Chi ha paura del partito Amazon di Grillo? di Michele Mezza
Il nuovo risiko del copyright: strategie, potenze e bersagli nella guerra della persuasione digitale di Michele Mezza
video: Quando la Apple arrivò in Italia, fu a Reggio Emilia di Michele Mezza
Rottamate gli innovatori! di Michele Mezza
Il gatto fuori dal sacco di Michele Mezza
Magnet Link: la fine del diritto d'autore di Rocco Pellegrini
Le ragioni della crisi del Manifesto, della sinistra, della politica... di Michele Mezza
Brain Tv e piazze nazionali di Michele Mezza
Un giornale non è più un giornale: il caso del Washington Post di Michele Mezza
Va Pensiero di Michele Mezza
La Governance del Circolo Pikwick di Michele Mezza
Cosa è stato Lucio Magri per me di Michele Mezza
Offro il petto al piombo degli immancabili attempati giovanilisti di Michele Mezza
Ciao Steve di Michele Mezza
Gli ombrellini di Liberty Plaza di Michele Mezza
Internet non è Camelot di Michele Mezza
La peste digitale di Michele Mezza
La videoconferenza a partecipazione illimitata che si registra su Youtube di Rocco Pellegrini
Campanili non tralicci di Michele Mezza
Elaborare un pensiero italiano per la rete di Michele Mezza
Perché lascio la cattedra a Perugia di Michele Mezza
Perché cresce Google? di Michele Mezza
Perché lascio l'insegnamento di Michele Mezza
Chi ha paura del partito Amazon di Grillo?
| Tweet |
Chi ha paura del partito Amazon di Grillo?
di Michele Mezza
Per fortuna che c'è la crisi.
E' davvero il caso di dirlo dinanzi allo sfacelo politico. La crisi, con la sua salutare azione di disillusione per chiunque ancora speri di sopravvivere con le vecchie ricette, è oggi l'unico motore del cambiamento.
Un motore che in assenza di una spinta consapevole ed autonoma della comunità nazionale, può comportare, come tutte le rivoluzioni passive, uno sbocco conservatore.
I dati elettorali ci confermano che i problemi sono grandi ma tutto è possibile, perfino una positiva ripartenza.
I dati ci segnalano alcuni scenari di fondo: una destra senza contenitore, dove i flussi elettorali tracimano in cerca di vettori.
Il letto del fiume non è a secco, anzi, ma non ci sono argini.
La sinistra ha invece solo contenitori, senza spinta dell'acqua, che compressa da argini alti ristagna ma non spinge.
Infine il segnale di una irriducibilità fra ceti socioanagrafici ed una leva politica che non si intendono.
Sembra che parlino lingue diverse: grillini, localisti, leghisti vari continuano a declinare una domanda di rappresentanza senza assistenza e la politica risponde con un'offerta di assistenza senza rappresentanza.
Ancora una volta l'insorgenza del malessere non deve essere confuso con la patologia.
Grillo è la Bonino di turno che, ricordate, arrivò alle europee fino al 9% nazionale.
Con due differenze: la rete come forma, la lunga coda come organizzazione.
Grillo, infatti, unifica un caleidoscopio di differenze: Parma, Vicenza, Genova, Sicilia sono faccie di un movimento assolutamente estranee l'una alle altre.
Il modello è esattamente la lunga coda di Andersen: ogni prodotto trova la sua nicchia, ogni consumatore chiede un prodotto differente.
Grillo apre la sua Amazon elettorale e coagula la differenza dandole un respiro nazionale.
Il linguaggio e la forma di tutto questo particolarismo è la rete, che significa, estraneità alla TV, lontananza dal palazzo, selezione delle professionalità.
I partiti imbarcavano gli avvocati, Grillo fa eleggere gli informatici.
Il sintomo è ormai chiaro: si apre la stagione della generazione che non ha nulla da chiedere.
Si spara sul malaffare perchè non si ha niente da chiedere di concreto e personale.
I grillini, come i designer di Milano o i gastronomi di Slow Food o i ricercatori della Normale, non chiedono nulla alla politica perchè giocano su scenari globali, dove la negoziazione parte dai livelli di sapere che si possono scambiare.
La destra cercherà ora di rispondere con la ricetta del 94 di Berlusconi: raccogliamo i cocci o vincono i cosacchi.
Casini sarà costretto a starci e la Chiesa si giocherà le suggestioni di Todi sull'altare di una nuova sacra alleanza (Fini, come previsto, sotto i ponti).
La sinistra replicherà con uno slogan simmetrico: compattiamo l'alleanza possibile per non far vincere Berlusconi.
Tutti e due si perderanno al centro, mentre le rispettive basi sociali si dispiegheranno nelle fascie laterali, dove i conservatori cavalcheranno il populismo antidemocratico ed i riformatori la conflittualità territoriale.
Il vero buco nero, più che le fanfaronate sui conti dei partiti, sta proprio nell'incapacità di declinare i nuovi linguaggi dell'autorappresentazione: la rete , come spiega Castells, nasce dal protagonismo dell'Io.
Chi federerà le moltitudini degli infiniti io? La cultutra di massa non sa rispondere.
Il lavoro non trova legami da annodare.
Solo la ricomposizione di alleanze locali, fra saperi, amministrazione e competizione, può comporre le tre esse di un programma plausibile: sussidiarietà, solidarietà, sviluppo.
Obama sta traducendo in inglese i tre termini.
In Europa chi raccoglie la sfida?
Il nuovo risiko del copyright
| Tweet |
Il nuovo risiko del copyright: strategie, potenze e bersagli nella guerra della persuasione digitale
di Michele Mezza
Ha una data precisa il punto di svolta, che segna il debutto della geopolitica digitale: il 25 ottobre del 2011, giorno in cui il segretario di stato americano Hillary Clinton, rispondendo ad un'energica sollecitazione della camera dei rappresentanti rispetto ad uscite del governo americano che erano sembrate al Congresso, a maggioranza repubblicana, eccessivamente lassiste, scrive al presidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei Rappresentanti statunitense Howard Breman.
Il documento sintetizza in poche righe una strategia che trascende gli stessi confini ideologici culturali della presidenza di Barack Obama, andando a coincidere con il senso comune di un'intera classe dirigente, come spesso accade alla politica americana.
Giova ricordare che nell'autunno del 2011 le cancellerie occidentali si trovarono alquanto spiazzate dalla primavera digitale araba, e soprattutto dalle reazioni che i nuovi ribelli online ebbero rispetto alle avances americane.
Da una parte, infatti, si manifestava, più che il magico potere comunicativo della rete, il protagonismo di una nuova figura sociale il giovane digitalizzato ed ambizioso che rivendicava una modernizzazione della propria rappresentanza nazionale; dall'altra si constatava che l'entrata in campo di una nuova massa di utenti-produttori sulla rete riduceva ulteriormente il primato digitale americano .
Infatti la freddezza con cui i giovani di Piazza Tahir, simbolo della rivolta egiziana e dell'intera sponda sud del mediterraneo, guardavano al modello occidentale non era più frutto di una contrapposizione geo culturale, di matrice islamista, ma, piuttosto, effetto di una modernissima competitività che spingeva i giovani arabi a considerarsi concorrenti e non più seguaci del sistema economico occidentale.
Il nuovo Little Big Horn degli standard proprietari La chiave di questa neo competizione era proprio l'uso della rete, dove le nuove figure di nativi digitali si affacciano ormai con una sempre maggiore ansia di autonomia e di confronto con modelli esterni. A partire dalla capacità pratica di acquisire ed usare tutto quello che la rete rende disponibile per riorganizzare, riformattare e rielaborare in remix.
Non a caso, secondo i dati diffusi dallo stesso dipartimento di stato, proprio in coincidenza con la grande ribellione online si è registrato un'impennata negli streaming illegali di contenuti e di software sui server che dovevano servire ad appoggiare le rivolta arabe.
Sul versante interno il quadro non era meno turbolento, come dimostrava fra gli altri la denuncia di Yahoo contro Facebook per furto di brevetti, che si annuncia come la causa del secolo.
Lopinione prevalente sulla causa Yahoo Facebook è che Yahoo, essendo alla canna del gas come dimostra la sua quotazione, stia tentando di prender qualcosa da Facebook ma la cosa non convince molto e, dunque, trovo improprio chiamarla la causa del secolo...
Ma è l'intero Nasdaq a ribollire in una sorta di autunno caldo della new economy.
Contemporaneamente alla primavera araba, infatti esplodeva lo scontro negli Usa sulla cosi detta net neutrality, ossia l'abilitazione per chiunque ad usare la rete alle migliori condizioni possibili e sul controllo delle transazioni on line.
Si contrapponevano due partiti trasversali: il partito globale dei content providers -ossia i proprietari dei contenuti, alleati naturale dei proprietari dei condotti, dei routers, che abilitano il traffico sulla rete, come At&t o Cisco- muoveva contro l'insopportabile, per loro, strapotere parassitario dei service providers, i fornitori dei servizi digitali di massa, come Facebook e Google, che di fatto usano la rete vendendo scorciatoie per accedere a contenuti altrui.
Lo stesso partito dei proprietari dell'audiovisivo del pianeta , composto dalle mayors cinematografiche e dai networks televisivi, promuoveva, con una possente azione di lobby, quella che riteneva essere la soluzione finale contro le illegalità della rete, facendo presentare al senato e alla Camera dei rappresentanti due provvedimenti - i cosi detti S.o.p.a e P.i.p.a.- che dovevano stroncare definitivamente gli accessi illegali al tesoro nazionale.
Si annunciava una battaglia campale. Venivano scomodati i fantasmi della guerra fredda , per ricordare alla politica americana che il web è oggi uno scacchiere non meno vitale per Wall Street di quanto non fosse Berlino negli anni '50.
Ma per la prima volta Washington si trovava a districare una matassa complessa proprio sul terreno dei valori liberali. Un terreno che si rivelava molto scivoloso per i condottieri dell'inviolabilità della proprietà intellettuale perchè i fili della libertà e quelli del proprio primato economico non apparivano più naturalmente intrecciabili.
Paradossalmente- spiega il professor Michele Boldrin,economista della Washington University di St Louis, nel suo saggio Abolire la proprietà Intellettualescritto insieme al suo collega David levine ed edito in italia da Laterza- proprio negli ultimi 20 anni, contrariamente a quanto si pensa, si è verificato un rallentamento del processo innovativo rispetto agli ultimi 250 anni, proporzionale alla maggiore facilità di registrare e proteggere brevetti.Una tesi appoggiata dall'ultimo premio Nobel per l'economia, il professor Tom Sargent. se analizziamo la locomotiva dell'innovazione contemporanea che è il software, spiega ancora Boldrin, non possiamo non notare come lo sviluppo maggiore si è registrato sul finire degli anni '80, fuori da tutte le forme di tutela del copyright, mentre in questi ultimi lustri la spinta si è affievolita. Un'opinione questa dell'inconciliabilità fra sviluppo e proprietà che si sta radicando fortemente proprio nel cuore dell'establishment delle nuove imprese digitali. Stiamo parlando di realtà come Apple e Google che dispongono di capitalizzazione stratosferiche, che superano tutte le altre aziende tradizionali, da quelle petrolifere a quelle finanziarie. Basti ricordare che Apple da sola totalizza una capitalizzazione superiore all'intera Borsa italiana.
Sulla scena geopolitica l'eresia del cosi detto copyleft, ossia di una flessibilità nella condivisione dei propri brevetti, sta incidendo proprio nel cuore della dottrina politica.
La combinazione dei due temi -funzione democratica della rete e recinzione commerciale dei servizi in rete- inevitabilmente crea un corto circuito non facilmente gestibile. Tanto più, ed è questa una delle chiavi di letture meno appariscente ma più vincolante della politica della Casa Bianca, se, come abbiamo visto, comincia ad essere visibile una contraddizione materiale fra il processo di liberazione degli accessi online, e l'egemonia americana, o comunque occidentale, nel nuovo mercato virtuale.
Valga come indicatore del peso che il capitolo del copyright digitale ha ormai assunto per la bandiera a stelle e strisce il dato del mercato dell'audiovisivo.
Secondo l'ultima ricerca di Screen Digest IHS, uno degli osservatori più prestigiosi per quel mercato, nel corso del 2012 saranno visti, legalmente, online, 3,4 miliardi di film, contro solo 2, 4 miliardi di movies che saranno ancora commercializzati off line, ossia sui vecchi supporti come DVD o Blu-Ray. Già questo dato impone una riconfigurazione radicale e certo non espansiva del modello di business delle Mayors che ancora non si erano del tutto riprese dalla durissima guerra intrapresa sugli standard dell'home video, che ora vengono sbriciolati dalla pervasività della rete.
Questo cambiamento ci fa intendere come l'intera dotazione dell'arsenale più sofisticato degli Stati Uniti, appunto l'offerta di Intrattenimento Globale, sia oggi ormai del tutto smaterializzato e privo di ogni corazza, come erano appunto i supporti materiali che lo accompagnavano un tempo, tipo le cassette o gli standard dei video registratori.
Se poi pensiamo che oggi lo scambio, definito illegale, dei files di audiovisivi ammonti a circa 4 volte quello ufficiale, ossia superi i 13 miliardi di pezzi/anno, comprendiamo come Hollywood spinga la diplomazia americana sul sentiero di guerra.
La metafora della Frontiera del resto è sempre in agguato nella politica americana. E gli epigoni del generale Custer non mancano mai.
In questo complesso e arroventato contesto, il capo della diplomazia statunitense elabora la sua uscita dove abbozza i principi di una nuova strategia globale di contenimento, una sorte di Teoria Truman digitale, basata su una composita ma non del tutto inedita gamma di principi e interessi strettamente connessi alla sicurezza nazionale.
Arrivano i marines? Nella lettera della Clinton, allegata in nota, si possono infatti distinguere due evidenti preoccupazioni che portano l'amministrazione americana, ma forse sarebbe meglio dire la potenza americana, ad elaborare un principio di dipendenza e relazione fra due concetti che sono imprescindibili per la politica estera della Casa Bianca: innanzitutto il sostegno all'azione liberalizzatrice della rete, attenti però a non separarsi mai dalla difesa ad oltranza della cassaforte dei contenuti.
La Clinton scrive infatti: the State Departiment is strongly committed to advancing both internet freedom and the protection on enforcement of intelletual property rights on the nternet.
In questa affermazione rimbomba con forza il grido di guerra lanciato da Hollywood. Il dipartimento di stato americano elabora infatti una teoria, un principio che suona come un avvertimento al mondo digitale: la libertà non è riconoscibile senza la proprietà.
La connessione dei due termini, trasformati in un concetto unitario, anzi in un unica espressione semantica, che non ammette l'esistenza di un termine senza il riconoscimento del secondo .
Ma il documento, proprio in vista di un'eventuale escalation conflittuale, si incarica anche di fissare un ulteriore principio -la dipendenza delle normative e delle procedure nel nuovo mondo digitale al corpus legislativo americano- che , se andiamo a vedere la storia della rete, è sempre stato presupposto da tutti i governi statunitensi: il web l'abbiamo inventata noi e la dobbiamo regolare noi.
Infatti il segretario di stato non lascia margini di incertezza nel suo ragionamento: the Internet also offers opportunity for creators and inventors, but that promise will not be met unless the rules of copyrights and trademark are protected an enforced. The rule of Law is essential to both internet freedom an protection of intelletual property rights, wich are both firmly embedded in U.S. Law and policy.
Forte e chiaro, si direbbe in termini militari.
Fra le righe del pronunciamento della diplomazia americana si potevano già intravvedere baldanzosi marines pronti ad intervenire a protezione degli interessi nazionali racchiusi nei forzieri digitali delle grandi case cinematografiche e televisive del paese.
La libertà della rete, afferma sostanzialmente la Clinton, deve coincidere con l'applicazione delle norme commerciali proprie della legge americana. Le truppe sono allertate.
Un principio che appare evidente nella sua illustrazione, meno chiaro risulta invece comprendere come e in che termini il governo americano intenda far rispettare questo valore.
Chi è il nemico da stanare e come? La sesta flotta deve sapere quali siano i bersagli da inquadrare.
L'autore e le circostanze della lettera citata, infatti impongono di interpretare il documento secondo le più rigorose categorie geopolitiche: si afferma un principio per confermare un'autorità. E, di conseguenza, si presuppone una procedura di validazione del diritto che si afferma. Un principio questo che comporta però l'arbitraria inclusione dell'intero cyberspazio nei possedimenti americani. Un meccanismo questo che appare anche ai più bellicosi guerrafondai degli studios di difficile applicazione.
Siamo in un ambito del tutto sperimentale, dove si vuole affermare un diritto nazionale per creare una vera giurisprudenza internazionale, fondata, questo è il primo concetto che da fondamento all'atto di Hillary Clinton, sulla sovranità di un singolo, per quanto potente, stato.
La keyword che ci aiuta a decifrare il vero messaggio contenuto nel documento del dipartimento di stato consiste in quell' embedded con cui la Clinton fonde indissolubilmente i valori di libertà e di proprietà digitale. Entrambi devono essere tutelati perchè firmly embedded in U.S. Law and policy.
Da qui si deve partire per decifrare quanto si sta configurando sullo scenario politico internazionale.
In particolare sulle relazioni economico-istituzionale che il governo americano sta costruendo con gli altri soggetti globali, come l'Unione Europea, la Cina ed i paesi rampanti, come Brasile, Russia e Corea del Sud. Ma anche nei confronti dei nuovi stati arabi che stanno affiorando dal gorgo del 2011, sia perchè direttamente coinvolti, come Egitto, Tunisia e Libia sia perchè comunque sollecitati ad adeguarsi a nuovi equilibri, come Arabia Saudita e Indonesia.
La grotta di Aladino Abbiamo visto come il mercato dell'audiovisivo stia diventando vitale per l'economia americana. Ma la teoria Clinton non guarda solo a quel segmento portante che è l'intrattenimento online. Lo scenario di applicazione investe l'intera economia digitale che ormai è sempre più economia tout court.
Per intendere quale massa critica ha raggiunto ormai l'oggetto del contendere, ossia il sistema della nuova economia a rete, ci basiamo sui dati, ripresi dal recentissimo studio del Boston Consulting Group (www.bcg.com), che analizza ormai annualmente, la dinamica delle nuove economie innovative.
Nel corso degli anni che vanno dal 2010 al 2016, il totale delle produzioni e dei servizi che saranno realizzati e scambiati in rete nei paesi del G20 arriverà alla fantastica cifra di 4 mila e 200 miliardi di dollari. Se fosse un'economia autonoma, Internet sarebbe già la sesta del pianeta, dietro USA, Cina, Giappone ed India e davanti alla Germania. Una straripante ricchezza prodotta da 800 milioni di persone, che sono gli internauti del G20, che nel 2016 si troveranno assediati da una comunità di altri due miliardi e mezzo di navigatori del resto del mondo.
Ma, al di là della spettacolarità del fenomeno, il dato che trasforma la rete in un'arena conflittuale è l'impatto che si sta registrando nell'economia reale.
Nel Regno Unito, per esempio, il contributo di Internet al PIL 2010 è superiore a quello dell'edilizia e dell'educazione. Negli Stati Uniti, supera la percentuale del governo federale come contributo al PIL. In un contesto di crisi, segnato dall'impasse complessiva del sistema economico, che non ritrova un motore sostitutivo dei settori manifatturieri, ormai maturi, l'impulso che la rete trasmette all'economia sta diventando essenziale per ridare un orizzonte ai paesi pressati dall'ondata demografica.
L'economia di Internet, documenta ancora il Boston Cunsulting Group, nei mercati sviluppati del G-20 crescerà ad un tasso annuo dell' 8 per cento nei prossimi cinque anni, superando di gran lunga quasi tutti i settori economici tradizionali, producendo ricchezza e posti di lavoro. Il contributo al PIL salirà al 5,7 per cento nell'UE ed al 5,3 per cento nel G-20. I tassi di crescita saranno più di due volte veloci, ad un tasso medio annuo del 18 per cento, nei mercati in via di sviluppo, alcuni dei quali puntano su un futuro digitale con grandi investimenti in infrastrutture a banda larga.
Nel complesso, l'economia Internet del G-20 sarà quasi raddoppiata a fine 2016, quando avrà procurato all'anemico mercato dei paesi avanzati ben 32 milioni di posti di lavoro e in più .
La crescita è alimentata in gran parte da due fattori: più utenti e più veloci ,ed un accesso più diffuso.
L'economia nella sua eccezione più ampia, dunque, sempre di più sarà guidata dai due fattori che minacceranno l'intangibilità del Know How dei paesi occidentali, a cominciare dagli Usa. Infatti l'aumento esponenziale degli accessi in rete, con l'incremento della velocità di streaming, determina l'ingovernabilità dell'interscambio , secondo i vecchi canoni proprietari.
Il trend disegnato dalla ricerca del Boston Consulting Group propone inoltre una solida base alla previsione di Andrè Gorz che nel suo saggio su L'Immateriale, conoscenza,valore, capitale.(Bollati Boringhieri, Torino 2003,pag 35) annunciava che la dimensione immateriale dei prodotti prevale sulla loro realtà materiale. Un'intuizione che Manuel Castells, forse il più completo analista della società in rete, nel suo tomo Comunicazione e Potere ( Bocconi Editore, Milano 2008) che completa la poderosa trilogia sulle dinamiche delle strutture ideologico-economiche al tempo di Internet, completa e arricchisce affermando che valore è ciò' che viene elaborato in ogni rete dominante in ogni momento in ogni luogo in base alla gerarchia programmata nella rete dagli attori che sulla rete agiscono (pag 25 op. cit.). Un caposaldo delle relazioni economiche e geopolitiche che sta convincendo i sistemi nazionali a presidiare con forza le dinamiche dei network.
L'evoluzione post fordista ha infatti disintermediato i sistemi economici dai grandi global player tradizionali, che basavano i propri primati sulla potenza produttiva o sul radicamento in aree territoriali esclusive, come la Sahar nel primo scorcio del novecento o la Silicon Valley alla fine del secolo. Nel nuovo groviglio di relazioni e di legami virtuali, più che l'intercambio di materia, è la capacità di evocare suggestioni e relazioni a determinare il primato. Una ricetta, del resto, che l'economia americana ben conosce. Proprio il secolo americano che abbiamo alle spalle, secondo tutti i principali storici ed economisti, è il risultato del combinato disposto di una potenza tecnologica industriale che, con il fordismo, ha sfornato una straordinaria quantità di prodotti, a prezzi talmente convenienti, da trasformare una ingente quota di umanità in omologati consumatori indefessi, con la capacità di parlare alla fantasia del mondo. Il motore di quella folle corsa all'accaparramento commerciale che ha caratterizzato lo sviluppo del capitalismo industriale fu proprio la leva mediatica, che attraverso il linguaggio audiovisivo, conquistò la nostra immaginazione e mosse i nostri desideri.
La metafora di tutto è racchiusa nello spazio di pochi mesi di un anno fatidico, il 1903, quando , quasi simultaneamente, prendono velocità la catena di montaggio di Henry Ford, e il modello di business globale del cinema di Thomas Edison. Se fu il popolare modello di auto T nero che usciva da Detroit , a creare il mercato di massa dei generi di largo consumo, fu però il sistema cinematografico,con la pervasività delle catene di sale che punteggiavano i quartieri delle città -fabbrica, dove proiettare le prime pellicole commerciali ,a spingere milioni di neoborghesi americani a desiderare sopra ogni cosa quell'auto, e poi quel frigorifero, o quel telefono, o ancora quella sigaretta,che il cinema promuoveva.
Quell'esperienza è firmly embedded nella memoria del ceto dirigente americano, che invece non trova il modo di combinare narrazione e produzione, leadership nel sapere e difesa dei valori proprietari.
Si percepisce nella risposta americana un evidente disagio di fronte ad un eccesso di libertà in rete, che minaccia gli interessi della propria economia, quasi una diffidenza tecnologica ( vedi Gli Uomini dietro gli Specchi, M.Mezza, Morlacchi editore, Perugia 2007). Per la prima volta il paese che ha fondato la propria superpotenza sull'identificazione shumpeteriana di progresso scientifico e libertà, si trova a doversi difendere da un incalzante innovazione.
Un segnale di questa diffidenza era già rilevabile all'indomani dell'11 settembre, quando l'allora presidente Bush, recandosi nel giugno del 2002 a West Point, dinanzi al fior fiore della tecnocrazia militare statunitense affermò che il pericolo più grave per il nostro paese si trova al crocevia fra radicalismo e tecnologia (Presidente Bush, West Point,new York, 1 Giugno 2002).Forse per la prima volta il vertice americano esprimeva il suo malessere verso un valore che fino ad allora era stato sempre iscritto nel perimetro culturale di quel paese, come appunto il progresso tecnologico. La presidenza Bush, e con più lineare sincerità, proprio il nucleo dei neocons che ne costituiva il centro di elaborazione, riversava questo nuovo approccio teorico nel documento strategico che doveva guidare la politica estera dopo le Torri gemelle, il National Security Strastegy of the United States, pubblicato nel settembre dello stesso anno, il cui primo capitolo esordisce con la più chiara delle indicazioni: Per buona parte del XX secolo il mondo è stato diviso da grandi lotte ideologiche: visioni totalitarie distruttive contro libertà ed eguaglianza. Questa grande lotta è finita. La visione militante di classe, di nazione, di razza,che prometteva l'utopia e seminava la miseria, è stata sconfitta e screditata .L'America attualmente è meno screditata dagli stati conquistatori che da quelli deboli. Siamo meno minacciati da flotte ed eserciti,che da letali tecnologie nelle mani di poche persone esarcerbate Più che una diffidenza, si legge nel documento strategico dei neoconservatori americani l'eco di un brusco risveglio. Quella che sembrava essere una dimensione tutta casalinga, dominata dal sapere americano, inventata dall'intraprendenza americana, codificata dalle leggi americane, si sta ora rivelando un luogo infido, ostile, antagonista. La rete non è più il prolungamento del secolo americano. Rischia di diventare strumento e linguaggio di una sostituzione del potere statunitense. Nell'elaborare la nuova strategia di diffidenza tecnologica, i neocons repubblicani avevano, ovviamente. nel mirino le forme di terrorismo tascabile, di cui Ground Zero era il monumento fumante.
Solo un networking può battere un networking Qualche anno dopo, con il consumarsi del consenso per le velleità della politica repubblicana, la diffidenza dei neocons nei confronti delle forme di socialità digitale, è sostituita da una riflessione più interna al nuovo mondo digitale; emerge una cultura affine ai corsari online che stanno popolando la rete di straordinarie innovazioni. Una cultura che si intreccia con il melting pot della Silicon Valley e annuncia uno spettacolare cambio alla Casa Bianca.
Nellestate del 2006, in un' america che cerca una risposta alla sua incapacità di vincere in Iraq e Afganistan, si anima un sofferto dibattito sui media nazionali attorno ad una domanda che sale dalla pancia del paese: perché si interrogava il «New York Times» il 26 luglio di quellanno la guerra che allora stava divampando in Libano, si avviava a diventare il primo conflitto medio orientale che Israele non pareva in grado di vincere militarmente? E' chiaro che si parla alla nuora del Libano per riferirsi alla suocera del Afganistan e dell'Iraq.
La risposta fu unanime da tutti gli opinionisti intervenuti: per la prima volta si combatteva un conflitto fra uno stato nazione, Israele, ed un network, gli Hezbollah.
Il partito di Dio filo iraniano infatti veniva identificato,con un modello organizzativo -controllo delle competenze e primato nei movimenti- tipico di un network, immateriale, sfuggente e senza centro. Una struttura che, esattamente come la rete, non si identifica con il territorio che abita ed infatti gli Hezbollah non hanno mostrato alcuna intenzione di difendere il Libano del sud, frustrando in questo la potenza di reazione israeliana ma che acquista identità solo per il sapere tecnologico che riesce ad accumulare. Proprio come una comunità virtuale.
Sul Washington Post il dibattito viene concluso da John Arguilla, della Naval post graduate school, che dopo qualche mese diventerà uno dei più ascoltati consigliere del candidato Barak Obama, che spiega che che gli Hezbollah dimostrano come oggi persino la potenza militare tenda a disintermediarsi dagli stati nazione, creando nuovi squilibri e mettendo in grave difficoltà le super potenze verticali. «Il networking concludeva Arguilla è una minaccia per il potere americano».
Si rovescia così radicalmente il racconto della rete americana, che permetteva, ancora nel 1996, su «Foreign Affair»1, la bibbia della strategia internazionale dellintellighentia statunitense, a Joseph Nye e William Owens, due delle teste duovo della presidenza Clinton, di affermare , tronfi: «Il sapere è più che mai potere. Gli Stati Uniti sono lunico paese in grado di portare a buon fine la rivoluzione dellinformazione Lasse delle tecnologie dellinformazione, forza moltiplicatrice della diplomazia americana, fonda il softpower sulla seduzione esercitata dalla democrazia americana e dai liberi mercati».
Dopo qualche tempo la seduzione dell'idea di sfidare il gigante affascinava infiniti nani che ci provano e ci riescono.
Proprio la fluidificazione del sapere, la sua liquefazione direbbe Bauman, tramite la rete, ha smantellato le rendite di posizione dei grandi sistemi imperiali, sia nellindustria che nella geopolitica, decentrando capacità e culture e rendendo il mondo molto più policentrico, nel bene e nel male.
Il bazaar ha accerchiato, e ora arriva a minacciare , la cattedrale.
Dagli sparuti gruppi terroristi, annidati nei server digitali, paventati da Bush, siamo passati, con gli Hezbollah, a vere ramificazioni paramilitari che usano la rete come paradigma organizzativo trasformando la guerriglia in un estenuante gioco ad inseguimento dove il bersaglio è sempre più mobile del missile che lo cerca.
Siamo ormai ben lontani dalle mitologiche esibizioni dei ragazzi intraprendenti e talentuosi che dai garages californiani riorganizzavano il sapere globale.
La rete, soprattutto nella sua fase suprema del social networking, dove la relazione prevale sulla competenza, sta ridisegnando tutti i sistemi dei poteri, decentrando continuamente la potenza di calcolo e integrando con nuove competenze l'opportunità di ogni individuo di sostituirsi ai grandi apparati, televisivi, finanziari, militari.
La conclusione del dibattito apertosi nel cuore dell'establishment americano nel 2006 fu che solo un network può battere un network.
La necessità di un networking come forma della nuova politica americana fu, probabilmente, uno dei fattori che permise al debuttante Obama di insediarsi al centro della scena elettorale come l'unico politico americano in grado di governare nella rete come spiegò David Axelrod, uno degli strateghi della campagna elettorale dell'attuale presidente nel 2008.
Probabilmente l'ambizione di guidare la controffensiva digitale americana fu motore della sua elezione e, successivamente, è stata causa della brusca disillusione che raffreddò, dopo pochi mesi, il mito del Presidente online.
Aver contrassegnato la sua presidenza più con il timbro fordista della riforma previdenziale e della contiguità ai centri finanziari di Wall Street, più che con una strategia di rilancio dell'egemonia statunitense in rete, anche sulla base di una forte spinta alla green economy, che chiedevano gli smanettoni di Los Angeles e S. Francisco, non gli sarà perdonato da quel popolo di digital professional che accorse ai suoi richiami digitali e, con altrettanta istantaneità, si ritrasse alle prime contraddizioni.
Il soft power cinese Tanto più che attorno alla cattedrale americana si aggirano nuovi e insidiosi contendenti. Primo fra tutti il gigante cinese , che da officina del mondo, si sta candidando a diventare il data base globale.
La Cina ormai è uno dei più bellicosi e temuti challenger della rete.
Lo è diventato, inizialmente, grazie alla più sfacciata pirateria, con una massa critica di almeno un milione e mezzo di programmatori che lavorano centralmente, nei ranghi di società e centri di ricerca, coordinati dall'esercito cinese (http://online.wsj.com/article/SB10001424052970204336104577094690893528130.html ). Una rete nella rete, che continuamente monitora e setaccia i server dell'occidente a caccia di brevetti e di codici sorgenti. Ma ora, il gigante si è fatto più accorto e comincia a sfidare apertamente i potentati tecnologici occidentali, come l'attacco a Google, dell'anno scorso, ha dimostrato. Un'attacco che ha rovesciato il gioco delle parti: mentre i cinesi prima usavano pretesti tecnici per nascondere obbiettivi politici, nel caso di Google sembra che sia accaduto l'inverso: il tema della censura e della democrazia in rete è servito a coprire l'obbiettivo di lanciare, in alternativa al primo motore di ricerca del mondo, un proprio servizio di ricerca in rete -Baidou- che, in pochi mesi, ha strappato a Google il primato nel paese.
Sulla scia di questa azione di tallonaggio, integrata da un continuo e gigantesco copia e incolla di tutti i contenuti, il sistema cinese è cresciuto ad una velocità siderale, minacciando da vicino lo strapotere americano, come l'entrata nel consesso delle potenze spaziali ha ratificato due anni fa.
I dati sulla Cina dello stesso Boston Consulting Group non lasciano spazio ad incertezze: Pechino è riuscita al momento a mediare, forse persino meglio della stessa matrice americana, il suo carattere autocratico e centralista, con un'anarchia creativa, imprescindibile dalla rete.
L'indicatore adottato dal BCG per cogliere il trend di sviluppo digitale dei singoli paesi del G20, si basa su tre componenti fondamentali: enablement(abilitazione), che misura la funzionalità delle infrastrutture e le norme che guidano gli accessi alla rete; expenditur (capacità di spesa) che soppesa proprio il flusso di denaro intermediato dalla rete; engaggement (impegno) che valuta la qualità e le forze che spingono lo sviluppo della rete sia a livello di istituzioni che dei singoli individui.
Da questo indicatore si ricava uno scenario che vede Cina, Brasile e Inghilterra assestarsi al centro della scena, sia sul versante commerciale che su quello culturale come si ricava dalla tavola che segue:
Proprio il protagonismo delle piccole e medie aziende che viene fotografato dalla figura N2 ci dice che il tradizionale brodo di coltura che ha permesso negli anni 90 di accompagnare la gestazione della rete nel ventre del sistema universitario americano, ormai risulta largamente superato da un nuovo scenario, dove i garage californiani sono sostituiti dagli sterminati sobborghi digitali di Shangai, S.Paolo e Manchester.
Ma è la Cina ad approfittarne meglio.
Il paese più popolato del mondo ormai non è solo un frenetico formicaio, intento a trasferire sul web la sua potenza manifatturiera. Qualcosa è mutato nel cuore della città proibita.
In vista del ricambio del vertice, che verrà ratificato nel corso del congresso del partito programmato per il prossimo autunno, sta giocandosi una partita decisiva nelle oscura stanze di piazza Tien An men, che non riguarda solo la successione della nomenklatura.
Nel corso della sessione del plenum del comitato centrale del partito, riunito per l'ultima volta prima del congresso, nell'ottobre scorso,sono stati approvati due documenti -il primo intitolato Sicurezza Culturale nello Stato; il secondo aveva come intestazione lo slogan Per un'influenza culturale nel mondo- che rovesciano la tradizionale, prudente ed arroccata strategia comunicativa dell'Impero di mezzo. Il segretario uscente Hu Jintao, insieme al premier, anch'egli all'ultimo giro di giostra, Wen jao bao, fissava per la nuova leadership che verrà il compito di conquistare un ruolo protagonista nell'immaginario contemporaneo.
Una strategia che, tra l'altro, mira anche a colpire l'ala conservatrice sempre in agguato, oltre che a tagliare le unghie, come poi si è visto, con la sua defenestrazione decisa proprio in queste settimane, allo spregiudicato Bo Xilai, leader della megalopoli Chongching, che si stava facendo largo proprio a colpi di spettacolari performances del sistema multimediale della sua regione.
Ma al di là della tattica congressuale, la svolta cinese parla direttamente alla politica americana per rinnovare la felpata sfida del colosso asiatico.
Se nel novecento il mondo ha pensato americano, nel nuovo secolo dovrà confrontarsi con la cultura più antica del globo, scrivono ormai apertamente sul quotidiano del popolo i nuovi dirigenti del partito. In pochi mesi la suggestione è diventata economia: moltiplicati i finanziamenti all'industria cinematografica, che da cento passerà già quest'anno ad almeno 800 film prodotti; innestato una nuova filiera di produzione televisiva, come anche in Italia abbiamo visto con la serie, trasmessa da Sky in 33 puntate Il destino del maestro di spada.
Un cambio di status che se chiaramente sollecita le difese politiche americane ne rassicura i gruppi industriali. Infatti sia Hollywood, che i rampanti marchi della rete vedono nella nuova posizione ambiziosa del vertice cinese un alleato più che un nemico. Finalmente, si dice, la Cina avrà anch'essa dei copyright da proteggere e non sarà più il retroterra di milioni di Robin Hood a caccia dei gioielli digitali. In realtà, come sempre, i dirigenti di Pechino si riservano di giocare sui due tavoli.
L'ambizione di non essere più consumatore passivo di comunicazione altrui non sembra confliggere con la strategia di continuare a risucchiare dai server di tutto il mondo brevetti e codici sorgenti. Forse muta il carattere dell'azione di interdizione che i cinesi stanno attuando.
Insieme alla pressione sui server esercitata dalle centinaia di migliaia di hacker militarizzati, Pechino ha messo in campo anche una politica più sottile, che mira a lavorare direttamente sulle potenzialità tecnologiche. Infatti sembra che ci sia lo zampino di sviluppatori cinesi dietro l'annuncio di un nuovo sistema di file sharing , che è stato elaborato dagli sviluppatori della famiglia di software nTorrent, che già aveva terrorizzato i detentori dei diritti audiovisivi nei primi anni del duemila, con un prodotto che rendeva estremamente agevole lo streaming illegale di film.
Sul magnet link io riformulerei così... Il Magnet Link diversamente dal vecchio file torrent che descrive i pezzi del contenuto che si vuole scaricare e che, risiedendo su un server, permette di poter incriminare il gestore del server come è successo a piratbay ed a tanti altri attori del p2p, è soltanto un link, un indirizzo di rete che affida direttamente agli utenti del p2p il compito di ricostruire le informazioni necessarie a scaricare il contenuto: non più server incriminabili ma direttamente computer degli utenti del p2p rendendo così vana e, comunque, assai problematica la caccia al ladro.
Il nuovo prodotto si chiama Magnet Link e permette di rendere assolutamente invisibile la sede dove viene depositato un file video, che , a questo punto, non può essere più perseguitata ne inibita.
Alla luce del nuovo scenario , la Cina sembra diventare il vero cavallo vincente nell'economia anarco nazionalista della rete, come conferma anche la mappa del Boston Consulting Group
L'accelerazione della lunga marcia del dragone, che alterna incursioni nell'illegalità, a rafforzamenti delle sue capacità di competizione sul mercato globale, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso del Intratteniment complex americano, costringendo i congressisti a richiedere a sostegno del copyright nazionale un fuoco di sbarramento da parte del Dipartimento di Stato.
Paradossalmente però la posizione assunta da Hillary Clinton sembra essere stata più nociva per gli alleati europei che per l'inafferrabile strategia cinese. Bruxelles infatti si trova da anni alle prese con analoghi problemi in chiave locale ed inevitabilmente ogni tentativo di aprire il proprio mercato digitale con normative anti trust che promuovano una benefica concorrenza, porta l'Unione Europea ad andare a sbattere contro lo strapotere delle grandi corporations tecnologiche americane, come Apple, Google e Facebook, che, al di là dell'apparente lotta interna, sembrano proprio essersi divise il mercato dei nuovi servizi in rete.
Il caso Italiano La crisi economica di questi due anni ha raffreddato il fronte che aveva aperto proprio Mario Monti, durante il suo mandato di commissario europeo alla concorrenza, con le procedure promosse contro Microsoft, prima e Google successivamente. Ora però, proprio la sollecitazione che viene da Washington riporta Bruxelles in prima linea. Due sono i fronti aperti, il primo riguarda la partita televisiva, sotto l'attacco dei grandi Tycoons globali, come New Corporations di Murdoch; il secondo i sistemi proprietari dei brands digitali.
In entrambi i casi è in gioco la possibilità che l'Europa mantenga una sua capacità di interlocuzione nel processo di trasformazione del sistema multimediale.
I due anelli della filiera dove gli europei mantenevano una posizione negoziale forte -i servizi della telefonia mobile e l'editoria giornalistica,- sono ormai in rapido declino. Il cambio di paradigma socio tecnologico, che vede il giornalismo diventare sempre più relazione e conversazione fra professionisti ed utenti, e meno mercato fra editori e lettori, sta scompaginando le fila dell'editoria europea. Grandi testate, come il Guardian o Le Monde o ancora la Bild Zeitung, sono in frenetica riorganizzazione ed i gruppi televisivi stanno ripiegando nei meandri dei nuovi format interattivi. In ogni caso quello che era il media-nazione perde peso e ruolo sul mercato.
Lo stesso accade nelle TLC, con lo sfaldamento dei grandi marchi europei, come Nokia ed Ericson, che ha ratificato il fallimento di un mercato dove solo fino a qualche anno fa proprio l'Europa era considerata la locomotiva trainante dell'intera filiera del mobile.
Il tornante in cui siamo entrati vede come unici global player del processo di riorganizzazione dell'intero sistema di relazioni digitali Apple e Google. Due modelli concettuali opposti del modo di fare impresa, prima ancora che due soluzioni tecnologiche diverse, come è stato detto nel corso dell'ultimo incontro di Davos, nel gennaio scorso, nella discussione sulle prospettive industriali del futuro.
Apple è il simbolo di un modello top down, dove il valore aggiunto è tutto raccolto nel processo ideativo interno al gruppo industriale e commercializzato attraverso la materialità dell'oggetto prodotto.
Google è il primo di una nuova specie di impresa che prospera facendo surfing sui saperi diffusi e catturando soluzioni e tecnologie che rimangono costantemente integrabili dal brusio della rete. Due modelli chePartendo da due piattaforme concettuali -Apple dall'ingeenering informatico di apparecchi seducenti; Google dalla potenza di un algoritmo che consente ad ognuno di noi di diventare integratori della complessità della rete- i due gruppo sono ormai alla soglia di un salto genetico, che li sta portando, inevitabilmente a diventare editori di contenuti.
E' a quel punto che, come nelle trame di un'antica saga famigliare, ritroveremo tutti i personaggi che abbiamo citato nella nostra carrellata -il segretario di stato americano Hillary Clinton, il mondo degli hacker, l'ircocervo cinese, la disorientata europa, i network della televisione e le mayors del cinema- a dover decidere come e quali regole condividere.
Proprio l'espansione verso nuove modalità di organizzazione dei linguaggi e dei contenuti, come è ormai sancito dal mercato delle news, di Google ed Apple, e sulla loro scia di Facebook e Twitter che ormai reclamano i diritti di una nuova generazione di linguaggi multimnediali che nascono e si industrializzazno direttamente nei social network, renderà ormai del tutto obsolete norme, principi e forme della confrontazione economico commerciale internazionale.
Non a caso il mitico WTO, che ancora all'inizio del decennio sembrava l'unico ordinatore abilitato a governare le dinamiche commerfciali è completamente sparito dalla scena. La nuova materia prima che alimenta il moloch della rete appare del tutto inafferrabile e non sagomabile dagli schemi legislativi e concordatari delle convenzioni internazionali.
Potrebbe essere proprio l'Italia, il laboratorio di questa negoziazione globale. Non sarebbe la prima volta. Accadde già alla fine degli anni 70, con l'irruzione nel più paludato scenario televisivo europeo, di un processo di improvvisa privatizzazione dell'etere, che fece da modello a tutto il mondo. Successivamente fu ancora la predisposizione agli alti consumi del nostro paese a collaudare le performance dei nuovi dispositivi di telefonia mobile, ed a subire quel processo di rivoluzione passiva che portò il paese a segnare il più alto indice di utenza e il più completo spossessamento delle piattaforme dei servizi. Infine oggi è ancora l'Italia il paese che funge da beta testing per il lancio in europa di soluzioni come Google+ o come i nuovi modelli di Ipad, che trovano nelle nostre città folle che aderiscono ad ogni proposta.
Lo stesso Boston Consulting Group assegna all'Italia le prospettive delle maggiori performance dell'economia digitale nei prossimi anni, come conferma la tabella qui di lato
In queste settimane, mentre furoreggiava la mobilitazione sull'articolo 18 dello statuto dei lavoratori, in una penombra politica, assicurata dal più completo disinteresse da parte degli stati maggiori dei partiti, che nulla hanno trovato a ridire sul fatto che il governo Monti attribuisse per decreto poteri di intervento diretto, quasi di polizia, ad un organismo di garanzia, come l'Authority della comunicazioni, in una materia così delicata, come appunto i principi di tutela delle proprietà in rete.
Al riparo da occhi indiscreti, il presidente dell'Authority Calabrò sta così centellinando una solitaria disposizione che dovrebbe prefigurare un vero modello di gestione monocratica del copyright.
Dopo il fallimento della norma approvata con grandi fanfare dai francesi e le velleità del congresso americano che dopo aver annunciato l'imminente approvazione di due provvedimenti- i già citati S.O.P.A. E P.I.P.A.- che dovevano definire le relazioni fra titolari dei contenuti e utenti intermedi, ha dovuto registrare una precipitosa ritirata dei parlamentari promotori dei provvedimenti, assediati nei loro collegi elettorali dal popolo della rete, l'Italia si candida a sperimentare una sorta di pace di Westfalia sottovoce.
La reciprocità di Google Mentre tutte le attenzioni, tanto per cambiare, si concentrano sulle ripercussioni televisive del provvedimento che, applicando un eccentrico criterio di omologazione,caldeggiato sopratutto da Mediaset, vorrebbe sancire una goffa identificazione fra web Tv e reti televisive commerciali, in modo da poter irrigidire le regole di accesso al mercato pubblicitario da parte dei nuovi soggetti della rete, il punto che rischia di essere del tutto ignorato dall'Authority riguarda invece la relazione fra content provider e i net provider, più semplicemente il tema dolente della reciprocità fra Google e i giornali.
Si tratta infatti di capire in che termini si può consentire alla rete, nelle sue articolazioni di procedere con processi di remix progressivo, per cui ogni sito può riprendere e reimpaginare i contenuti di un altro sito, negoziando solo casi estremi, dove si configura una vera opera di plagio, o comunque di surrettizia fornitura non retribuita. E dunque, questo è il vero punto sensibile, se, parimenti, per reciprocità, i motori di ricerca, innanzitutto Google, che diventerebbero i principali beneficiari di questo logico adeguamento al modello intrinseco della rete, debbano, a loro volta permettere anche ad altri siti e portali di poter usufruire delle funzionalità proposte ai singoli utenti dagli stessi motori.
In sostanza bisogna capire se Google può, per ottimizzare servizi ormai essenziali come Google News o Google Earth, o ancora Google Readers e Google Book, pescare liberamente nel flusso di contenuti che scorre naturalmente nella rete, usando e riprendendo testate, Tv, siti editoriali, portali giornalistici, blog e forum, che costituiscono le fonti primarie degli integratori di contenuti. E, per simmetria, se consentire parimenti agli stessi siti e portali di integrare nelle loro funzioni la capacità di ricerca dei metamotori che si basano appunto sulla potenza di Google, o sui contenuti dei singoli servizi specializzati del motore di Mountain View e così proporre sistemi aggiornati, potenti e competitivi.
Al momento non è così.
Infatti chiunque tenti di inviare una semplice operazione di interrogazione multipla di Google scoprirà che alla terza query, che Google registra da uno stesso accaunt, il motore di ricerca nega l'accesso. In pratica Google, ma anche gli altri analoghi Research Engine , mentre denunciano l'ottusità degli editori che vogliono frenare la libertà di elaborazione in rete, engando la disponibilità dei propri contenuti, a loro volta, bloccano ogni ulteriore espansione dei servizi sottraendosi ad ogni richiesta organizzata.
Lo stesso, su altri terreni, vale per Facebook e Twitter.
Il principio che si pone ormai è quello più generale dell'interoperabilità fra nazioni e soluzioni on line. Tanto più che l'avvento del web 3.0, che l'entrata in gioco della cosi detta rete degli oggetti renderà ancora più vitale la cooperazione e l'integrazione fra i principi generatori delle infinite combinazioni che si potranno trovare. E come abbiamo visto i margini economici, che la rete produce, non dovrebbero davvero mancare.
Su questa frontiera si sta combattendo la guerra sulla rete che verrà, e non più la retreospettiva sulla rete come era. Uno scontro condotto da i nuovi soggetti della politica internazionale che sono proprio i titolari dell'argoritmo , supportati, ma non surrogati, dagli stati nazione.
I due elementi che danno il senso di questo nuovo ambiente geo tecnopolitico sono: il già citato Magnet Link, che rovescerebbe completamente i termini del confronto, rendendo ancora meno perseguibile ogni streaming illegale, ed appunto il protagonismo dei nuovi paesi come Cina, ma anche Brasile e India, che stanno di fatto militarizzando l'azione di prelievo sulla rete di contenuti e di know how.
Stati Uniti ed Europa, come soci fondatori del club, devono ora rispondere. In particolare Washington si trova dinanzi ad un bivio: chi sono i veri interessi americani da difendere e su cui calibrare una nuova strategia di relazioni internazionali: i tradizionali potentati audiovisivi o i nuovi imperi tecnologici? Hollywood o la Silicon Valley? Obama giocò la sua prima elezione, riuscendo a stare a cavallo dei due mondi. Oggi le distanze si sono accentuate: non a caso Google, anche per quanto sta accadendo in Europa a Cina, sta prendendo le distanze dalla politica americana ed non è più amorevolmente assiepato sulla spalla del presidente, dove invece si sono seduti produttori televisivi,e la Microsoft di Bill Gates. Un cambio di culture e di alleanze che potrebbe preludere anche ad un cambio di voti? Lo vedremo.
Sicuramente la rete sta riclassificando politiche, istituzioni ed interessi delle grandi potenze.
L'unico punto che sembra rassicurare gli utenti, rendendo anche la lettera del segretario di stato Clinton un grido alla luna, è che ogni giorno che passa la rete cambia più velocemente dei sui inseguitori e si conferma vero lo slogan che ha seppellito i tentativi del parlamento americano di ingabbiarla quest'inverno e che campeggiava su un sito di attivisti digitali: the cat is out of the bag now.
Questa è la matrice sociale di un antagonismo fra il modello americano e una nuova marca di capitalismo cooperativo e competitivo che prende forma nei meandri digitali. Una marca che continuamente sposta obbiettivi e bersagli di chi tenta di organizzarla e omologarla, accelerando la corsa alla smaterializzare di ogni struttura fissa, di ogni bersaglio economico o militare, di ogni indirizzo dove perseguire responsabilità e illegalità. Sarebbe davvero il caso di dire :questa è la lunga coda della storia, bellezza.
Come spiega lucidamente Fiorello Cortiana, uno dei pochissimi politici italiani ad essersi immerso realmente nella rete ed aver elaborato un'analisi autonoma dei nuovi meccanismi sociali indotti da quel mondo, nell'introduzione scritta al volume La conoscenza come bene comune Bruno Mondadori Editore,Milano 2009) la rete ricompone l'antica antinomia fra sapere e sapienza, ossia, scrive Cortiana: tra la dimensione calcolabile e codificata del lavoro cognitivo e quella legata a pratiche ed esperienze dell'attività umana la cui efficacia era verificata nella quotidianità della comunità Ricomponendo queste due dimensioni dimensioni, si crea un circuito virtuoso, che fino a qualche tempo fa era esclusiva dominio delle grandi corporations globali, che proprio in virtù della loro capacità di controllare in maniera esaustiva le fonti del sapere, potevano ibridare competenze e pratiche, creando prototipi e linguaggi innovativi.
La storia del progresso scientifico degli ultimi due secoli, ci dice infatti che la sapienza, come bene comune, è sempre stata la base dei saperi industrialmente finalizzati. Per questo, se guardiamo alle nostre spalle, ci accorgiamo che l'origine del capitalismo , specie nella marca anglosassone, Britannica prima e americana poi, prende velocità sulla base di un ruminamento, spiega Derrik De Kerchove, di un cervello collettivo che apre la strada a processi di produzione innovativa che vengono privatizzati solo a valle, nell'ultimo miglio, diremmo oggi.
Pensiamo alla realtà dell'innovazione agricola nei campi aperti, prima dell'eclosure che avrebbe portato alla recinzione delle proprietà latifondiste.
Rottamate gli innovatori!
| Tweet |
Rottamate gli innovatori!
di Michele Mezza
L'incontro di ieri del ministro Passera con Chris Anderson, direttore di Wired, e il gruppo dei promotori di Makers, la convention dei nuovi artigiani digitali, segna un salto di qualità nel confronto sull'innovazione.
Finalmente un governante italiano coglie la novità che il nostro paese è terminale e teatro di una nuova fase dell'evoluzione economica, dove la rete promuove nuove soggettività in campo a misura del sistema Italia.
A questo punto dovrebbe chiudersi la querula fase del mendicare attenzione da parte degli innovatori.
Basta, grazie a Dio, con le prediche e le tirate di giacca , per implorare un pò di innovazione, purchè sia.
Il confronto si sposta su quale innovazione e quale ruolo per il paese.
Passera è sicuramente un innovatore. Ma non basta.
Anche Bill Gates lo è, ma io non ne condivido minimamente l'impostazione. Anche i dirigenti della IBM lo sono stati negli anni '60, ma non per questo si doveva condividere le strategia della multinazionale dei calcolatori.
Ora, spero, l'innovazione diventa semplicemente economia, anzi, come diceva Lenin della politica: economia concentrata. E attorno alle sue strategia si può liberare il libero confronto, e dunque conflitto, fra le varie componenti dello scenario.
Questo costringerebbe la pletora di innovatori di professione a dismettere il camice dei consulenti, con tanto di parcella ad ore uomo, ed entrare nel novero dei promotori di politiche e di soluzioni economiche.
Si conclude così anche il tempo in cui il termine innovatore identifica una professione o una cultura o, ancora peggio, una politica.
I commendatorati dell'innovazione sono prescritti.
Si entra nel merito, ci si compromette politicamente .
Non basta più trincerarsi dietro la petulante richiesta di connettività, reclamare banda larga per tutti, sollecitare diffusione di computer.
Bisogna entrare nel vivo della partita: chi deve architettare le piattaforme di connettività? Come si dispiegano i servizi digitali? Quali tecnologie sono socialmente promozionali e quali chiuse? Quali contenuti devono circolare e come? Ed, in ultima analisi: chi controlla l'algoritmo? Nell'incontro dell'altro giorno da Passera c'era anche Massimo Banzi, uno straordinario ricercatore che ha inventato la soluzione Arduino, un modem a 20 dollari che permette il dialogo fra gli oggetti. Il tutto in open source.
Dietro al progetto Arduino due i messaggi che non sono banalmente innovativi ma sono una dichiarazione di guerra agli attuali monopoli: cè l'open source come standard nazionale su cui attestare l'intero sistema di ricerca e applicazione pubblico del paese; il secondo riguarda il web 3.0: ormai ci siamo: la corsa ricomincia da zero e tutto può accadere nella riconfigurazione dei sistemi e del mercato.
Su questo andrebbe attestato un vero movimento riformatore del paese che, insieme agli enti locali e al sistema formativo, ponga la priorità di alcune decisioni: Una P.A. In open source.
Concentrare sui nuovi standard 3.0 gli investimenti e la committenza pubblica.
Usare la riorganizzazione dei sistemi televisivi e telefonici per irrobustire il primato nazionale nelle forme leggere di comunicazione in radio frequenza.
Su questi temi si potrebbero giocare le partite di intere aree territoriali ( il distretto di Torino del mobile; le aree di Roma e Milano nell'audiovisivo; l'areospaziale in campania).
Al tempo stesso si deve entrare nella guerra in corso sugli statuti proprietari.
A partire dal copyright.
Anche in questo campo siamo ormai oltre metà del guado.
A livello internazionale si profila un vero conflitto con gli Stati Uniti schierati a difesa delle rendite di posizione delle cassaforti del content di Hollywood. Il segretario di stato Hillary Clinton qualche mese fa ha scritto una lettera alle nazioni Unite spiegando che la protezione del copyright a livello internazionale "afferisce alla sicurezza nazionale degli USA".
In Italia l'Autority sta bagliando soluzioni per uno standard di protezione dei contenuti.
Tutto questo mentre il mondo corre in direzione opposta, come la diffusione dei nuovi Magnet Links, sistemi di trasmissione dei contenuti in formato Torrent che saltano i server, rendendo impossibile identificare un centro responsabile dello scaricamento illegale del content.
Dove ci attestiamo come sistema nazionale? Stiamo con le guardie o con i ladri? Il nostro è un paese che dispone di asset di mercato da proteggere, o invece vive su asset pubblici saccheggiati dal mercato ( brand territoriali, immagini culturali, immaginario storico e artistico)? I comuni possono diventare protagonisti di questo conflitto? Le forze sociali che pensano?
Il gatto fuori dal sacco
| Tweet |
Il gatto fuori dal sacco
di Michele Mezza
In quell'estenuante lotta fra guardie e ladri che tiene in tensione la rete, dove i ladri sono gli utenti di contenuti rivendicati come commons di tutti e le guardie i titolari di copyright, mi pare che gli utenti stiano per assestare un colpo davvero determinante.
Leggo su mediasenzamediatori.org una nota di Rocco Pellegrini che, come sempre, coglie il sussulto della rete e ci anticipa una notizia che fra qualche giorno ci verrà recapitata, con l'aura di anteprima, da qualche cronista digitale: i contenuti viaggeranno in rete senza doversi appoggiare ad un indirizzo stabile di server.
Significa che è stato elaborato un sistema per cui sono i contenuti che vengono rintracciati in rete e non i contenitori.
Si cerca e si trovano files con dentro quella musica e quel video e, nel momento in cui sono individuati ossia quando si ottiene la conferma che esistono, si procede ad acquisirli, senza dover notificare la richiesta di download ad un server che ospita il content.
Lo strumento del prodigio, leggo da Rocco, si chiama Magnet Link, ed è un sistema che permette di nascondere il processo di download dei byte che avviene istantaneamente, quasi telepaticamente, nel momernto in cui si riscontra che il tal contenuto esiste.
La conseguenza è che mancando un contenitore, l'unico supporto materiale al quale si attaccavano i questurini del copyrignt per minacciare ritorsioni, non si sa più con chi prendersela.
Il colpevole si è smaterializzato; rimane solo un corpo del reato che vaga nella blogosfera.
Riconosco che la cosa possa apparire confusa ma il meccanismo è già perfettamente funzionante come annuncia Pirate Bay, il sito che si intende come nessu'altro di appropiazione di contenuti in rete.
Dopo 400 anni si sta consumando la vendetta sociale contro le enclusure, contro gli steccati e le leggi vche proteggevano la proprietà privata di beni che erano nati come comuni e condivisi, come appunto la terra, la legna, l'erba.
Il generale Cromwell si starà rivoltando nella tomba, e non ti dico i Tea Party.
Siamo ad un giro di boa: se si può fare si fa.
Questo è stato il motore che in pochi anni ha spinto il confine fra il lecito e l'illecito molto avanti, rendendo ormai senso comune, l'uso di musica, testi e video in rete.
Ma oggi si può fare molto di più: oggi qualsiasi contenuto, qualsiasi elaborazione potrà passare di mano senza lasciare traccia in un sede legale.
Certo l'instabilità è destinata ad aumentare.
La rete apparirà ancora più precaria, meno sicura, meno predisposta ad un'economia commerciale.
Ma chi l'ha detto che la rete è un mercato come un'altro? Chi ha deciso che le forme di mediazione economica devono rimanere quelle di 4 secoli fa? Per la prima volta ad agitare la bandiera della riappropriazione sono gli spiriti animaleschi del capitalismo più estremo.
Questa è la novità.
E' lo sviluppo, l'innovazione, l'individualismo, l'ambizione ed il consumo che reclamano, come novelle forze dell'apocalisse, un cambio di registro.
Non c'è più tempo per scegliere, negoziare, pagare e prendere.
Si vede e si prende.
La ricchezza prelevata viene restituita alla società mediante nuove e più sofisticate rielaborazioni che ognuno di noi sviluppa sulla base delle sue esperienze con i contenuti della rete.
Il giornalismo diventa sempre più scambio di grida nello spazio digitale fra utenti alla pari e non più vendita di diritti di pubblicazione o di accesso alle onde herziane.
L'autoinformazione di massa di cui parla Castells.
L'intrattenimento diventa sfida fra milioni di singoli che si autorappresentano.
Altro che Xfactor o Amici, qui è una Corrida globale dove ognuno va in scena.
Il cinema sarà sempre più pulviscolare caleidoscopio di immagini dove il montaggio prevarrà sulla registrazione.
La Tv sarà un grande Blob di infiniti clip della rete.
Ma anche la medicina sarà l'insieme di terapie condivise e testate.
La ricerca sarà network di professionisti e dilettanti.
Follia? Star Treck d'accatto? Aspettiamo due anni e facciamo scavare la talpa dei Magnet Link.
Il gatto è ormai fuori dal sacco, gridano a Pirate Bay. Chi vuole graffiarsi cercando di rimetterlo al guinzaglio?
Magnet Link: la fine del diritto d'autore
| Tweet |
Magnet Link: la fine del diritto d'autore
di Rocco Pellegrini
C'è una notizia che ieri ha visto scatenarsi le maggiori riviste tecniche americane, specializzate sulla rete, ed infiammato il social network e che qui da noi è stata più o meno ignorata essendo queste le notizie che trova Google news sull'argomento.
Eppure si tratta, a mio modesto parere, di una delle cose più importanti accadute nell'ecosistema della rete in questo giovane 2012.
Come spesso accade si vede soltanto quello che ha poca rilevanza ma quello che conta sul serio stenta a farsi capire come meriterebbe.
La notizia è che il famoso sito Pirate Bay non contiene più il famigerato elenco di torrents che hanno alimentato il peer to peer (d'ora in poi p2p) e creato innumerevoli cause per la violazione del diritto d'autore, al punto che in Italia l'accesso al sito è stato a lungo inibito, ma contiene una lista di MAGNET LINKS.
Chi fosse interessato a capire, nel merito, di che si tratta, cos'è un magnet link segua il link in italiano di wikipedia che ho puntato.
Per semplificare dirò qualcosa sull'argomento e poi, soprattutto, cercherò di dimostrare perché ritengo questa notizia così importante e "rivoluzionaria".
Se si analizza il traffico di rete nel suo insieme si scopre che il p2p, tramite programmi come µTorrent, bitorrent, gnutella ecc. ecc., occupa una parte molto rilevante dell'insieme. Questo dipende dal fatto che i navigatori scaricano musica, film, software, ebook, insomma tutto ciò che è ricondicibile ad un flusso di bytes con grande frequenza ed intensità.
Tutto ciò avviene senza grande o nessun riguardo per il diritto d'autore e le grandi multinazionali che vivono di questo hanno cercato in tutti i modi di fermare il fenomeno, con scarsi risultati.
Dunque è molto difficcile arginare il fenomeno Anche gli stati, la Francia ad esempio, hanno fatto leggi contro il p2p ma il fenomeno è aumentato e, secondo molti analisti, proprio per reazione contro le leggi dedicate.
La tecnologia che è stata usata per il p2p è stata la tecnologia torrent ed ha funzionato egregiamente come dimostrano le cose che ho appena detto.
Tuttavia il limite del file torrent è che per poterlo usare con un programma che lo gestisce deve esserci da qualche parte un server, un host dove risiede e che quindi può esser ritenuto responsabile, legalmente responsabile del traffico che ne deriva.
Pirate Bay è stata denunciata, chiusa, oscurata e come lei tanti siti che nel gioco si sono inseriti.
Posso, dunque, concludere che questo luogo fisico di deposito, dal punto di vista relazionale, è stato il limite, il grande limite del p2p.
Il magnet link nasce proprio per risolvere questo problema e lo possiamo definire un'evoluzione della tecnologia p2p.
Dice wikipedia italiana sull'argomento "Un magnet link identifica un file non dal luogo o dal nome ma dal contenuto; da ciò si fa riferimento a un file basandosi sul contenuto o i metadati piuttosto che dal luogo. E' particolarmente utile nel contesto p2p perché permette alle risorse di far riferimento senza il bisogno di un host disponibile.
Ecco svelato il mistero del "link magnetico" ed il motivo per il quale la baia dei pirati, come dice il nuovo logo, è diventata Magnet Bay, la baia magnetica.
Non c'è più un server che può essere incriminato perché contiene un file che descrive il contenuto e dunque nessuna corte, sul piano legale, potrà condannare chi gestisce questi magnet links.
Dice ReadWriteWeb commentando la notizia: "Past efforts to prosecute online copyright infringement have been able to target the infringing users themselves. But the cryptographic power of magnet links renders that much, much harder. The cat is out of the bag now. The idea that governments will be able to chase down and censor a simple list of magnet links sounds downright laughable".
Traduco per i quattro amici che avranno avuto la pazienza di seguirmi fin qui: "Gli sforzi passati per perseguire la violazione on-line del diritto d'autore sono stati in grado di identificare gli utenti che lo violavano. Ma il potere di crittografia dei link magnetici rende la cosa molto, molto più difficile. Il gatto è fuori dal sacco ora. L'idea che i governi possano essere in grado di inseguire e censurare un semplice elenco di link magnetici suona addirittura risibile".
Non vi sembra che abbia ragione?
Le ragioni della crisi del Manifesto, della sinistra, della politica...
| Tweet |
Le ragioni della crisi del Manifesto, della sinistra, della politica...
di Michele Mezza
Rossana Rossanda, una delle più nitide figure della cultura della sinistra italiana del dopo guerra, afferma in un articolo sul Manifesto che "almeno nel breve periodo non possiamo più dirci comunisti, perchè dal 1971 (anno di fondazione del quotidiano comunista) tutto è cambiato".
Ma aggiunge, quasi per scusarsi, che i limiti della sinistra italiana sono nell'aver ceduto alla moda di considerare la contraddizione capitale lavoro ormai in dissolvimento.
Proprio la statura culturale e morale dell'autore assegna alle affermazioni citate una cifra e un valore simbolico rilevante.
Esse esplicitano, senza reticenze e rimozioni, le ragioni e i limiti del collasso politico di questi ultimi due decenni.
Nei 40 anni di vita de Il Manifesto, tutte le vie per rimanere limpidamente comunisti sono state esperite.
E oggi la Rossanda mentre riconosce l'inesorabilità della sconfitta politica di un'idea estrema di abbattimento del capitalismo, riafferma la ragione sociale della ditta che fallisce, ossia la piena ed esclusiva rappresentanza del lavoro come fondamentale ordinatore sociale.
Un passo avanti e uno indietro, per parafrasare Lenin. Infatti, ed è questa credo la discussione di fondo che manchi dall'89, io penso che proprio l'identificazione con il mondo del lavoro dipedente sia stata la ragione che ha marginalizzato la sinistra e decretato la fine di ogni sua esperienza politica, sia nella versione socialdemocratica che in quella sovietista.
Rimmarrà come uno degli esempi di massimo esorcisma culturale il modo in cui la sinistra globale, a tutte le latitudini e sotto tutte le più diverse leadership, abbia rimosso e ignorato, nelle sue infinite contorsioni ideologiche, proprio il quesito che con la caduta del Muro si poneva come indilazionabile: perchè si è consumato il divorzio fra giustizia sociale e progresso? E, conseguentemente, perchè tutto il nuovo si è dislocato al di fuori dei perimetri politici e culturali della sinistra organizzata? Perché, in sostanza, da Blair a Vendola, passando per Fidel e la socialdemocrazia scandinava o spagnola fino alle episodiche forme di movimentismo protestatario anti globalizzazione, nulla ha retto all'inesorabile procedere dell'innovazione? E perchè, per contrasto, tutto ciò che si è mosso sulla scena della partecipazione e del cambiamento ha avuto matrici e motivazioni sempre distanti dalle tradizioni socialiste e più convergenti con fenomeni connessi al dispiegarsi della rete, da Obama a Piazza Tahir? Insomma perchè il mondo è andato in una direzione diversa, se non opposta, a quanto previsto e desiderato a sinistra? Il silenzio della politica, e sopratutto della stessa sinistra, a questa domanda è la causa e l'effetto della sua marginalità.
Un contributo, straordinariamente comprensibile, lineare e robusto nel suo radicamento culturale, ci viene da un filosofo che da anni lavora proprio sull'idea stessa di innovazione scientifica e tecnologica: Emanuele Severino. Un filosofo vero, che non è certo accusabile di civetterie stagionali o di cedimenti a nuove forme di pensiero debole.
Severino da almeno 4 lustri riflette proprio sulle dinamiche che l'estendersi delle forme di innovazione scientifica innesta nella vita e nelle relazioni geopolitiche nel pianeta.
In un suo saggio, pubblicato sul Corriere della Sera di sabato 18 febbraio, il filosofo entra nel buco nero che ha ingoiato la sinistra, ma non solo, dice lui, anche il caspitalismo sta pagando l'incapacità a decifrare il nuovo.
E da quel punto di osservazione, spiega che proprio quando una nave affonda bisogna capire le ragioni della catastrofe e non solo limitarsi a correre tutti a chiudere la prima falla che si vede, pensando che sia l'unica. Una metafora, dato i tempi, quanto mai persuasiva.
Il primo scoglio che ci si trova dinanzi nella ricostruzione della navigazione compiuta in questi lunghi decenni è il fatto, spiega Severino ,che "I metodi e i parametri delle scienze fisico-matematiche tendono a diventare i modelli non solo delle altre scienze ma anche del modo in cui si organizzano le scienze sociali".
Il fantasma di Schumpeter si ripresenta con una nuova pregnanza.
Di conseguenza, dice ancora Severino, sotto i nostri occhi si è compiuto un passaggio logico di straordinarie conseguenze: con il disfacimento del comunismo reale, le altre forze che si candidano a guidare il mondo (capitalismo occidentale, spiritualismo cristiano, islam e l'ibrido liberista-statalista cinese) "si servono della tecnica per realizzare gli scopi, per altro tra loro contrastanti,che esse intendono realizzare".
In questa relazione utilitaristica fra il sistema ideologico che vuole usare la tecnica e la pervasivita delle nuove forme tecnologiche intelligenti si sta creando la base di un nuovo conflitto che al momento non è presidiato né alimentato da alcuna cultura politica riconosciuta.
In sostanza, afferma Severino, la potenza tecnologica che si sta dispiegando non è riducibile al suo contenitore istituzionale.
Il caso del capitalismo occidentale, la forma fra quelle elencate che si è rivelata più aperta e dinamica, dunque più coerente con i processi tecnologici attuali, dimostra questa nuova incongruenza.
Infatti, scrive Severino, "il capitalismo si serve di una consistente frazione dell'apparato tecnico-scientifico. Ma proprio perchè se ne serve lo regola. Quindi lo limita".
Ad esempio, non gli consente di servire altri "padroni" e di attivare forme alternative di potenza; rinchiude la ricerca di innovazione in una certa area e ne stabilisce la direzione".
Per la prima volta nella sua storia, ci dice Severino, la sussistenza del capitalismo di mercato è in contraddizione con il progresso scientifico.
Più in generale l'insieme delle diverse dottrine ideologiche, che si contendono l'egemonia sul pianeta, si trovano trascese e superate da forze solo apparentemente, tecnologiche che mostrano vitalità e potenza superiore a quanto i singoli sistemi politici possano proporre.
Schumpeter divorzia da Smith.
Concretamente, e questo è il cuore del ragionamento, vediamo ad esempio che gli statuti proprietari, tipici del capitalismo di mercato, limitano la circolazione e l'accesso ai processi di innovazione progressiva che si determinano naturalmente in rete ( Copyright e open source).
Oppure, i precetti religiosi rallentano la spinta della ricerca genetica.
O ancora, i vincoli istituzionali del regime cinese, riducono la velocità di sviluppo della comunità digitale di quel paese.
Si sta delineando un inedito dualismo fra singole forme del sistema politico-economico e il sistema nel suo insieme.
Un dualismo che non pare governabile dalla politica attuale.
Infatti dall'esterno, ossia da forme politiche che rappresentano interessi e forze sociali esterne al ciclo di produzione scientifica, non è governabile la spirale che vede ogni stato dover intensificare lo sviluppo tecnologico per mantenere una propria competitività sulla scena e, al tempo stesso, proprio l'accellerazione dell'innovazione dell'apparato tecnologico-scientifico, incalza e minaccia l'autonomia dello stato sovrano.
Diciamo che si ripropone, il nodo di un sistema che limita lo sviluppo delle forze produttive, di marxiana memoria.
Ma questa volta il rapporto di forze è rovesciato ed è proprio l'apparato produttivo innovativo ad avere il sopravvento sulla struttura politico-iostituzionale.
Il sistema capitalista, proprio perchè più trasparente dei suoi competitori, ci offre un laboratorio visibile.
Minacciato dalla concorrenza di altri challenger globali, il capitalismo di matrice americana si trova stretto fra la necessità di accelerare la corsa all'innovazione tecnologica e le conseguenze di questa innovazione, che ne intaccano i capisaldi del sistema, dai primati territoriali, al concetto di proprietà privata, alla disintermediazione delle tradizionali gerarchie internazionali.
Seguendo il crinale della rete, afferma ancora Severino, il capitalismo, ma è così per tutte le altre grandi scuole di pensiero del pianeta, rischia di trovarsi in un territorio sconosciuto, dove non valgono più le sue regole e non riconosce più i protagonisti sociali che lo avevano fondato, appunto capitale e lavoro.
Si pone qui il concetto inedito di autonomia dell'apparato tecnico-scientifico rispetto alla politica che lo comandava.
Un'autonomia che si basa sulla profilazione di nuove figure sociali che non si identificano più nelle vecchie categorie legate al conflitto capitale-lavoro o alle identità religiose o alla supremazia nazionale.
Non è un caso che la prima vittima di questa trasformazione sia stata quella cultura più densamente legata alla dialettica fra identità sociali e deleghe politiche, quali appunto il socialismo sovietista. Ma oggi si intravvede un crepuscolo anche per quello che si proclamava vincitore della storia, come il capitalismo anglosassone.
La crisi che abbiamo dinanzi, che ancora viene descritta e analizzata alla luce delle vecchie categorie fordiste, basate sulla separazione fra economia reale ed economia finanziaria, iper consumo, o sovraccarico di spesa sociale, oggi in realtà annuncia il tramonto di una linea di comando che vedeva il sistema scientifico-tecnologico rimanere all'interno delle compatibilità del sistema che lo generava: capitalismo, socialismo, nazionalismo, fondamentalismo.
Il distacco di quest'apparato dalla sua cornice istituzionale, insieme al cambio di paradigma del contenuto scientifico tecnologico, che oggi si basa sull'automatizzazione delle funzioni razionali più delicate e non più solo sulla riproduzione delle attività meccaniche, pone il fondamentale tema del governo del sapere. E del conflitto nel sapere.
Penso anch'io, come si obbietta all'approccio che ho qui proposto, che non è possibile immaginare un mondo guidato da un determinismo tecnologico senza differenze e contraddizioni.
Io penso proprio l'opposto.
Io credo che esattamente come quando si annunciò il macchinismo capitalista all'inizio del XIX secolo, con una potenza scientifica che veniva subito mediata e contrastata da una dialettica conflittuale ad opera di nuovi soggetti sociali che nascevano proprio all'interno del nuovo processo tecnologico e che venivano sorretti da nuove culture e nuovi saperi, come fu appunto il marxismo nel suo insieme, anche oggi bisogna elaborare nuove forme di progettualità politica che si misurino con il nuovo scenario.
Il buco nero in cui è caduta la sinistra e con essa, ci dice Severino, l'intero quadro politico contemporaneo è proprio dato dall'incapacità di riconoscere il cambio di scenario e la nuova dialettica che tiene il campo.
Una dialettica dove si confrontano nuovi poteri determinati dal controllo delle filiere scientifico-industriali, diciamo i signori dell'algoritmo e nuovi soggetti come le comunità di utenti-critici che utilizzano e completano i dispositivi tecnologici.
Una trasformazione che viene descritta lucidamente da Tony Negri e Michael Hardt nel loro ultimo libro Comune (Rizzoli editore, Milano 2010) quando spiegano che nel nuovo contesto a rete "il capitale non è più una forma di comando ma una relazione sociale. Per questo il capitale dipende , sia per la sua sopravvivenza sia per il suo sviluppo, dalle soggettività produttive che sono al suo interno ma che sono allo stesso tempo, antagoniste".
Questa sorta di antagonismo nella cooperazione è la nuova chiave di volta di un possibile nuovo e moderno conflitto sociale che selezioni una nuova forma della politica, limitando e negoziando la potenza di calcolo.
Questa strada ci porterebbe anche a riprendere la parola, come sinistra nel nuovo scenario guidato dall'emergenza tecnica del governo Monti.
"Se oggi il capitalismo coinvolge sempre più gli Stati (tradendo la propria vocazione originaria) ciò significa che anche gli stati stanno diventando da padroni, servitori dell'apparato scientifico-tecnologico". In maniera subalterna, aggiungo io.
Allora il problema non è più se candidare o meno Monti o Passera, quanto quale nuove strategia per proporre e dare autonomia e ruolo al sistema paese nel nuovo contesto globale.
In questo senso, temi come le nuove forme di produzione energetica a rete ( la grid fotovoltaica) o le nuove piattaforme di produzione partecipativa di contenuti e saperi,o ancora, l'accesso a centri ed agenzie formative decentrate in socialnetwork, sono momenti di crescita di una consapevolezza e di un'ambizione di governo e controllo sociale dell'apparato tecnico-scientifico.
Così come la pratica di condivisione di contenuti e di creative commons, aprono nuovi spazi ad una logica produttiva non compressa da pregiudiziali proprietarie o monopolistiche.
Sarebbe forse il caso che la sollecitazione che viene da Rossana Rossanda a dismettere l'ormai muta identità comunista sia usata per riprendere, da parte proprio della sinistra più impegnata, in mano concetti come cooperazione, mutua assistenza, condivisione di beni e servizi all'interno di una nuova logica orientata dal social network e dalla centralità del software come prodotto guida della nuova economia in rete.
Certo esistono infine ulteriori verifiche e analisi da fare per buttarsi in questo nuovo mare.
Ma proviamo a fare una controprova.
Dopo anni che non si riesce a trovare il bandolo della matassa e si prendono schiaffoni da tutti i lati, proviamo a capire se applicando un nuovo approccio, quale quello che delinea Severino, sia possibile almeno darsi ragione di quanto sta accadendo.
Se proviamo ad ipotizzare, almeno per un momento, che non sia il lavoro il valore guida ma la struttura del sapere e che si debbano allestire forme e soluzioni per orientare nuovi negoziati sociali con i centri tecnologici per guidare un riassetto del sistema sociale, vediamo se almeno riusciamo a darci una ragione di quanto è fino ad ora accaduto.
Ossia se riusciamo a capire perchè si sta assistendo ad un'inversione della base sociale fra sinistra, sempre più borghese e metropolitana, e destra, sempre più populista e periferica.
Oppure se si comprende come le nuove dinamiche decentralizzano le cattedrali geoeconomiche e valorizzino nuove aree di sviluppo tecnologico.
O ancora per comprendere quali siano le figure sociali oggi determinanti a guidare un processo di innovazione economica e di rilevanza internazionale per il paese.
Il silenzio politico che ha circondato l'annuncio di Massimo Marchiori, l'ideatore del primo algoritmo di ricerca su cui poi è stato sviluppato Google, circa un possibile nuove algoritmo italiano per un motore di ricerca innovativo ci fa intendere la cecità di una politica che continua a rimanere abbarbicata ai cancelli della fabbrica, o al massimo, considerare modernizzazione forme di terziarizzazione passiva.
Una politica che si riclassifichi intorno al conflitto da controllo e libertà della rete, identità e struttura dell'algoritmo, modalità di accesso o meno al sapere, può riproporsi come protagonista di una nuova stagione di riassetto dell'ordine mondiale.
Ma se rimaniamo ai cancelli di Termini Imerese, alla zuffa sul TG1, e all'idea della cassa integrazione la fine del quotidiano Manifesto sarà solo la prefigurazione di una grande e prossima cerimonia degli addii.
Brain Tv e piazze nazionali
| Tweet |
Brain Tv e piazze nazionali
di Michele Mezza
la relazione tra digitale e sociale tende ad essere caratterizzata da determinismo tecnologico o da indeterminatezza.. Nel primo caso [riferendosi alle posizioni vicine a McLuhan] la tecnologia è una variabile indipendente che funziona come una specie di scatola nera che non viene presa in esame.. utilizzo il termine embricature per significare linterazione non caratterizzata né da determinismo tecnologico né da indeterminatezza... digitale e sociale possono modellarsi e condizionarsi a vicenda, rimanendo però ciascuno specifico e distinto ciascuno ha effetto sullaltro senza però ibridarsi1.
Saskia Sassen, Una sociologia della globalizzazione, Torino 2008
Il lancio delle nuove forme di connect Tv da parte di Apple e Google pone un problema serio ai sistemi televisivi nazionali: quale Tv nazione potrà resistere allo sgretolamento di ogni recinto? E quale politica potrà governare la transizione? L'approccio politico al tema delle nuove forme della comunicazione risente di un imbarazzo ed un ibridazione di ruoli davvero singolare. Eccentricamente, proprio quando i nodi proposti dai nuovi processi multimediali si fanno squisitamente politici, i partiti sembrano ritrarsi, quasi nascondendosi dietro la cattiva coscienza delle intromissioni passate, quando la televisione era un apparato sostanzialmente unitario, definito, stabile e circoscrivibile.
Oggi le nuove forme di comunicazione audiovisiva, che transitano anche per i circuiti televisivi, sono per loro natura diversificate nei linguaggi, instabili nelle tecnologie, indefinite nelle identità e gestioni, debordanti e pervasive nella diffusione.
Siamo ad un vero tornante strategico della riorganizzazione sociale, di cui i media sono forma e contenuto di assetti sociali, modalità produttive, relazioni antropologiche, paradigmi culturali.
In questo passaggio nascondere la propria insicurezza dietro tecnicismi in camice bianco o delegare agli ingegneri la lettura delle matrici sociali di processi tecnologici è il vero indicatore della crisi della politica.
Oggi che la tecnologia è una commodity, la politica deve intervenire con prepotenza e volontà a rivendicare la sua centralità, giocandosi prestigio e sicurezza nell'azzardo dir decifrare, analizzare, elaborare e decidere.
Decidere non certo nomi e ruoli di gestori e interpreti dei nuovi apparati, quanto valori, modalità, obbiettivi, modelli.
Le nuove forme di comunicazione audiovisiva, che semplificando vengono unificate sotto la dizione di Televisione ibrida o televisione di convergenza, e che sarebbe forse più semplice e discriminante chiamare TV tutto web, si propongono come un nuovo ordinatore sociale, che riorganizza tempo e spazio dell'attività umana, coproducendo modelli, linguaggi ed emotività dei nuovi compositi tessuti sociali.
La politica è l'elemento di responsabilità trasparenza e garanzia che può orientare questo immane processo, assicurando ad ognuno di noi una prospettiva di maggiore autonomia e autodeterminazione nell'uso di queste opportunità, riducendo i margini di condizionamenti e di subalternità che pure sono sottesi alle cosidette tecnologie di libertà Se davvero, come ci spiega Zygmunt Bauman, le nuove dinamiche digitali, che alimentano una spinta all'individualizzazione dei consumi e ad un'inedita ambizione di autodisvelamento di ognuno di noi nella relazione comunicativa, sono la conseguenza della scomposizione del vecchio ciclo fordista, allora è da una visione complessiva degli assetti sociali che dobbiamo partire per afferrare la reale natura dei nuovi processi.
Iniziando da una riflessione di valore proprio sul carattere individualistico che i nuovi comportamenti a rete inducono.
Su questo dobbiamo comprometterci con un giudizio su cui fondare il nuovo approccio culturale al nuovo che avanza: buono o non buono? Non si tratta di mettere le braghe al mondo, quando di cominciare a confrontarci con contenuti e pensieri che stanno riorganizzando surrettiziamente il nostro bagaglio analitico, in assenza di proposte altrettanto forti ed organiche.
In questo contesto diventa quanto mai funzionale una rilettura del concetto di sussidiarietà che ci viene dalla cultura cattolica.
Infatti proprio una rielaborazione di questo concetto, filtrato dall'esperienza di socialità tipicamente italiana, dove le relazioni individuali allestiscono infinite piattaforme di cooperazione, sussistenza, supporto, lungo il percorso della nostra vita quotidiana.
Una moderna sussidiarietà che riequilibri il protagonismo delle istituzioni statali, assegnando a soggetti comunitari ruoli e funzioni di responsabilità e di coimprenditorialità nell'architettura della nuova società a rete, ci potrebbe aiutare nell'approccio a fenomeni che sembrano ingovernabili nella loro natura di iperindividualismo e di pura competizione personale.
Tanto più in uno scenario dove, come vedremo, assistiamo ad una mutazione genetica della stessa meccanica comunicativa, dove , come lucidamente spiega Giovanni Gozzini nel suo ultimo libro La Mutazione Individualista,Editori Laterza, Bari 2011,ogni processo di fruizione dei mass media corrisponde ad una sorta di negoziato tra le strategie delle emittenti, i simboli e i contenuti dei programmi, i caratteri psicologici e sociali degli individui e dei gruppi che ne vengono raggiunti.
E' questo il cuore del nuovo orizzonte televisivo: un costante negoziato, certo ineguale, ma sicuramente non più sproporzionato, fra ricevente e trasmettente, dove la tendenza vede il primo guadagnare inesorabilmente opportunità e motivazioni rispetto al secondo.
Nella dinamica di questo negoziato risiede lo spazio di una nuova governance della politica nella riorganizzazione di un nuovo patto fra governanti e governati, legittimità che ridia motivazione, interesse e legittimità all'intromissione di soggetti comunitari ed istituzionali.
Per completare lo scenario di fondo, che ci accompagnerà nei nostri ragionamenti, e dare gambe solide alla nostra suggestione sarà indispensabile individuare soggetti innovativi che abbiamo interessi materiali e possano assumere concretamente plausibili forme d'intervento attivo sulla scena.
In questo senso ritengo importante soffermarci a riflettere proprio sul ruolo degli enti locali, in particolare i comuni che sempre più stanno assumendo i linguaggi della comunicazione audiovisiva come strumenti di erogazione dei servizi al cittadino e di relazione con il territorio.
Se pensiamo, nel modello italiano della digitalizzazione interattiva, di concorrere a dare più forza negoziale al singolo utente, oltre che più capacità di governo dell'innovazione alle comunità e alle istituzioni, allora proprio i territori possono essere uno snodo strategico. Già negli anni '60 questo accadde, con un protagonismo locale che colmò l'eccessiva distanza fra stato centrale e singoli cittadini, costruendo forme di partecipazione e identificazione nelle varie fasi del processo di governo e legificazione. Oggi quel protagonismo andrebbe ritrovato proprio nelle nuove forme di confronto fra i centri tecnologici multinazionali, le agenzie nazionali di diffusione dei linguaggi, e le ambizioni di cittadini e gruppi sociali all'autodeterminazione multimediale.
La negoziabilità delle opportunità digitali diventa la base di una sorta di costituzione sostanziale dove diritti, valori e garanzie materiali vengono declinate nei nuovi alfabeti del networking.
Presupposto di questi alfabeti è la constatazione che oggi nel nuovo ambiente digitale l'interfaccia di ogni azione razionale, sia essa atto singolo di un cittadino, o proposito di un'istituzione, è il software, che media, formatta ed esprime ogni nostro pensiero.
La televisione tutto web esaspera questa tendenza e spettacolarizza la relazione fra forma e contenuto, piattaforma e format, fruizione ed applicazione, utente ed algoritmo.
Una relazione dove la politica, e più ancora la società, non può lasciare l'individuo solo in balia di una libertà asimmetrica, senza reali capacità di confronto e competizioni con la discrezionalità della potenza di calcolo dei grandi gruppi tecnologici.
Dunque negoziare la tecnologia, a cominciare dall'autonomia dell'utente rispetto alla singola piattaforma e la neutralità della rete rispetto ai contenuti sono i due presupposti per una reale identificazione fra complessità digitale e libertà Esempio reale: Proviamo ad immaginare, concretamente, quale sia il comportamento base indotto dalle nuove opportunità di TV tutto web: Grazie alla possibilità di crosmedialità che mi propone il mio nuovo televisore con accesso USB posso: a) prendere da YouTube i tre minuti finali di Crozza allultimo Ballarò.
b)Combinarli con Facebook da cui scarico lintervista di Che tempo che fa di Fazio a Mario Monti c)Dal sito de il ilfattoquotidiano.it si richiamo lintervista di Santoro che annuncia il suo prossimo canale on line d)Da Reportime.corriere.it , il canale web prodotto dal Corriere della sera con Milena Gabanelli, si scarica linchiesta sullacqua pubblica.
Il tutto condito con un caleidoscopico collage di episodi di fiction, telefilm, concerti e calcio a profusione.
Ogni singola azione e contenuto qui citato è del tutto indifferente alla rete che ospita il format oiriginario o l'editore che lo ha prodotto.
Siamo dinanzi ad un'identificazione fra l'offerta televisiva e la personalità di ogni singolo utente. Meglio ancora, parafrasando McLuhan si potrebbe dire che la nuova forma di flusso televisivo individualizzata sia una protesi del nostro cervello, che ci risponde a domande, desideri, necessità impulsi.
Una vera Brain Runner TV, dove il cervello è il palinsesto e il desiderio il telecomando.
TV dei produttori Questa è la Tv ibrida, che riecheggiando le vecchie suggestioni sugli androidi di Blade Runner, ricalca ed imita la sfera di ogni singola personalità del proprio utente del momento.
Ma sarebbe meglio dire, ed è questo credo che faccia la vera differenza sopratutto in sede politica,questo è il comportamento dello spettatore ibrido.
Anzi di quella strana figura che qualcuno definisce lo spettautore.
Infatti il fenomeno della Tv ibrida, come in realtà lintera storia digitale, non è identificabile con una tecnologia, quanto con un comportamento sociale.
Sono gli spettatori, e insieme a loro, i produttori, che chiedono, sagomano ed infine realizzano una forma di comunicazione audiovisiva che assume il linguaggio della Tv ma adotta il contenuto e gli automatismi relazionali della rete.
Le definizioni si sprecano. La Tv ibrida è sinonimo di IPTV, che a sua volta era una variazione della WebTv, che rendeva visibile la suggestione della netTv.
A rendere concreto e incombente il processo innovativo sono i dati ed i numeri.
Nei giorni scorsi proprio a Roma si è tenuto un importante incontro del network internazionale TED, si tratta di ricercatori e investitori a caccia di nuove soluzioni per la comunicazione a livello globale. In quella sede sono stati presentati i dati di una sofisticatissima ricerca sul caso Italia.
Il pubblico che in Italia ormai segue consuetudinariamente format televisivi direttamente sul web arriva a superare complessivamente il 12%. La percentuale sale fra i giovani al circa il 25%. Parliamo di spettatori che si cercano il proprio spettacolo televisivo su uno specifico sito. Se invece consideriamo quello che è ormai lequivalente della TV generalista per la rete, ossia YouTube, i numeri si impennano: 22,7% dellintero pubblico complessivo, il 47,6% fra i giovani 14-29 anni.
Questo è il backstage della TV ibrida.
I dati che abbiamo citato ci rendono il contesto culturale emergente, che prevede che masse di individui sempre più considerino ordinario e normale cercarsi in un dato momento della giornata, in qualsiasi luogo si sia, un certo contenuto televisivo che serve, ossia che in quel momento è utile, o anche solo gradevole vedere.
Queste pratiche stanno modificando profondamente i contenuti, secondo una relazione di domanda-offerta che contamina lintera rete.
Infatti se dalle procedure di visione ci spostiamo a considerare il campo dellinformazione, e in particolare le fonti di approvvigionamento delle notizie ed i format che le accreditano, allora notiamo un ulteriore fenomeno, quello che gli osservatori definiscono come il multitasking viewer, la visione in contemporanea di diversi programmi che lutente rende, questa è la chiave innovativa, complementari fra di essi.
Infatti i dati ci dicono che per le informazioni i TG della Tv generalista rimangono apparentemente dominanti, con 80,9% di fruizione, che scende al 69,2 fra i giovani. Ma, andando a vedere più da vicino il modo in cui si forma questo dato dell80%, scopriamo che la stragrande massa degli utenti integra ormai abitudinariamente al TG altre fonti, come motori di ricerca internet, siti web, Facebook e Twitter.
In maniera crescente questa integrazione avviene in simultanea, ossia mentre si vede il TG si chatta, si naviga, si consulta, si confronta, si commenta, si interviene.
Proprio questa pulsione, questa tendenza a diventare parte del flusso audiovisivo che si sta guardando, intervenendo, se non altro con manifestazioni di consenso o dissenso, il tasto I Like di Facebook o ancora il concetto +1 introdotto da Google+,rappresentano la matrice materiale che spinge la Tv a diventare relazione.
Sempre di più vale per il mondo televisivo quello che lHarward Business Review, il tempio del capitalismo mondiale, scrisse a conclusione della sua inchiesta proprio sul modo di produrre nel mondo del 2009: per le nuove aziende i propri consumatori contano più che i propri azionisti.
La TV da tempo ha cominciato a fare i conti con i propri spettatori.
Dovremmo forse risalire a quella straordinaria bottega di format partecipativi che fu il Portobello di Enzo Tortora negli anni 80.
Il caso italiano della televisione conobbe in quelloccasione una delle sue punte più alte.
Da allora è stato un crescendo, non sempre riconosciuto o percepito da chi la televisione produceva, amministrava ed osservava.
Lirrompere sulla scena, negli ultimi anni, diciamo dal 2005, del web 2.0, di quello straordinario fenomeno sociale che ha dato spessore e identità ad una cultura della rete in tutto il pianeta, ha accelerato, intercettato e deviato il processo di evoluzione della TV, spostando decisamente sul versante dellUser il baricentro qualitativo della neoTv.
Come sempre il Censis, forse il più acuto sensore che rimane a monitorare i processi sociali nel nostro paese, ha colto limportanza di questi segnali, realizzando un importantissimo rapporto sul consumo dei media. Lì scopriamo CHE LA RETORICA DEL PAESE ARRETRATO, IMPACCIATO, TECNOLOGICAMENTE INIBITO NON HA BASI ALCUNA.
Siamo un grande mercato beta testing per il digitale del mondo.
Per una larga fascia sociale, che ingloba i giovani 14/29 anni, i professional fino a 50, casalinghe metropolitane, figure dei servizi avanzati, ceti impiegatizi della pubblica amministrazione, corpose aree intellettuali e dellinsegnamento.
Per questo popolo Google news vale già abbondantemente un TG televisivo e YouTube è già il database della giornata audiovisiva.
Contemporaneamente questo popolo di spettatori, che guarda, confronta , commenta e interloquisce, non sembra seguire le strategie marketing dei gruppi tecnologici.
Non è certo un caso che lIPad sfondi ma la AppleTv no, che Google impera ma la GoogleTv rimanga marginale.
Siamo dinanzi ad un fenomeno che dobbiamo leggere con attenzione.
Perché da come riusciremo a decifrarlo potrebbe aprirsi un nuovo rinascimento per il sistema televisivo pubblico europeo.
Infatti l affiorare di pratiche estese di TV ibrida al momento non sembra costringerci nella scia subalterna di nuovi brand dominanti.
La Tv della rete non sta coincidendo con il successo dei marchi della rete.
Perché? Ad aiutarci a rispondere a questa domanda centrale è forse lesperienza di ContentID, quella piattaforma di monitoraggio e di misurazione delle forme di Tv digitale che funziona ormai da 5 anni.
Come è noto si tratta di un dispositivo connesso a YouTube che ci permette di scaricare contenuti televisivi diciamo main stream in collaborazione con le stesse catene televisive che li producono. In cambio lutente permette al gruppo televisivo di studiarlo, di leggerne i comportamenti, di allearsi a lui.
Infatti lazienda televisiva, rispetto alla richiesta di fruire di un certo format on line può decidere di seguirne tutte le fasi di fruizione, di monetizzarne i proventi pubblicitari derivanti dallo streaming su Youtube o di vietarne la diffusione.
E un vero bancomat del nuovo utente digitale.
Da quei dati che si ricavano dallesperienza di ContentID si comprende che al momento, in Italia, rimane fortissima la vocazione del pubblico, in particolare nelle fasce più digitalizzate.
Questo è il grande e promettente patrimonio a condividere ogni fruizione individuale.
In sostanza la scelta di staccarsi dallo schermo generalista coincide con esigenze e bisogni incrementali del pubblico, per cui cambiano gli orari, cambiano i luoghi cambiano i ritmi e le modalità di consumo dei contenuti televisivi.
La rete diventa una sorta di lampada di Aladino che consente di biodegradare la rigidità del broadcasting, facendolo aderire ad ogni singolo bisogno individuale.
Ma rimane centrale listanza sociale, la finalità di utilizzare lesperienza televisiva per condividere emozioni, sentimenti, opinioni, proposte, sensazioni.
La grande platea generalista sembra ricomporsi nella fase successiva alla fruizione, nella fase del commento, dellI Like.
Abbiamo già esempi di questa nuova dinamica, che porta a ritrovarsi su piazze virtuali cittadini che dopo aver seguito percorsi individuali vogliono esprimersi e confrontarsi, uscendo dallatomizzazione e dalla separazione , anche confortevole, che la rete gli consente.
Pensiamo alle comunity che si formano a valle dei grandi format di fiction o dei reality.
Lost, il grande serial americano, ha avuto un seguito straordinario, anche in Italia, su web, ma altrettanto straordinario è stata la lunga coda di commenti e di rielaborazioni che ogni personaggio di Lost ha provocato in rete per mano dei suoi spettautori.
Lo stesso Annozero di Santoro o le inchieste della Gabanelli o Fabio Fazio e Benigni, hanno generato grappoli di comunity momentanee che hanno rielaborato, rilanciato, condiviso e reimpaginato i singoli format.
Si marcia separati ma si colpisce uniti , potremmo sintetizzare sullonda di un noto slogan di altri tempi.
Questa mi sembra lo finestra attraverso la quale lidea di servizio pubblico potrebbe ripresentarsi come attuale ed efficace in Europa, sicuramente in Italia.
Diventare unagenzia che ritraduce nei nuovi linguaggi, alla luce dei nuovi comportamenti individuali, lidea di un riaccorpamento di platee complessive, dove ogni differenza diventa occasione, dove ogni particolarità diventa stimolo, ma dove pure si trovano opportunità per essere stupiti, sorpresi, pungolati da cose che non si potevano programmare nel proprio palinsesto personale.
Il servizio pubblico deve leggere con grande attenzione il processo in corso.
A cominciare dalla richiesta di non essere reclusi in wall garden.
Il servizio pubblico deve offrire proposte aperte, piattaforme interoperabili, contenuti di flussi standard, regimi non proprietari.
Questo è il suo copyright esclusivo in un mercato che si parcellizza e si rinchiude in logiche da enclusure.
L'esempio del lancio di un canale di inchieste che il gruppo Report di Milena Gabanelli ha realizzato con il corriere della sera dimostra di come la realtà corra più degli esperti.. E questo un esempio chiaro di Tv ibrida allitaliana. E anche un monumento allennesima occasione persa da un servizio pubblico che non vede come il digitale non sia la semplice riproposizione del broadcasting sul web ma che sia una nuova letteratura dei contenuti dove declinare, in maniera radicalmente diversa, offerta e consumo. Dove la relazione fra produttore, utente e distributore si rinnova creativamente aprendo occasioni di offerta e non riducendo le opportunità di espressione.
Dico anche che la stessa inchiesta che vedremo sul canale Reportime, commentata, integrata, prolungata dallintervento degli spettatori avrà forse lunico neo negativo di rimanere recintata in un consesso da addetto ai lavori.
Senza poter essere reinvestita dinanzi a pubblici occasionali o collaterali.
Da qui deve ripartire lidea di un servizio pubblico digitale che contamina e connette le diverse tribù di spettautori ambiziosi e attrezzati..
Ma non solo.
Nel nuovo mondo ogni contenuto, ogni ragionamento, ogni sollecitazione viene ormai mediata e formattata da un software.
La piattaforma diventa un agente abilitante la stessa partecipazione alla dimensione sociale.
Apple, Google e Microsoft si accalcano a proporre i propri sistemi proprietari.
Io credo che questo sia il terreno primario per un ruolo protagonista, in chiave europea del servizio pubblico televisivo.
Diventare un grande impresario di soluzioni ,applicazioni , dispositivi inclusivi, dove la neutralità della rete sia valore primario ed il software sia patrimonio linguistico dellintera cittadinanza. DallEurovisione alleuropiattaforma potremmo sintetizzare per dare smalto ad una tradizione che sembra ritrovare vigore proprio nella modernità.
E chiaro che al fine di questo tornante troveremo grandi novità: un profilo aziendale diverso, figure professionali inedite, formule e linguaggi non noti al momento.
Ma, così come ci raccontava Tornatore nel suo Cinema paradiso, si dovrà sempre rispondere ad una domanda di incontro in piazza, si dovrà essere presenti al momento in cui qualcuno vorrà accendere una luce su uno schermo collettivo.
Un giornale non è più un giornale: il caso del Washington Post
| Tweet |
Un giornale non è più un giornale: il caso del Washington Post
di Michele Mezza
Capita spesso di vedere due vecchie signore chiacchierare sui modi per tenersi in forma e limitare gli screzi del tempo. Ognuna cerca sempre nelle condizioni dell'altra la conferma della bontà delle sue ricette.
Esattamente questa situazione sembrava di percepire ieri sul New York Times, leggendo il lungo articolo che il quotidiano della Grande mela dedicava alle contorsioni tecnologiche del suo competitor della capitale, il Washington Post.
O forse si parlava a nuora perché suocera intendesse? Infatti il reportage con il solito corredo di fonti e dati, illustra le conseguenze della svolta digitale che da qualche tempo ha fatto irruzione anche nel tempio del Watergate.
La chiave dell'articolo è il termine nostalgia-drenched, ossia imbottito di nostalgia usato dal direttore generale del quotidiano capitolino Marcus Brauchli per segnalare la ritrosia dei suoi giornalisti ad entrare in una nuova logica digitale.
Precisamente Brauchli dice, parlando dei problemi nell'introduzione di nuovo soluzioni editoriali nella redazione There are a lot of nostalgia-drenched people in the journalism field... .Una nostalgia, fa intendere il dirigente editoriale, che intralcia il cambiamento, appesantendo la macchina giornale in maniera ormai insopportabile.
Proprio il caso del Washington Post, riportate appunto dal new York Times, fanno giustizia di ogni alibi contenutistico, che, di solito, si usano per rallentare le conseguenze di una scelta discontinua in termini organizzativi.
Infatti, difronte al tema del cambio di modello produttivo, a tutte le latitudine giornalistiche si è soliti abbarbicarsi alla banale constatazione che sono i contenuti che rendono competitivo un giornale e, dunque, è lì che bisogna intervenire. Il fatto che le due cattedrali del giornalismo mondiale assumano come centrale il modello produttivo per ridare futuro alla propria impresa dovrebbe rendere chiaro a tutti quali siano oggi i termini del problema.
Lo stesso Brauchli, con il sano pragmatismo americano, spiega senza fronzoli la causa della crisi: prima eravamo gli unici a produrre qualità oggi molti possono fare meglio di noi in vari campi.
E' questo il buco nero da cui non è facile uscire per chi si era abituato ad essere un gigante in mezzo ai nani, sia esso un giornale, un professionista, un'azienda, un'università.
I nani stanno crescendo e moltiplicandosi e difendere il proprio primato è oggi molto complicato.
La vicenda del Washington Post può essere letta come la metafora dell'intero occidente: dobbiamo cambiare forme e contenuti di tutto quello che facciamo perché c'è sempre qualcuno che lo fa meglio di noi.
L'articolo del New York Times, non senza perfidia, inizia raccontando di una cena organizzata dal direttore generale del Washington Post con i grandi notabili della sua redazione per spiegare che ormai bisogna che tutti, nel senso di ognuno, senza distinzione di ruolo o carica deve assumersi il compito di spingere il processo di trasformazione.
A quel tavolo erano seduto mostri sacri del giornalismo, che hanno scritto tappe fondamentali della storia delle inchieste e dei reportage mondiali, come il celeberrimo Woodword , coautore del caso Watergate o i premi Pulitzer Atkinson e Dana Prest. Gente che avrebbe qualche titolo per ritrarsi dinanzi al nuovo mondo.
Ma sembra che non sia stato così.
La trincea su cui il giornale giocherà la sua battaglia sarà infatti la newsroom, ossia una nuova fabbrica della notizia, dove cambia la geometria e la logica dell'informazione.
Il giornalista non è più produttore della singola informazione ma conduttore del flusso, che grazie ad un'immersione continua nella rete, deve misurare il grado di rilevanza ed attendibilità delle singole notizie per decidere dove investire il valore aggiunto del giornale.
E' evidente che in questo contesto mutino radicalmente gerarchie, profili professionali e linguaggi della redazione.
Una trasformazione che porta l'oggetto quotidiano a cambiare pelle e mutare perfino la configurazione logistica.
Infatti prima della ristrutturazione la divisione fra sito web e redazione al Washington Post era anche fisica, faceva notare il new York Times che la sua trasformazione l'ha compita nel 2005, con la sede dei webmaster che era da tutt'altra parte.
Ora l'integrazione è totale e capireddatori e webmaster lavorano gomito a gomito.
Anzi i primi seguono i secondi che dettano il ritmo non solo delle notizie ma, questa è la vera novità, anche del livello di sintonia che si crea con il pubblico, valutata in real time tramite i socialnetwork del giornale. Le notizie infatti man mano che si formano ed entrano nella classifica di priorità dell'impaginazione vengono esposte ad una quotazione del gradimento del pubblico che nel corso della giornata, in una specie di borsa delle news, fa comprendere cosa vuole approfondire di più.
Si identificano così le cosidette Track, ossia piste di ricerca delle informazioni, che vengono agganciate nella newsroom dai webmasters che indicizzano i flussi informativi e passate ai reporter per il trattamento editoriale.
Ovviamente l'anima di un processo così automatizzato è la potenza di ricerca che viene da un sistema editoriale progettato da Google che diventa così il nuovo capo redattore del giornale.
Gli elementi della velocità e della qualità devono dunque combinarsi per creare un mix efficacie.
Di conseguenza il giornale muta anche griglia di interpretazione dei fatti.
Primaspiega Brauchli noi cercavamo di coprire tutte le informazioni possibili, diventando fonte primaria, oggi puntiamo solo sulle notizie su cui possiano dare un senso diverso dal flusso.
Insieme al prodotto editoriale muta anche il perimetro aziendale, che integra nuove funzioni, e soprattutto nuovi servizi, che renderanno il giornale economicamente autosufficiente.
In questa logica diventa essenziale capire se si è, ora per ora, sulla cresta dell'onda, ossia se si è davvero un elemento indispensabile a milioni di persone per completare e qualificare la propria dieta mediatica.
In questo diventa preziosissimo il continuo lavoro di raccolta dei dati sull'utenza: quanti contatti, quanto tempo di permanenza sul sito, quante query, etc etc.
Certo la romantica visione, rimandataci dalle versioni cinematografiche, dei redattori acquattati in un garage alla ricerca della propria Gola Profonda si disperde in un frenetico compulsare di schermi e tastiere per incontrare il proprio track.
Ma questa è la vita al tempo della rete.
Soprattutto questa è la nuova forma di adattamento che vede un sistema industriale, qual'è il giornalismo, riconfigurarsi all'interno di un mercato dove le relazioni di scambio delle informazioni non permettono più di tutelare il monopolio professionale della redazione.
La lezione non riguarda però solo la componente giornalistica.
Infastti l'esempio che ci viene dal Washington Post ci fa capire come i dirigenti del gruppo editoriale si assumano la responsabhilità di guidare il processo di riorganizzazione sottraendolo a logiche utilitaristiche o strumentali delle singole componenti redazionali.
Proprio in questo passaggio si nasconde uno dei motivi che ha portato all'insuccesso molti tentativi di modernizzazione digitale nelle redazioni di casa nostra: l'irresponsabilità della componente manageriale che lasciava ai vertici redazionali il compito di riorganizzare industrialmente la testata.
Potremmo dire che il giornalismo è cosa troppo importante per lasciarlo solo ai giornalisti.
Anche se senza di loro non è concepibile.
Sarebbe davvero utile se, anche nel nostro contesto nazionale, si ponesse il tema di una rilettura del modo di fare il giornale.
Si tratterebbe di affrontare, come sistema paese, uno dei nodi fondamentali del nostro sviluppo: ossia come piegare l'innovazione ad una nuova cultura professionale della produzione.
Le infrastrutture ed i contenuti, i due alibi che costantemente fanno velo al problema reale, sarebbero facilmente aggirate Un giornale è un giornale, diceva alla fine degli anni '70 un grande direttore come Luigi Pintor, per spiegare che la comunità redazionale ha una sua logica interna, non adattabile nemmeno ai supremi interessi della politica.
Oggi bisogna constatare, come ci insegna il Washington Post, che un giornale non è solo un giornale ma molto di più e molto meglio, bisogna avere il coraggio di aggiungere.
Va Pensiero
| Tweet |
Va Pensiero
di Michele Mezza
Apriamo l'anno con la domanda che, credo, ci guiderà per tutti i prossimi 12 mesi: dove va il pensiero? Non è tanto un richiamo all'aria verdiana, quanto il nodo economico su cui ci stiamo arrovellando da tempo: in rete vale ancora, ed è sopratutto un sistema utile e redditizio, lo statuto proprietario delle proprie opere intellettuali? Sotto questa nuvola si muovono dati concreti: musica, video e sopratutto informazione. Di chi sono e come si possono usare? La notizia che viene da new York segna una svolta: i grandi giornali americani( con i due gemellini dellas qualità in porima fila: New York Times e Washington Post) hanno promosso la costituzione di un'agenzia (NewsRight) di controllo dei propi materiali in rete, affidandole la riscossione dei diritti: una specie di Equitalia delle news.
Due sono le questioni in ballo su cui bisogna capire cosa pensiamo e da che parte stiamo , sia come individui, che come sistema paese.
La prima riguarda l'annosa questione del copyrigth.
La seconda una più sottile e decisiva questione relativa al ruolo dei nuovi poteri in rete.
Sulla prima siamo alle solite.
E' davvero possibile ingabbiare l'aria? Ma sopratutto è utile e profittevole? E' davvero decisivo per la qualità dell'informazione che si debbano pagare diritti di citazione per le notizie di tutti i giorni, anzi, di tutti i minuti? Vi pare plausibile che un sistema che si basa sullo scambio e la presunzione di assoluta e generale conoscenza delle informazioni in real time debba essere segmentato e rallentato da un sistema di pedaggi? O, piuttosto, come ci rammenta un grande giornalista americano: l'informazione è gratuita , è la conoscenza che va pagata? Comprendo bene, che, al giro di boa, le grandi testate, che fino ad ora hanno lucrato sulla rendita di posizione di essere quelle meglio posizionate nella raccolta e distribuzione delle notizie, ora si sentano con l'acqua alla gola.
Ma è davvero un diritto inalienabile proteggere le proprie capacità di partenza? O la società progredisce proprio grazie alla possibilità di estendere ed abilitare il maggior numero possibile di persone nelle attività più pregiate? Come si sentivano i copisti alla fine del '500, con l'avvento dei primi torni a caratteri mobili? Non era un titolo , faticosamente conquistato, di grande qualità intellettuale sapere scrivere in quell'epoca? E non sarebbe stato utile proteggere e stimolare la motivazione ad imparare a scrivere, promettendo grandi guadagni nella mediazione della calligrafia? Oggi l'informazione è una commodity, una materia prima di base, sulla cui circolazione si crea valore.
La circolazione ed il relativo valore d'uso avrebbe detto uno che di proprietà se ne intendeva, prevalgono sulla gestione e sul relativo valore di scambio.
Del resto l'intero sistema musicale dimostra come la diffusione oggi è funzione più pregiata e strategica per gli autori della compravendita dei singoli brani.
Ma è il secondo il punto decisivo che si pone: chi deve guidare il processo di riorganizzazione del sistema semantico-informativo? I net provider o i content provider? Ossia deve decidere Google o Le Monde? Io credo, in apparente contrasto con quanto detto, che debbano essere gli autori, ossia tutti gli utenti, i protagonisti.
E dunque delegare ai net provider l'allestimento dei sistemi semantici intelligenti, limitandosi ad esigere solo una gabella per l'inserrimento dei propri contenuti, mi sembra un modo subalterno per ritirarsi dalla scena.
Oggi a decidere il modo in cui si pensa e cosa si pensa è il software, ossia i sistemi automatici intelligenti che guidano, formattano e intermediano ogni nostri pensiero.
Dunque è lì che bisogna essere, e su quel terreno che si deve negoziare.
Se la massa critica dei grandi giornali internazionali, invece di inseguire l'aria delle proprie notizie sperando di poterci mettere il cartellino con il prezzo, diventassero loro stessi centri di elaborazione e di validazione dei sistemi tecnologici intelligenti, allora forse non andremmo, come richiamo di fare, incontro ad una stagione di nuove subalterneità a potentati centralizzatori.
Nel jukebox il valore era il disco, che attirava gente, nel computer e nei sistemi mobili, il valore è il sistema utente, e il software che ci fa cercare, selezionare e scegliere il contenuto da usare.
La chiave è l'algoritmo, il contenuto è il pretesto.
Per questo trovo pericoloso concentrarci sui copisti mentre si sta decidendo come concepire la linotype.
Per un paese come il nostro, che vive di comunicazione e scambio di emozioni, non è cosa da poco.
La Governance del Circolo Pikwick
| Tweet |
La Governance del Circolo Pikwick
Di Michele Mezza
Se davvero democrazia è quando ogni cuoca puà essere in condizione di amministrare lo stato, come diceva Lenin, uno che la democrazia la proclamava ma non la praticava, allora dobbiamo dare una forma civile a questa scomposta e non genuina orda populista contro i costi della politica.
La dico in soldoni, tanto per stare nel tema: penso che la campagna per limitare remunerazione e, soprattutto, vitalizi dei parlamentari sia la degna figlia di un processo che sta rendendo la democrazia rappresentativa un costo insopportabile.
Proviamo a discutere civilmente.
Escludendo i rispettivi estremi.
Prescindiamo dalle forme ottomane di privilegio(Bouvette, barbiere e dintorni) da una parte così come evitiamo il pietismo del deputato proletario.
Il punto è: chi si trova ad imboccare un percorso istituzionale che per alcuni anni lo "deve" tenere fuori dai circuiti professionali deve o meno avere la piena garanzia di un presente ed un futuro non esposto a ricatti economici? Questa garanzia dovrebbe valere per tutte le cuoche, anche quando cucinano e basta.
Ma a maggior ragione deve valere per chi decide dei destini comuni.
Con lo stesso criterio di non ricattabilità si sono giustificati in passato i trattamenti economici-previdenziali di categorie sensibili, come i magistrati ed i giornalisti.
E' interesse comune che la soglia di corruzione sia almeno alta per non esporre ogni componente di queste categorie ad una continua tentazione? Il chè, come abbiamo visto, non assicura l'azzeramento della minaccia di corruzione, ma almeno ne limita la quantità, e permette una condanna sociale, quando non giuridica, senz'appello.
Con lo stesso criterio, qualche anno fa si criticava, giustamente che sindaci di città come Napoli o Milano guadagnassero meno di un funzionario di medio livello statale.
Nei giorni scorsi ha fatto scalpore la dichiarazione del presidente del consiglio Monti che ha rinunciato allo stipendio da premier.
Io credo che sia stato un errore: lo stipendio per guidare il governo è l'unico che Monti deve avere pienamente, anzi magari rinforzato.
Mentre deve trasparentemente rinunciare ad ogni altra entrata per garantire la massima trasparenza della sua azione.
Con lo stesso criterio dobbiamo rivendicare che i parlamentari si limitino, per legge e senza procedure anodine che assicurano perpetue scappatoie, al solo stipendio pubblico, mentre ogni altra attività deve diventare "incompatibile".
Ovviamente per pretendere questo e sperare di avere i migliori alla guida della cosa pubblica, dobbiamo assicurare un trattamento che per il presente ed il futuro non sia penalizzante, anzi sia premiante ed induca a prolungare l'impegno per la collettività.
Oggi, se vi fosse davvero un taglio dei vitalizi chi assicurerebbe chi decide di destinare 5 o 10 anni della sua vita nella fase professionale più promettente, alla politica di avere comunque una degna vita per se e i propri famigliari? Il riferimento alle situazione di altri paesi è ovviamente indicativo.
Ma fa capire anche come la politica in certi paesi sia da intendersi come attività riservata a "certe" categorie.
In concreto provate ad immaginare quanti di voi, qualsiasi attività state facendo, rispondereste ad una richiesta di impegno per cinque anni in un'istituzione senza coperture previdenziali? Mi rassicurerebbe molto se in questo clima, con un trasferimento di ricchezze in corso dalla sfera pubblica a quella privata ed azioni di conquista da parte di lobby internazionali di poteri e risorse senza limiti, si potesse sancire un nuovo patto fra governanti e governati, non sulla base di una pelosa indignazione anti parlamentare, ma con l'obiettivo di avere una spietata produttività e trasparenza nell'azione delle istituzioni politiche, a cui dedicare le migliori energie nazionali.
Un patto basato su un riconoscimento del valore pubblico dell'indipendenza economica e normativa dei parlamentari in cambio di una feroce repressione di ogni devianza.
Al di sotto di questo patto vedo solo una regressione notabilare al vecchio circolo Pickwik, dove farmacisti, notai ed avvocati del paese si alternavano al governo del comune.
Senza nemmeno l'ilare sagacia di Charles Dickens.
Cosa è stato Lucio Magri per me
| Tweet |
L'uomo che faceva volare i sarti
di Michele Mezza
Mi serve come non mai Facebook. Devo sfogare un dolore che mi spegne ogni voglia di pensare e forse solo condividendolo posso riuscirci.
Sto piangendo come un vitello da quando, questa mattina mi ha colpito la notizia della morte di Lucio Magri. Piango più scompostamente di quanto mi sia capitato per la morte di mio padre.
Non so se è un buon segno. Ma è così.
Lucio Magri mi ha insegnato a leggere e scrivere, spingendomi ogni mattina, per 42 anni, con intensità diverse ma con regolarità implacabile imbattendomi in un evento, a chiedermi: e Lucio cosa ne penserà? Non era fideismo: chi è stato coinvolto nell'esperienza del Manifesto sa bene che molti furono i difetti ma mai ci fu subalternetà al leader.
Anzi, tutt'altro.
Ma Lucio aveva il magnetismo e l'armonia della lucidità, sempre, perfino troppo. E oggi possiamo dire che è morto di lucidità.
Lo incontrai la prima volta in una notte dell'autunno del 1970 nello stanzone di corso San Gottardo a Milano, dove si riuniva la conventicola ambrosiana del Manifesto: poche decine di individui, per lo più insegnanti, che sembravano nella Milano delle adunate oceaniche del Movimento studentesco o di Avanguardia Operaia o di Lotta Continua , un gruppo di illuminati erranti.
Era il mio primo attivo quadri, avevo 17 anni ed ero il primo studente del Manifesto milanese.
Seduto in fondo assistetti ad un'assemblea infuocata, dove un gruppetto di lavoratori dell'Innocenti, operai ed impiegati, vennero allontanati dall'organizzazione con motivazioni diverse, alcune rivelatesi poi non infondate, anche attinenti a poco chiari comportamenti dei componenti del gruppo.
Magri alla fine fece un intervento che ricordo ancora, parola per parola, spiegando perchè un comunista non doveva mai essere subalterno all'astrazione sociale, ed avere il mito dell'operaio che aveva sempre ragione.
Una lezione che conservo e che mi fu indispensabile per stare quasi sempre dalla parte giusta.
Da quel momento ho ritrovato nelle sue quotidiane incursioni nel quotidiano il Manifesto o nei suoi saggi e nelle sue relazioni, spunti che hanno costituito punti cardinali della mia educazione intellettuale: il maggio francese, Praga, il Vietnam, i metalmeccanici, il ruolo dello studente e poi la figura di Togliatti, il rapporto con il PCI, l'autonomia dall'estremismo, la determinazione nella questione sociale, il ruolo del riformismo, l'illusione cinese, il rapporto con i cattolici.
Temi scanditi dal suo modo di essere lucidamente coerente ma mai rigidamente fideista. Del resto un eretico di professione non può nemmeno immaginare cosa sia la dottrina.
Negli ultimi anni ritrovai un Magri sconsolato, deluso, bruciato, dopo la morta della sua carissima Mara.
Ma sopratutto lucidamente conscio della sconfitta.
Capiva che il suo Sarto Ulm, il titolo del suo ultimo densissimo libro, non avrebbe mai volato, e non accettava l'impotenza.
Quando gli portai il mio ultimo libro mi sorrise dicendomi :che fai tradisci anche tu con queste macchinette? E mentre mi incaponivo a sostenere la lotta di classe digitale, lui mi incalzava: ma la povera gente conta di più o di meno? Per me conta di più oggi, ma lui voleva sapere in realtà se i lor signori continuavano a contare, perchè quello era il segno che un rivoluzionario aveva vissuto utilmente.
E su quello non ho parole.
La risposta di Lucio allo strapotere dei lor signori è stata l'autonomia nel decidere la propria morte, negando ruolo potere a chiunque fosse parte del sistema, di qua e di là della linea d'ombra.
Le mie lacrime mi dicono forse che la sua morte rende non più esorcizzabile la chiusura di quella parentesi: siamo tutti accanto ad una linea d'ombra che ci trova tutti vecchi e sconfitti.
Ma pochi con la sua forza e determinazione.
Che fare per trovare un'altra strada per essere lucidi e coerenti?
Offro il petto al piombo degli immancabili attempati giovanilisti
| Tweet |
Offro il petto al piombo degli immancabili attempati giovanilisti
di Michele Mezza
Non sono d'accordo per nulla con l'ispirazione e le premesse della manifestazione convocata a Roma il prossimo Sabato dai cosidetti indignados all'italiana.
Credo che aver individuato la banca d'italia come bersaglio prioritario, in questo contesto, sia peggio di un crimine come avrebbe detto Talleyrand, sia un errore politico.
Mettere nel mirino Draghi significa, infatti, deresponsabilizzare completamente la politica a cominciare dal governo proprio quando, per fortuna, la politica torna ad essere elemento abilitante sul mercato economico globale.
Secondariamente alzare la polemica contro le banche centrali e di conseguenza con la BCE, significa sparare sull'unico rimasuglio di governo europeo contestato non a caso dalla destra più isolazionista ed autarchica. Siamo ancora sulla scia di quei beoti che nel 98 sfilarono a Seattle insieme alle lobby agricole e industriali americane ed europee contro la liberalizzazione degli scambi che loro chiamavano globalizzazione.
Oggi dobbiamo parlare chiaro ai giovani: il loro nemico è chi vuole privilegiare le pensioni agli investimenti sul sapere e sulla competitività del paese.
Il loro nemico è chi è nostalgico di un welfare della paralisi che non farebbe fare al paese un salto in avanti.
Il loro nemico è una classe dirigente che non vuole crescere perché non vuole perdere il controllo sulla stagnazione.
La Banca d'Italia ha mille colpe, ma diverse da quelle oggi imputate: è stata troppo protettiva e corporativamente subalterna ai giochi della politica sulle banche.
Oggi ci vuole una manifestazione che metta in campo chi vuole competere senza compatibilità o prudenze.
Oggi ci vuole una liberalizzazione selvaggia del mercato con un grande protagonismo sociale di chi pensa che la cooperazione e la solidarietà sono fattori di sviluppo e non doti umane.
Sabato non sarò accanto ad insegnanti e figli della borghesia impiegatizia che vogliono difendere stipendi a pensioni senza chiedere selezione e competizione. Non ci sarebbe il Gramsci che chiedeva di studiare più del padrone o il Marx che pensava di dover battere il capitale cognitivo che avrebbe superato la fabbrica.
Il resto sono rantolii corporativi da abitanti delusi del centro storico di tutte le città Italiane.
Ciao Steve
| Tweet |
Un tiranno competente
di Michele Mezza
Non un visionario, ma un pragmatico, tenace, materiale, tiranno competente.
La stucchevole definizione di visionario, termine che sulla bocca di gretti e cialtroni convervatori viene usato come sinonimo di fanfarone, non deve intaccare minimamente la fisionomia di uno straordinario leader civile, politico ed industriale quale é stato Steve Jobs.
Jay Elliot, ex senion vicepresidente di Apple, nella biografia pubblicata proprio qualche settimana fa, ha definito il suo capo un tiranno competente.
Proprio la competenza, la pedissequa, piatta, materiale, noiosa e pedante competenza é il vero tratto caratteristico di questo principe moderno.
Più Edison che Leonardo, più Bell che Meucci.
Competente perché ne sapeva talmente tanto che la sua volontà era quasi sempre la migliore.
Tiranno perché non ammetteva deroghe alla sua volontà quando non ne vedeva una migliore.
Un genio dell'impresa ma anche un grande intellettuale che leggeva, decifrava e rielaborava i fenomeni sociali.
Come si può dire, dinanzi a tanta personalità, che non nascono più leader politici? Che cosa era Jobs se non il capo di un movimento politico mastodontico? Il movimento che intuì, praticò ed organizzò, l'individualismo connettivo.
Un movimento che guidò l'uscita dalla schiavitù del fordismo, che orientò l'ambizione al successo.
Non voglio essere elegiaco.
Considero il padre della Apple come l'esponente di un filone che speravo risultasse minoritario.
Il filone basato su una cultura proprietaria, dove l'hardware guidava il software, dove il design suppliva ai bachi, dove il marchio dominava sulla collaborazione.
Ma proprio per questo devo riconoscere che Jobs é stato il leader della fazione avversa.
Un leader vincente.
Il suoi partito, quello del Macintosh, dell'IPhone, dell'IPod e dell'IPad,, ha lasciato un'impronta indelebile, un'impronta talmente profonda e personale che probabilmente non sopravviverà al suo autore.
Sull'altro versante, dobbiamo proprio oggi riconoscere, che Google non sarà legato al destino dei suoi fondatori, che la potenza di calcolo diffusa é straordinariamente più potente della combinazione sociocommerciale dei fattori merceologici che hanno guidato l'Apple.
Dicevamo competenza e non vision, non perché visionario non fosse stato.
Tutt'altro.
Solo che la sua vision era un modo di progettare, sviluppare, gestire e vendere.
Non solo di percepire.
Il tutto con una straordinaria volontà e ambizione, quasi pierinesca: sono il più forte e voglio farlo vedere.
Ma anche: sono il più forte e posso cambiare il mondo con le mie idee.
Politica allo stato puro.
Follia e fame raccomandava Steve ai ragazzi di Stanford, nel 2005, ricordando che lui era un trovatello, cacciato ripetutamente dalla sua azienda e sempre ritornato in sella, grazie ad una suggestione, ad un'idea, ad una passione ed a tanta, tantissima competenza.
Ripartiamo da questa lezione: competenza, sapere e mai imitazione, nemmeno per le cose migliori.
Grazie Steve che ci hai fatto vedere come si fa e come si vince, anche quando non ci é piaciuto.
Hai dato forza e coraggio alle idee che condivido contro la miserabile grettezza di chi vuole speculare sul suo passato.
Fame, follia e competenza.
Che Dio ce la mandi buona.
Nel frattempo ci aveva mandato te.
Ciao Steve...
Gli Ombrellini di Liberty Plaza
| Tweet |
Gli Ombrellini di Liberty Plaza
di Michele Mezza
La notizia che rimbomba oggi, fra gli schiamazzi politici di casa nostra, mi sembra essere il lamento di Obama che paventa di non reggere alla prova delle prossime presidenziali.
Lo dico con un pizzico di legittimo, mi pare, orgoglio perché "Sono Le news bellezza", il libro edito da Donzelli che ci ospita in questa pagina, lo aveva ipotizzato più di un anno fa, fra i diffidenti lazzi generali.
Obama fa intendere che la crisi, presente e soprattutto futura, rischia di stritolarlo, di colpirlo politicamente nel suo vero core buisiness con il quale si era presentato agli elettori tre anni fa: We can.
Noi possiamo governare la crisi perché cambieremo le regole del gioco, annunciava messianicamente l'allora curioso candidato colored. E possiamo mutare le regole perché abbiamo cambiato base sociale e interessi da rappresentare.
In sostanza siamo in grado di domare l'orso e il toro di Wall Street perché non dipendiamo da esso, era il lucido messaggio che entusiasmava l'america.
Così non é stato.
Glielo ricordano le migliaia di persone che si stanno alternando a Liberty Plaza, proprio nei pressi della mitica Wall Street, dove indignados wasp stanno allestendo una Piazza Tahir occidentale.
Il crogiolo sociale della protesta americana é davvero interessante, come spiega oggi su Repubblica Michel Moore, l'eccentrico documentarista americano che coglie con tempismo i fermenti sociali del paese.
Insieme ad un nocciolo di indignados tradizionali (giovani e precari) si stanno addensando ceti produttivi che toccano in pieno la mitica middleclass americana: piloti d'aereo, tranvieri, funzionari della pubblica amministrazione, insegnanti, medici.
E' questa la base sociale che denuncia la propria proletarizzazione, chiedendo ragione al milieu finanziario: tutti a Wall Street sede del nemico.
Qualcuno la chiama la vendetta dell'89, l'anno della caduta del muro di Berlino.
Quello spettro scacciato e deriso dal palcoscenico politico europeo, più che il comunismo diciamo una politica basata sull'ambizione di un'equità sociale strutturale, torna a scardinare ila tranquillità dei vincitori, rendendo irrequieta la società occidentale e non adeguato il suo sistema politico-istituzionale.
Non senza ambiguità, i ribelli di oggi -spiega Ivan Krastev, uno dei più acuti e brillanti politologi contemporanei- "non si oppongono allo status quo ma vogliono preservarlo; é un 68 al contrario".
Mentre allora gli studenti gridavano di non voler vivere nel mondo dei loro genitori oggi, invece, scendono in piazza per difendere il loro diritto a salvare quel mondo.
E' questo il risultato di una modernizzazione che ha sgretolato le vecchie certezze fordiste -basate su fabbrica di massa, lavoro di massa, consumi di massa, protezioni di massa- ma che non riesce a dare un volto inclusivo alle potenze individualiste che sono oggi disponibili per ognuno di noi.
In questo gorgo, dove le vecchie narrazioni sono dissolte ( giustizia, partecipazione, egualitarismo, diritti, valori) si é innestato un singolare processo , dice sempre Krastev, di "emancipazione delle elites" che si sono affrancate dai vincoli ideologici, nazionali e comunitari.
In sostanza, dissolvendosi il sistema politico classista, nessuno deve dare più conto a nessuno e questa libertà eversiva viene usata da chi più ha, come appunto le elites politico-amministrative-finanziarie.
La rete é stata anche strumento di questo percorso.
Il suo impatto sui vecchi assetti socio economici ha liberato gli spiriti animali, privilegiando i motori dell'individualismo e della competizione e, sopratutto dell'immediatezza e della velocità, che ha sconvolto ogni logica normativa: tutto in realtime, significa tutto senza regole.
Ovviamente questo non perché la rete sia strutturalmente anarchico liberista, ma perché non vi é stata un'intelligenza collettiva che ha spinto e negoziato la rete in una direzione diversa, come pure accadde alla fabbrica nel secolo scorso.
Obama si presentò come il punto più alto di una nuova mediazione sociale dove rete e innovazione potevamo essere piegati ad un progetto di inclusione e partecipazione sociale: la spinta al nuovo doveva essere il motore di uno sviluppo che avrebbe reso meno centrale la speculazione finanziaria.
Questo fu il valore aggiunto della sua candidatura.
Per questo Obama sbancò i vecchi equilibri schiantando la tradizionale visione illuminista di Hillary Clinton.
Ma tutto ciò si é perso lungo la strada, forse anche per una difficoltà oggettiva, un'immaturità culturale ad affrontare temi giganteschi quali quelli evocati.
Come scrivemmo appunto nel libro "Sono Le news Bellezza", il We CAN non divenne WE GOV.
La mobilitazione dei nuovi produttori del sapere non riuscì a sostituirsi alle lobbies dei ceti speculativi, per quanto illuminati, di Wall Street.
Obama giunto a Washington tentò di fronteggiare l'emergenza con un'operazione di tipica marca socialdemocratica, congiungendo aree di lavoro tradzionale -i metalmeccanici dell'Illinois- con le aree di capitalismo finanziario moderno.
Da qui il progetto della riforma previdenziale, che premiava i lavoratori manifatturieri, con la delega totale a gestire la strategia economica a Larry Summer e al ministro del tesoro Gheistner, rappresentanti delle agenzie finanziarie che ebbero la responsabilità nel botto del 2008.
Da questa gabbia Obama non é più uscito e i 28 milioni di componenti del popolo della rete che lo fece trionfare rimasero orfani e reagirono secondo la cultura della rete: ritirando ogni affidamento emotivo, negando la risorsa più preziosa in rete: l'ATTENZIONE.
Obama ora constata che é rimasto solo anzi che é stato omologato al vecchio establishment che difende le vecchie elites, emancipate da ogni controllo.
E questo proprio mentre sale, in tutto il mondo, la marea dell'ambizione di ogni individuo a competere con le proprie elites: vogliamo controllare oggi perché pensiamo di non saperne meno di chi governa, questa é la novità, che proprio Obama aveva intuito.
La lezione che si ricava dalla parabola di questo Gorbaciov all'americana, deve valere per tutti: non si gioca con le cose serie.
il vaso di Pandora della rete non si può scoperchiare impunemente.
Non possiamo solleticare la voglia di modernità, di competizione, di ambizioni, di sapere, e poi rifugiarsi in formule tradizionali e gerarchiche che vedono al comando sempre i soliti padroni del vapore.
Oppure, come accade in Italia, gigionarsi con i movimenti digitali e poi, come é accaduto nel comizio di Vendola di sabato a Roma, rimanere rinserrati nei più vieti luoghi comuni sulla civiltà del lavoro e i diritti dei pensionati, mentre due terzi dei nuovi produttori chiede strategie di sviluppo e competitività globale.
Beato chi vive in tempi interessanti, dicono i cinesi.
E noi siamo beati perché viviamo nel pieno di un tornante da cui usciremo radicalmente mutati.
Ma il cambiamento non può essere lottizzato: non cambiano solo le cose che ci fanno piacere, cambia l'intero universo.
In un tornado non piove solo sulla casa del vicino.
E se persino Obama si bagna allora davvero non bastano gli ombrellini di Vendola a ripararci.
Internet non è Camelot
| Tweet |
Internet non è Camelot
di Michele Mezza
L'annuncio che Facebook e Google si siano "messi in politica", entrandoci, peraltro, dalla porta del peggior praticume lobbistico e con un'apertura ai gruppi politici della destra repubblicana, rende chiarezza sullo scenario della rete: è finito, anche dal punto di vista simbolico, il regno di Camelot, dove i buoni creavano e i cattivi speculavano.
Anche chi crea può essere cattivo o almeno seguire esclusivamente i propri interessi: di gruppo, di paese, di cultura.
Con l'evaporare dell'effetto Camelot, si esaurisce anche la fase predicatoria della rete, dove l'innovazione diventava un'invocazione e protesi all'avvicinarsi al mondo digitale, chiunque lo creasse, da chiunque fosse prodotto.
Anche nella rete vale la regola di Kreuzer, secondo la quale la tecnologia non è né di destra né di sinistra ma neanche neutra.
Gran parte del filone culturale che si identifica nella battaglia contro il Digital Divide è stato contrassegnato da un'opzione consumieristica, ossia da un'idea che si basava sulla certezza che bastasse l'accesso alla rete (connettività salvifica) o l'uso di dispositivi digitali (il feticcio del computer) per risolvere ogni contraddizione nelle dinamiche socioeconomiche.
Oggi l'affacciarsi in rete di realtà geoculturali diverse dalla matrice anglosassone e l'irrompere di logiche geopolitiche, che rendono gli stati soggetti dei conflitti tecnologici, pone con forza la necessità di una strategia "nazionale" digitale, identitaria, fortemente sovrana nella produzione di sapere e non tanto nella moltiplicazione di soluzioni.
Lo scontro fra Google e il governo cinese, nonostante le implicazioni censorie, nascondeva, malamente, l'obiettivo più robusto che stava al centro dell'azione di Pechino, che era quello di fare largo a Baidu, il motore di ricerca nazionale, che infatti ha rubato spazio al potente sistema Mountain View.
Ora, al di là delle considerazioni più generali, il punto che ritengo importante assumere in questo ragionamento riguarda il ruolo della politica statale da intendersi sempre più come ulteriore variante della rete.
Lo ritengo un passo in avanti rispetto alla predicazione nei confronti di una politica che appare sempre sorda o della richiesta di maggior partecipazione nella gestione della funzionalità di Internet, che affiora ad ogni forum sul tema.
Per questo diventa essenziale promuovere una crescita equilibrata ed omogenea della consapevolezza globale della rete mediante l'abilitazione, tendenzialmente egualitaria, di ogni comunità locale ad uno scambio paritario e alla possibilità di perfezionare o riconfigurare prodotti e saperi on line.
Da qui si deve partire per riformulare una più severa azione nei confronti delle inerzie e delle incapacità a concepire una strategia nazionale e locale di sviluppo della rete.
Nel passaggio dal web 2.0 all'annunciato 3.0, dove la capacità di connettere e coordinare oggetti e servizi automaticamente renderà la vita di ognuno di noi più dipendente dagli assetti concettuali del software, riuscire ad influire, anche ad interferire, con la configurazione di logiche automatiche diventa essenziale per dare un nuovo volto, più critico e consapevole alla democrazia digitale.
Credo infatti che proprio la constatazione che oggi ogni attività del pensiero umano si travi ad essere mediata ed interfacciata da dispositivi software ponga il tema di una nuova autonomia e sovranità sia degli individui che delle comunità.
La potenza di calcolo generata da Google o da Facebook non può diventare un nuovo feticcio in nome del quale rassegnarsi ad essere permanentemente degli assistititi nel nuovo pensiero digitale, dei consumatori di prodotti e servizi intelligenti che ormai si propongono di anticipare e suggerire bisogni e ragionamenti.
Ovviamente quest'approccio diventa concreto se si apre la strada ad una reale azione per riequilibrare la borsa dei saperi e delle soluzioni di orientamento dei comportamenti umani.
Un'azione che miri ad allestire modelli industriali efficaci e funzionali .
Senza dover riprodurre, caricaturalmente, soluzioni e sistemi che non possiamo reggere.
La leva di un venture capital, come vediamo invece nel caso americano, che individui e selezioni energie e talenti risulta meno agevole in uno scenario dove sia i capitali e tanto meno il senso di avventura difettano.
Diventa, invece, più adeguato mettere in campo il sistema delle autonomie locali come grande ordinatore di risorse scientifiche e tecnologiche, come grande volano che incoraggi un'offerta di sapere autonomi.
Lavorare su un corto circuito che connetta committenze territoriali ai grandi centri di sapere, penso al caso di Trieste, con il Sissa o di Pisa o anche dei campus intermedi, come Siena, Perugia, Camerino, Macerata o ancora come le prime relazioni che si innestano a Torino e Milano con i rispettivi Politecnici.
In questa logica un caso Italiano dell'innovazione assume i connotato di una strategie diffusa, meno dipendente da questo o quel ministro, più legata ad un ampio tessuto sociale che si ponga l'ambizione di un'autonoma competizione con il mercato della qualità digitale e non solo l'obiettivo di rivendicare da autorità centrali messianiche infrastrutture sempre più futuribili.
La peste digitale
| Tweet |
La Peste digitale
di Michele Mezza
Parafasando l'urlo di Paul Nizan contro l'elegia dei vent'anni potrei dire che "non permetterò più a nessuno di dire che i giornali di oggi sono peggio di quelli del passato".
Segno che la crisi del quotidiano è un fenomeno strutturale e antropologico non congiunturale.
Repubblica di oggi ma in altri giorni anche Il Corriere della Sera o la Stampa o ancora il Foglio o Il Sole24ore proponeva riflessioni e articoli con i quali discutere un anno intero.
Molti di noi si sono strappati di mano il resoconto di Riccardo Luna sullo studio -i dati sono in rete da almeno due settimane- della Mc kinsey sull'impatto della rete sul PIL.
Credo che il valore aggiunto di quel ragionamento non fosse tanto l'ennesima constatazione di quanto bene la rete faccia all'economia quanto la considerazione che più dell'ampiezza della banda oggi sia decisiva la riconfigurazione dei processi produttivi "interni" ai vari cicli le news,la distribuzione, il design, i servizi al cittadino, che devono assumere internet come metodo e linguaggio più che come vetrina.
Insomma La Rai, le ferrovie, i comuni, Telecom ma anche le piccole e medie aziende dell'artigianato industriale devono produrre con internet e non per internet.
Questa è la chiave del saldo attivo fra posti di lavoro prodotti dalla rete -in Italia negli ultimi 15 anni almeno 700.000- e quelli distrutti -380.000-.
Dunque rivoluzionare i processi prima che moltiplicare i prodotti nel digitale.
Ma il nodo che presiede e orienta questa riflessione l'ho trovato meglio spiegato nell'articolo di Rampini, qualche pagina prima, sulle povertà negli USA.
Centrale mi è parso il passaggio che spiega come oggi i disagi sociali in America nascono e si generano nel cuore del lavoro, nel pieno delle aree occupate.
E' il lavoro tradizionale che oggi induce povertà e irrilevanza sociale.
Il lavoro come causa di povertà è il vero gorgo in cui immergerci se vogliamo comprendere le dinamiche che agiscono attorno a noi.
Qualche mese fa ci si lamentava di una ripresa che non produceva lavoro oggi denunciamo una crisi che distrugge lavoro: in entrambi i casi assistevamo ad una scissione, un disaccoppiamento, direbbero gli economisti di buona scuola, fra lavoro e sviluppo.
Mentre calava il lavoro aumentava la produzione e s'impennavano le esportazioni.
Sovrapponendo le due istantanee, quella che ritrae la rete all'opera sul PIL e la seconda che ci mostra l'insufficienza del lavoro come ordinatore sociale, si intravvede una nuova mappa dei processi economici e culturali.
Dove il lavoro non è più vettore nè motore di progresso e di benessere, mentre la rete cerca come risorsa più pregiata nella sua corsa al valore la socialità, la cooperazione, la connessione fra individui, e non più la fabbricazione manifatturiera di merci.
In questo dualismo fra una memoria storica che ci porta ad identificare lavori e produzioni con la sicurezza sociale e l'ambizione di una smaterializzazione degli apparati produttivi e dunque una vaporizzazione dei relativi addetti, si gioca la partita del futuro.
Siamo a quel passaggio da razionale a relazionale che è considerato oggi il vero paradigma del nuovo web.
Ma nuovo mercato dove, al tempo stesso, non ci troviamo distanti dal concetto di "All that solid melts into air" che punteggia la dardaneggiante prosa del manifesto di Carlo Marx che ai suoi contemporanei deve essere sembrato un'apocalittica quanto incomprensibile minaccia.
La rete sta smontando duemila anni di centralità della fabbricazione e ci sta conducendo, fra riottosità e nostalgia, in un nuovo ambiente economico dove relazioni e interconnessioni umane sono i presupposti per dare valore all'attività economica.
Brutto e bello? Lo vedremo.
Certo non peggio di un passato dove il lavoro è stato appannaggio di una frazione minoritaria dell'umanità e strumento di un impero brutale da parte di una frazione minima di quella minoranza.
Invocare innovazione, ossia spingere per una consapevole cittadinanza digitale dove ogni individuo, ovunque sia, possa scambiare saperi e abilità, rivendicando controllo e trasparenza, significa, da quello che capisco dalla semplice lettura di quanto pubblicato oggi da Repubblica, smontare radicalmente il vecchio sistema lavorista, spingere ai margini chi di quel sistema è oggi testimonial, ma tutti i livelli, e cercare, questa è l'incognita, di riprodurre una scala di valori e diritti ,erga omnes, non inferiore da quanto creato dalla civiltà del lavoro.
Insomma, parafrasando Freud che giungeva in America, dobbiamo sapere che stiamo "portando la peste".
Un'indispensabile, promettente e stimolante oncologia del passato.
La videoconferenza a partecipazione illimitata che si registra su Youtube
| Tweet |
La videoconferenza illimitata che si registra su Youtube
di Rocco Pellegrini
Non vi è dubbio alcuno che la partita della rete si gioca sul Social Network.
Oggi chi fa un sito, chi realizza una nuova una nuova applicazione per il mobile, chi si muove in rete per qualsiasi motivo sa che deve rappresentarsi nel Social Network, almeno in Facebook, Twitter e Google+, per avere ritorni, attirare traffico, partecipare al grande gioco.
La gente della rete frequenta questi ecosistemi e succede qualcosa di analogo a quel avviene nelle città e nei paesi: le persone sono dappertutto però ci sono alcuni posti più frequentati, dove è più facile incontrare chi si conosce, dove ci sono più possibilità di trovare quel che si cerca perché in quei posti "ci vanno tutti".
Dunque se non li frequento, se non mi relaziono ad essi vedo meno gente, conosco meno persone, posso farmi valere di meno.
La rete non inventa niente, riproduce, in un nuovo formato, comportamenti consueti alla specie perché noi altri facciamo, in fondo, sempre le stesse cose perché quelle cose ci appartengono e ci esprimono.
Quando un programma ha successo, grande successo tipo Facebook, la ragione sta nel fatto che esso aderisce con estrema semplicità a comportamenti consueti: c'è poco da studiare o da digerire in Facebook... Dieci minuti e si è nel gioco sociale di rete senza barriere d'ingresso, senza soffrire.
Non c'è differenza tra geek o "nemico del computer": ognuno fa quello che gli serve bene e subito.
Ma, proprio perché questa partita è la più importante di tutte, la partita del Social Network, vista da un altro osservatorio, è una gigantesca partita tecnologica che si combatte tra forze potentissime.
Queste forze si affermano se riescono a dare di più agli utenti, se riescono ad aiutarli fare quello che loro ritengono importante... Insomma la competizione tecnologica e, tecnicamente parlando, molto complessa si risolve nella semplicità e nell'efficacia dei servizi prodotti e resi disponibili.
C'è un famoso detto che qui ci sta bene... Niente è piùcomplesso del semplice.
Dietro Facebook c'è Microsoft.
Avrete notato che quando Google+ si è reso disponibile alla sperimentazione sociale Facebook ha prodotto dei cambiamenti piuttosto significativi.
Niente nell'interfaccia utente ma molto nella sostanza.
Innanzitutto ha reso disponibile un servizio di teleconferenza (uno ad uno) per rivaleggiare con Google hangout: non è che funzioni alla grande ed infatti ha avuto poco successo.
Poi con le liste smart (intelligenti) Facebook ha provato a parare l'attacco che le cerchie di Google hanno portato alla granularità delle relazioni di rete.
Questa è una cosa buona: la concorrenza, lo abbiamo visto anche e non solo nei browser, stimola la competitività ed il miglioramento degli ecosistemi perché nessuno può restar dietro e ad un passo dell'uno corrisponde sempre una contromossa degli altri.
Dunque è un bene per noi utenti che ci sia competizione, che le forze in gioco siano plurali, che non vinca la partita definitivamente una soltanto perché ne andrebbe della qualità.
Ed ecco che vengo alla notizia del giorno che io trovo estremamente importante.
Una notizia che, a mio modesto parere, potrebbe provocare una rapida dislocazione delle forze in campo ed un forte vantaggio per l'ecosistema di Google.
La videoconferenza (hangout) sin dall'inizio è stato un punto di forza di Google+.
Funziona bene: già così com'è è stata usata nella didattica, nel lavoro, nel gioco... Ci sono molte espeirneze positivie perché è affidabile e non crolla come succede per molte altre esperienze.
Renderla a partecipazione illimitata (superando il limite delle 10 utenze fin qui vigente) e poter registrare in diretta la conferenza su Youtube sarebbe un passo avanti di portata incalcolabile.
Già vedo la tv di rete generalizzarsi e piccole forze diventare importanti grazie alla potenza di strumenti fin qui carissimi.
Già vedo la tv di rete generalizzarsi e piccole forze diventare importanti grazie alla potenza di strumenti fin qui carissimi.
Vedo un simile strumento nella formazione, nella politica, nella didattica, nei club, in tutti quegli sterminati luoghi dove le persone si riuniscono per attività sociali...
C'è il cloud computing di Google dietro a queste cose, una potenza notevole che permette simili operazioni.
Questo, dice l'articolo puntato, sta per accadere.
Allora la domanda è: Cosa vuol dire una simile notizia? (Ammesso e non concesso che sia vera perché vedo la tremenda difficoltà di uno strumento del genere in mano a tutti: se non altro per l'uso della banda...) Oggi, quel che ho letto nel post mi ha colpito molto ed ho aperto una discussione su Facebook sulla portata della cosa.
Enfatizzando avevo definito la notizia una bomba atomica, anzi una bomba all'idrogeno.
Riccardo Specchia, un mio ex allievo universitario e caro amico, ha dato la risposta migliore e la riporto qui perchè spiega bene quel che sta avvenendo.
"""Trovo che le mosse di "mountain view"siano messe in fila come una successione di obiettivi e di soluzioni per la nuova frontiera, ormai vicinissima, da te appena annunciata! Questo significa che il broadcast oggi si sposta tutto sul web, alleggerendo e abbattendo i costi (secondo la sempre attuale legge di Moore). Per farla breve a tutti noi laureati in scienze della comunicazione sarà concesso di creare una propria emittente tv o una propria casa di produzione.. senza più mandare curriculum alle tv. La tv siamo e la facciamo noi! Collegamenti con esperti in tutto il mondo, clip e approfondimenti sono alla portata di tutti... Chi sarà più bravo avrà di certo la capacità di accaparrarsi più sponsor e migliorare il proprio prodotto. Non è una bomba atomica, forse neanche all'idrogeno... è la rete: LA NUOVA ARMA DEL SECOLO."""
Proprio così, Riccardo, proprio così.
Ne vedremo delle belle e qualcuna facciamola anche noi.
Gli alibi non ci sono più. Quel che serve è alla portata di tutti, anche alla nostra portata.
Campanili non tralicci
| Tweet |
Campanili e non tralicci per la connettività: proposta per un programma minimo dell'innovazione
di Michele Mezza
Diceva Marcel Proust, che pure non aveva pulsioni innovatrici dirompenti,che la creatività non sta nel trovare nuovi paesaggi, ma nell'avere occhi nuovi.
Ora mentre nel paese mandrie di innovatori si riuniscono a consesso ogni due per tre, per discutere tabelle e indicatori di sviluppo digitale, con il risultato di ratificare la propria frustrazione e costituirsi in comunità terapeutica dove autodiagnosticare l'irrecuperabilità del proprio stato di fallimento, il mondo procede e la realtà si incarica di dare corpo al futuro, anche senza il coinvolgimento dei futurologhi.
Il punto, e torniamo a Proust, è che il più delle volte sono gli occhi degli osservatori che rimuovono il nuovo perché cercano solo nuovi paesaggi e non nuovi modi di vedere.
Chiuso l'excursus oftalmico vengo al punto.
La connettività non è questione di infrastrutture, né di piani nazionali ma è la conseguenza della logica stessa del networking: autodeterminazione dei singoli nodi.
Leggo proprio oggi che a Venezia viene annunciata la cosa più semplice e per tanto snobbata del mondo del Wi Fi: l'unico modo per mettere realmente la popolazione dei centri abitati in rete è l'iniziativa degli enti locali.
L'intesa, questo è federalismo allo stato puro, che ha come capofila la provincia di Roma, la regione Sardegna ed il comune di Venezia, sta disegnando un serpentone di aree metropolitane connesse più funzionale di mille bubbole centralizzate dove aziende furbastre e ministeri impotenti cercano di organizzare improbabili piani nazionali.
Il punto della questione non è che le amministrazioni citate hanno trovato formule salvifiche o software magici per dispiegare il loro piano di Wi Fi, semplicemente si conferma la concretezza del concetto -espresso dai veri protagonisti del fenomeno- che la rete non è una rivoluzione tecnologica ma un fenomeno sociale. E dunque ha bisogno, sempre, ripeto sempre, di strategia e protagonismo sociale per prendere forma. Il resto sono o marchette commerciali compiute da qualche lucido cervellone per conto dell'ufficio marketing di questa o quella azienda o ubbie ideologiche di chi cerca inutili scorciatoie.
Penso ad esempio al piano nazionale Wi Fi elaborato al tempo dell'ultimo governo Prodi. Un piano non meno inutile dell'attuale non attività in materia del governo Berlusconi. In quell'occasione, ricordo ancora la prosopopea di chi bacchettava chiunque avanzasse dubbi che un meccanismi strettamente connaturato alle dinamiche di ogni singolo territorio, potesse essere governato centralmente da chimerici piani nazionali. Si usava la metafora dei trasporti: il wi fi è un sistema ferroviario che deve essere pianificato nazionalmente o un mosaico filo tranviario che non può non essere organizzato localmente? Ovviamente i cervelloni che giocavano con i plastici dei trenini elettrici della connettività neanche si degnarono di rispondere. Lo stesso valeva per congerie dei esperti che si riunivano in settimanali convegni e lamentavano l'assenza di banda.
Il mio fastidioso tono polemico è proprio la conseguenza dell'alterigia con cui si è trattato il tema negli ultimi 10 anni proprio negli ambienti degli addetti ai lavori. Il buco nero che rendeva velleitarie e paradossali le richieste di innovazioni era proprio dato dalla mancanza di un'idea strategica di politica sociale.
Paradossalmente la politica non era capace di rimanere se stessa e cercava rimedio alla propria impotenza in inutili determinismi tecnologici.
La connettività è un rapporto sociale, come un piano regolatore, un progetto formativo, una politica dei trasporti: bisogna capire chi sono i soggetti, quali i bisogni,m quali gli strumenti e i motori che possono agire.
Negli Stati Uniti, non nella comune di Shangai, la connettività è esclusiva pertinenza degli amministratori locali: il sindaco di Washington o di Filadelfia propone il piano regolatore della comunicazione, disegnando le aree e designando le priorità che guidano i processi connettivi ( specificatamente in quelle città si parte dalle periferie e non dai roseti delle ville, come è accaduto a Roma).
Ora, di fronte a quanto sta accadendo, sarebbe bene definire un contesto come di riflessione.
Nel sistema italiano gli enti locali possono essere il soggetto centrale del processo di connessione? La connettività può essere considerata un principio abilitatore della cittadinanza e non un marchingegno tecnologico? Il territorio può essere la piattaforma di integrazione degli interessi sociali che guidano i processi innovativi? La politica locale può definirsi in base alle priorità sociali e tecnologiche che sceglie? Le multiutility possono diventare le forma di impresa in grado di gestire insieme a luce, acqua e gas, anche le funzioni multimediali? Si può immaginare che nelle prossime giunte vi sia un assessorato non alla generica innovazione, ma al piano regolatore della comunicazione di cittadinanza? Si possono inventare strutture come ad esempio la conferenza dei servizi digitali, che mettano a profitto il meglio dell'esperienza amministrativa degli enti locali? Io credo che questi siano i temi su cui costruire un fronte dell'innovazione concreta e non subalterna.
Un fronte che in pochi mesi apra una campagna nazionale con Anci e regioni per un federalismo digitale che superi le patetiche caricature leghiste e dia una bussola al tema della riorganizzazione della governance nazionale.
Elaborare un pensiero italiano per la rete
| Tweet |
... per arrivare a una Convention nazionale, a una mobilitazione degli stati generali della cultura e delle relazioni a rete
di Michele Mezza
I media non sono il quarto potere. Sono molto più importanti; sono lo spazio dove si costruisce il potere in un gioco di relazioni fra soggetti politici e attori sociali in competizione.
di Manuel Castells
Se è vero, come sostiene una scuola di pensiero ormai prevalente, che la stampa e, più tardi, la comunicazione giornalistica hanno permesso l'affermarsi dell'opinione pubblica e, con essa, hanno promosso la costituzione degli stati nazionali, in un nesso indissolubile fra Guttemberg e la pace di Westfalia, allora, seguendo il filo del ragionamento che ci propone Manuel Castells, possiamo dire che oggi si sta riclassificando, con i nuovi linguaggi digitali, l'intera infrastruttura istituzionale delle comunità nazionali.
Monopolio della violenza interna e capacità di sostenere modelli e forme di comunicazione sono oggi, nell'economia globalizzata mobile di capitali e di individui, i due basilari fattori che identificano lo stato nazione.
La società viene invece identificata dalla dinamica delle reti che l'attraversano, la esprimono e la sostengono.
Le reti modificano la società in base alla velocità di relazione che consentono.
La tendenza che si va affermando, nel gorgo della società a rete, appare sempre più la frammentazione e non l'omologazione.
Frammentazione che si ricompone nella condivisione di valori e contenuti delle forme sociali del networking.
Già la televisione e prima ancora la radio sono stati fattori di ricomposizione fra differenze e culture in ambito nazionale.
Ma la comunicazione di massa è stata anche uno straordinario fattore di sovranità e sviluppo delle singole comunità nazionali, che si sono espanse, attraendo risorse e capacità, anche in virtù del potere di suggestione dell'immaginario collettivo.
La comunicazione elettronica è stata un fattore di identità e di affermazione dello stato nazione, che producendo e scambiando linguaggi e contenuti sul mercato globale valorizzava i propri asset nazionali.
Nel passaggio dal modello a broadcasting -da uno a tanti- a quello circolare del socialnetworking -da tanti ad ognuno- i processi prevalgono sui singoli contenuti nell'elaborazione culturale.
Emerge in questa fase una centralità dello stato impresario culturale nel momento in cui la comunità richiede una partnership forte con l'istituzione pubblica per non soccombere nella competizione digitale globale.
L'istituzione pubblica diventa essa stessa networking per vincere nella guerra dei networking.
Diventa strategico disporre, come comunità nazionale, di centri di competenza privati e di agenzie pubbliche in grado di rendere la comunità nazionale autonoma e protagonista nella lunga transizione dall'analogico al digitale, dal fordismo al post fordismo, dalla centralità del produttore a quella dell'utente.
Tanto più in un tornante che vede mutare radicalmente grammatiche e linguaggi dell'azione comunicativa che sempre più è mediata e interfacciata dal software.
Già Calvino nelle sue Lezioni Americane intuì che il software avrebbe comandato sull'hardware.
E' attraverso il governo del software che ogni individuo trova modi e soluzioni per partecipare alla nuova Agorà crossmediale.
Ma se il software è la porta d'entrata nel nuovo mercato culturale globale, allora diventa alto il rischio che, ad una carenza strutturale nell'elaborazione e caratterizzazione autonoma degli algoritmi, corrisponda una subalternità dell'intera comunità nazionale.
Più ancora che nell'età televisiva, avere strategie politiche e realtà in grado di dialogare, in maniera non subordinata e passiva, con i centri di produzione delle forme espressive, è essenziale per dare un futuro al paese.
Già negli anni '80 le forze progressiste e riformatrici del paese non colsero l'emergenza comunicativa che batteva alle nostre porte.
In pochi anni un processo di privatizzazione di ogni forma di comunicazione televisiva strinse l'azienda pubblica in una morsa da cui la Rai uscì amorfa ed omologata.
La liberalizzazione selvaggia del mercato pubblicitario fu il volano di un aggregato d'interessi e di potere che ha poi portato agli intrecci incestuosi che oggi governano l'Italia.
Fu un errore non cogliere l'opportunità, che pure si presentò, di un riassetto del sistema che, pur non avvilendo la pulsione liberalizzatrice della televisione privata, desse regole e modelli funzionali ad una razionale finalizzazione della potenza comunicativa in ambito nazionale.
Non solo la Rai patì quella cecità politica.
Penso specificatamente alla proposta dell'allora vice segretario del partito socialista Cludio Martelli, che in un contestatissimo convegno a Roma, al Parco dei Principi, proponeva , eravamo nel 1978, un consorzio fra Rai e le nascenti reti televisive private(fra cui un ridondante imprenditore edile milanese) per lanciare una quarta rete televisiva nazionale aperta ai territori.
Lo stesso vincitore di allora, proprio quel ridondante imprenditore edile ambrosiano, il competitore privato rimasto unico sul mercato reso un deserto, si trova oggi gonfio di interessi ma povero di risorse e di strategie per adeguarsi alle nuove geometria multimediali.
L'Italia rischia di trovarsi senza motori della moderna comunicazione. E dunque sguarnita nel momento in cui si riconfigura lo stesso profilo istituzionale del paese sulla spinta dei nuovi comportamenti digitali.
E' indispensabile ritrovare il filo di una strategia di sistema, ricostruendo culture e capacità in grado di assicurare spazio alla libertà di ogni individuo e, al tempo stesso, di non rendere velleitaria l'ansia di competizione dei soggetti nazionali in ambito globale.
In questo contesto assume un valore emblematico la criminale decisione del gruppo Telecom di alienare, per la miserabile somma di 53 milioni di euro, Loquendo, l'unico titolare di know how italiano di successo sul mercato dell'intelligenza artificiale.
Una scelta scellerata, consumata nel silenzio generale, e non solo perchè compiuta a ridosso di ferragosto, ma sopratutto perchè gli aedi della banda larga pensano che anche nel nuovo mondo digitale valga il vecchio paradigma fordista, per il quale l'infrastruttura determina la produzione.
Siamo invece in un tornante del tutto inedito, dove teoria e prodotti, benchè transnazionale mantengono fortemente l'imprinting dei contesti culturali che li generano.
Bisogna, per questo, elaborare un pensiero italiano sulla rete. Un pensiero non certo scioccamente autarchico, ma in grado di valorizzare la peculiarità di un paese da sempre produttore di socialità e di relazioni.
Un pensiero italiano che si confronti con la rete come sarà e non come era.
Che si forgi nel conflitto che sta sorgendo fra privatizzatori ed espansionisti del networking.
Che trovi ambiti dove la crossmedialità non sia un'economia fagocitante e speculativa, ma che accompagni lo sviluppo di servizi, produzioni e culture tipicamente italiane.
Il mondo del design ci ha mostrato una strada di competizione vincente sulla scena internazionale.
Dobbiamo ricostruire una politica industriale che consolidi i primati e recuperi i ritardi. Il comparto cinematografico e televisivo ma anche l'intero mondo del software, della ricerca biotecnologica, delle convergenze audiovisive, tridimensionali, georeferenziate -che rappresentano i nuovi alfabeti di una comunità- devono diventare un settore portante di un paese che si propone come una grande fabbrica di valori relazionali.
La crisi economica che ci incalza potrebbe essere una straordinaria occasione che rimetta in campo nuovi soggetti, come ad esempio i territori e gli enti locali, nell'elaborazione di nuove politiche di ricostruzione di sviluppo nazionale.
Già oggi l'Italia è un grande nell'economia a rete.
Siamo stati il paese dell'esplosione delle televisioni locali, il paese della telefonia cellulare, oggi siamo la comunità forse più protesa nel socialnetworking.
I grandi produttori ci considerano un mercato da beta testing dei nuovi prodotti.
Dobbiamo diventare un coproduttore, ed anche un negoziatore, di soluzioni, di tecnologie di senso.
L'algoritmo non è un valore neutro, possiede un'anima e una cultura che non ci può essere imposta dall'alto di una seduzione dell'oggetto o del fascino del buon funzionamento.
Come spiega Bauman il digital devide reale non è la conseguenza di un deficit infrastrutturale, quanto l'incapacità di creare senso comune.
Dobbiamo rilanciare un'ambizione a diventare partner nella produzione di senso, rimettendo sulle gambe sistemi, imprese, servizi che nella comunicazione e nei modelli a rete possano ridare forza ad un protagonismo italiano nell'ambito di un nuovo rinascimento dell'intero sistema industriale e produttivo.
Per questo ci vuole più politica ma politica diversa.
Una politica che si ritiri dalla gestione diretta di imprese ed apparati e si concentri nell'elaborazione di regole e strategie che diano forza al sistema paese.
Una politica che valorizzi i punti forti del sistema nazionale: le mille culture locali, il sistema delle autonomie, il pulviscolo dei talenti e delle competenze professionali, l'istinto a una relazione sociale forte dei nostri cittadini.
L'obiettivo è quello di arrivare a una vera Convention nazionale, a una mobilitazione degli stati generali della cultura e delle relazioni a rete che definisca nei prossimi cinque anni un programma minimo di sviluppo e valorizzazione del made in Italy digitale.
Perché chiudo la mia esperienza didattica a Perugia
| Tweet |
lettera al preside Paolo Mancini sulla cattedra di Teoria e Tecnica dei nuovi media a Perugia
di Michele Mezza
Caro Paolo,
sai bene da tempo che non ritengo più sostenibile, per entrambi, rinnovare l'opportunità di insegnare a Perugia.
Dopo sette anni e cinque pubblicazioni, con tre editori diversi, puoi immaginare con quale disappunto abbia constatato che non sussistono più le condizioni di reciproca stima e fiducia per protrarre il lavoro didattico che mi avevi affidato.
Ti scrissi chiaramente nel febbraio scorso all'indomani di una sessione di laurea dove era emersa esplicitamente una diffidenza della direzione del corso di laurea nei confronti dei metodi e delle valutazioni in uso nella mia cattedra.
Ti chiesi di procedere ad una discussione, anche con i colleghi docenti, per condividere un metodo accettabile.
Non mi pare che la richiesta abbia avuto seguito.
Così come vedo invece affermarsi logiche e valutazioni nella facoltà che ritengo paradossali ed incongrue.
Per questo, come ti avevo anticipato a febbraio e come la Nucci ti ha confermato a Giugno, tolgo il disturbo.
Così come sono venuto, in punta di piedi anche se, spero, in maniera non irrilevante.
Saluti,
Michele Mezza
Perché cresce Google?
| Tweet |
Perché cresce Google?
di Michele Mezza
In poche ore Google ieri ha messo a segno una performance finanziaria del 13%.
Il trend positivo della sua trimestrale, insieme alla valutazione strategica che il gruppo ha ripreso la testa della filiera digitale, ha spinto gli algoritmi dei sistemi di hight financial trading ha puntare su Mountain view. Grecia, Spagna Italia, ma anche Stati Uniti e Gran Bretagna, patiscono; le cattedrali tecnologiche straripano.
Siamo ad una Westfalia al contrario.
Il giro di boa mi pare evidente: se la stampa produsse la materia prima per costruire la sovranità nazionale, ossia l'opinione pubblica, oggi il socialnetwork sta allestendo una nuova geometria dei poteri basata su quella che Castells chiamava "l'agonismo fra la rete e l'IO.
Su questa transizione si sta giocando la nuova geopolitica globale.
Si diluiscono i poteri verticali, si ramificano le relazioni gerarchie orizzontali.
L'asimmetria della concentrazione di risorse economiche, -siamo dinanzi a capitalizzazione di centinaia di miliardi di dollari, a fronte di default statali di milioni di miliardi di euro, mentre altri stati, come la Cina, devono riorganizzare il loro debordante surplus finanziario-, deve necessariamente comportare un resettamento del sistema politico istituzionale del pianeta.
In questo contesto devo rettificare alcune mie posizioni: la prima riguarda Barack Obama che , probabilmente, sarà ricordato come il primo Manchurian Candidate (ricordate il film dove un gruppo tecnologico inseriva un microchip nella testa del suo candidato presidente per controllare la CasaBianca?). Google , ho meglio il suo Ceo del tempo Schmidt, indubitabilmente ha tentato di gestire una transizione fra i poteri di Wall Street e la Silicon Valley. La mediazione non ha funzionato. Schmidt è saltato prima di Obama.
Ora si discute se gli algoritmi servono solo a far girare più in fretta gli ordini finanziari o a modificarne contenuto e titolarietà.
Io credo che questa sia la titanica guerra in corso.
In questo poderoso gioco manca un soggetto negoziale europeo. Prima ancora manca una dialettica sociale. Le prove di forza fra Google e Facebook non sembrano sollecitare l'ambizione di stati e ceti sociali a partecipare al gran ballo tecnonologico.
Qualcosa bisogna, pur, fare.
Leggo che siamo in pieno turbinio tecnologico: si parla di stati generali dell'innovazione, di conferenze e convegni.
Tutti sembrano lavorare solo per l'ufficio marketing delle grandi corporations dell'High Tech.
Possibile che non si riesca a congiungere crisi finanziaria, appannamento della democrazia e adeguamento dei linguaggi digitali? Fino a quando regaleremo ai nuovi poteri una libera uscita che li lascia industurbati a riorganizzare la nostra vita? Io credo che sia matura l'idea nìdi una dighital tax, che non sia una tosatura dell'innovazione, ma sia una procedura che implica che ogni algoritmo sia abilitato da una comunità di utenti.
Dobbiamo trovare il modo per socializzare la potenza di calcolo, rendendo il mondo un gigantesco socialnetwork che sostituisca la fornza del petrolio con l'energia della partecipazione.
Chi riesce a orientare questa energia produce risorse infinite, come Google e Facebook, chi invece lavora sulle gerarchie verticali, come gli stati fallisce.
Ripartiamo dal 13%, non per rapinarlo ma per imitarlo
Perché lascio l'insegnamento
| Tweet |
Perché lascio l'insegnamento di teoria e tecnica dei nuovi media a Perugia
di Michele Mezza
Vi propongo un caso concreto di modernità controversa.
Colgo l'occasione della recente discussione nel gruppo di Google mediasenzamediatori per spiegare una decisione che ho maturato in questo ultimo anno.
Ho messo il link della discusssione cui faccio riferimento perché i miei quattro lettori se sono interessati a comprendere correttamente ciò che sto per dire farebbero bene a dare uno sguardo all'argomento cui faccio riferimento.
Trovo fondamentale il tema della discussione e vorrei che fosse ampliato e moltiplicato per arrivare anche ad un corpus completo da editare o come libro o come sito.
Denuncio subito il mio conflitto d'interessi. In queste settimane ho infatti deciso di non rinnovare il mio contratto con l'università di Perugia per il modo casermesco con il quale si procede in una materia che viene poco frequentata e ancor meno assimilata ossia la nuova cultura comunicativa digitale.
Io credo che, lo dico subito, il copia incolla sia ormai un linguaggio del nuovo mondo.
Un linguaggio complesso, creativo e maturo che può essere respinto ed esorcizzato solo da chi cerca pretesti per difendersi dall'onda di disintermediazione che sta investendo l'intera società, l'Università per prima.
Come spiegava Roland Barthes l'intera nostra letteratura è un'insieme di citazioni. Non dichiarate, aggiungo io.
L'intera cultura planetaria, in tutte le sue latitudini, è un processo di integrazioni e assorbimenti. Siamo tutti sulle spalle dei giganti, diceva Bernardo da Chartres.
Ma oggi i giganti sono accerchiati e soverchiati da una moltitudine di nani, che producono, scambiano, scelgono, citano, remixano.
E' cambiata l'economia di base del mercato della creatività che non è più caratterizzata da successioni lineari di pensieri ma dalla contemporaneità e complementarietà delle momentanee riflessioni.
Tutto questo per dire che copiare ossia acquisire, scegliere e selezionare è il comportamento ordinario del moderno letterato.
Ovviamente l'accortezza di segnalare la fonte rimane ancora una convenzione regolamentare. Così come lo è la raccomandazione di non appropriarsi di contenuti altrui in rete o, magari, di non usare le tesi degli studenti per fare libri, tanto per rimanere in famiglia.
Ma la consuentudine ci sta portando lontano.
Copiare in ambienti di limitata varietà e di scarsa offerta è segno di capacità limitate.
Copiare in ambianti segnati da una materia abbondante ed alluvionale è segno invece di grande capacità di destreggiarsi ed orientarsi nei nuovi linguaggi del networking.
Trovo davvero disarmante che in una facoltà di Scienza della comunicazione si possa derubricare tutta questa riflessione sotto l'atto autoritario di un semplice diniego alla laurea.
Mi era capitato di chiedere, qualche mese fa, una riflessione, una discussione, un confronto con i colleghi docenti, magari allargato in rete al mondo che ruota attorno all'indotto universitario.
Non si è potuto realizzare.
Ora vedo che siamo all'estremizzazione della paura del nuovo.
Ma, come in molti altri campi, credo che solo il calendario deciderà come e quando seppellire gli inedeguati.
Nel frattempo, chi può se ne va.
Ma come dicevo vorrei capire se riusciamo a fare noi quello che la facoltà non ha ritenuto di fare: discutere e ricercare.
Proviamo ad avviare una discussione, cercando in rete i riferimenti di un dibattito globale.
Ovviamente copiando, a man bassa.