Fini non è il salvatore del mondo, l'uomo che ci libererà dall'incubo di Arcore, chi pensa questo è un pò puerile e non capisce molto di quel che sta avvenendo. Una crisi non è mai un processo lineare ma quel che conta è capirne le mosse essenziali e l'intervento di Fini appartiene a questa categoria.
Quel che è interessante dell'intervento del presidente della Camera sta nel confrontare quel che ha detto con le posizioni di Berlusconi e del suo stretto entourage.
Tutti abbiamo notato il cambio di passo che dopo l'estate il premier ha fatto nella sua comunicazione politica.
Dopo aver scelto il basso profilo rispetto ai tanti attacchi ricevuti, improvvisamente c'è stato un cambio netto.
Le polemiche stavano perdendo di intensità ma improvvisamente sono state riaccese dai fedelissimi del grand'uomo e da lui stesso: il volgare attacco a Boffo da parte dell'organo di famiglia, le denuncie dei giornali che hanno usato parlare delle sue "scappatelle", la durissima ed articolata risposta data ieri al giornalista del Pais che chiedeva chiarimenti sulle sue intenzioni.
In molti ci siamo domandati il perchè di questo comportamento ma con l'intevento di Fini tutto si sta chiarendo.
Qualcosa si muove nel PDL. Fini ha capito che non c'è spazio per lui nè per nessun altro dentro un orizzonte monarchico assolutista come quello oggi regnante.
Un riflesso vitale naturale, indotto anche dal vergognoso articolo di Feltri, ha fatto si che si sia aperta una falla dentro la corazzata inaffondabile.
Quanto vasta sia questa falla lo vedremo presto: propabilmente nel palazzo è piuttosto ristretta che il grande capo ha comprato tutti o quasi col potere sapientemente elargito ma nel corpo storico che fu Alleanza Nazionale la reazione di Fini è vista con grande interesse e, mi viene da dire, anche come una sorta di liberazione.
Alleanza Nazionale è stato un partito classico con la sua territorialità e mal sopporta il dispotismo di un uomo solo al comando cme è costume e tradizione nel partito azienda. Era stata promessa una mediazione che non c'è stata e la gente è delusa e molto ma molto indispettita. Se Fini si è mosso è anche e soprattutto per questo.
Ma ciò che colpisce, ancor più, è l'ampiezza dell'attacco, sembra quasi che voglia rinegoziare tutto, anche il partito unico.
Come reagirà Berlusconi? Al momento non c'è reazione diretta ma le indiscrezioni dei giornali lasciano intendere che la reazione sarà durissima. Capiremo da questa se il nostro ha ancora una saggezza politica o è puro muscolo.
Se accetterà il contraddittorio allora dovrà accettare di modificare tante cose, se cercherà lo scontro sarà il principio della fine.
Fini è stato silente finchè è prevalso il buon senso ma ha rotto la tregua quando il falchi hanno invaso il campo di battaglia.
E' difficile tornare indietro quando le cose si lacerano in modo così pesante.
Stamattina anche Marina Berlusconi è discesa in campo per sostenere il padre.
Insomma c'è un'agitazione ed una preoccupazione enorme nel gruppo al potere..
Si teme il complotto internazionale ed interno, ecco perchè ho parlato di crepuscolo degli dei.
Quando si perde la serenità vuol dire che le cose sono più grandi di quel che appaiono e chi ha tanti scheletri nell'armadio ha buone ragioni per preoccuparsi.
Obama e la riforma sanitaria: la vera partita
Il male oscuro di Obama
di Michele Mezza
Nel laboratorio americano si sta giocando una partita decisiva anche per i destini di una sinistra moderna e autorevole nel mondo e, dunque, anche in Europa.
E sopratutto, è in corso un processo che potrebbe modificare radicalmente il ruolo e il senso del popolo della rete.
Si tratta della prova di forza che Obama ha ingaggiato sulla riforma sanitaria.
Nonostante l'aggravarsi dello scacchiere afgano-iracheno, in queste settimane, è il fronte interno che preoccupa il presidente Obama.
La riforma sanitaria sta diventando un vero e proprio giudizio di Dio sulla casa bianca.
Obama ha lanciato una campagna di discussione di massa, che non si ricordava negli USA dai tempi delle leggi anti segregazioniste della fine degli anni 60.
Una campagna che vede scendere in campo la pancia dell'america: sia nel campo repubblicano che in quello democratico.
Una pancia che si conferma refrattaria a proposte solidariste, quale quella contenuta nel piano presidenziale per riformare l'assistenza nel paese.
Per la prima volta il presidente dei record di consenso è in difficolta.
Nel suo stesso partito si registra una resistenza consistente ai propositi riformatori.
Lo stesso Big Pharma, il potente complesso lobbistico che unisce case farmaceutiche e innumerevoli cliniche private, che inizialmente avevano manifestato una certa disponibilità a discutere della riforma, di fronte al prestigio del neo presidente, ora che vede crescere l'opposizione, inizia a mettersi di traverso.
Obama ha capito che si tratta di una prova del fuoco non aggirabile: la sua proposta elettorale è già troppo legata al progetto per immaginare un dietrofront alla Clinton.
Per questo si stanno proponendo le prime possibili mediazioni.
In questi giorni un settore del partito democratico, guidato dallo speaker del congresso Nancy Pelosi, ha proposto di sostituire l'assicurazione sanitaria minima pubblica, una specie di servizio sanitario nazionale, proposto dagli uomini del presidente, con una scelta di convenzioni con cooperative noprofit, di carattere privato.
Di questo si sta discutendo.
Il punto che ora ci interessa privilegiare è la base sociale che Obama sta tentando di costruire attorno alla sua proposta.
Per la prima volta, il popolo della rete, quell'area di professionisti, giovani e utenti comunitari che hanno dato vita al fenomeno elettorale di Obama, è chiamato a sorreggere un progetto politico solidaristico e comunitario.
Si tratta di un inedito esperimento.
Come è noto il popolo della rete, in particolare nella sua culla americana, nasce come originale risposta del capitalismo ai limiti asfittici di statuti proprietari e rigidamente gerarchicizzati.
Un popolo formato da figure libertarie ma liberiste, che pure dava vita a fenomeni eterogenei dal punto di vista del mercato, come l'Open Source, ma sempre incardinati in culture fortemente individualiste.
Ora Obama vuol dargli un'anima politica di "sinistra" o comunque riformatrice, un ruolo si potrebbe dire da classe generale.
Su questo si giocherà la sua presidenza e anche la prospettiva di una sinistra nuova in europa.
!-- Google Conversation Element Code -->Cosa comporta per Google l'accordo Microsoft-Yahoo?
GOOGLE E' UNA BANCA.
di Cesare A. Massarenti
L'annuncio ufficiale. Il 29 luglio degli accordi siglati tra Microsoft e Yahoo con lo scopo di cercare di contrare e opporsi alla posizione dominante di Google è stato accolto con prudenza, ma anche con un certo scetticismo.
Il 29 e 30 luglio, i principali quotidiani titolavano: Pour contrer Google, Yahoo et Microsoft signent un partenariat pour dix ans (Le Monde), Microsoft and Yahoo Are Linked Up. Now What? (The New York Times), Microsoft beefs up in battle with Google over search engine market (Los Angeles Times), Microsoft and Yahoo on defensive (Financial Times), Microsoft and Yahoo seal web deal (BBC News)
Per Wired Microsoft Deal Brings Yahoo Bing, But No Zing, e sottolinea come le due società non abbiano fatto il passo di combinare le loro attività di display-pubblicità. L'accordo porta liquidità a Yahoo, di cui aveva grande necessità, ma gli investitori che speravano in uno shock al sistema invece che una semplice iniezione sono rimasti insoddisfatti.
Il Los Angeles Times aggiungeva: "Il patto del gigante del software con Yahoo gli farebbe ottenere quasi un terzo del mercato (dei motori di ricerca). Ma l'alleanza proposta dovrà far fronte ad ostacoli dall'antitrust". E ciò significherebbe per Microsoft altri problemi legali dopo le battaglie degli anni scorsi con la Commissione Europea e con l'antitrust di Washington.
Wall Street ha reagito in modo piuttosto negativo: il 29 luglio le azioni di Yahoo hanno chiuso con un ribasso del 12,08% a 23,80 dollari per la giornata, contro un aumento del 1,41% a 23,80 dollari delle azioni Microsoft.
Inoltre Microsoft nell'ultimo anno fiscale ha registrato risultati negativi di fatturato, mentre Google continua a crescere.
Dal gennaio del 2008 voci e tentativi di accordi tra le due società sono stati annunciati e poi ritrattati. Yahoo ha difficoltà da tempo nel produrre profitti, ma anche solo nel 2008 ha rifiutato diverse offerte di Microsoft, preferendo tentare di procedere da sola.
L'accordo riguarda il motore di ricerca Bing di Microsoft che sarà utilizzato come tecnologia esclusiva di ricerca algoritmica e ricerca a pagamento dai siti web di Yahoo A sua volta, Yahoo diventerà il team di vendita per le offerte premium online per entrambe le società. Inoltre, Yahoo espanderà le attività nella pubblicità sulla telefonia mobile e in altri prodotti: sono tutte aggiunte, che costano moltissimo da sviluppare e debbono essere integrate con le altre attività preesistenti.
Yahoo stima che l'accordo aumenterà il reddito operativo annuale di circa $ 500 milioni, permetterà risparmi in investimenti per circa $ 200 milioni, e migliorerà il cash flow operativo annuale di circa $ 275 milioni. Nel 2008 i profitti sono stati di $ 13 milioni contro $ 695 milioni del 2007.
Il rapporto economico è strutturato in modo tale che Microsoft compenserà Yahoo mediante un accordo di revenue-sharing e pagherà costi di acquisizione di traffico (TAC - Traffic Acquisition Costs) ad un tasso iniziale di 88% di revenue generato dai siti di Yahoo nei primi cinque anni.
Nella presentazione alla stampa Steve A. Ballmer, CEO di Microsoft, ha detto che "L'operazione, con un accordo della durata di dieci anni, assicura al motore di ricerca Bing di Microsoft la dimensione necessaria per competere; ... Mediante questo accordo con Yahoo creeremo più innovazione nella ricerca, maggior valore per gli investitori pubblicitari, e proporremo scelta reale per i consumatori in un mercato attualmente dominato da una singola società; ... Microsoft e Yahoo sanno che la ricerca potrebbe essere molto di più ... Questo accordo ci fornisce la dimensione e le risorse che ci permetteranno di creare il futuro della ricerca".
In un'intervista video in appoggio all'annuncio, Ashley Highfield di Microsoft commentava: "l'accordo apporta dimensione e innovazione al mercato della ricerca", insistendo in tal modo sulla dimensione dell'operazione e sulle conseguenze dell'accordo.
Il commento di Tim Weber, business editor del sito web di BBC News, è stato più sobrio e ha messo in luce una delle ragioni principali sottostanti all'accordo: "Yahoo si piega all'inevitabile.
Semplicemente non aveva nè le risorse nè il focus necessari per vincere la guerra tecnologica per la supremazia nella ricerca".
E' da sottolineare che non si trovano nella stampa collegamenti espliciti sul fatto che Google ha rilasciato alla fine del 2008 una prima versione del browser Chrome, in diretta concorrenza con Explorer di Microsoft - e anche di Firefox, Opera e Safari - e rilascerà a breve un nuovo sistema operativo open source per i netbooks, basato su Linux, sempre sotto la denominazione Google Chrome, in concorrenza con la versione di Windows per netbooks.
Con questi due rilasci di software, Google ha preceduto in vari modi l'annuncio della collaborazione tra Microsoft e Yahoo ed è entrato in modo diretto in due aree di predominanza storica di Microsoft.
Dalla lettura degli articoli citati, delle principali interviste e di alcuni commenti autorevoli appare chiaramente che i media parlano solo di tentativo di contrare la predominanza di Google sul mercato dei motori di ricerca e la ricerca su Internet. Inoltre i reportages sono quasi tutti concentrati nelle pagine Technology.
A mio avviso questa interpretazione dell'accordo è molto limitativa e anche fuorviante rispetto a quanto si può ricostruire per cercare di capire il significato più profondo di un aspetto centrale del mercato tecnologico legato ai sistemi di comunicazione che utilizzano Internet come infrastruttura.
La questione è ben più ampia e ben altra: la questione di fondo è che cosa differenzia Google da tante altre società, tradizionali e non, o meglio, in altri termini, cos'è Google.
Per chiarire cos'è Google mi sembra necessario, per prima cosa, non considerare più la società soltanto come una "Internet Company", cioè com'è classificata da quasi tutti, ma piuttosto cercare di partire da altri punti di vista che permetteranno di dare un'interpretazione più complessa, e al tempo stesso più aderente alla realtà.
Per muovermi in questa direzione, apporterò qualche esempio di interpretazioni "standard" e di cambiamenti di punti di vista, di "framework", che aiuteranno a comprendere meglio ciò che desidero spiegare a proposito di Google.
Molti anni fa venne introdotta in Italia e in altri paesi una legge che limitava la velocità delle auto a 50 Km. all'ora nei centri abitati. A parte le contestazioni più ovvie e retrive, apparvero sulla stampa dell'epoca numerose lettere inviate da lettori, che si firmavano praticamente tutti ingegneri, che calcolavano quanto tempo e quanti metri sarebbero stati necessari ad un'auto che viaggiava a 50 Km. ora per sorpassarne un'altra che viaggiava a 49 o 48 Km. all'ora. Evidentemente erano necessari tempi piuttosto lunghi e molti metri, e in base a questi ragionamenti e calcoli gli scriventi contestavano "scientificamente" la legge.
Il punto di vista è chiaramente restrittivo, vedi errato, e non fornisce alcuna informazione sui flussi di traffico, che sono il cuore del problema per quanto concerne tutta una serie di ricadute sul "funzionamento" di un centro abitato: viabilità, vigilanza e controlli, consegne di merci, ecc.
Proviamo ora a cambiare framework per esaminare la questione, prendendo come quadro di riferimento la teoria delle code, branca della ricerca operativa sviluppata durante la seconda guerra mondiale in Gran Bretagna e Stati Uniti per pianificare i rifornimenti delle truppe alleate al fronte (esercito, marina, aviazione), per i cui calcoli era stato utilizzato anche il computer inglese Colossus con il quale Alan Turing era riuscito a decifrare il codice segreto tedesco della macchina denominata Enigma.
Con la teoria delle code si può prendere in considerazione l'insieme della problematiche del traffico, di cui le velocità relative di auto in movimento sono soltanto una delle variabili. Inoltre, in tal modo anche i risultati dei calcoli inviati dai lettori, peraltro totalmente irrilevanti se presi isolatamente, entrano a far parte del quadro più generale, ma trovano una sede di contesto altrimenti assente.
Un altro esempio, assai più noto e più intuitivo, è il quadro di René Magritte intitolato "La trahison des images" ("Il tradimento delle immagini"). Il quadro mostra una pipa che sembra un modello per una pubblicità di un negozio di tabacchi. Sotto la pipa, Magritte ha dipinto le parole "Ceci n'est pas une pipe." (Questo non è una pipa.), che sembra una contraddizione, mentre la scritta è la verità: il quadro non è una pipa, ma è l'immagine di una pipa, o la rappresentazione dipinta di una pipa.
"Provate a riempirla di tabacco" fu la replica di Magritte ad una domanda posta da un giornalista a quell'epoca.
Nel quadro citato Magritte utilizza la semantica per fare della pittura, cioè il quadro è semantica dipinta, non pittura semantica, e il framework di riferimento comprende tanto la semantica che la pittura.
Un terzo esempio che si può portare per mostrare come il framework influenzi in modo determinante l'analisi e la comprensione di un fenomeno o di un'attività è il progetto, ormai quasi interamente realizzato, denominato "OpenCourseWare", del Massachusetts Institute of Technology (MIT OCW). Voluto dal Provost Robert Brown e dal Presidente Charles Marstiller Vest per posizionare MIT nel settore dell'apprendimento a distanza e dell'e-Learning, costruito dal professor Hal Abelson e da un nucleo fortemente coeso di docenti, il progetto è divenuto operativo nel settembre 2002. Esso consiste nel mettere a disposizione online il materiale didattico di tutti i corsi undergraduate (laurea quadriennale) e graduate (Master e Ph.D.), cioè di circa 2.200 corsi, quasi interamente di libera consultazione per chiunque, dovunque. Il motto sul sito di MIT OCW dice "Unlocking Knowledge, Empowering Minds": Apri la Conoscenza, Dài Potere alla Mente, al Pensiero.
Charles Vest iniziò la cerimonia di presentazione nel 2001 asserendo che il progetto voleva mostrare la partecipazione attiva di MIT al principio che la conoscenza è un bene universale. Uno degli obiettivi principali è stato quello di proporre un nuovo modello per la disseminazione della conoscenza e della collaborazione tra studiosi in tutto il mondo, in linea con la mission di MIT di far progredire la conoscenza ed educare gli studenti in tutte quelle aree del sapere che potranno metterli in grado di servire al meglio la nazione e il mondo nel ventunesimo secolo, rispettando i valori fondamentali di eccellenza, innovazione e leadership.
Sulla base di questi principi, dal settembre 2002, con diverse partnership, moltissimi materiali di MIT OCW sono stati tradotti in più di dieci lingue, tra cui spagnolo, portoghese, cinese semplificato, cinese mandarino tradizionale, tailandese, persiano, francese, tedesco, vietnamita.
Se accettiamo che gli obiettivi "pubblici" del piano e del progetto sono quelli descritti qui sopra, restiamo in un'ottica puramente accademica. Se invece guardiamo il progetto MIT OCW da un punto di vista che fa riferimento alla forza economica e all'influenza sugli orientamenti della ricerca di quella università, è possibile capire che l'obiettivo globale del progetto - che non esclude e non rinnega l'aspetto puramente accademico - riguarda il mantenimento e il miglioramento continuo della posizione dominante di MIT nel mercato dei brevetti. Nel budget annuale di MIT, i proventi diretti e indiretti generati dai brevetti depositati dall'università e dalle persone che vi lavorano rappresentano una percentuale molto elevata del totale (l'università impiega circa 3.500 ricercatori oltre a 1009 professori e altri 716 docenti).
Delle revenue operative del 2008, il 51,5% (1.245,2 milioni di dollari) è stato generato dalla ricerca e dai risultati della ricerca - i brevetti. L'iniziativa MIT OCW di fatto permette a moltissimi studenti di valore in molti paesi - studenti delle medie superiori e studenti già iscritti in altre università - di seguire corsi di altissimo livello. Un certo numero di questi studenti, americani e non, cercherà di entrare a MIT come undergraduate o candidato al titolo di Master e, molto più importante, di Ph.D.
Questo ha per effetto di innalzare potenzialmente ancora di più la già elevatissima qualità degli studenti di MIT. Altissima qualità degli studenti significa altissima qualità della ricerca, i cui risultati, nelle aree di grande specialità tecnica e tecnologica di MIT si traducono in maggior numero di brevetti depositati ogni anno, dai quali l'università trae un beneficio diretto in termini di royalties. Inoltre, permette a MIT di avere un network di alumni sempre più ampio, di livello sempre più elevato qualitativamente, sempre più propenso a fare donazioni all'Alma Mater.
La composizione della popolazione studentesca di MIT è attualmente quella riportata nella seguente tavola:
| Undergraduate | Graduate> | Popolazione USA | |
|---|---|---|---|
| African American | 6,3% | 1,8% | 12,1% |
| Asian American | 26,4% | 11,7% | 4,3% |
| Hispanic American | 11,6% | 2,9% | 14,5% |
| Native Americans | 1,3% | 0,3% | 0,9% |
| Studenti internazionali | 9,2% | 39,3% | N/D |
cioè per gli studenti undergraduate il 45,2% sono americani caucasici, il 45,6% americani non caucasici, il 9,2% provenienti dall'estero; mentre per gli studenti graduate (Master e Ph.D.) il 56% sono americani caucasici, il 16,7% americani non caucasici e il 39,3% provenienti dall'estero.
Tenendo conto di questi dati, l'iniziativa MIT OCW può essere chiaramente interpretata come avente per obiettivo di attirare sempre più talenti, di livello sempre più elevato: infatti c'è possibilità di miglioramento nel reclutamento di talenti tanto dalle "minoranze" americane che, sopratutto, da altri paesi che non sono ancora rappresentati in numeri consistenti e nei quali il livello d'insegnamento locale è più basso che in altri paesi. Altri dati sul piano mondiale indicano che le prime venti università del mondo - secondo varie classifiche pubblicate - attirano circa il 90% dei migliori talenti. Il miglioramento del livello qualitativo medio di MIT è ora legato in parte all'iniziativa OpenCourseWare.
I tre esempi servono a mostrare quanto sia utile mutare punto di vista per individuare nuovi significati per cose note e familiari: avvicinarsi ad una questione, un problema da diversi punti di vista contribuirà a chiarire significati di fenomeni e attività che a prima vista ci sembrano ovvie.
Affermare che Google è una "Internet Company" è l'espressione di un solo punto di vista, ovvio e al limite di essere inutile per capire cos'è Google, e di conseguenza giungere ad inquadrare l'accordo tra Microsoft e Yahoo in un ambito più generale, meglio rispondente alla realtà e passibile di spiegazioni più articolate.
Da una parte si ritrovano ora Google, dall'altra Microsoft e Yahoo.
La prima diversità di fondo da notare è che Google è il risultato di una costruzione su basi costituite fin dalla sua fondazione in modo organico e fortemente integrato, in grado di ampliarsi ed espandersi nel tempo mantenendo la struttura di base, mentre Microsoft e Yahoo debbono costruire un'entità e un modus operandi partendo da premesse societarie molto diverse e dalla mancanza di un disegno originario per qualche verso vicino a quello di Google o in grado di opporvisi in modo esplicito.
Google è nato da un'idea fortemente originale ed innovativa che ha creato un nuovo spazio sul mercato. L'accordo tra Microsoft e Yahoo sfocerà nella costruzione di un'entità che, quasi inevitabilmente, sarà il risultato di compromessi tra due storie societarie assai diverse, ma entrambe fondamentalmente tradizionali.
Poco importa se Google sia l'incumbent e l'accordo Microsoft-Yahoo rappresenti un competitor che si è dichiarato tale. Quel che importa è capire che cos'è Google e, di conseguenza, quanto e perché sarà difficile per Microsoft-Yahoo attaccarlo per strappare quote di mercato e competere a medio termine.
Se si considera Google semplicemente come una "Internet Company", quella di maggior successo nel settore dei motori di ricerca e della raccolta pubblicitaria online, non è possibile arrivare a decifrare gli ostacoli che il competitor si trova di fronte, perché Google è osservata solo da quel punto di vista, limitativo e sopratutto fuorviante: non è possibile attaccare e competere con speranze di riuscita se non si è capito cos'è e com'è fatto l'oppositore, quali sono i suoi reali punti di maggior forza e quali le eventuali debolezze.
Google è un'idea di società assai complessa, che si esprime sul mercato, per la parte più visibile, mediante i propri motori di ricerca, diversi servizi percepiti come assai utili e ad alto valore aggiunto da parte degli utilizzatori, e la raccolta pubblicitaria: "l'idea Google" viene prima delle modalità operative e coinvolge l'insieme delle caratteristiche della società: risponde ad un disegno organico che utilizza certe tecnologie e forme organizzative per essere su certi mercati e dominarli.
In altri termini i fondatori, Larry Page e Sergey Brin, non hanno inventato il motore di ricerca e creato Google per imporvi sopra e successivamente il modello economico necessario per reggere l'iniziativa. Il tutto è stato oggetto di un design societario predeterminato. Hanno costruito un modello economico, organizzativo, operativo del quale il motore di ricerca e tutte le sofisticazioni che lo sorreggono è il modus operandi, ed è questa caratteristica che permette al modello globale di funzionare.
Per questa ragione gli altri elementi, le altre iniziative e attività, risultato tanto di sviluppo interno che di acquisizioni (per es. YouTube, G-Phone con il software Android, ecc.), sono state integrate con relativa facilità e in modo indolore nel modello centrale, e non sono state aggiunte imponendo revisioni di fondo e distorsioni al modello centrale.
Più recentemente alla fine del 2008 e poi nei primi mesi del 2009, con il lancio del browser Chrome e del sistema operativo Google Chrome per i netbooks, che è open source, come Android per i cellulari, la società invade territori nei quali Microsoft ha dominato quasi del tutto o almeno in gran parte. Inoltre questi software presentano numerose importanti caratteristiche innovative, ampliando le possibilità di lavoro per gli utilizzatori e al tempo stesso aumentando la facilità di utilizzo.
Il framework di riferimento alternativo più interessante per capire cos'è Google è probabilmente quello di considerare Google come se fosse una BANCA.
Se adottiamo questo punto di vista, cioè che questo disegno organico rappresenti una forma completamente nuova di BANCA, allora se GOOGLE È UNA BANCA - certo di tipo completamente diverso e ben lontano da qualsiasi banca di tipo tradizionale - è possibile cominciare a capire dove risiedono la vera forza di Google e le vere difficoltà per il competitor.
Google è una banca se la consideriamo come una società organizzata attorno ad un sistema complesso, peculiare di circolarità interna/esterna di flussi e di processi economici, monetari, finanziari, di operations e di workflow, che muove grandi masse di denaro. L'enorme forza di Google sta nell'aver creato un sistema totalmente nuovo di circolarità dell'insieme dei flussi e dei processi, costruendo un sistema che utilizza contemporaneamente metodologie deterministiche e probabilistiche, che trovano la loro sintesi nella circolarità delle attività svolte tanto sul sito che nelle proprie infrastrutture.
Né Yahoo né Microsoft sono analizzabili in tale framework: la loro struttura e modalità operative consentono analisi soltanto all'interno dei framework di riferimento dei loro settori rispettivi.
Come banca, i clienti sono gli utilizzatori che accedono ai siti controllati da Google, sui quali possono svolgere diverse attività, che rappresentano una parte degli assets. Gli investitori pubblicitari rappresentano un altro tipo di assets.
Ma gli assets, in questo caso, sono in parte tangibili e in parte intangibili, vedi psicologici, da parte dei fruitori dei servizi offerti, e sono percepiti in termini di rewards alle attività: trovare quel che si cerca, un'aspirazione vecchia come il mondo - cioè Google risponde positivamente alle attese.
La banca Google mette in rapporto le parti e gestisce l'insieme degli assets, generando profitti in base a formule di revenue-sharing o di direct charge. Profitti addizionali vengono generati mediante investimenti di vario tipo, inclusi investimenti in attività esterne di tipo tradizionale.
Un altro elemento centrale sta nell'aver integrato nel modello originale il pieno utilizzo di una caratteristica fondamentale di Internet: la velocità dei flussi informativi. Questo pone Google su un piano completamente diverso nei confronti di istituzioni e industrie che muovono denaro in modi più tradizionali, anche se molte di queste cercano di adattarsi alle opportunità che offre la rete - ma di nuovo si tratta di adattamenti, non di modalità originaria, costitutiva.
Un terzo elemento è dato dall'organizzazione dell'equivalente degli "sportelli" delle banche e istituzioni tradizionali: nel caso di Google, possiamo considerare che gli sportelli sono rappresentati dai sistemi di accesso di tutti coloro che accedono ai siti, che sono disponibili 24/24 e 7/7. Ma questi sportelli rappresentano per Google un costo quasi pari a zero. E' il fruitore dei servizi di Google che sostiene tutti i costi diretti: computer e/o cellulare per l'accesso, software vari dal sistema operativo agli applicativi, hardware ancillari, connessione a Internet, consumi di energia, affitto o ammortamento del locale utilizzato per l'accesso, ecc. I costi che sono sostenuti da Google sono da una parte ripartiti sull'altissimo numero di connessioni e tendenti a zero per sportello, dall'altra sono coperti dagli introiti costruiti nel modello di business originario.
Ulteriori elementi di grande importanza che differenziano la banca Google dalle altre società operanti negli stessi apparenti settori di riferimento sono costituiti dalle modalità organizzative, dall'organizzazione e gestione del personale e dalla continua capacità di attrarre talenti nuovi, e dalle peculiari attività di asset management.
Per quanto concerne questo elemento - asset management -, si può notare che potrebbe sembrare essere gestito sia come nell'ambito bancario tradizionale che come in quello di altre società industriali o anche Internet companies.
Ma le cose stanno molto diversamente: gli assets di Google sono molto diversificati, tanto nel tempo che nello spazio, e già questo aspetto è particolare, anche se non unico; sono in gran parte immessi dagli stessi utilizzatori (nuove pagine e altri elementi consultati che entrano automaticamente nel database, video e foto su YouTube o Google Earth, acquisto in seguito a visione di messaggio pubblicitario, ecc.). Altri assets provengono dal modello pubblicitario.
Anche nelle banche tradizionali, da quelle fiorentine e senesi del medio evo, gli assets provengono dai clienti (i risparmiatori), cui si aggiungono i proventi derivanti dalla gestione degli assets da parte della banca (prestiti, investimenti, ecc.). Pure le società operanti su Internet presentano in parte queste caratteristiche operative.
Ma in questo ambito specifico Google si differenzia in modo molto netto perché opera sugli assets in modo assai diverso, grazie alla strutturazione dell'insieme delle operations e dei flussi, che sono stratificati su inputs e outputs multipli, ognuno dei quali genera revenues e profitti con costi di gestione fortemente decrescenti nel tempo, con cicli di utilizzo delle informazioni di durate fortemente variabili. Inoltre, gli assets attribuibili ad un sito sono messi in relazione con quelli di altri siti, generando moltiplicatori economici di notevole portata.
Per quanto concerne gli assets, Google utilizza anche l'aspetto psicologico del reward (sanzione positiva) che offre agli utilizzatori, cioè per Google asset management non è solo a proprio vantaggio, come per la quasi totalità delle altre società, ma è anche a vantaggio del fruitore dei servizi, che ne può constatare il valore aggiunto anche per sé: la ricerca di un'informazione che viene esaudita.
Finalmente la banca Google si regge su pochi elementi ben definiti, perfettamente integrati e coesi, con ampio margine di espansione.
Per Microsoft e Yahoo si profila un difficile periodo nel quale dovranno essere prese numerose decisioni cruciali riguardanti tutti gli aspetti aziendali, che difficilmente potranno evitare compromessi e adattamenti. Entra poi in gioco il fattore tempo, che è a favore di Google.
Microsoft ha una lunga storia di un numero poco elevato di innovazioni di successo sviluppate internamente. Le attività di Microsoft si reggono da anni sulla posizione dominante sul mercato in un settore specifico, e quindi sulla difesa a oltranza di questa posizione, e sull'acquisizione sistematica di società già esistenti che permettono di ampliare l'offerta di prodotti e servizi. D'altra parte, Microsoft è spesso arrivata in ritardo rispetto a attività su Internet, ad iniziative di Apple o di altre società più innovatrici e reattive. Un'attenta analisi mostra come Microsoft abbia acquisito società e sviluppato attività tanto vicine che lontane dal suo core business. L'apporto all'accordo rischia di riflettere questa apparente, relativa mancanza di focus e d'imporre alle nuove operations dei componenti eterogenei.
Resta inoltre l'incognita del valore reale del motore di ricerca Bing apportato da Microsoft.
Dall'altra parte, i termini dell'accordo prevedono che Yahoo si faccia carico di diventare il team di vendita per le offerte premium online per entrambe le società. Visti i precedenti di Yahoo in questo ambito specifico, dove la società non è mai riuscita ad essere un vero competitor per Google, questo aspetto può diventare problematico, se non verrà completamente rinnovato in tutti i suoi aspetti organizzativi.
Nonostante Microsoft e Yahoo abbiano menzionato nell'annuncio dell'accordo l'intenzione di entrare nel mercato della telefonia mobile, si deve notare che solo Microsoft ha sviluppato attività in questo settore in fortissima crescita, e praticamente solo con un sistema operativo per cellulari che non è in buona postura rispetto ai concorrenti. Nessuna delle due società si è ancora confrontata con i competitors sui servizi.
Google, pur con forte ritardo rispetto all'iPhone di Apple, è già sul mercato della mobilità da più di un anno con un'offerta assai variegata e la proposta di un sistema operativo open source che sta incontrando ampio riscontro positivo. Inoltre, come per altre innovazioni e acquisizioni, le attività nel settore della telefonia mobile si integrano perfettamente e senza scosse nella banca Google e nel suo modello di business globale.
Inoltre Microsoft e Yahoo non sembrano aver messo a fuoco in modo preciso come posizionarsi in senso lato nell'ambito della convergenza che ormai sta realizzandosi tra diversi settori e tecnologie.
Da parte sua Google, con i siti che si basano in modo diretto sui propri database e sistemi di asset management, YouTube, G-phone e tutte le altre attività nel campo editoriale che sta sviluppando e ampliando, sta operando all'interno di una logica di convergenze multiple e stratificate, con la possibilità d'integrare con relativa facilità altre modalità della comunicazione digitale (per es. affissione digitale, cinema digitale, navigatori satellitari, consolle di videogiochi), ottenendo come risultato un insieme di modalità di accesso che presentano globalmente caratteristiche di prossimità nei confronti del fruitore: prossimità fisica (i devices o strumenti e sistemi di accesso), prossimità ambientale (postazioni fisse e in mobilità), varietà di strumenti di prossimità, prossimità psicologica (le informazioni arrivano al momento in cui sono richieste nel luogo in cui vengono richieste, rispondono così alle attese del fruitore valorizzandone l'esperienza).
Tutto questo contribuisce a creare, e sopratutto a mantenere ed incrementare fiducia in modo molto tangibile nei confronti dei clienti.
Un ultimo punto da ricordare riguarda il management delle società oggetto di queste analisi. Si può notare immediatamente come vi siano diversità fondamentali tra i due top managers.
Steve A. Ballmer ha conosciuto Bill Gates a Harvard ed è entrato a Microsoft nel 1980, come primo assunto in qualità di manager. Laureato in matematica ed economia, ha ricoperto diversi ruoli nella società, fino a diventare CEO nel 2000. Nel periodo centrale degli anni 2000, durante il quale Bill Gates si è progressivamente sempre più distaccato dalla conduzione quotidiana della società, è stato in gran parte dominato dalle battaglie legali con l'antitrust di Washington e la Commissione Europea, Ballmer è sempre stato in prima linea per difendere le posizioni acquisite e questo deve avere influito in una certa misura sul modo in cui Ballmer ha operato negli anni più recenti. Durante tutta la carriera all'interno di Microsoft, Ballmer ha sempre rappresentato la continuità, ma anche la conservazione.
Eric E. Schmidt è di formazione un ingegnere e ha lavorato in diverse società prima di diventare Chairman e CEO di Google nel 2001. In quasi tutti i ruoli ricoperti, Schmidt ha lavorato in ambiti fortemente innovativi (Xerox PARC, Sun Microsystems) e lui stesso ha sempre mostrato le caratteristiche dell'innovatore, con grandi capacità di leadership. Le responsabilità di Schmidt includono il continuo rinnovamento dell'infrastruttura necessaria per mantenere i livelli di rapida crescita di Google ed assicurare la più alta qualità dei prodotti e dei servizi. Schmidt ha anche partecipato attivamente alla campagna di Barack Obama ed è stato membro del team di transizione tra le due ammnistrazioni.
Schmidt è stato membro del consiglio di amministrazione di Apple dall'agosto 2006 e ha dovuto dare le dimissioni (3 agosto 2009) in seguito all'annuncio del rilascio del sistema operativo Google Chrome, che è concorrente anche del sistema operativo Mac OS di Apple, oltre che della versione Windows per netbooks.
D'altra parte, Page, Brin e Schmidt hanno sempre tenuto ad affermare che operano come un triumvirato.
La profonda diversità tra i due CEO si riflette assai chiaramente nel posizionamento delle due società, ma anche nelle loro relazioni con le altre società di settori di diretta pertinenza o assai vicini: Microsoft continua ad essere considerato in molti quartieri come un bastione della conservazione, mentre Google è percepito come battistrada a livello mondiale e fattore determinante per la convergenza.
Se Google viene considerato come banca, e non solo come Internet Company, il suo posizionamento e la sua influenza sul mercato diventano più chiari e più comprensibili nella loro reale portata. La società muove masse di denaro elevatissime, pur senza raggiungere le dimensioni delle maggiori banche mondiali, ma le muove globalmente a velocità molto maggiori, fattore che è in se stesso una profonda innovazione.
Se vogliamo andare con le ipotesi al di là dell'annuncio, occorrerà verificare se e come Microsoft e Yahoo riusciranno a proporre un modello di business e di rapporto con i clienti - fruitori e investitori pubblicitari - che possa concorrere realmente con Google: evidentemente non è solo questione di modello, ma anche di tempistiche, di leadership e di management. All'alleanza Microsoft-Yahoo non basterà rincorrere Google e strappare quote di mercato; se si muovessero principalmente o soltanto in questa direzione, sarebbero quasi sicuramente perdenti perché il vantaggio globale dell'incumbent è molto ampio, dispiegato su diversi fronti.
Un altro aspetto fondamentale è che Google dovrebbe essere in grado d'integrare all'interno del suo modello di base anche gli altri settori della comunicazione digitale - quali affissione digitale, navigatori satellitari, consolle portatili di videogiochi, cinema digitale, product placement, location placement (che in gran parte è già attivo) - e di ampliare le aree interattive e di community.
Inoltre Google dovrebbe essere in grado di allargare il proprio raggio d'azione in termini sia di offerta di prodotti e servizi che di raccolta pubblicitaria, mentre, nello stesso lasso di tempo, il nuovo principale concorrente sarà occupato a organizzarsi e decidere come posizionarsi sul mercato.
Riprendendo il framework "banca", appare chiaramente che Microsoft e Yahoo hanno come unico framework di riferimento quelle che sono generalmente ritenute essere attività di una società di software e di una Internet Company, e difficilmente usciranno da quel modello restrittivo e limitante. Anche per questo motivo non possono essere prese in considerazione nel framework "banca".
E' invece importante notare come Google possa integrare con facilità nel proprio modello anche il pagamento diretto mediante cellulare, una tecnologia dirompente che è già utilizzata in pochi paesi dell'estremo oriente e che sta per essere introdotta a breve anche in Europa e nel Nord America.
Con questo servizio addizionale, Google potrebbe non solo continuare ad essere la più grande ed influente "Internet Company", ma potrebbe realmente diventare anche una vera e propria banca tra le più grandi al mondo.
Siamo tutti iraniani
Siamo tutti iraniani
di Rocco Pellegrini
La rete non sta soltanto cambiando i rapporti di forza nel sistema dei media ma, come dimostrano i fatti iraniani, ha raggiunto una tale energia che sta modificando gli equilibri di potere laddove nessuno avrebbe neanche osato sognarlo.
Quel che sta accadendo in queste ore in Iran è un fenomeno senza precedenti e capirlo e sostenerlo è un dovere per tutti noi.
E' la rete che ha favorito negli anni grazie all'attività instacabile di blogger e naviganti il dissenso contro i parrucconi, e che sta guidando oggi la protesta contro il regime anacronistico che regge quel paese.
Ognuno di noi può semplicemente aprendo una pagina oppure settando il proprio IM seguire il flusso degli eventi così come lo vive la gente che organizza e sostiene la rivolta in atto.
E' un'emozione davvero grande. Io sto seguendo da un paio di giorni dopo che Baccanico ci ha insegnato cosa fare per seguire gli eventi.
Gli studenti, le donne, tutti quelli che si sentono offesi e delusi dai brogli del regime contribuiscono in un flusso incessante di osservazioni, testimonianze, proposte, imprecazioni, speranze.
Uno dice, Yahoo non funziona più, ed un altro, non riesco ad aprire Gmail da stamattina, ma poi un altro messaggio dice Bebo funziona ancora; e poi c'è chi documenta i feriti ed i morti ignoti, c'è chi incita ad andare alla manifestazione che avverrà nel pomeriggio, chi dice che la rete funziona sempre di meno, chi suggerisce di usare proxy americani per aggirare la censura. Poi arriva uno che dice non soltanto a Teheran avete manifestato, nel mio paese di 40.000 abitanti ieri siamo scesi in piazza in 4.000.
Insomma un flusso inarrestabile di emozioni, di informazioni, di vita, la forza dell'intelligenza collettiva contro la tirannide e l'oscurantismo.
Si vincerà in Iran? E' difficile dare una risposta definitiva ma la sensazione che ho è che quel che si è levato in piedi è talmente forte, pacifico, potente ed innovativo che fermalo sarà davvero difficile.
Il voto degli italiani del giugno 2009
Il voto degli italiani del giugno 2009
di Michele Mezza
L'esito dell'ultima consultazione elettorale offre numerosi spunti di riflessione. Soprattutto per chi si occupa di comunicazione e mira a decifrare le nuove identità sociali per meglio comprendere e prevedere le tendenze della comunicazione digitale.
Avviare questa discussione è ancora più importante per chi , come ad esempio la comunità di mediasenzamediatori.org si è impegnata in questi mesi in una articolata ricerca sul voto americano e sul fenomeno Obama.
Proprio dalla comparazione fra i due processi può venire una lettura innovativa.
Il voto italiano, del resto, è ricco di indizi per inquadrare la società italiana e il suo contesto europeo.
Il risultato non consente incertezze di giudizio. Se sulla titolarità della vittoria sono ammesse sfumature, sull'identità dello sconfitto non ci sono dubbi: il PD.
Trovo davvero incomprensibili le contorsioni di chi tenta di consolarsi con l'aglietto, come si dice a Roma.
La sconfitta non è nemmeno tanto determinata dai dati numerici, sebbene il regresso di oltre sette punti percentuali e tre milioni di voti in dati assoluti, sono di per sè una sentenza inappellabile.
Ma a dare al tutto un tono perentorio è soprattutto il quadro generale che emerge dal voto.
Un partito d'opposizione, quale è il PD, anzi il partito antagonistico per eccellenza rispetto al leader del governo, come si è qualificato il partito di Franceschini, tutto può ammettere e tutto potrebbe discutere ma non di segnare un calo di circa un quarto del suo valore nello stesso momento in cui il suo avversario registra la prima delusione elettorale degli ultimi dieci anni.
Ed è esattamente questo che è successo: l'opinione del paese ha chiaramente arricciato il naso sulle qualità di statista del suo presidente del consiglio, ma altrettanto chiaramente ha fatto intendere che non gli passa nemmeno per l'anticamera del cervello di guardare al nuovo partito formato da DS e Margherita per il futuro del paese.
Una sentenza senz'appello, che lascia davvero pochi spazi alla speranza.
Quali altre condizioni si devono auspicare per immaginare un'affermazione del PD? Quali terremoti devono scatenarsi per attendersi un'inversione di rotta? Il risultato delle europee, composto da voti espressi e astensioni, ci dice che il partito di centro sinistra non dispone di un'immagine autorevole e rassicurante per governare il paese. Soprattutto per il suo bacino elettorale potenziale.
Sono gli elettori di centro sinistra che hanno bocciato questo PD.
Nonostante che dall'altra parte ci sia un personaggio come il cavaliere.
La bocciatura è a prescindere, come diceva Totò. Una bocciatura che investe sia l'area d'opinione che il mosaico degli interessi materiali e delle rappresentanze sociali che danno corpo e identità ad un partito.
I flussi verranno letti dagli esperti e capiremo in dettaglio come si sono orientati i singoli segmenti.
Ma i grandi trend sono ormai riconoscibilissimi. Nel voto europeo si assistito intanto ad una severa astensione che ha colpito entrambi i campi.
Nel centro destra, Berlusconi ha cominciato, ed è la prima volta che capita dalla sua discesa in campo, a pagare le sue diciamo "eccentricità" sia di stile, Noemi e dintorni, sia di contenuto, le riserve di giudizio dell'opinione internazionale.
Io credo, lo dico assumendo tutti i rischi di un'affermazione apodittica e brusca, che siamo davvero in prossimità di un esaurirsi della spinta progressiva del fenomeno Berlusconi.
Il cavaliere sta visibilmente invecchiando, e le sue disinvolture diventano da scandalose grottesche.
Ma il dato che comincia ad incidere è che il cavaliere non parla più al paese. Non lo fa nemmeno fisicamente: mai come in questa campagna elettorale si è misurato il suo "silenzio".
Al netto del caso Noemi, il premier non ha detto nulla e poco si è fatto vedere. A conferma che le polemiche sulle sue imprese, amicali o erotiche che siano, in realtà lo aiutano a mascherare la sua inadeguatezza politica.
Berlusconi si sta ritirando di fronte ad un quadro politico che si fa più complicato ed esigente.
Diciamo che il fenomeno Obama sta archiviando il folclore di Berlusconi. I numeri sono espliciti: il Popolo della Libertà ha perso in queste elezioni circa 4 milioni di voti, ha rovesciato i sondaggi che lo vedevano oltrepassare il 40%, ha portato il suo elettorato a non votare, e quando ha votato a non votare plebiscitariamente il capo.
Berlusconi ha molte ragioni per essere incupito, come dice Libero che ben lo conosce. Il premier, infatti, è dotato ancora di raffinatissime antenne ed ha ben compreso il senso del voto per lui: la ricreazione è finita.
Non bastano più le barzellette, la gente vuole strategie. Pretende politiche nuove, che non coincidano con gli interessi della fabbrichetta di famiglia, ma che conducano il paese nel mondo della post crisi.
Per questo Berlusconi ora si stringe a Bossi e cerca di succhiare da lui linfa vitale.
Sa bene che si profila un mondo nuovo, discontinuo, competitivo, diverso, per il quale non ha nulla da dire. Dove non basterà più galleggiare. Obama è stato eletto per questo dagli americani. I socialisti perdono per questo in Europa.: bisogna inventare un nuovo progetto di sviluppo.
Il Popolo della libertà non sfonda perché è ancora prigioniero nello scafandro del suo leader che non è più il valore aggiunto.
Quanto sta accadendo la Sicilia lo aveva già annunciato. Il Nord lo sta amplificando: con queste elezioni è iniziato il dopo Berlusconi.
Le fibrillazioni di Fini ne sono state un prodromo, le incursioni trasversali di Tremonti nel mondo delle partecipazioni statali, dove non a caso si incontra con Prodi, annunciano un possibile epilogo della destra italiana.
Insomma grande confusione sotto al cielo.
Ma, contrariamente a quanto diceva il Presidente Mao, la situazione non è eccellente, almeno per il PD.
Infatti mentre accade tutto questo pò pò di confusione il PD si inabissa. I risultati sono spietati: divelti dai territori amministrati nel sud, non considerati nemmeno al nord, in grave e progressivo logoramente nelle case matte del centro.
Questo come dato di opinione. Perchè poi il voto amministrativo è ancora più brutale: dove si governa si è scacciati, dove si fa opposizione si è rimpiccioliti.
Una sconfitta senz'appello.
Resa radicale dallo scenario politico: i voti persi non sono in libera uscita, come diceva Andreotti dei consensi democristiani che temporaneamente andavano a destra per protesta.
Sono voti che cercano riparo in formazioni senza speranza, ma che almeno danno identità: il laicismo dei radicali, l'essere di sinistra di Sinistra è Libertà, la falce e martello di Rifondazione. Voti sprecati ma almeno mi dicono cosa sono, o cosa vorrei essere. Oppure sono voti che entrano nel bingo di Di Pietro. Un gioco dove non si vincerà mai, ma siccome non costa nulla, anzi a partecipare si guadagna visibilità, allora diamoci dentro.
Ma volendo pure fare conto su questi voti, e immaginando, cosa del tutto irrealistica, di poterli sommare, comunque ci troveremmo condannati ad una marginalità permanente: 26% del PD + 8% di Di Pietro + 6% delle due formazioni di sinistra + 2% dei radicali = 42%.
Ma siamo davvero nel periodo ipotetico del terzo tipo, quello dell'irrealtà.
Il punto è che il PD è come un albero di natale trapiantato sulla spiaggia: un albero senza radici, collocato in un ambiente innaturale e senza simili, incapace di attecchire.
Come si è arrivati a tutto questo? La storia è troppo lunga.
Ma concentriamoci su un dato: perché in questi 15 anni non riusciamo, qualsiasi tentativo si faccia, qualsiasi leader incarni il progetto, a parlare al nord del paese. Un Nord che si mostra mobile, non arroccato, in grado di percepire proposte diverse.
Come dimostrano le oscillazioni a Milano, Bergamo, Brescia, Padova, il Piemonte, la Liguria, Venezia, il Friuli.
Una risposta ci viene dal laboratorio di Sesto San Giovanni, la vecchia Stalingrado D'Italia. In quel centro urbano, adiacente a Milano, dove 35 mila operai erano concentrati in sole 5 grandi fabbriche siderurgiche, oggi lavorano sempre 35 mila individui, in aziende che in media hanno non più di tre dipendenti, prevalentemente informatici.
Era la cittadella della CGIL, che aveva dato i natali a Giuseppe Pizzinato, il mitico capo operaio, divenuto negli anni 80 segretario generale della confederazione del lavoro, sostituendo Lama.
In quel centro, ad egemonia di sinistra da sempre, il Popolo della Libertà ha vinto le Europee e perso le amministrative.
Perchè? Nelle europee ha contato il richiamo ideologico di una base sociale ormai caratterizzata dalle proprie partite IVA, che ha votato il partito dell'impresa e l'ideologia no tasse prego.
Nelle amministrative invece, laicamente, gli stessi professionisti, piccoli imprenditori, tecnici e consulenti, hanno appoggiato il partito dello sviluppo e dell'agenzia delle infrastrutture telematiche, che è stata la provincia di Milano, guidata dal democratico Penati. Se c'è un modo per uscire dal guado è quello: riformulare un progetto politico realmente innovativo, che cominci a mutare il target di riferimento.
Fino ad oggi tutte le evoluzioni della sinistra riformista -PCI, PDS, DS, Ulivo, PD- hanno mutato nome e sede, lasciando intatti programma e gruppi dirigenti.
Proviamo a invertire il trend. Obama lo ha fatto in una congiuntura non dissimile: il dominio dei repubblicani sembrava eterno.
Certo li Bush si è suicidato con la guerra in Iraq, ma non bastava. C'è voluta la crisi economica a cambiare l'orizzonte, ad alimentare na nuova domanda politica, alla quale ha dato una risposta Barack Obama.
Anche in Europa la crisi ancora infuria. Bisogna ripartire da li. La destra sembra voler usare la crisi per riproporre una logica verticale, centralizzatrice, assistenziale.
I riformatori devono rovesciare l'assioma e assumere la rete come paradigma, esattamente come fecero con la fabbrica all'inizio del 900. Allora si disse pane e lavoro per civilizzare il capitalismo, oggi si può chiedere più saperi, più competizione, più accessi egualitari per rendere più funzionale e trasparente la nuova marca del mercato che si annuncia.
Ma per aprire questa riflessione bisogna avere chiaro che non si ha più nulla da perdere, che la sconfitta elettorale non lascia margini per formichine della continuità.
Altrimenti cambieremo ancora sigle e targhe davanti alle stesse sedi, ma i numeri saranno sempre gli stessi.
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Morte di un bambino di Rocco Pellegrini
Martedi 28 ottobre verso le 19 è morto mio nipote Rocco Pellegrini un bambino di 15 mesi. E' tragico quel che sto per fare perchè io ero il nonno di questo bambino che portava il mio stesso nome e la cosa normale è che lui avesse seppellito me questa essendo la logica del corso naturale della vita. Ma un tragico incidente di famiglia, una fatalità ineluttabile ha stroncato la sua giovane vita lasciando il padre, la madre, me e mia moglie in una disperazione così sorda e crudele che è difficile anche parlarne....continua a leggere
Sul rapporto del Censis
La rivoluzione del supermercato di Michele Mezza
Il rapporto del Censis parla anche al mondo della comunicazione. Annuncia una nuova stagione, che vedrà il mondo della rete, anche in Italia, candidasi a nuova spina dorsale del sistema culturale, produttivo e, conseguentemente anche politico....continua a leggere
Il ritratto di Dorian Grey
Il ritratto di Dorian Gray: con il nuovo contratto si chiude il secolo del narcisismo dei giornalisti
di Michele Mezza
C'è davvero un clima strano attorno al contratto dei giornalisti.
Dopo quattro anni di attesa, a firma dell'intesa sindacale sembra lasciare tutti di stucco.
Molti si sono affannati a dichiarare che si tratta, tutto sommato di un buon contratto. Altri invece gridano al contratto bidone.
Ma tutti sembrano frenati: con quello che sta accadendo nel mondo si tratta di quisquilie, pinzallacchere avrebbe detto Totò.
La gente ha ben altro per la testa. Mi permetto di dissentire.
La gente, pur con problemi che trascendono l'ancor invidiato mondo dell'informazione, farebbe bene a dare un occhio al problema.
Gli potrebbe capitare fra capo e collo, da un momento all'altro. Qualsiasi attività svolgano.
Innanzitutto il merito del contratto: è davvero brutto.
Un pessimo contratto, e una indecente gestione sindacale della sconfitta. Per certi versi il secondo è peggio del primo dato.
Guardiamo ai fatti: il contratto, dopo 4 logorantissimi anni, giunge a sancire un dato: i giornalisti non sono più al centro del processo di produzione e gestione dell'informazione. Poco male, si potrebbe dire, anzi, si aprono le gabbie e finalmente si parla.
Il fin troppo citato articolo 21, che tautologicamente è ormai un brand commerciale, smette di essere usato per rivendicare un'informazione libera, e diventa il motore del diritto a produrre, direttamente l'informazione.
Agoravox e mediasenzamediatori.org potrebbero festeggiare con l'antipaticissimo, ma mai come questa volta inevitabile, "ve lo avevamo detto noi".
Purtroppo il quadro è più complesso e pericoloso.
Il contratto smonta il quadro di garanzie professionali che avevano dato forma al vecchio ciclo fordista dell'informazione: autonomia del singolo giornalista, coproduzione dell'informazione fra editore/direttore/redattore, automatismi retributivi che sottraevano il singolo redattore dal ricatto potenziale dell'editore, negoziabilità di ogni singolo atto organizzativo.
Questo era il mercato dell'informazione: bilanciamento dei poteri nel ciclo produttivo e rilievo alla singolarità del redattore.
Bene o male, questo quadro ha garantito una dialettica tale da limitare strapoteri e vessazioni.
Certo dietro a questo sistema di garanzie allignava anche una rendita parassitaria di corporativismi protosindacali che hanno chiuso gli accessi alla professioni, appesantendo le redazioni e spostando il baricentro dall'informazione alla gestione dei flussi di entrata nel circuito redazionale.
Come sempre, in una dialettica sociale, quando si appesantisca oltre misura un quadro di prerogative non condivise socialmente, l'equilibrio si rompe e il pendolo oscilla sul versante opposto.
Questa è l'apparenza di quanto sta accadendo.
Se fosse solo questo, ripeto, poco male. Vivremo una stagione di riequilibri e di opposti estremismi, per ritrovare poi una fase di stabilità.
Ma questo riequilibrio avviene in una fase dove si sta riclassificando l'idea stessa di comunicazione.
Siamo in quella fase che Ivan Illich, uno dei massimi critici della modernità e dunque non sospetto di nuovismo preconcetto, definiva di passaggio "dalla pergamena al libro", ossia da un sistema di comunicazione verticale, centralizzata e costosa, ad un altro orizzontale, decentrato, e a basso costo.
Una fase che riconfigura tutto l'articolato modello produttivo e, soprattutto i profili professionali che vi sono applicati.
Siamo insomma in una fase costituente, potremmo dire, per mutuare dalla adiacente arena politica, un termine che fa sempre grande scena.
In questa fase i giornalisti sembrano davvero dei brutti anatroccoli. Quelli che erano dei cigni solenni, che si muovevano con agio e disinvoltura fra le crisi degli altri. Che spiegavano ai metalmeccanici della Fiat che nell'80 avevano perso perché non avevano percepito il nuovo che cresceva in fabbrica, le nuove figure professionali che si formavano, i nuovi modelli produttivi che fuoriuscivano dal perimetro di Mirafiori, ebbene proprio quei soloni oggi si guardano allo specchio e si ritrovano come tanti Gasparazzo, l'archetipo dell'operaio massa, furibondo e frustrato per la sua marginalità, che non si rassegna a non essere più classe dirigente.
Lo specchio dove si rifletteva l'immagine del giornalista libero e selvaggio, che volteggiava da una conferenza stampa ad un'inchiesta spericolata, fino ad inseguire i carri armati sulle colline del Golan si è rotto.
Siamo alle prese con una riduzione della paga, con una minaccia di mobilità, con prepensionamenti incombenti e licenziamenti alla porta.
Ora il punto è capire se si tratta solo di una vicenda che racconta del declino di una professione e di un ceto intellettuale che, come i professori, a metà degli anni 60, o i geometri negli anni 70, o i bancari negli anni 90, perde l'aura e le gratificazioni per avvitarsi in un processo di piccolo imborghesimento sociale.
O invece quello che balla in questa è il destino del sistema nazionale della comunicazione.
E qui veniamo alla gestione della sconfitta.
Perché che di sconfitta si tratta, voglio sperare non si debba discutere.
Una sconfitta che non è misurabile con dati quantitativi.
In un confronto sindacale non è difficile trovarsi in una situazione in cui si deve cedere. Capita di perdere.
Bisogna però intanto capire che si è perso, e non mentire a se stessi.
Secondo bisogna avere la lucidità, e la volontà, di individuare le ragioni della sconfitta, anche quando queste coincidono con i propri destini personali.
Questo deve fare un gruppo dirigente che, senza alcun disturbo e insidia, ha gestito in dieci e più anni, il destino della categoria.
Ed è quello che non sta avvenendo.
Noi abbiamo perso ma ancora non abbiamo capito da dove sono arrivati gli schiaffoni.
Il punto è che da anni, diciamo da almeno il 2002, si annunciava il cambio di fase.
E' davvero singolare che la categoria deputata all'informazione, a viaggiare, a capire come gira il fumo nel mondo, non abbia percepito la minima avvisaglia di un terremoto che avrebbe cancellato ogni rifugio.
Quello che sta mutando non è, come forse pensano persino qualche editore, il rapporto di forze che permette di recuperare potere e denaro in azienda.
Questo è l'errore che commise Romiti alla Fiat dopo la sconfitta della FLM nel 1980.
Abbiamo mano libera e ci riprendiamo la nostra fabbrica e i nostri dividendi.
Dopo dieci anni la Fiat cominciò a boccheggiare.
Quello che stava mutando nell'80 non era solo il modo di fare l'auto, ma il modo di usarla e di compararla da parte degli automobilisti.
Gli stessi operai della Fiat, e ancora di più i famosi 40 mila quadri che sfilarono dietro ad Arisio annichilendo i dirigenti sindacali, pretendevano di più dalle auto. Volevano un sistema di trasporto individuale, confortevole e a forte identità.
I giapponesi lo compresero, gli europei no.
Oggi nell'informazione non siamo distanti da uno scenario simile.
Non cambia il modo di fare giornali e TV, quello è cambiato dieci anni fa e chi non se ne accorto beato lui.
Cambia il modo di usare l'informazione. L'edicola non è un tabernacolo davanti al quale ci si mette in fila, ma diventa una boutique dove si sceglie per identificazione e coinvolgimento emotivo.
Esattamente come quando si sceglie una giacca o un ristorante.
Internet è stato il braccio armato di questa rivoluzione silenziosa.
La rete sempre più è diventata non la vetrina dove posizionare le proprie copertine, ma la fabbrica dove realizzare i propri contenuti.
E la rete non è uno strumento amorfo, ma ha un'anima, ha una cultura.
La domanda da farsi è: perche internet ha sconvolto il mondo dell'informazione più di quanto lo abbiano fatto il telefono, o la radio, o la TV, che pure introducevano innovazioni clamorose e spettacolari per il loro tempo? Il motivo è che Internet è un sistema sociale ed è sospinto da una nuova figura che rompe con lo scenario precedente, cosa che non facevano la radio e la TV, ossia l'individuo produttore, la voglia e la possibilità di intervenire nel processo di fabbricazione della notizia.
Questa è la novità. Una sconvolgente novità per chi fa di mestiere il mediatore, e campava sull'esclusione della massa dalla possibilità di interferire sul processo di produzione delle news.
Ora il punto è capire come ritrovare un ruolo e una centralità, non tanto per la categoria dei giornalisti, quanto per il loro sistema di garanzie e di valori sociali,quali la trasparenza, la libertà, il pluralismo, la competitività.
Su questo punto il contratto è un fallimento.
Non offre alcun elemento per ripartire, per riproporre un ragionamento di alto spessore per il mondo dell'informazione.
Ed è un fallimento per i giornalisti, che vedono umiliate le proprie ambizioni, ma anche per il sistema paese, che vede raggrinzire il proprio sistema informativo in una logica ragionieristica di pura sussistenza nelle pieghe del mercato.
Senza mabizioni di competitività internazionale e di abilitazione a produrre informazione ai nuovi soggetti, come i territori, gli enti locali, le comunità professionali ecc ecc.
La sconfitta dei giornalisti rischia di spingere il sistema editoriale italiano ad accucciarsi in una risibile autosufficienza, limitando gli investimenti sulla convergenza e adattando il sistema industriale ad una precarietà organizzata.
La mancanza di una controparte che solleciti e spinga il sistema a nuove condizioni di competitività, che non possono esaurirsi solo in un generico cost cutting, ma devono anche investire gli aspetti tecnologici e professionali, deprimerà l'intero mercato nazionale, riducendo anche gli stimoli per le nuove iniziative come appunto agoravox.
Non siamo nell'editoria in una fase di congiuntura finanziaria, come sembra leggendo il contratto.
Siamo in una fase di ristrutturazione e riorganizzazione strategica del sistema di elaborazione e comunicazione dell'informazione.
Siamo nella fase in cui i sistemi si confrontano in base alla propria capacità di ricerca on line, alla propria potenza di calcolo, al proprio sistema di ibridazione delle professioni, alla propria capacità di auto progettazione dei sistemi intelligenti.
Non si tratta di distribuire qualche redattore in più sui siti pubblicitari, o disporre di qualche smanettone in più in redazione al posto di qualche vecchio babbione giornalista come me.
Qui il punto è riorganizzare il sistema di identificazione, selezione e formattazione delle notizie.
Della loro trasversalità sulle diverse piattaforme, del modo in cui le fonti sono incrementate e le voci moltiplicate.
Siamo ad un tornante 100 volte più complicato e inedito di quello che all'inizio degli anni 80 impegnò i nostri colleghi che guidarono il processo di transizione d al caldo al freddo nella produzione dei quotidiani.
Voltandoci indietro quella fase ci appare teneramente naif rispetto ai problemi attuali.
Eppure l'impegno e l'elaborazione sindacale di allora fu gigantesca rispetto al nulla di oggi.
Si tratta di parlare alle decine di migliaia di giovani che disseminati negli anfratti della rete rischiano di diventare i crumiri di domani, mentre dovrebbero essere i prototipi di un nuovo giornalismo italiano, di un nuovo mondo professionale che renda questo paese non solo una platea per paytv e server giornalistici esteri.
Io credo che questa discussione sia troppo seria e drammatica per lasciarla solo ai giornalisti.
Ma al tempo stesso non penso che sia una buona cosa prescindere da questo mondo.
Allora che la rete si impossessi di questa sconfitta. La analizzi e la discuta. Che i giornalisti si guadagnino il diritto di parola riconoscendo il fallimento di una gestione sindacale ottusamente emergenziale e dicano no al contratto per dire si alla realtà.
E che tutti assieme ci si metta al lavoro.
Non c'è nulla del passato che valga la pena di conservare oggi.
Mentre il futuro non può dipendere dal bilancio di un editore.
Alberoni: il carro trionfale dei nemici della rete
Alberoni: il carro trionfale dei nemici della rete
di Michele Mezza
La nota di questa mattina, lunedi 23 febbraio, di Francesco Alberoni sul corriere della sera, segnala un ulteriore preoccupante ripiegamento del sistema intellettuale italiano, di fronte alla crisi.
Il senso del ragionamento del sociologo passato anche per il consiglio di amministrazione della Rai, è quello di dire visto che i giovani non ci seguono allora aboliamo i giovani.
Una logica raggelante, ma, purtroppo, non solitaria.
Si ingrossano le fila di chi, difronte al proprio isolamento, reagisce, chiedendo di abolire il suo interlocutore.
La singolarità del caso Alberoni è data dal fatto che giunge a poche ore dalla celebrazione dei fasti di massa del festival di Sanremo.
La domanda da porre è: chi fra i frequentatori di YouTube o Faceboock, o ancora meglio delle mille comunità attive di rete, e i 14 milioni di spettatori della kermesse di Bonolis è più lontano dalla realtà?
Alberoni lamenta che i giovani si droghino, combinando cocaina e web, mentre gli anziani che si paralizzano davanti alle esibizioni di Iva Zanicchi e Albano rappresenterebbero un saldo ancoraggio per la società.
Non siamo molto lontani dalle nostalgie di Gianni Riotta per il buon tempo antico, o ancora, dal disorientamento dei vari leaders politici, soprattutto del fronte riformatore, che non comprendano come il paese non li segua.
Siamo ad un cambio di paradigma che non ammette incertezze: cambia la lingua, non il linguaggio.
Per tanto, bisogna mutare i letterati.
Il battistrada del processo è la comunicazione, che non è più servizio accessorio, ma contenuto e formna del modello produttivo, del modo in cui si crea il valore.
E dunque, questa è la domanda, non sarebbe il caso di concedere a questa dimensione la dignità che nel secolo scorso fu accordata al fordismo, alla catena di montaggio?
Non sarebbe il caso di diventare davvero più radicali? Dobbiamo smettere di concedere ascolto e credibilità a chi ancora ci parla di cose irreali, di stupidaggini senza senso: la comunicazione multimediale oggi è il senso comune del pianeta, è l'unico modo in cui un essere umano in europa o in america o in cina può sentirsi parte di una comunità.
Il resto è davvero noia.
Ma l'indignazione non basta: bisogna andare oltre.
Bisogna che le comunità della rete si assumano la responsabilità di superare il proprio orizzonte e si misurino con il compito di ricostruire un modo di vievere di svilupparsi.
La crisi economica chiama la rete allo stesso impegno cui, nel 1929, fu chiamata quella straordinaria invenzione che fu appunto l'industria di massa: dare all'umanità un modo di crescere e diffondere la ricchezza.
Dobbiamo dunque creare senso comune: credo che si debba arrivare, anche in Italia, ad una sorte di grande Woodstock della rete, un appuntamento dove operatore, creativi, utenti, e osservatori trovino filoni di ricerca e mettano in comune il proprio sapere.
Bisogna arrivare ad un open source delle professionalità. Agoravox, mediasenzamediatori.org e tutte le comunità disponibili alla bisogna, potrebbero essere i promotori di questa mobilitazione.
Proviamoci nell'anno del futurismo, per non dover assistere frsa qualche anno all'ennesima rievocazione di un evento che ci è passato, inutilmente, fra le mani.
Controllo del territorio: Ronde o Urban Mediator?
Controllo del territorio: Ronde o Urban Mediator?
di Rocco Pellegrini
In questi giorni la discussione politica si è infiammata sulle ronde, un pò dappertutto.
Ho trovato argomenti eccessivi: "Si comincia dalle ronde ma non si sa dove si va a finire" ed anche iperbolici "Le ronde sono come le squadracce fasciste".
Secondo il mio modesto parere le ronde sono una risposta sbagliata ad un problema reale.
Il problema reale è il controllo del territorio.
Viviamo un'epoca pesantemente trasformativa di costumi e comportamenti. Le drammatiche condizioni di vita di molti paesi africani e le sperequazioni profonde di consumo e ricchezza rendono l'Italia una meta per tanta gente e questa non è certo una novità perchè è un processo che avanti ormai da molti anni.
D'altro canto la crisi economica si sta abbattendo con forza sempre più dirompente sul nostro tessuto sociale al punto che certi lavori, fin qui rifiutati da gran parte degli italiani e paticati quasi esclusivamente dell'immigrazione, tornano ad essere interessanti anche per tanti nostri concittadini generando dei conflitti tra poveri fino a qualche tempo fa praticamente sconosciuti.
Se poi si unisce a questo, elemento non secondario, che il governo tende ad estremizzare questo tipo di conflitti piuttosto che a stemperarli con soluzioni ragionevoli ed umanitarie il quadro è completo e molto difficile per tutti.
E' evidente che questo tipo di conflitto si riflette sul territorio.
Sbaglia un certo tipo di sinistra ideologica a ritenere tutto ciò una pura invenzione della destra perchè è proprio la gente comune, quella meno protetta dalla crisi e dal basso reddito, che risente di queste contraddizioni e le vive sulla propria pelle.
Sbaglia, però ancor più, anche quella parte della destra che ne ricava agomenti per predicazioni sostanzialmente razziste ed indegne di un paese civile.
Valga per tutto, anche se riconosco il carattere paradossale di quest'individuo, quel che dice il vicesindaco di Treviso Gentilini: neanche varrebbe la pena di polemizzare con questo indegno figuro se quest'uomo non parlasse nelle stesse manifestazioni dove parlano Maroni e Bossi che sono ministri della repubblica.
Sta di fatto che simili argomentazioni, intolleranti, reazionarie e nazistoidi si possono trovare soltanto in certi libretti della destra ultra xenofoba.
Eppure la società multietnic e multirazziale è quella che noi tutti abiteremo e, dunque, è necessario che si trovino delle soluzioni condivise per costruire una risposta non demonizzante ai fenomeni che stiamo vivendo.
Ora sono le ronde una risposta? Secondo me già la stessa parola ronda sa di medioevo e questa non è certo una virtù. Sarebbe come se io dicessi alla crisi dell'economia che stiamo vivendo in questi giorni propongo il ritorno alla società curtense. E' mai pensabile che nella società di Internet, delle webcam, dei satelliti la risposta stia nello strascico di qualche cittadino collaborativo, possibilmente ex poliziotto? Francamente fa un pò sorridere perchè sembra più un esorcismo processionale che una vera soluzione ai problemi reali.
Sono convinto che ogni società debba usare gli strumenti del proprio tempo per risolvere i problemi del proprio tempo.
E questi strumenti, badate bene, esistono nella rete perchè lentamente ma inesorabilmente ai problemi di convivenza urbana che sono simili in ogni parte del globo (villaggio globale) emergongo delle risposte moderne ed efficaci che potrebbero aiutarci a costruire meglio e più seriamente la casa comune che tutti viviamo.
Avete sentito parlare di Urban Mediator? Bene prendetelo in considerazione perchè, come Facebook ha risolto molto bene il piccolo mondo amicale portandolo ad un livello stratosferico fuori dal tempo e dallo spazio tradizionale che lo limitava, Urban Mediator o qualcosa di simile ci aiuterà a risolvere il problema del controllo del territorio in modo moderno ed innovativo.
Cos'è Urban Mediator? Per chi ne volesse una spiegazione approfondita consiglio il manuale in pdf le cui prime pagine in inglese spiegano nei dettagli di che si tratta ed a che serve.
Per chi voglia evitare i 3 megabyte del pdf unidea se la può fare anche da questa presentazione in flash.
In quel che resta di questa comunicazione mi limeterò a spiegarvi quel che ne ho capito e perchè lo ritengo una cosa importante per problemi complessi come quelli di cui sto parlando.
I problemi del territorio possono e debbono essere risolti attraverso la collaborazioni tra il cittadino elettore e gli enti locali preposti al governo del territorio.
Per permettere che questo processo colloborativo avvenga Urban Mediator (il mediatore urbano) mette a disposizione un software installabile su un qualsiasi server Linux che rende siponbile nativamente un ambiente accessibile sia tramite computer che tramite telefonino intelligente di ultima generazione.
L'idea è che la rete possa essere usata per portare attenzione su questioni locali, legate al territorio, accessibili direttamente attraverso mappe, per permettere che qualsiasi questione possa essere posta, discussa e potenzialmente risolta.
Molto brevemente su ogni questione (topic) posta all'attenzione della comunità è possibile creare un processo cognitivo ed operativo molto più semplice da fare che da descrivere fornmalmente come sto facendo.
Dunque vi consiglio di dare uno sguardo all'esperienza di Barcellona perchè lo spagnolo è facile e la cosa si capisce molto meglio che con tante parole.
Trovo tutto ciò assolutamente straordinario e chi fosse interessato mel lo faccia sapere perchè mi sto adoperando per attivare le risorse necessarie a qualche sperimentazione pratica in Italia.
La notizia del giorno
In memoria di Rocco Pellegrini
di Rocco Pellegrini
Martedi 28 ottobre verso le 19 è morto mio nipote Rocco Pellegrini un bambino di 15 mesi. E' tragico quel che sto per fare perchè io ero il nonno di questo bambino che portava il mio stesso nome e la cosa normale è che lui avesse seppellito me questa essendo la logica del corso naturale della vita. Ma un tragico incidente di famiglia, una fatalità ineluttabile ha stroncato la sua giovane vita lasciando il padre, la madre, me e mia moglie in una disperazione così sorda e crudele che è difficile anche parlarne.
E' come se il mio cuore fosse stato gelato da un freddo assoluto ed inesorabile e la vita stessa in questo momento mi
sembra un fardello difficile da sopportare. Lui era la mia vita e come farò adesso a vivere? Credetemi è un'esperienza che
non auguro a nessuno, una ferita aperta e sanguinante che, spero, soltanto il tempo, che sana tutto col suo scorrere
inesorabile, riuscirà a rendere meno onnipresente come oggi è per me.
Neanche la preghiera e la convizione assoluta che, come credente nutro sulla vita nell'altro mondo migliore di questa, oggi mi consola e mi da un qualche conforto.
Rocco starà senz'altro meglio ma io, noi della sua famiglia, come staremo?
Quando succedono queste sciagure ognuno reagisce come può ed, in generale, si sceglie la via del silenzio e della riflessione per metabolizzare la sofferenza e continuare a vivere.
Io stesso non mi sarei astenuto da questo comportamento e non avrei in alcun modo parlato di questa tragica storia se non mi fossi trovato di fronte ad un linciaggio mediatico, supportato dall'arroganza delle istutuzioni, di mio figlio e della sua compagna che mi spingono a superare il naturale riserbo ed a prendere pubblica posizione sull'argomento.
Lo faccio tramite il mio sito ed Agoravox.it perchè queste sono delle tribune libere e non sentine di turpitudine e di infamità come ormai si può dire per la grande maggioranza della stampa e del sistema dei media.
Questo sistema non rispetta nessuno, non tiene in minimo conto i diritti delle persone, non sa cosa siano umanità e comprensione ma, eccitato com'è dal gusto del profitto che una notizia può realizzare, ne dice di tutti i colori, entra come un trattore nel riserbo altrui per vendere una copia in più od ottenere audience stimolando i peggiori istinti dei lettori, qul tanto di morboso che è in tutti noi.
Ma non voglio trarre conclusione generali avulse dai fatti e dunque sono costretto a ripartire dalla nostra tragedia per spiegare come e perchè io e la mia famiglia siamo oggi oggetto di un vero e proprio linciaggio mediatico con notevole responsabilità anche della caserma dell'arma dei carabinieri di Ronciglione e della procura di Viterbo.
E' meglio lasciar parlare i fatti perchè sono eloquenti più di Demostene.
Tutta la tragedia si è compiuta in meno di un'ora tra le 18 e le 19 di quel maledetto martedì appena passato.
Mentre lavoravo al computer ho sentito mio figlio e la compagna che trafelati sono usciti di corsa dalla nostra bella casa nella campagna del viterbese. Non mi sono reso conto di nulla perchè altre volte li ho visti un pò agitati ed ho continuato a lavorare sulle tesi che dovrò discutere il 10 novembre. Dopo una ventina di minuti è arrivato mio figlio bianco come uno straccio; si è rivolto a mia moglie dicendo "mamma Rocco sta male, ha ingerito delle pasticche delle medicine di Beatrice e non respira bene vieni con me perchè ho paura".
Mia moglie, che stava al piano di sopra, è partita come un fulmine e sono scomparsi nella notte. Rimasto solo sempre cercando di mantenere un comportamento speranzoso ,"non sarà nulla, una cosetta da bambini, è andato al pronto soccorso, ecc" ho ripreso a lavorare. Dopo qualche minuto la preoccupazione ha preso il sopravvento ed ho chiamato il cellulare di mia moglie ma ho sentito che squillava sopra: era uscita senza il cellulare.
Dunque dovevo aspettare. Ma l'attesa è stata breve. Dopo qualche istante il cellulare di mia moglie ha cominciato a squillare. Ho risposto e lei mi ha detto che la situazione stava precipitando. Affannato ho preso la macchina e sono corso al pronto soccorso di Ronciglione. Appena arrivato ho visto un gruppo di persone che mi hanno detto di essere tutti tifosi per il bambino che stava rischiando la vita ma la porta era sbarrata. Ho suonato ed è arrivato un infermiere. Gli ho detto; come sta il bambino? E lui mi ha risposto: "è morto".
Non so come ho fatto a non cadere fulminato, ma sono riuscito a raggiungere una sedia e lì sono rimasto accasciato senza saper reagire in alcun modo.
Ho visto un tramestio alla porta d'ingresso del primo soccorso, che era lontana da me 3 metri, ma non riuscivo a concentrarmi, a ragionare, a riprendermi.
Dopo un tempo che non so definire è arrivata mia moglie disperata. In quel momento avevo paura di cercare mio figlio e la sua compagna Beatrice che hanno amato ed accudito Rocco cone nessun'altro al mondo perchè cosa dire, cosa fare, come consolare? Ma non era quello il problema.
Mio figlio e Beatrice non c'erano più. Erano intervenuti i carabinieri e li avevano portati via.
Non voglio, minimamente, banalizzare la gravità dell'evento. Quando muore una persona bisogna accertare la verità e capire le responsabilità ma c'è modo e modo per farlo. Bisognerebbe ricordarsi che le persone sono disperate, che quelli che potrebbero essere dei rei sono il padre e la madre del bambino morto e che, dunque, soprattutto per loro, quella che per tutti è una tragedia, è un evento distruttivo e drammatico. Ma chiedere umanità e comprensione è troppo per una cultura che stenta ad assimilare lo stato di diritto, inteso come diritto di tutti, nessuno escluso. Da quel momento non ho più visto i miei ragazzi e non ho avuto modo di parlare con loro.
I carabinieri sono venuti a casa mia ed hanno fatto una perquisizione accurata di tutti gli spazi da loro abitati. Dopo oltre 6 ore di perquisizioni, su ordine dell'autorità giudiziaria, hanno portato via i reperti che hanno creduto opportuno, ed hanno sigillato sia la parte della casa abitata da loro che il bagno utilizzato da Giulio e Beatrice.
Adesso aspetteremo che lor signori si degnino di fare gli accertamenti restituendoci l'agibilità della nostra casa come si conviene ad un paese civile.
In una notte piena di incubi aspettavamo il ritorno di Giulio e Beatrice ma soltanto alle sei della mattina i carabinieri ci hanno avvertito che erano stati arrestati senza spiegarci nè perchè nè per come.
Ci dice l'avvocato che i nostri ragazzi sono stai arrestati per possesso di droga.
Ho visto nei reperti trovati una piatina di canapa. Anche qui la legge prevede che il reato non sia dato dalla pianta in se ma dalla quantità del principio attivo presente nella pianta.
Dunuqe bando alle illazioni. Per sapere come stanno le cose, che cosa abbia portato Rocco alla morte e se e come sia stata trovata droga bisogna fare delle analisi, ed un'autopsia del corpo del bimbo.
Tutto questo non è stato ancora fatto e dunque non ci sono elementi per dire alcunchè su questa tragica storia.
Ma ieri i carabinieri di Ronciglione forse in accordo con la procura di Viterbo, rompendo il riserbo che il buon senso avrebbe dovuto dettare, hanno fatto una conferenza stampa nella quale hanno raccontato una sorta di Cogne bis, ricostruendo la vicenda non sui fatti ma sul profilo delle persone convolte, scatenando così la stampa che ha coperto di ingiurie e di falsità la mia famiglia.
C'è da dire, ad onor del vero, che mio figlio ha un passato di tossicodipendenza dalla quale ha cercato di uscire con sforzi molto grandi ma sempre precari.
Per me la tossicodipendenza è una malattia, non una malattia morale. Ci si cade senza sapere quale inferno si attraverserà ma chi ne resta vittima è come un malato qualsiasi che va curato e non demonizzato quale fosse un appestato del nostro tempo.
Invece la morte del bimbo, per come la hanno raccontanto i giornali, sarebbe una prova provata della scelleratezza di un povero drogato.
Quanto alla compagna di mio figlio ha avuto dei disturbi psichici ed è in cura, ancora oggi.
Ho letto un articolo sul Messagero di Roma in cui il giornalista ha parlato di vite bruciate. Bruciato sarà lei, caro giornalista dei miei stivali. Cosa ha studiato a fare, perchè ha imparato a scrivere per dire simili idiozie? Viviamo in un mondo che difende il diritto dell'embrione ma una persona in carne ed ossa che ha una vita difficile, piena di sofferenze è una vita bruciata? Non lo sa che l'essere umano è inconoscibile nella sua essenza e quello che pare un cretino potrebbe essere il nuovo genio dell'epoca? Si vergogni se ha una coscienza ma stia certo che la porteremo in tribunale per rispondere del modo in cui ha trattato delle persone in grave difficoltà. Guardi dentro di se che troverà un deserto altro che bruciato, mi creda.
Il Corriere della Sera ha parlato di tugurio in cui viveva il bambino. La nostra casa è una gran bella casa e per allestire la parte dove vivono i nostri ragazzi abbiamo speso non poco. Dunque quale tugurio? E poi se anche fosse non è nato Gesù in una mangiatoia?
I lanci dei telegiornali ed in particolare il Tg1 sono stati dei veri e propri plotoni d'esecuzione. Ma non voglio dilungarmi sulla sporcizia che sporca anche chi si sofferma a parlane.
Sto raccogliendo il materiale tutti quelli che hanno detto delle cose false e ne risponderanno davanti alla legge.
Quello che posso dire come mia testimonianza sulla vicenda di mio nipote è che mai un bambino è stato così amato e curato come Rocco è stato allevato dai suoi genitori. Sia il padre che la madre hanno dato per lui tutto quello che potevano dare ed anche di più. Nei 15 mesi di questa breve e meravigliosa esistenza questo bambino è stato il fulcro dell'affetto della nostra famiglia e non lo ho mai visto piangere se non per ottenere quello che voleva. Un padre ed una madre così teneri e devoti potrebbero essere di modello per tanti e sicurmante lo sono stati per me che, preso dalla mia vita, non ho dato a mio figlio tutto il tempo e la dedicazione che lui e Beatrice hanno dato a Rocco. In quindici mesi non sono usciti che tre volte. Dunque questa non è la storia dell'abbandono e dell'infanzia negata ma è una tragedia, punto e basta.
Cari amici di Agoravox e voi tutti che leggete il nostro sito mediansezamediatori.org per fortuna che c'è la rete e che abbiamo la possibilità di difenderci da soli. Spesso ci dimentichiamo di quanto importante è questa rete che ci protegge da un mondo di pazzi. Forse così daremo un contributo a cambiare questa vergognosa situazione di un mondo dei media che non solo nasconde la verità ma spesso la crea ad arte come in questa tragica storia che, col cuore rotto, vi ho raccontato.
La meditazione
Decreto su Eluana Englaro: Napolitano non firmerà!
di Rocco Pellegrini
La vergogna di quel che sta succedendo è sotto gli occhi di tutti. Il governo ha approvato un decreto legge che costringe l'interruzione della scelta fatta dalla famiglia Englaro nonostante una volontà esplicita del Presidente della Repubblica e del Presidente della Camera.
Neanche il conflitto istituzionale, al massimo livello, ha fermato la crociata che questo governo ha deciso di fare contro la volontà della maggioranza degli italiani.
Lo stesso Berlusconi ha ammesso che, anche dai loro sondaggi riservati, la maggioranza del paese è con la famiglia Englaro.
Eppure, stamattina in un Consiglio dei Ministri dedicato ad altro, hanno deciso lo strappo senza sentire nessuno. Uno strappo inaudito anche perchè Napolitano aveva inviato una lettera in cui consigliava al governo di desistere e di muoversi in un'ottica di prudenza ed umanità.
Quali pressioni si sono abbattute sul governo e quale follia politica e morale ha potuto imporre una scelta così negativa e così malvista nel paese? La responsabilità più grave è delle Chiesa che, presa com'è dal rispetto astratto di simboli e paradgmi, è sempre contro alle persone in carne ed ossa.
Ma questo governo che susbisce le pressioni in questo modo che cos'è?
Perchè si permette di sfidare così pesantemente il sentimento ed il vissuto della pubblica opinione?
E' ora di reagire e di non accettare che le cose possano andare nella direzione che questi mascalzoni hanno scelto di seguire.
Innanzitutto mi appello al Presidente Napoletano perchè non firmi quest'infamia che viola il diritto, il buon senso ed anche la pietas verso la famiglia e verso il sentimento della grande maggioranza degli italiani.
Non sono certo un estremista e non mi straccio le vesti ad ogni stormir di fronde ma ogni cittadino deve sentire che questo è un momento particolare, che questa gente deve essere fermata, ricondotta a più miti consigli.
Se bisogna manifestare, manifestiamo.
Innazitutto usando la rete perchè si levi l'indignazione popolare ed i porci si rendano conto che il paese comincia ad essere stanco del loro arbitrio e della loro arroganza.
La meditazione
Come era verde la mia valle
Di Michele Mezza
Il corriere della sera di oggi va conservato. Gelosamente. In sede storica potrà essere esibito per spiegare come mai, il sistema Italia, le sue istituzioni e gli apparati nazionali, non hanno retto allo shock della modernità e continuano a demonizzare il cambiamento.
Il quotidiano pubblica in prima pagina una toccante testimonianza di Carlo Revelli, fondatore di Agoravox, il più efficace portale di giornalismo partecipativo francese, ora in attività anche in Italia. Carlo, da notizia di essere il figlio naturale di Carlo Caracciolo, dando conto della sua storia personale.
La lettera è pubblicata in prima pagina del principale quotidiano italiano. La notizie in effetti è ghiotta. E Carlo non è uno qualsiasi, ma, appunto, il fondatore della più prestigiosa realtà giornalistica on line.
Nelle pagine interne è riportato il testo della lezione di giornalismo tenuta all'Auditorium di Roma da una delle teste più lucide del giornalismo italiano, Gianni Riotta, direttore del TG1.
Il quale, sempre in maniche di camicia, bianca come quella di Obama, dall'alto del suo trono giornalistico, e alla luce di un'aureola di giornalista moderno, che ha lavorato persino negli USA, ci spiega perché la rete è tutta una bufala.
Che dire di più. Davvero cadono le braccia.
Per mantenersi nel solco delle citazioni evangeliche che il direttore del TG1 ha ritenuto utile fare, si potrebbe citare Marco, ma non ho il tempo di controllare su wikipedia il numero preciso dei versetti e dunque cito a memoria col beneficio d'inventario, "voi che siete il sale della terra, se siete sciapi voi chi mai potrà insaporirvi?".
Nel merito il dibattito è lecito. La querrelle sull'attendibilità della rete è infinita.
C'è chi dice che la rete non seleziona e sparge mala informazione, chi risponde che i milioni di occhi che scannerizzano i siti, minuto per minuto, sono la migliore garanzia contro le bufale, come dimostra appunto wikipedia, dove gli errori, o le menzogne, durano, in media, 4 minuti.
Ma la domanda vera è un'altra: perché il telefono, o la radio, o la TV, che pure hanno avuto una pervasività, e una discontinuità tecnologica nella successione mediatica, non inferiore alla rete oggi, non hanno sconvolto il sistema informativo come internet?
E' una moda risponde il gioviale Riotta, reduce dalle sue lezioni alla Columbia University.
Forse, con maggiore prudenza, e minore ansia di apparire pronto per più assennati e responsabili ruoli, si potrebbe dire che internet non è un linguaggio ma un alfabeto.
Ossia la rete inevitabilmente impone comportamenti e grammatiche radicalmente nuove. Con internet, dice Dan Gillmore, uno dei blogger più seguiti e controllati, il giornalismo è una conversazione.
Comprendo che chi si adagia sul proprio soliloquio ne sia infastidito.
Internet modifica la geometria professionale. Non dovremmo scomodare Marshal McLuhan per capire che il mezzo diventa contenuto, e come la macchina da scrivere di Nietszche, interferisce sul testo.
Basta citare le ultime narrazioni.
Chi e come ha raccontato l'attentato terrorista di Mumbay? Come abbiamo visto la guerra a Gaza? Chi ha documentato l'ammaraggio nell'Hudson dell'aereo passeggeri? Ecc. ecc.
Ormai bisogna constatare che l'individualismo produttivo, trasforma ogni testimone in un reporter. Non è una moda è un processo sociale .Certo che prima era tutto più lindo e ordinato.
E i titolari della mediazione potevano distribuire le loro verità.
Poi è arrivato il disordine.
Già Platone nel Fedro si lamentava dell'uso della scrittura, che avviliva la tradizione orale, figuratevi Riotta.
Prima il TG1 poteva trasmettere impunemente immagini "irreali" di platee colme dinanzi a leaders politici, o servizi sulla morte del bambino di Sutri, dando per scontato che i responsabili senza appello fossero i due giovani genitori.
Oggi la bufala del TG1 porta i genitori a rivolgersi alla rete ed a cercare di ripristinare un pò di decenza nei fatti.
Così è avvenuto a Ferrara per il giovane morto in questura, Così accadde ad Abu Graib, nel carcere lager in Iraq, ecc. ecc.
Se proprio di bufale vogliamo parlare ,sempre per restare al Vangelo, "chi è senza peccato scagli la prima pietra".
Siamo certi che questa fatica non toccherà al direttore del TG1.
La meditazione
La rivoluzione del supermercato
di Michele Mezza
Il rapporto del Censis parla anche al mondo della comunicazione. Annuncia una nuova stagione, che vedrà il mondo della rete, anche in Italia, candidasi a nuova spina dorsale del sistema culturale, produttivo e, conseguentemente anche politico.
E' la prima volta -va notato- che si apre una prospettiva di rottura del vecchio modello assistenzialistico-industriale, quella specie di fordismo in salsa di pomodoro, quel mercato temperato dalla Cassa per il Mezzogiorno, che ha visto l'Italia prima prosperare, nei decenni 50 e 60, e poi galleggiare, nel successivo trentennio.
Oggi De Rita, nell'annuale rapporto Censis che scannerizza la società italiana da oltre 40 anni, coglie l'elemento di rottura insito in ogni crisi dalle dimensioni di quella che ci sta avvolgendo.
Si stanno sbriciolando le categorie politiche ed economiche che legavano la società italiana, e si apre la strada ad una trasformazione radicale. Siamo alla seconda metamorfosi, scrive De Rita, dando per conclusa la prima metamorfosi, che viene datata dal dopo guerra fino all'inizio degli anni '70.
La crisi economico finanziaria che sta montando è destinata a segnare profondamento le nostre abitudini, riposizionando comportamenti ed identità. A cominciare dalle modalità di quel rito globale che al momento sembra l'unica manifestazione comune che lega tutti gli esseri umani del pianeta: il consumo.
Il modo di consumare, di approvvigionarsi, di soddisfare i propri bisogni ed i propri desideri, con sempre una più totale identificazione fra i due generi, è destinato ad uscire del tutto stravolto dal tunnel della congiuntura economica.
La paura ci porterà a rompere le nostre abitudini ed a guardare con più interesse e curiosità a nuove proposte.
Ma come, tempestivamente, ci segnalava Nova, il supplemento del Sole 24 Ore, di questa settimana la metamorfosi del consumo si intreccia con le nuove culture digitali.
Andrea Granelli nell'articolo guida del dossier consumo di Nova ci spiegava, giustamente, come le pratiche di acquisto stiano già profondamente modificandosi.
Secondo due tendenze: l'emozione e la relazione.
La prima è il sentimento che ormai sempre con più forza deve esprimere un brand per attirare e persuadere il singolo consumatore.
Bisogna produrre emozioni per spingere all'acquisto. La seconda tendenza è quella di una relazione che sempre con maggiore metodicità deve legare l'acquirente alla comunità che si raccoglie attorno al prodotto.
La rottura di un'istintività individuale che ormai porta ognuno di noi a cercare ormai di separarsi dai grandi gruppi di consumatori, per individuare prodotti e servizi se non esclusivi, certo almeno dedicati, mirati a se stessi, deve essere giustificata da una grande condivisione sentimentale che si costruisce appunto lungo le due direttive: l'emozione e la relazione.
Due direttive che sono esattamente i due motori che alimentano e inducono ad immergersi nella società della rete.
E' infatti proprio la rete, la cultura digitale, il potere di pretendere accesso e interattività immediata a chiunque e per qualunque cosa, che oggi determina il nuovo paradigma, che offre la piattaforma per sostenere e gestire il nuovo cambiamento.
Il consumatore diventa, anche nel processo di stipula dei singoli contratti di acquisto di un bene o di un servizio, un coprodottore, si determina anche nello scambio mercantile un modello user genereted content, dove entrambi le parti, seppur in via asimmetrica, concertano lo scambio.
Il venditore non è più l'unico titolare ne l'esclusivo ideatore della micro operazione commerciale.
Ha sempre più bisogno di prevedere una complicità, un'associazione attiva del suo singolo cliente.
Questo riconoscimento è destinato ad aprire le porta ad una nuova società, ad un nuovo modello di sistema paese, nuovo dal punto di vista economico, commerciale, ma anche istituzionale e politico. Del resto l'eco che ci arriva d'oltre atlantico con l'elezione di Obama è fin troppo chiaro: il social network si è messo in politica.
La metamorfosi intuita dal Censis, avrà un'ampia pervasività, e orienterà ogni singola sfera delle nostre attività.
Inducendo, inevitabilmente quella discontinuità nei singoli piani. Le nuove pretese di questa innovativa figura di acquirente attivo e dotato culturalmente e strumentalmente, selezionerà duramente e spietatamente il mercato e le istituzioni.
Non si tratta solo di buttare fuori quel sottobosco di improvvisati e vessatori operatori economici, che ancora lavorano con il modello broadcasting in economia da uno a tanti e senza tante discussioni- quanto di far affiorare una nuova cultura, nuovi profili professionali, una nuova logica, dove il consenso, la soddisfazione, la compartecipazione del cliente viene verificata in tempo reale.
Lo stesso approccio si riverserà sul versante dei servizi pubblici, del welfare.
La statualità, il modo di essere stato, il rapporto fra governanti e governati non potrà non essere investito da questa emancipazione dell'individiduo.
Il poter sperimentare, quotidianamente il proprio potere di condizionamento della controparte non potrà non pesare in fare dell'organizzazione del consenso politico e nell'itinerario della decisione istituzionale.
Per questo penso che siamo entrati in un tornante che ci condurrà in una nuova società che si costruirà attorno alla cultura del social network o ancora meglio del cloud computing, di quella straordinaria logica della distribuzione e dell'accesso alle risorse che la rete sta architettando.
E' questa la cultura dell'accesso -diamo merito a Jeremy Rifkin che ce la segnalava almeno cinque anni fa- rispetto agli statuti proprietari.
E' la cultura dell'ambiente, depurata da scorie ideologiche, che determina un nuovo paradigma di vivibilità e di partecipazione. E' la cultura della comunicazione a rete.
Qualcosa di concreto e non indolore si sta gia configurando.
Pensiamo ad esempio alla crisi che sta investendo il mondo dell'editoria. Che cosa è se non il segnale che le nuove logiche sociali e le nuove possibilità tecnologiche, stanno rendendo insostenibile il vecchio modello dell'impresa editoriale. Negli Usa, ma fra non molto anche nel nostro paese, è ormai visibile l'inadeguatezza delle aziende che gestiscono i quotidiani e le catene televisive generaliste.
Siamo ad un modello ormai fuori mercato. Le fonti di finanziamento -pubblicità e revenue a vario titolo, decrescono sia per la crisi economica, e sia per lo sventagliamento della gamma di media che estende le possibilità di scelta per utenti e inserzionisti.
Dobbiamo rimodulare la catena del valore: il ciclo di produzione delle news e dell'intrattenimento deve essere radicalmente rivisto. Meno duplicazione di funzioni, nuove figure professionali, centralità della rete non solo come infrastruttura connettiva ma anche come linguaggio e modello di partecipazione.
Siamo ad una svolta: i mediatori si devono rivisitare. Ma abbiamo anche dinanzi una straordinaria opportunità: dopo un secolo, il 900, trascorso a cercare un nuovo modo di vivere e produrre, abbiamo ora dinanzi la parte migliore del capitalismo, i segmenti più creativi, colti, dotati, e giovani, a tutte le latitudini del globo, che si stanno incamminando lungo una nuova strada. Tutto ciò che era verticale tende a diventare orizzontale e tutto ciò che era stato lasciato in orizzontale si sta verticalizzando, si potrebbe dire parafrasando il Negroponte switch della meta degli anni '90, sul passaggio su cavo di quanto era via etere e viceversa. In effetti, mercato, politica, istituzioni e comunità stanno riscoprendo il gusto di un intreccio orizzontale fra produttore e utente, a tutti i livelli, mentre quelle attività che venivano orizzontalizzate per renderle marginali e occasionali, i servizi territoriali, l'assistenza, la formazione, diventano funzionai primarie e unitarie dell'essere stato.
Non è questo uno straordinario cambiamento al quale dare un'anima più compiuta, senza lasciare che sia la crisi a compiere anche l'ultimo miglio della mediamorfosi? Come diceva Eistein i problemi non possono essere risolti con la stessa cultura che li ha generati.
Siamo davvero all'inizio del nuovo.
Ora tocca al popolo della rete.
Introduzione alle wordcloud
Wordcloud, valore semantico di un testo: fotografare il pensiero
di Rocco Pellegrini
E' semplice utilizzare nei propri articoli che si scrivono per essere pubblicati in rete le wordcloud.
Cosa è una wordcloud? E' un immagine ricavata dall'analisi semantica di un testo.
Ogni testo ha la sua wordcloud che sarà sicuramente diversa da qualsiasi altro testo.
L'immagine che vedete nel primo paragrafo di questo mio testo è generata da questo testo stesso e dunque da un'idea, non solo esteticamente, ma semanticamente valida delle parole che ho usato per scrivere il testo.
Si dice che un'immagine vale più di cento parole ed in questo caso il detto appare ragionevole.
Osservandola è come se potessi odorare il contenuto del testo che sto per leggere perchè la diversa grandezza delle parole corrisponde all'uso e se volete all'abuso del testo rappresentato.
Generare una wordcloud è estremamente facile.
Esiste un sito, un servizio di rete Wordle.net che permette di generare con estrema facilità una wordcloud.
Non c'è bisogno di registrarsi per usare il servizio, si va e si fa.
Arrivato nel sito clicco su Create la seconda voce del menù principale partendo da destra.
Mi compare una classica casella di dialogo.
In quella casella incollerò il testo dell'articolo che voglio rappresentare avendolo prima copiato naturalmente.
Non mi resta che cliccare su Go ed il gioco è fatto, la wordcloud viene generata.
Posso cambiare i colori, i font a mio piacimento ed infine devo salvare l'immagine generata.
Quando salvo l'immagine il sito stesso s'incarica di fornirmi una snippet di html che posso usare nel mio sito, personalizzandola se capisco qualcosa di html, essendo il codice semplice.
Tutto qui.
Mi sembra un'idea luminosa che estende le ben note tagcloud.
Agoravox usa nella sua homepage una tagcloud per indicizzare gli articoli del giorno e non è il solo sito che fa questo.
Bene la wordcloud è un'estensione di questa logica molto usata nel web.
Un'idea semplice ma bella.
D'altre parte lo sappiamo, le cose semplici e, dunque, belle sono sempre le più difficili.
Un'ultima considerazione per individuare un piccolo difetto di questo bel servizio di rete.
Wordle.net usa java per generare e per mostrare la wordcloud e non tutti i browser gestiscono bene java.
Quelli moderni non hanno problemi ma quelli vecchi si.
Tuttavia porre rimedio a questo piccolo limite è banale.
Basta usare uno screensaver, cioè un programma che permette di salvare una schermata o una porzione di esso.
Ce ne sono tanti di screensaver ma se chi legge non ne ha uno disponibile io consiglio Jing che è gratis si scarica dalla rete e funziona ottimamente.
Per chi scrive nella rete avere uno screensaver è importante perchè ci permette di trasformare in immagine una qualsiasi pagina visualizzata.
Sarà banale salvare la nostra wordcloud come immagine png ed usarla ovunque ci serve.
Per correttezza, però, bisognerà citare Wordle e non fare finta che quella meraviglia sia soltanto farina del nostro sacco.
Novità nel caso del piccolo Rocco
Novità nel caso del piccolo Rocco. Giornalisti: fuoco amico sulla morte di mio nipote
di Grazia Gaspari
Sono la nonna del piccolo Rocco. Finora, nonostante scrivere sia il mio mestiere, sono rimasta in disparte, pietrificata dal dolore e dalle brutte cose che ci hanno gettato addosso giornali, telegiornali e rubriche varie.
Non sono stata in grado nemmeno di rispondere ai tanti messaggi di solidarietà e di condoglianze che ci sono giunti. Purtroppo le ferite del cuore sanguinano costantemente..... costantemente fanno male e il dolore ci segue anche quando si sorride Ora però ci sono delle novità.
Sembra sia stata depositata la perizia medico legale secondo la quale il bambino sarebbe morto per aver ingerito metadone.
Dico sembra perché noi, come diretti interessati, non ne siamo stati informati ufficialmente.
Le notizie ufficiose apparse sui giornali e sulle agenzie di stampa parlano anche di evento accidentale dal momento che nel latte e nella minestrina del bambino non è stato rilevato nulla.
Una disgrazia, una terribile, maledetta disgrazia come abbiamo sostenuto fin dal principio dal momento che è stato proprio mio figlio a prospettare questa possibilità ai medici del pronto soccorso dopo aver visto sul pavimento della cucina un flaconcino vuoto che forse poteva essere inspiegabilmente finito nelle mani del bambino, vivacissimo, che non sapeva parlare, ma sapeva usare il cellulare!!! Tra parentesi la detenzione del metadone è legale perché è considerato un farmaco, oltretutto prescritto da una struttura pubblica.
Non voglio tuttavia entrare troppo nel merito di questi fatti, primo, perché mi fa troppo male, secondo, perché è in corso uninchiesta che stabilirà, si spera, la verità.
Voglio invece parlare sulluso che i media hanno fatto di questa tragedia, sul loro modo di recepirla, di raccontarla.
Parlo nella duplice assurda veste di giornalista e di vittima dei giornalisti.
Come dicevo, la notizia della perizia depositata sembra sia uscita sabato pomeriggio, a 72 giorni da quella fatale domenica.
Ma i media, veri veggenti, avevano anticipato esami e consulti e avevano stabilito che si trattava di metadone. Lo hanno affermato con assoluta certezza pur in assenza di autopsia e di esami clinici.
Una certezza incerta che ha tuttavia permesso di giudicare e soprattutto di condannare: degrado, coltivazioni di cannabis, spaccio, abbandono di minore per andare a feste e festini, e così via. La mia casa è stata fotografata in lungo e in largo e a testimonianza del degrado in cui viveva la giovane famiglia è stato ripreso uno stendipanni di plastica bianca volato via per il vento che sulla collina dove abitiamo spesso soffia molto forte arrivando a buttar giù anche grossi vasi di piante.
Tutti a cercare un qualche appiglio che suffragasse lidea dedotta o indotta delle vite bruciate che ne bruciano una terza. Eppure il bambino di queste vite bruciate è sempre stato in perfetta salute, non ha mai avuto nemmeno un raffreddore!!! Mamma e papà, in un anno e mezzo, sono usciti la sera solo 3 volte e questo nonostante i miei reiterati e interessati inviti perché così potevo passare un po più di tempo con il mio nipotino.
La nostra casa, una bella casa in un posto meraviglioso perlomeno a detta di tutti coloro che ci sono venuti, è diventata improvvisamente la casa degli orrori, del degrado. Eppure chi lo ha scritto non conosceva né le persone, né il luogo. Una collega che passa come professionista di spicco, tra le cose sbagliate di cui ha informato, ha riportato la seguente dichiarazione di un carabiniere: abbiamo trovato molto materiale cancerogeno come lame .
Può capitare che il carabiniere, impacciato e in imbarazzo per le telecamere, dica una fesseria, ma starebbe al buon senso del giornalista e alla sua buona professione, evitarne la pubblicazione facendo così un favore al povero carabiniere e a se stessa. Infatti che credibilità può avere una giornalista che non ha nozione di ciò che è o meno cancerogeno e per di più non chiede nemmeno spiegazioni? E poi cosa sono le lame? Intendeva i coltelli? E quando mai i coltelli sono cancerogeni? Tralascio . su altri aspetti e particolari ridicoli.
Tutti dunque a scarnificare i resti di due giovani genitori, sicuramente con tanti problemi da cui cercano tuttavia di venirne fuori, chi è senza peccato scagli la prima pietra, colpiti da una tragedia più grande di loro.
Sì, perché tutti sono pronti a puntare il dito contro, ma nessuno si mette mai al posto dellaltro.
Sommariamente si giudica, sommariamente si condanna senza porsi il problema degli effetti che la condanna sommaria, emessa da giudici sommari avrà sul destino e sul futuro delle persone.
Ha ragione mio marito plotoni di esecuzione. La magistratura ordinaria viene messa da parte, troppo lento il suo procedere. I nuovi togati diventano i giornalisti, intoccabili, super pagati . che dispongono di armi micidiali . che maneggiano come e contro chi vogliono in nome del diritto di cronaca.
Non tutti sono così ovviamente, e io non voglio giudicare le persone, ma i loro atti.
E vengo ad un altro elemento.
Nessuno dei cronisti o super professionisti che ha seguito l'evento si è posto la domanda retorica, ma magari reale, se la vicenda non fosse un pretesto, un buon pretesto, per sferrare una mazzata mortale ai tanto odiati sert, strutture già da tempo sotto tiro?
Eppure il ministro Giovanardi è intervenuto sul fatto con la lodevole velocità della luce .
Aveva addirittura già stilato programma, linee guida e procedure.
A nessuno, nemmeno ai giornalisti democratici, è sorto questo piccolo, modesto sospetto. Era più accattivante lapidare ... capisco!
Se si fosse trattato di altra sostanza tossica non avrebbe fatto notizia, eppure le statistiche e gli studi sugli incidenti domestici a bambini riportano dati impressionanti e venirne informati sarebbe assai utile. Ma le cose utili non fanno notizia.
Ho iniziato la professione all'interno del quotidiano il Manifesto, alla scuola di persone di alta caratura morale, culturale e professionale. Due i principi inderogabili: dire sempre la verità, dubitare dell'apparenza.
Principi che nella pratica corrente sembrano risalire a Ramsete II-
Colgo comunque l'occasione per ringraziare.
Ringrazio gli amici, i colleghi, i conoscenti che ci sono stati accanto con amorevolezza e partecipazione.
Ringrazio le tante persone che hanno condiviso le parole di mio marito Rocco che nonostante il grande dolore è sceso in campo per difendere la dignità della sua famiglia. Davide e Golia, un nonno, che pur nella sua fragilità, si è contrapposto ad un gigante assetato di sensazionalismo e morbosità!!! Certo Rocco, essendo stato un politico e ora uno studioso e un informatico, è riuscito a formulare una difesa . Ma quanti sono in grado di farlo? Quanti subiscono crudeltà e violenze senza nemmeno poter profferire parola?
Ringrazio Mediasenzamediatori.org, AgoraVox.it e Articolo 21 che hanno dato voce, con la loro voce, al nostro diritto alla difesa.
E prima di loro, mi consentiranno, ringrazio Dio, scusate questa digressione religiosa, proprio per Internet.
Grazie alla Rete tutti possiamo parlare, esprimerci, dire la nostra contrariamente a quanto fanno giornali e riviste (per non parlare della Rai servizio pubblico) che pure ogni anno ricevono sovvenzioni dallo Stato (le tasse di noi cittadini) per circa 600 milioni di euro. Una lista infinita in cui si trovano anche testate famose che dovrebbero vivere dei loro proventi. Non solo, anche l'editoria ha un rimborso del 10% per l'acquisto della carta, indipendentemente dalla diffusione del prodotto. Vale il motto: chi più spende, più incassa. Se non avete visto la puntata di Report del 23 aprile 2006 fatevi un giro sulla rete e ne saprete delle belle. Ironia della sorte, provate a scrivere a queste grandi Testate sovvenzionate dalle nostre tasse, se non siete Marina Berlusconi niente da fare, finirete in un luogo invisibile, di una invisibile pagina, con un invisibile font tipografico!!!
Ringrazio il Vescovo di Civita Castellana, monsignor Romano Rossi, che è venuto ad officiare il rito funebre del bambino. Di solito un vescovo non va in giro per funerali. Ma lui sì! Persona sensibile e vera guida di anime, è venuto a Sutri, quasi a voler fronteggiare con la propria presenza e autorevolezza, come Leone Magno con Attila, le invasioni barbariche della maldicenza suscitata dai media.
Non ringrazio invece i miei ex colleghi del TG/Lazio dove ho lavorato per anni gomito a gomito. Salvo tre amici, nessuno di loro ha sentito l'obbligo morale, affettivo, professionale di farmi una telefonata: Grazia cosa è successo? Il tutto, naturalmente, pur nella piena libertà di scrivere ciò che volevano.
Solo una giovanissima cronista del Nuovo corriere di Viterbo ha avuto il coraggio di venire da noi, di ascoltare il nostro, certo accorato, ma pur sempre punto di vista, e così, di fotografare la casa del degrado Mi accorgo di aver scritto molto, quindi chiudo.
Un'ultimissima cosa. Salvemini ad un amico che lo attaccava per essere diventato socialista, spiegò che l'anarchia è uno stadio che passa per livelli successivi di civiltà.
Anche il giornalismo, secondo me, dovrà attraversare numerose tappe di civiltà. Per questo capisco la delusione nascosta che pur emerge dai post di Giuseppe Giulietti e di Roberto Natale.
Ho lavorato con loro nel sindacato dei giornalisti Rai e so quanto abbiano speso in fatica e tempo per la stesura delle varie Carte sui diritti e i doveri. Il giornalista, purtroppo è un uomo di dura cervice.
Il fatto è che prima del giornalismo viene l'uomo. Un uomo ignorante è un professionista ignorante.
Un uomo senza qualità è un professionista senza qualità. Un uomo senza morale è un professionista senza morale.
